TANTI FILM DI PAURA, DUE PISOLINI E UN MARVEL

Luglio col bene che ti voglio fa caldo e si guardano solo horror con l’ausilio del raffrescatore, perché qui il condizionatore non entra mai anche perché sto al quinto piano, basta aprire le finestre e passa tanta aria fresca, considerando però che si sentono anche i rumori del traffico e vivendo tra due ospedali in tempo di Covid le ambulanze sono parecchie (ricorderete che io sono quello della foto delle ambulanze della seconda ondata) e di conseguenza l’audio dei film si sente sempre poco anche perché devo tenere basso che io sti film li guardo sempre di notte e il bimbo dorme e le #recensioniflash le scrivo tipo alle due con il rischio che siano piene di refusi che poi correggo in seguito (se mi ricordo) e se no comunque sono un po’ bizzarre come ad esempio quando mi addormento mentre guardo un film e ne sogno delle parti che poi non si abbinano con quella che è la trama reale. Ma comunque ho visto anche Black Widow.

CENSOR (Prano Bailey-Bond, 2021)

Censor è un film passato da poco al Sundance che dovreste vedere se vi piace un certo tipo di horror. Il film è ambientato in piena epoca thatcheriana in cui – chi ha la mia età potrà ricordarlo – ci fu una legge contro i cosiddetti “video nasties”, cioè i film ultrasplatter del periodo come Driller Killer di Ferrara, Tenebre e Inferno di Argento, Cannibal Holocaust di Deodato e molti altri film (la polemica era che chi vedeva splatter avrebbe voluto anche performare splatter, una roba che da noi arriva qualche anno più tardi come “crociata contro Dylan Dog”). Quindi: anni ’80, estetica splatter/tristanzuola/VHS, personaggio principale che di lavoro fa appunto il “censor”, cioè l’impiegata statale che taglia tutte le scene tipo crani che esplodono, occhi strappati, cannibalismo vario e tutte le amenità che facevano grande il cinema horror anni ’80. Una riflessione meta-horror, un po’ come Berberian Sound Studio (dove il malcapitato protagonista era un tecnico del suono) che mima lo stile del giallo all’italiana negli eccessi, nei colori, nelle allucinazioni. La protagonista oltre a doversi sorbire ore di splatter da tagliare ha già di suo un trauma grosso come una casa: la sorella è scomparsa quando erano piccole e a lei pare di vederla in uno dei film da censurare. Da lì in poi è una lenta discesa nella follia, perfetta fino a che – nel terzo atto del film – si butta tutto in caciara (o si arriva al sublime, a seconda di come la vogliamo vedere) con un finale matto e disperatissimo. Diciamo che per replicare filologicamente la struttura dei film del periodo la regista (la quasi esordiente Prano Bailey-Bond) ha deciso di far finire il suo film PROPRIO come se fossimo nei primi anni ’80, con un urlo convulso e completamente scollegato dalla realtà. Può piacere, a me è piaciuto assaje. #recensioniflash

FEAR STREET: 1994 (Leigh Janiak, 2021)

Se state pensando di vedere Fear Street: 1994 su Netflix… beh, secondo me vedetelo! All’apparenza un horror all’acqua di rose e derivativo come fosse l’ultimo degli stanchi epigoni di Wes Craven, con il contentino di Maya Hawke fatta sparire quasi subito, in realtà ha il suo perché. Sicuramente è un pastiche di vari archetipi dell’orrore, dallo slasher al film di possessione diabolica / stregonesca, ma non è mai compiaciuto, se capite cosa intendo, e soprattutto si diverte a disattendere le aspettative. Nel senso che le aspettative erano “sarà una cagata” e invece, non sarà Quella casa nel bosco di Drew Goddard, ma è comunque una visione abbastanza spiazzante. Prima di tutto per il lavoro sui protagonisti, che nello slasher classico muoiono male seguendo “le regole” che ormai tutti sappiamo a memoria, e che invece qui – almeno fino ad un certo punto – seguono tutto un altro percorso. Poi per il lavoro sul genere e sui practical effects. A chi piace il gore, siete avvertiti: per tre quarti di film sembra il classico direct to video dedicato a un pubblico di adolescenti, poi esplode la macelleria negli ultimi 20 minuti, con un omicidio talmente disgustoso che nemmeno nei peggiori video nasties anni ’80. Ovviamente Fear Street: 1994 è parte di una trilogia netflixiana che prevede anche tra pochi giorni Fear Street: 1978 e poi Fear Street: 1666. Vedremo come continuerà questo esperimento a metà tra una trilogia cinematografica e una serie TV (c’è il cliffhanger alla fine di questo primo film). A me ha incuriosito e continuerò.  #recensioniflash

FEAR STREET: 1978 (Leigh Janiak, 2021)

Ormai è un po’ che sono indietro con le #recensioniflash quindi ve ne sparo qualcuna a raffica, cominciando dagli altri due film di Fear Street che si agganciano al primo, visto qualche tempo fa e che in effetti dovrebbero viaggiare sul filo della “recensione unica”. Sì perché Fear Street 1978 e Fear Street 1666 non possono essere visti da soli, sono parte di un nuovo “ibrido cinetelevisivo” che mantiene i tempi del cinema favorendo una visione seriale consumabile come una miniserie TV. A sua volta però caratterizzando in modo molto particolare i tre film l’uno rispetto all’altro. Insomma, a mio avviso un esperimento interessante. Intendiamoci, sempre di teen horror premasticato e patinato di nostalgia si tratta. Però schifo non fa, assolutamente. Se il primo film pescava a piene mani da Scream e da un immaginario horror già postmoderno, Fear Street 1978 si attesta pari pari sullo slasher alla Venerdì 13 (il campeggio è proprio QUELLO), con morti ammazzati meno fantasiosi ma con una tensione onesta che recupera certe soluzioni registiche e certe dinamiche anni ’70-’80 in modo gustoso. L’innesto della storia del maleficio della strega permette a questo film – che in sostanza è un lungo flashback – di portarci alla terza parte, che a sua volta è un flashback ancora più indietro nel tempo.

FEAR STREET: 1666 (Leigh Janiak, 2021)

Fear Street 1666 è il più interessante dei tre film della trilogia netflixiana. Leigh Janiak vorrebbe fare Eggers ma non ci riesce, per ovvi motivi di target, direi, ma confeziona un interessante omaggio ai film di caccia alle streghe, rivelando sempre di più quello che Fear Street veramente è (uno studio di personaggi mascherato da film horror per teenager) e insistendo molto sul discorso della diversità. Terminata la storia della strega che lancia il maleficio che come già sappiamo colpisce la sfortunata cittadina di Shadyside e avute le rivelazioni che servivano… si torna di colpo al 1994, dove l’intreccio viene risolto con tanto di inquadratura inquietante dopo i titoli di coda che lascia lo spiraglio aperto per ulteriori seguiti. Oh, a me ha divertito, poi è chiaro che è un’operazione dedicata ad una fascia di pubblico che non è propriamente la mia, ma è un po’ il discorso dei Maneskin: non sono un gran che, ma se li ascolti e ti viene voglia di suonare ben venga. Qui la voglia che ti dovrebbe venire è quella di guardarti tutti gli horror possibili. #recensioniflash

A CLASSIC HORROR STORY (R. De Feo / P. Strippoli, 2021)

A Classic Horror Story su Netflix è un bell’esperimento fuori tempo massimo, uno di quei film che dici “minchia, ma è molto poco italiano” (nel senso di Stanis La Rochelle) e poi invece mi cade di brutto sul finale… peccato! Come dice il titolo è una storia dell’orrore classica, che più classica non si può. Mette insieme slasher, soprannaturale, folk horror e torture porn, spiazzando lo spettatore all’incirca ogni 20 minuti. Ma mentre la prima parte è efficace, con la caratterizzazione dei personaggi sgradevole il giusto e un senso di oppressione che deriva da scelte di regia e fotografia molto azzeccate, è dal momento in cui il film si rivela per un’operazione metacinematografica che comincia a perdere un po’ di colpi per arrivare poi a uno scivolone finale inutile e moralistico (quello sì, “molto italiano”). Eppure ci sono molti punti di forza nel film, a partire dalla volontà di trasformare la Calabria in luogo da incubo e di costruire una mitologia horror credibile con la leggenda di Osso Mastrosso e Carcagnosso (i tre mitici fondatori delle mafie italiane). Ci sono dei colpi di scena non telefonatissimi, ci sono interpretazioni convincenti, ci poteva essere molto più sangue per i miei gusti, dato che gran parte del film ruota intorno al concetto di snuff – quindi speriamo in una versione uncut perché allo stato attuale tutte le torture sono viste da lontano o se viste da vicino si interrompono subito prima del “momento Fulci”. A copiare comunque bisogna essere bravi, e i riferimenti espliciti (Midsommar, The Wicker Man, Quella casa nel bosco soprattutto) risultano un po’ troppo buttati lì. Francesco Russo (l’autista calabrese che si porta nell’incubo tutti gli altri) è bravo anche quando è un po’ sopra le righe e rattuso quando serve. Un’occasione mancata, un bell’horror interruptus. Comunque un grosso daje ai registi Paolo Strippoli e Roberto De Feo. #recensioniflash

WONDERSTRUCK (Todd Haynes, 2018)

Sto perdendo colpi. Nelle ultime sere ho voluto vedere due film di qualche anno fa che da un po’ tenevo in lista (Wonderstruck di Todd Haynes su Prime e BuyBust di Erik Matti su Netflix). Vi dico subito che entrambi i film mi hanno fatto addormentare a più riprese, per cui le #recensioniflash saranno veramente flash, oltre che probabilmente un po’ psichedeliche.
Wonderstruck sulla carta è perfetto, è tratto da un romanzo grafico che ho molto amato di Brian Selznick (anche sceneggiatore), mette insieme due storie di bambini alla ricerca di un genitore, uno nel 1977 e una nel 1927 e riprende il tipo di fotografia e di aspetto dei film delle due epoche, in un montaggio alternato molto interessante. Purtroppo dopo una mezz’ora in cui è tutto molto di atmosfera e i due bambini (entrambi sordi) decidono di andare l’uno alla ricerca del padre, l’altro della madre, mi sono addormentato e il resto della trama l’ho probabilmente sognato. Mi sono risvegliato ai titoli di coda che sono molto ben fatti. Aggiungerei che è tipo la quinta volta che provo a vederlo e non ho mai visto più di mezz’ora.

BUYBUST (Erik Matti, 2017)

BuyBust è un altro film che sulla carta spacca, action filippino con un bodycount impressionante, che consiste quasi totalmente in un bagno di sangue di sparatorie e ammazzamenti al coltello e col machete. C’è un’agente antidroga che partecipa ad un’azione per catturare il boss latitante, ma è una trappola, la squadra finisce nel barrio e gli abitanti del barrio non sono precisamente amichevoli. OK, è uno stile un po’ differente a quello cui siamo abituati, ma Erik Matti gira tutto in camera a mano, montando tipo 80 inquadrature al minuto e dei combattimenti si capisce un po’ poco. Qui sono riuscito a reggere fino al minuto 56, dopo mi sono assopito e risvegliato ogniqualvolta si sventagliava una raffica di mitra. Il finale me lo sono perso ma fidatevi se vi dico che muoiono tutti (tranne la protagonista).
In questi giorni va così. #recensioniflash

BLACK WIDOW (Cate Shortland, 2021)

Ho visto Black Widow con scarsa motivazione ma alla fine mi sono ricreduto: è proprio dove sulla carta c’è meno interesse che i film Marvel mi stupiscono. Finalmente un film dove non per forza devi ricordarti ogni dettaglio dei precedenti o contemporanei film del giro, basta avere un’infarinature di chi sia Black Widow. Finalmente Scarlett che ha un adeguato screen time, fiancheggiata da un ottimo cast (Florence Pugh perfetta nel ruolo della “sorella” Yelena e poi Rachel Weisz e David Harbor). Inizio stile The Americans che già setta il tono del film, e poi via come è giusto che sia, con un action thriller alla Bond (peraltro esplicitamente citato) con scene di combattimento e/o di inseguimento da manuale – a me è piaciuta particolarmente la lotta “casalinga” tra Widows, l’inseguimento in moto/auto, il salvataggio di Red Guardian dal carcere siberiano. Il personaggio di Red Guardian meriterebbe un film a sé, ovviamente. Comprensibile senza essere banale, spettacolare ma in modo “tradizionale”, soddisfacente nelle premesse e nel finale (oltre che nella proverbiale scena post-credits che suscita sempre maggiore curiosità nei confronti del ruolo di Julia-Louise Dreyfus, già vista in The Falcon and the Winter Soldier), Black Widow è il film “medio” che vorrei vedere più spesso, per spegnere il cervello senza però sentirmi veramente idiota. Nella foto, Posawoman. #recensioniflash

ANIMAZIONE PANDEMICA: LUCA, RAYA E GLI ALTRI

Messa così sembra che abbia passato giugno a guardare cartoni su Disney+. Non è stato proprio così, ma insomma, alla fine si avvicina abbastanza alla verità. Anche perché poi per esempio Luca l’ho già visto 5 volte, tre in italiano e due in inglese. Son cose che capitano quando hai una Creatura in casa. Comunque, via alle danze.

LUCA (Enrico Casarosa, 2021)

Cosa dire di Luca se non che è il film estivo perfetto? Un film che inizia con una ventina di minuti “in fondo al mar” che non ti aspetti perché tutti i trailer erano concentrati su Luca bambino umano e sulla cittadina ligure di Portorosso più che sulle profondità del mar Ligure. E ti viene in mente Alla ricerca di Nemo (i banchi di pesci), La Sirenetta (la collezione di oggetti umani), per poi trasformarsi poco a poco in un mix tra Chiamami col tuo nome (solo idealmente, per la scoperta di sé attraverso gli occhi dell’altro), Le avventure di Huckleberry Finn e Pinocchio (esplicitamente citato). Delicato, comico, malinconico, ricco di citazioni disseminate qua e là (la foto di Mastroianni, il poster di La Strada, I soliti ignoti in un televisore, le canzoni che fanno tanto Italia del boom), Luca celebra l’amicizia intensa – è evidentemente un bromance – la scoperta di sé, della diversità, del sentimento vero che ti porta a volere solo il bene dell’altro. OK, in effetti è molto simile a Chiamami col tuo nome. Senza pesche, però. Comunque: mille sono le cose che lasciano a bocca aperta, dalla ricostruzione della cittadina ligure immaginaria eppure così verosimile, i sogni di Luca così vividi eppure così cartooneschi, i disegni dei titoli di coda e alcuni personaggi secondari come la nonna e lo zio dagli abissi (Sacha Baron Coen) protagonista anche dell’immancabile scena post-credits. Il character design fa sembrare tutti i personaggi come pupazzi di plastilina animati in stop motion quando invece è CGI – questa cosa dà un calore particolare al tutto, e tra le nuotate che danno quella sensazione di libertà, il gelato, i temporali e tutto, Luca rappresenta perfettamente l’estate della mente, quella che non dimentichiamo mai. Quella dove abbiamo scoperto tutti l’amicizia. Magari non sarà un capolavoro sorprendente e filosofico come Soul, ma è un film che scalda il cuore. E nella scena finale lo scioglie. Oh, proprio come Chiamami col tuo nome! #recensioniflash

RAYA AND THE LAST DRAGON (Carlos Estrada, Don Hall, 2021)

Qualcuno si ricorda di Atlantis l’impero perduto? Si tratta di un Classico Disney della cosiddetta “epoca sperimentale” un po’ dimenticato, un po’ sottovalutato anche all’uscita (design troppo Gainaxx, storia troppo Nadia e il mistero della pietra azzurra, insomma, dal Giappone non erano contenti). Eppure per me – che comunque sono un amante del musical senza se e senza ma – a suo tempo fu una folgorazione: un film Disney senza canzoni, serio, con tematiche di avventura, mazzate e pericolo vero. Fast forward esattamente a venti anni dopo: Raya e l’ultimo drago rischia di inaugurare una nuova epoca Disney – e di fatto lo fa, siamo già in una New Era dopo il Revival terminato con Oceania. Ma ci pensate, dopo Oceania sono usciti solo due sequel, Raya è la prima storia “nuova” da cinque anni a questa parte. E lo sforzo per ricombinare fiaba, mito, wuxia, carinerie Disney e arti marziali si sente tutto e direi che è abbastanza ben riuscito ed amalgamato. Non sto a dirvi la trama di Raya tanto l’avete visto tutti prima di me perché siete degli impazienti dilapidatori di soldi e non degli oculati risparmiatori come me che col cazzo che spendono soldi oltre l’abbonamento per l’accesso VIP. Raya è come Mulan e Pocahontas più che come Elsa o Moana/Vaiana, il film è un action fantasy abbastanza serio (uno dei registi arriva di Big Hero 6) e rappresenta se vogliamo la compiuta marvellizzazione della Disney – dopo la disneyzzazione della Marvel, ci voleva. Fotografia che credo sinceramente sia la migliore in assoluto vista in un film Disney, film lungo ma con l’impressione che magari alcuni momenti di pausa qua e là avrebbero giovato alla narrazione (un po’ meccanica stile livelli di gioco con boss sempre più pericolosi), combattimenti coreografati alla perfezione, draghi (non Mario) un po’ troppo plush da edicola ma ci sta, anzi immagino sia voluto per il merchandising. La visione familiare è purtroppo funestata dal fatto che il mio sensibile figliuolo vuole le canzoni, i duetti e l’ammmore e ha orrore dei combattimenti, però ha detto “se togliamo tutte le parti dei combattimenti è bello anche se non ci sono le canzoni”. Amante del musical anche lui, capiteci. #recensioniflash

INSIDE (Bo Burnham, 2021)

Credo di aver appena finito di vedere, su Netflix, una delle cose più geniali e coinvolgenti mai viste sul piccolo schermo. Passo indietro. Per me fino ad oggi Bo Burnham era un oscuro regista indipendente che aveva girato nel 2018 un film eccezionale (Eighth Grade) e che più di recente aveva recitato in Promising Young Woman. Non sapevo assolutamente nulla dei suoi trascorsi come youtuber prima e come stand up comedian poi. Dice lui stesso che dopo il suo ultimo comedy tour nel 2016 aveva cominciato a soffrire di attacchi di panico sul palco e che per questo si era dato alla regia, alla recitazione, alla scrittura. A gennaio 2020, dopo un percorso di terapia, si sentiva pronto a tornare sulle scene, ma poi “è successa una cosa divertentissima”. Costretto in casa dal Covid come tutti noi, ma con una bomba inesplosa di talento dentro rispetto a tutti noi, Bo Burnham utilizza l’anno di lockdown per scrivere, girare, musicare, fotografare, interpretare e montare questo Inside. Un film di quasi due ore che è un comedy special sui generis, tutto girato nella stanza di Burham (e si vede chiaramente il suo background da youtuber) e che potrei definire come un misto tra un musical alla Bob Fosse, un film di Lynch, una raccolta di videoclip esilaranti però scritti da Charlie Kaufman, un light show psichedelico, una seduta di autoanalisi bergmaniana. Burham fa ridere in un momento in cui non c’è un cazzo da ridere, analizza tutti i luoghi comuni della contemporaneità (eccezionali i pezzi sull’Instagram delle donne bianche, sulla videochiamata con la madre, sul sexting, sul senso di colpa del maschio bianco etero, su Jeff Bezos, sull’invenzione di Internet, il reaction video del reaction video, la parodia dello streamer di Twitch) e al tempo stesso riesce ad infilare monologhi sulla depressione, i pensieri suicidi, la salute mentale, l’isolamento e non taglia nemmeno i momenti in cui sclera o piange davanti alle videocamere. Salvo poi lanciarsi in pezzi synthpop in cui si riprende l’ombelico in 8K, in un continuo palleggio tra critica della società dello spettacolo e immersione totale in essa, il tutto con una padronanza del suo one man show che mescola luci, proiezioni, musica e monologhi in modo impeccabile, diverso da qualsiasi altro stand up comedian possa venirvi in mente. Inside mi ha fatto pensare molto, più che altro perché risuona con tutte le mie ossessioni e i miei pensieri del periodo e direi che finora è la cosa più vicina allo “spirito del tempo” che potete esperire. #recensioniflash

THE GENTLEMEN (Guy Ritchie, 2020)

Ieri sera, ospite sul mio divano Lorenzo Corvi, abbiamo preso visione di un film che nessuno dei due aveva ancora visto su Prime. Ci siamo subito trovati d’accordo perché – in omaggio alle regole che vogliono l’ospite a proprio agio – io gli ho proposto un qualche film francese un po’ pesantino e del genere che un tempo si sarebbe chiamato cinéma vèrité, ma lui mi ha spiazzato proponendo di vedere qualcosa di molto zarro per “spensierarsi”. Alla fine la convergenza è arrivata con The Gentlemen di Guy Ritchie. Ora, a parte il fatto che un film che presenta degli abiti come quelli in foto va premiato a prescindere e che sto già compulsando Amazon per comprarmi la tuta di Colin Farrell (o anche solo il cardigan smorto di Charlie Hunnam), devo dire che per essere il “solito gangster movie inglese” con una sfilza infinita di personaggi da ricordare e situazioni al limite del grottesco – insomma una roba che sappiamo a memoria dalla metà degli anni ’90 – The Gentlemen è molto godibile. Guy Ritchie è uno di quei registi che soffre del complesso che possiamo chiamare “il mio primo film è un fottuto capolavoro e dopo non sono mai riuscito a fare nulla all’altezza”, ma solo il fatto che dopo Aladdin e King Arthur sia tornato al milieu della mala londinese è qualcosa di buono. Ci sono Hugh Grant che fa il viscido, Matthew McCoso che fa il bello e dannato imprenditore della cannabis, tanta roba, tanti intrecci, poche risate (se voleva essere una gangster comedy). Un po’ freddino e calcolato, alla fine dei conti. Però c’è Michelle Dockery, e ci sono le tute di Colin Farrell. Ah, e immagino che doppiato faccia cagarissimo (in originale la cosa più simpatica sono proprio le voci). #recensioniflash

MEET THE ROBINSONS (Stephen J. Anderson, 2007)

C’è una storia strana e particolare dietro all’unico Classico Disney che non avevo mai visto in vita mia, e che stasera abbiamo deciso di vedere all in the family, quasi 15 anni dopo la sua uscita. Si tratta di Meet the Robinsons, del 2007, e il motivo per cui non l’ho mai veduto è presto detto. Non so quanto abbiate familiarità con le “epoche Disney” (c’è l’età dell’oro, quella d’argento, quella di bronzo, il medioevo Disney, il rinascimento e poi, a partire dal 2000 circa, quella che venne chiamata “età della sperimentazione”). La sperimentazione ha portato inizialmente a dei capolavori (secondo me) che hanno avuto pochissimo successo di pubblico (es. Lilo e Stitch, Le follie dell’imperatore, Atlantis, Koda fratello orso) e infine, nello sclero di inseguire le mode, ad uno dei film animati più orribili di tutti i tempi, Chicken Little. Bruciato da Chicken Little (che fa veramente, ma veramente cagare a spruzzo), mi ero rifiutato di vedere I Robinson – Una famiglia spaziale, terrorizzato dal look vagamente Jetsons del film, dal fatto che tra i doppiatori ci fossero Carlo Conti e Giovanni Muciaccia e non ultimo dal fatto che in quel periodo eravamo tutti per la Pixar, che aveva appena rilasciato Gli Incredibili e si apprestava a sfornare uno dei suoi capolavori assoluti, Ratatouille. Ma ecco arrivare la storia strana dei Robinson. Il film è prodotto da John Lasseter. Ma quindi, mi domando, l’ha prodotto per affossarlo? No! Vado a vedere i dati del box office e I Robinson non è nemmeno criticato male! Cosa è successo? La chiave del film sta nell’altro produttore esecutivo, che è in realtà un soggetto che da fuori ha influenzato Disney, Pixar, Blue Sky, Illumination e molta dell’animazione del nuovo millennio. Si tratta di William Joyce, autore del libro da cui i Robinson è tratto, illustratore notissimo al grande pubblico dallo stile un po’ retrofuturista che era esploso con la serie per bambini Rolie Polie Olie e che solo due anni prima aveva prodotto (e realizzato il character design) per Robots della Blue Sky (infatti i robot dei Robinson sono identici a quelli di Robots, ma questa è un’altra storia). La storia dei Robinson è… diciamo gradevole. Bambino orfano superintelligente inventa cose. Ad un certo punto il tutto si trasforma in una sinistra e psichedelica versione animata di Ritorno al futuro incrociato con Matrix. Il bambino viene trasportato nel futuro e si trova ad interagire con una famiglia di pazzi (i Robinson) e a doversi guardare le spalle da un cattivo delirante in bombetta nera che sembra modellato su Hans Doofenschmirtz (il delizioso scienziato pazzo di Phineas e Ferb). Ci sono mille sottotrame, c’è la ricerca della mamma, il furto di una macchina del tempo, la dominazione del mondo da parte delle bombette robotiche, a un certo punto c’è anche un inseguimento con T-Rex. Troppa roba. Lo slapstick di Le Follie dell’imperatore appiccicato alla lacrima facile di Bianca e Bernie. Ma in un modo tutto sommato originale. L’impressione del 2007 però è ancora viva: il character design, pur essendo anni luce meglio di quello di Chicken Little è assolutamente deludente. Mentre Brad Bird faceva Ratatouille, qui siamo ancora ai livelli di Toy Story 1. Fortunatamente l’anno dopo la Disney si rifà con Bolt, il suo primo vero film BELLO in CGI. I Robinson almeno sono serviti ad imparare qualcosa. #recensioniflash

NOMADLAND, IL RITORNO IN SALA E LE ALTRE STORIE

Questo mese segna un cambio di passo grazie ad un simbolico ritorno in sala per un film che… avevo già visto due volte in streaming. Ma che vi devo dire, valeva la pena. Stagione di Oscar, quindi sono uscite diverse cose interessanti, alcune come sempre sui soliti canali Prime Netflix Disney+, altre un po’ più da “scavare” nel mare magnum dell’Internet. C’è stato tempo e spazio anche per un paio di interessanti rewatch anni ’80. Lieto di presentarvi le rece di maggio, via che si va.

NOMADLAND (Chloé Zhao, 2021)

In queste settimane, complice la solita primavera gelida e piovosa, sto andando praticamente in letargo e il sonno non mi basta mai. C’erano un tot di film che volevo vedere e invece, per un motivo o per l’altro, ne ho visti sempre e solo due. Nel senso che li ho visti tre volte. Uno è Nomadland, che stasera mi appresto a vedere per la terza volta in sala (al Cinema Classico) per dare un segnale a me stesso e al mondo dello spettacolo, ma per vari motivi l’ho già visto due volte su Disney+. Nomadland è un oggetto curioso, una narrazione senza dramma, una sorta di documentario giocato su un alternanza di campi lunghissimi e primissimi piani. Nomadland è l’unico western possibile nel 2021, mi viene da dire. Giocato tutto su una protagonista (Frances McDormand) che nel film è uno dei pochissimi attori professionisti e sul viaggio – esteriore ma anche interiore, così come si conviene al genere “on the road” – che compie verso una piena libertà (più una libertà da che una libertà di, ma insomma, ci siamo capiti). Eppure, nonostante il film parli di persone di mezza età che mollano tutto e vivono nei loro camioncini e roulotte, l’ho trovato una delle cose più appassionanti viste ultimamente. Lo sguardo di Chloe Zhao si tiene sempre laterale, questo si capisce molto bene in molte sequenze. Sarà quello. Comunque mi è piaciuto moltissimo. #recensioniflash

THE MITCHELLS VS THE MACHINES (Mike Rianda / Jeff Rowe, 2021)

Un altro film che ho già visto tre volte (e me ne toccheranno altre mi sa) è I Mitchell contro le macchine, su Netflix. Molto divertente, anche alla terza visione si fa apprezzare, anche perché a questo punto guardi in astratto alcune sperimentazioni nell’animazione, che è un misto di 2D e 3D un po’ come in Spider-Man Into the Spiderverse (stesso team) ma meno riuscito e meno di impatto. Qui è giocato tutto più sulla carineria di una certa estetica da tiktoker / instagrammer / youtuber che piace moltissimo ai bambini ma senza diventare pedante. La trama è il solito canovaccio (anche qui) on the road con la famiglia stile Griswold che fa un viaggio per legare bene e invece guarda un po’ arriva l’apocalisse robotica. Le interazioni dei Mitchell sono spassose e colorate, mentre quelle dei nemici robot sono gelide e hanno un’estetica che da Tron (o meglio da “copertina di album dei Journey”) arriva fino a Matrix e Terminator. Un po’ frenetico e un po’ lungo, ma fa il suo lavoro bene.
#recensioniflash

DEMONI (Lamberto Bava, 1985)

Momento insonnia: cosa c’è di meglio di un rewatch dei miei amatissimi horror anni ‘80? E Demoni di Lamberto Bava, con Natasha Hovey e Urbano Barberini è l’epitome degli anni ‘80, con le spalline e i capelli laccatissimi (poi strappati a scalpo dai demoni), i punk berlinesi drogati, il pappone stile blaxploitation che non c’entra veramente nulla, la recitazione a cazzo di cane, la moto Cagiva in mezzo all’atrio del cinema che non mi ricordavo perché era lì e poi invece era funzionale alla tamarriade del finale e soprattutto la rivelazione che uno dei protagonisti era un giovanissimo Alessandro Palladini di UPAS (rivelazione nella rivelazione: Guido Baldi è il figlio di Macha Méril, attrice godardiana e argentiana). Comunque Sergio Stivaletti qui spaccava di brutto, quello che fa alle facce degli attori con sangue finto, vomitini vari, denti demoniaci e deformazioni varie è da Oscar. Anche il finale shock a sorpresa non lo ricordavo. L’anno dopo (oltre a Demoni 2 con Nancy Brilli) usciva in Italia il primo numero di Dylan Dog. Nostalgia canaglia. #recensioniflash

DEMONI 2… L’INCUBO RITORNA (Lamberto Bava, 1986)

Per fare un po’ il paio ho rivisto anche Demoni 2… L’incubo ritorna, che peraltro è stato uno dei primi film “vietati ai minori” visti al cinema in gruppo con i compagni di classe a far casino con le musiche dei Cult, di Billy Idol e altre simpatiche tamarrate (NB: l’album della colonna sonora del primo film era RCA, questo era direttamente Beggars Banquet). Si difendono ancora bene, come sempre, le creazioni ultrasplatter di Stivaletti, mentre il resto del film è una copia sbiadita (a volte anche con gli stessi attori) del primo film. Laddove c’era la sala cinematografica qui c’è l’home video, con grezzi (ma apprezzati) riferimenti a Cronenberg, Romero, Carpenter e tutto quanto faceva (e fa) body horror. Non si risparmiano nemmeno i cani e i bambini e questo – in un film di questo genere – è molto apprezzabile (nella foto il fastidiosissimo bambino demone). Nancy Brilli scream queen non la ricordavo ma non è così spiacevole. Imbarazzante il finale col parto nello studio televisivo. Credo comunque che di tutta la mini-saga dei Demoni, tutti si ricordino sostanzialmente la festa in casa di Sally, gli amici sandymartoneschi che ballano felici, Sally darkettona che si isola e finalmente la trasformazione in Demone festaiolo sulle note di She Sells Sanctuary. #recensioniflash

THE WOMAN AT THE WINDOW (Joe Wright, 2021)

Ieri sera ho visto questo curioso esperimento hitchcockiano “La donna alla finestra” (già dal titolo, dalle prime inquadrature e dal primo inserto di film-nel-film, spudorato proprio) che devo dire un po’ mi ha incuriosito. Bla bla bla, primo in classifica su Netflix in tutto il mondo, bla bla bla doveva uscire in sala ma poi Covid, le solite cose. Però ci sono Amy Adams, Julianne Moore, Jennifer Jason Leigh, Gary Oldman e mezzo cast di The Falcon and the Winter Soldier. Insomma detta così è una bella storia. E infatti c’è anche il colpo di scena non eccessivamente telefonato (cioè sì, il primo colpo di scena è un po’ telefonato, il secondo meno) e si lascia guardare anche grazie alle sempre impeccabili musiche di Danny Elfman e luci di Bruno Delbonnel. Il film è di Joe Wright al quale non sarà parso vero di poter fare il thrillerone innestandoci però la sua particolare idea di eleganza filmica che consiste in soluzioni ultrateatrali cacciate in gola allo spettatore che però devo dire nel contesto sono abbastanza digeribili. Tutto il film è una pièce teatrale con pochi personaggi e molti spiegoni, ma insomma, non lo butterei via. Se vi piace il genere “Gattara fuori di testa che vede omicidi ovunque e nessuno le crede e poi sorpresona bisognava crederle”, è il film per voi. Amy Adams sempre più animale notturno. Nella foto, James Stewart. #recensioniflash

NOBODY (Ilya Naishuller, 2021)

Se vi capita di vedere Nobody, sappiate che è un film che promette e mantiene. 91 minuti di mazzate secche, una sorta di John Wick più asciutto e meno videogame. E ve lo dice uno che venera John Wick. Ma andiamo con ordine. Voi ve lo vedete questo tizio qua sotto nei panni di un action hero coi controcoglioni? Bob Odenkirk: una scelta quantomeno bizzarra per un film del genere. Eppure funziona alla grande. John Wick è una macchina da guerra. Hutch Mansell pure, ma è un po’ più arruginito e imbolsito, ne prende anche lui parecchie, lavora bene con le armi ma soprattutto a mani nude. Quello che ho trovato impressionante in Nobody è che i combattimenti sono “onesti”. Cioè, riesci a capire e a “fare tuo” ogni calcio, ogni pugno, ogni mascella gomito ginocchio spezzato. Un altro riferimento per me chiave in questo film è quello all’action anni ’80 (per la precisione: Commando). Russi cattivi a iosa, un bodycount inusitato, uno showdown finale con quel tipico piglio da “i cattivi hanno una mira di merda mentre lui precisissimo li fa fuori tutti”. Intendiamoci, tutto valore aggiunto. La trama è… la solita trama (sei venuto a rompere i coglioni alla mia famiglia, io faccio fuori te e tutti i tuoi 237 scagnozzi), ma non si può chiedere altro a questo tipo di film se non di andare dritto per la sua strada senza troppi cazzeggi. I primi cinque minuti dipingono la vita da medioman di Hutch, ma ben presto viene fuori che lui era un ex 007 in prepensionamento. Geniale la figura del vecchio padre (Christopher Lloyd) che si ritaglia il ruolo della spalla che ha i one-liner migliori – i più anni ’80, quantomeno. Ovviamente occhio alla scena post-credits perché sicuro come la merda che diventerà un franchise, e Bob Odenkirk il nostro nuovo, improbabile Liam Neeson / Keanu Reeves. #recensioniflash

PROMISING YOUNG WOMAN (Emerald Fennell, 2021)

Promising Young Woman è un film sinceramente disturbante. Metto le mani avanti, non posso e non voglio dire molto sulla trama. Posso dire che meritava ben più dei premi che ha vinto in giro per il mondo e che se così non è stato probabilmente è per via del carattere complesso e problematico della sceneggiatura e dell’interpretazione di Carey Mulligan. O per il pastiche di generi differenti, che non sempre è gradito: Promising Young Woman parte come una commedia indie dai colori pastello che qua e là fa affiorare un mélo di un’angoscia esistenziale totale misto a quel sottogenere rape & revenge stile I Spit on Your Grave o Hard Candy che però viene rivoltato come un calzino. Cassie (Carey Mulligan) è una donna promettente che ha lasciato la facoltà di medicina (scopriremo poi perché, c’è una backstory che viene svelata poco a poco) e fa questa cosa di fingersi ubriaca persa, farsi abbordare dai classici “bravi ragazzi” che tentano invariabilmente di farsela ma lei non è ubriaca per niente e li mette di fronte al loro squallore umano. Il film è un rimando continuo alla rape culture, al cameratismo da “bro code”, alla mascolinità tossica, al trauma costante che le donne vivono nella società patriarcale e soprattutto uno schiaffo al concetto di “nice guy”, del “ma io non sono così”. Uno schiaffo che fa malissimo e nonostante faccia malissimo io non posso che consigliare a tutti gli amici maschi di vedere il film con attenzione. Non posso parlare dal punto di vista femminile, ovviamente, ma credo che Promising Young Woman sia abbastanza disturbante anche per chi magari certi traumi li ha vissuti. Comunque sia, Cassie cerca vendetta per una violenza accaduta anni prima, e nella sua ricerca di vendetta fa anche cose di cui non va orgogliosa. È una persona traumatizzata, complicata, la sua storia ad un certo punto sembra aprirsi a una vera e propria rom-com, ma non è cosa, ve lo dico. Promising Young Woman è uno di quei film dove ad un certo punto tu non te lo aspetti ma succede qualcosa di talmente inaudito che ti viene voglia di spegnere e chiudere tutto. Eppure ha il coraggio di uno sberleffo finale che è un pugno nei coglioni al patriarcato – uno di quei finali che o lo si ama o lo si odia, ma più probabilmente lo si odia. Avrà anche dei difetti, questo film, però è potente, non conciliante e non assolutorio, e credo mi rimarrà in testa e nello stomaco per molto tempo. Dal punto di vista del puro fomento audiovisivo, c’è una cover super dark di Toxic di Britney Spears in una scena che mi ha fatto saltare dalla sedia. A parte Carey Mulligan immensa, c’è tutto un cast di contorno che funziona benissimo. Pare che la regista Emerald Fennell (la conoscete perché è Camilla Parker Bowles in The Crown) abbia scelto tutti gli attori maschi in base al fatto che fossero famosi per aver recitato sempre ruoli di “bravi ragazzi”. Capirete perché vedendo il film. #recensioniflash

ARMY OF THE DEAD (Zack Snyder, 2021)

Ciao carissimi. Volete vedere Army of the Dead su Netflix? Padronissimi, io però vi risparmio le due ore e mezza (che per Zack Snyder sembrano ancora poche) e vi dico: va benissimo se vi guardate i titoli di testa, godete tantissimo (i suoi migliori dai tempi di Watchmen) e poi spegnete. Oppure andate avanti veloce saltando diciamo una cinquantina di minuti e ricominciate da lì. No, a parte gli scherzi. Quando sei uno bravissimo a fare le scene di azione / tensione / smembramenti / splatter, limitati a fare le scene di azione / tensione / smembramenti / splatter. Qui si è voluto innestare il film di zombie con il sottogenere heist movie, che sulla carta per carità funziona anche, ma poi ci metti un’ora di film a costruire la gang di scassinatori presentando una serie di personaggi unidimensionali che facevi prima a metterli lì e basta, senza tentare dialoghi profondissimi sulle relazioni, linee comiche che non fanno ridere e chissà cos’altro. Grande fomento per la tigre zombie che poi è una trashata venuta pure maluccio in CG. Gli zombie, loro, poracci, sono pure fighi – nell’ottica degli zombie di Snyder, che sono veloci, cattivi e strutturati in gerarchie sociali primitive ma efficaci (c’è pure la storia malata della regina zombie incinta del re zombie). E quindi: è uno Zack Snyder a tutto tondo (fa tutto lui a 360 gradi) che però copia Doomsday, copia 1997 Fuga da New York, copia questo e quello riuscendo ad annegare tutte le cose belle in un delirio di lungaggini inutili. Grazie, eh. #recensioniflash

WILLY’S WONDERLAND (Kevin Lewis, 2021)

A tutti piacciono i film dove Nicolas Cage sclera. Dato questo assunto incontrovertibile, parliamo di Willy’s Wonderland, un NicCageSclero™️ del 2021 che per un cultore dei NicCageScleri™️ non è possibile non vedere. Perché c’è Nic Cage che non dice una parola ma mena di brutto, perché c’è Nic Cage che si sporca tutto di olio nero, perché c’è Nic Cage con gli occhi da pazzo e il bacino svirgolante che gioca a flipper, perché c’è Nic Cage che va in modalità bidello ultraviolento, perché c’è Nic Cage e basta, vorrei dire. Purtroppo però devo segnalarvi che Willy’s Wonderland, nonostante Nic Cage al top delle sue possibilità è veramente un film demmerda. Ma proprio tanto, tanto demmerda. E non è nemmeno “talmente demmerda che fa il giro e diventa bello”, come The Banana Splits Movie (di cui vi ho già parlato e dovreste ricordarlo se siete veri cultori dell’horror pupazzoso). No, questo è proprio demmerda e basta. Ora voi – che magari avete trovato demmerda anche The Banana Splits Movie (il che mi fa dubitare delle vostre facoltà mentali perché, voglio dire, squartamenti selvaggi e “one banana two banana”) – vi chiederete che bisogno c’era di fare un film che è la copia moscia di quello dei Banana Splits. Nessun bisogno, è chiaro. Se non favorire immagini di Nic Cage che beve tipo 8 RedBull nel corso del film e sclera di brutto. Qui ci sono dei pupazzoni animatronici brutti che si dice che ospitino le anime perverse di un gruppo di satanisti tristi dell’Oklahoma che si risvegliano nottetempo per mangiare chi gli capita a tiro. Nella fattispecie Nic Cage e un gruppo di cinque pischelli dementi. Nic ovviamente je mena e tutti gli animatronic fanno una brutta fine tra schizzi di olio per macchine. La cosa buffa se vogliamo paragonarlo alle comiche dell’epoca del muto, è che Nic ha promesso di pulire il posto alla stragrande e ad ogni animatronicidio il posto si sporca di olio per macchine e sangue per cui Nic fa la faccia da Oliver Hardy, sversa gli occhi al cielo e ricomincia daccapo a pulire. E niente, è una meravigliosa stronzata (e peraltro bisogna anche andarsela a cercare fuori dai normali circuiti… perché questo fanno i sacerdoti del culto del NicCageSclero™️). #recensioniflash