L’UOMO CHE ORIGLIAVA GLI ADOLESCENTI

Capiamoci. Gli adolescenti non dovrebbero essere una mandria di zombie catatonici immersi nel loro smartphone?
Io così sapevo. E invece no.
Complice il fatto che ultimamente mi trovo più spesso immerso nel cosiddetto mondo reale, quello dove intorno a te ci sono altre persone, ho scoperto che non è necessariamente così. (Non è che di norma io stia in una bolla di vetro, ma sapete com’è, vai a lavorare in macchina, entri in ufficio, poi esci dall’ufficio e torni a casa in macchina, vedi sempre le stesse dieci persone ogni giorno).

Quindi, treni, bus, anche ristoranti. E io che cerco di vivere nel presente, disperatamente, e di concentrarmi sul qui ed ora non posso fare a meno di origliare come un agente della Stasi tutto quello che viene detto intorno a me.
Alcune cose, in particolare, mi hanno colpito.

Conversazione su un bus elettrico che percorre il centro di Torino. Ora di pranzo, uscita dalle scuole, due ragazzi che non vedo (sono dietro di me) discutono animatamente. I termini della questione li ho solo intuiti, perciò chi è molto più nerd di me potrebbe farmi le pulci; io riporto solo le parole che hanno catturato la mia immaginazione.

— Scusa ma l’hai trovata quando?
— Stanotte, ti dico, infatti sono devastato!
— Ma dove, cazzo, che la cerco da mesi?!
— Nella foresta di Valenwood, sai, no?
— Eh.
— Nascosta tipo dentro il tronco cavo di un albero.
— Ma orchesca o elfica?
— Orchesca, orchesca.
— No, perché sai che l’ascia elfica da battaglia fa danno 21…
— E vabbè che cazzo, l’orchesca fa danno 19, è comunque una figata.
— Ma con l’inventario come fai, non ti pesa?
— Ho mollato un po’ di roba, in effetti non ce la faccio a portare tutto. Le pozioni comunque adesso me le cucino io.
— Minchia, che voglia.
— Vabbè mica gioco come Bretone a caso, eh.

La voglia di girarmi a guardarli (e felicitarmi con loro per la meravigliosa nerditudine che esprimono) è tanta, ma cerco di fare finta di nulla. Li osservo solo quando mi alzo per scendere e loro ancora stanno discutendo di elfi oscuri e passaggi segreti. Sono sui 15 anni, appena un’ombra di peluria in viso, mi guardano perché io li guardo, gli lancio un mezzo sorriso e scendo.

Conversazione a un tavolo molto vicino al mio in un’osteria del quartiere “bene” di Torino (per molto vicino intendo che praticamente sediamo allo stesso tavolo). Padre e figlio con spiccato accento romano. Hanno l’aria dei protagonisti del film Scialla – il padre, almeno, con un fare molto alla Fabrizio Bentivoglio. Il figlio bello e dannato sui 17 anni, ha più un che del branco di licantropi di Twilight (perdonatemi, i miei riferimenti culturali adolescenziali sono un po’ fermi ai primi anni 2000). Parlano d’amore. Ogni tanto si fermano per perdersi qualche secondo dietro a un flusso sui loro smartphone.

— Ma tu… tu sei anche un po’ una merda, lasciatelo dire.
— Tsk.
— Lei non ti sta facendo del male, tu invece sì. Le stai facendo male, gratuitamente.
— Cazzo dici, è lei che ha fatto la stronza.
— Ma ascolta: nella coppia è normale che si litiga, cazzo, è assolutamente la normalità. Non è quello il metro su cui misuri una storia.
— No scusa, io voglio stare bene. Se non si sta bene, se ci sono gli scazzi, allora vaffanculo.
— Ma non è così, credimi, di scazzi ce ne sono a mille, ma tu li superi, bisogna superarli. E poi guarda che a fare lo stronzo le cattiverie ti tornano indietro tutte.
— Ti ho già detto che la stronza è lei.
— Guarda… Io ci ho parlato e tutto mi pare fuorché stronza. Ci sta male e ci stai male anche tu, e allora…?
— …
— Cioè ti sembra che ne vale la pena? Parlaci, no? Almeno parlaci, cazzo.
— Sì, vabbè, per farmi mandare affanculo un’altra volta.
— Vedi te. Quello che avevate, te lo dico per quel poco di esperienza in più che ho, era una cosa bella. Non ci sputare sopra.
— Posso mettere un po’ della tua grappa nel mio caffé?
— Ma smettila… E chiamala.

Quando si alzano e se ne vanno dopo dopo aver pagato, guardo il ragazzo negli occhi. Vorrei dirgli che sì, conta solo l’amore e se ne accorgerà presto, ma è veloce a seguire il padre, un po’ curvo ma ancora scattoso.

Conversazione su un treno Genova-Torino, probabilmente tra ragazzi che fanno parte di un gruppo più ampio in gita scolastica. Uno dei due, aria da fidanzatino perfetto in scollo a V color panna e una spolverata di acne in viso, tiene un libro di storia dell’arte in grembo. L’altro, capelli biondi lunghi, ciglia lunghissime e una vocetta acuta che per almeno mezz’ora mi ha fatto dubitare del suo gender, ruba di nascosto immagini del compagno di scuola per pubblicare una misteriosa serie di Storie su Instagram.

— Comunque guarda, mi hanno chiesto di allenarmi due pomeriggi a settimana, ma non so se accetto…
— Dài, perché?
— Ma scusa è praticamente un giorno intero a settimana, un giorno che non posso studiare. È tanto, un giorno senza studiare!
— No beh, se la metti così, certo.
— Cioè dài, per dire, dopodomani la cosa di storia dell’arte…
— Eh.
— Che a me poi, questi rinascimentali manco mi piacciono.
— Mmm.
— Leon Battista Alberti, capito.
— No, ma infatti.
— Bah, comunque… è finito anche il carnevale.
— Eh, domani siamo in quaresima.
— Ma tu digiuni? Io ci provo anche, ma non ce la faccio.
— Io sì, digiuno, bevo solo acqua per tutto il mercoledì delle ceneri, ma ti giuro, dopo sto in piedi a malapena, devastante.
— No, ma come cazzo fai, io arrivo al pomeriggio che mi sbrano qualunque roba c’è in casa.
— Eh, dài. Oh, ma senti il compito sull’Apologia di Socrate? Fatto?
— Ma lo sai che io preferisco il Critone.
— Come non lo so, lo hai anche portato al saggio di teatro…
— Comunque sì dai, non è così difficile, due riflessioni sulla morte e sei a posto.
— Certo che cazzo, la cicuta. Ci pensi, bevi una roba e sai che due minuti dopo devi morire. Allucinante.
— Eh, cominci con la paralisi degli arti, poi ti collassano i polmoni… brutta morte, la cicuta.
— Ma tipo che a Socrate gli pizzicavano anche le gambe per vedere se erano già insensibili, capito?
— Eh, oh…

Quando scendono non so se prenderli a calci o ridere o ammirarli. In mezz’ora hanno parlato di arte, di vita, di morte, di digiuno, di teatro, di tutto tranne che di calcio e di figa.

Alla fine gli adolescenti sono belli perché sono vari.

ORIZZONTE STRETTO

11 anni fa se n’è andato mio padre, dopo quella che posso tranquillamente definire l’estate più brutta della mia vita. Quest’estate non è certamente a quei livelli, ma ci si sta avvicinando a grandi passi. A 80 anni, mia madre ha i suoi problemi da un po’, ma vedersela invecchiare di colpo (tipo da 80 a 95, per dire) è una cosa pesante. 

Da giorni vivo in uno stato di sospensione temporale: una settimana che sta sembrando un mese o forse più, una settimana di “osservazione” in cui se va bene dorme, se non va bene sono costanti crisi di panico per la situazione che la affligge e di cui è perfettamente cosciente. Disfonia e disfagia dovute (a quanto pare, e speriamo sia solo quello) a effetto collaterale di accumulo di sostanze presenti in uno dei suoi psicofarmaci. 

Disfonia e disfagia dette così sembrano disturbi banali, ma in soldoni si tratta di non riuscire a parlare se non emettendo suoni inarticolati e di non riuscire a mangiare un boccone o bere un sorso senza sporcarsi continuamente. Immaginate di comportarvi di colpo come una persona affetta da un grave ritardo mentale senza però avere un effettivo ritardo mentale. Non è certamente piacevole e mina la semplice fiducia nell’essere quantomeno capace di esprimersi o di nutrirsi. 

Tralascio la trafila di esami, visite di controllo, consulti e pareri medici che questa cosa può trascinarsi dietro. Mi concentro invece su quanto questa cosa può risuonare in me. Figlio unico, di madre vedova che sta a un’ora di macchina. Mio padre è morto che aveva ancora molto da dare, non dico nel fiore degli anni, ma insomma a 67 anni oggi si è ancora giovani. Mia madre potrebbe vivere ancora a lungo, e la prospettiva rischia di diventare molto stretta: assistenza domiciliare sempre più articolata, eventuale ricovero in residenza assistita e via così. 

Prendere coscienza che i genitori invecchiano e possono diventare non autosufficienti è un percorso un po’ difficile, si tende sempre a “non voler vedere” e a pensare che tutto resti immutabile, ma ovviamente non è così. Maledico un po’ l’attitudine “tardiva” della nostra famiglia, che ci ha portato ad una differenza di età tale per cui a 46 anni ho una madre di 80 (contro una media di 70 anni di madri di coetanei) e un figlio di 4 (contro una media di 14 anni di figli di coetanei). Ma è inutile piangere sulla genetica versata. 

Mi trovo (nuovamente, dopo 11 anni) in un momento della mia vita in cui vedo un orizzonte stretto, chiuso, fatto di responsabilità schiaccianti e di situazioni difficili. Questo porta anche me, il mio stomaco, i miei polmoni, a sentirsi stretti e chiusi. E mi porta come sempre a riprendere in mano il mio lato leopardiano. Mi basterebbe l’assenza di dolore per definire la felicità. 

Nell’orizzonte un po’ chiuso che vedo intorno a me brillano tantissimo l’amore, l’amicizia e la solidarietà che mi stanno dimostrando tutti, a partire dalla mia meravigliosa donna fino ai conoscenti che vedo poco, passando per gli amici più cari e i colleghi più stretti. Ecco, questa per me è veramente una luce in fondo al tunnel, preziosissima. 

E di questo vi ringrazio tutti, non sarà dimenticato. 

GRANDE

GRANDEE così siamo a dieci. Dieci anni oggi che non ci sei più. Dieci anni in cui ogni tanto mi cogli alle spalle con qualcosa che sulle prime è difficile da definire, poi dici “ma certo, è proprio così”. Dieci anni in cui non è nemmeno necessario chiedersi “cos’avrebbe fatto mio padre in questa situazione” perché tanto so che nel 99% dei casi avrei fatto lo stesso, da solo. Le tipiche frasi che si dicono in questi casi sono vere: vivi finché c’è qualcuno che si ricorda di te, e di te si parla sempre, anche se non ci sei.

C’è un concetto chiave, quando si parla di narrazione, che è il defining moment, il momento decisivo che definisce un personaggio e lo fa diventare quello che è. Nelle storie raccontate è sempre molto chiaro. In quelle vissute un po’ meno, magari ti rendi conto di aver fatto esperienza di un momento così anni dopo. Senza un momento decisivo un personaggio è abbandonato a sé stesso, la sua strada, il suo arco narrativo non sono chiari. Io di momenti decisivi nella vita ne ho avuti alcuni – magari non tutti riconosciuti subito – ma è chiaro che il principale è stato quel pomeriggio di dieci anni fa. Tutto quel percorso, la tua malattia e la tua morte hanno scalpellato via parti di me e ne hanno rivelate altre. Se così si può dire, hai reso più chiaro il senso della (mia) vita. Mi hai riempito di amore finché ho avuto bisogno e poi hai continuato finché non è traboccato fuori.

Beh… Trabocca ancora, stai tranquillo.

Avevamo un patto io e te e l’hai tradito tu perché io diventassi grande, scoprendo che il dolore non era la destinazione vera“.