MY OWN PRIVATE TORINO FILM FESTIVAL

Novembre è mese di Torino Film Festival, e quest’anno, data la situazione che ormai tutti conosciamo e di cui non abbiamo più un cazzo di voglia di parlare, il festival si è svolto on line. Ovviamente nella mia vita, dal 1982 ad oggi, ho mancato pochissime edizioni “dal vivo”, ritagliandomi un qualche percorso di visione tra una sala torinese e l’altra. Mettendomi dal punto di vista di uno spettatore qualsiasi, però, non posso evitare di ripetere la stessa solfa che ho tirato fuori per Annecy, per Pordenone e per tutti i festival che quest’anno per la prima volta ho potuto “vedermi da casa”. Sì, la sala, l’esperienza collettiva e tutto il resto, ma io così riesco a vedere a prezzi contenuti film che magari non verrebbero mai distribuiti. Quindi ben venga il ritorno in sala ma non perdiamoci l’asset dell’edizione digitale. Andranno modulati i prezzi e le occasioni di visione, ma – io spero – non si tornerà più indietro e i festival saranno d’ora in poi sempre *anche* digitali. Detto ciò, ecco le #recensioniflash di novembre, totalmente #TFF38 edition!

THE DARK AND THE WICKED (Bryan Bertino, 2020)

#TFF38 cominciato col botto. Di un film come The Dark and The Wicked, quando finiscono i titoli di coda, si può solo dire a mezza voce “porca puttana”, e cercare subito di fare qualcosa di completamente diverso che ti scrolli di dosso la sensazione di angoscia maligna che questo horror ti appiccica addosso. Nell’ultimo decennio c’è stato un manipolo di horror “eccezionali”, come Babadook, Hereditary, Us, It Follows, The Witch. Film che non ti lasciano stare e che tornano da te anche dopo settimane o mesi che li hai visti. Scommetto sui miei incubi che il film di Bryan Bertino sarà uno di questi. La storia in breve: due fratelli tornano in una fattoria del Texas per assistere il padre morente e stare vicino alla madre. Quest’ultima si comporta in modo assai strano e diventa subito chiaro che sulla casa aleggia una presenza demoniaca. Non dico altro per non spoilerare, ma il male trasuda da ogni inquadratura (ovviamente impercettibili rotazioni di quadro, angolazioni assurde, lentissimi carrelli in avanti, apparizioni nell’ombra e tutto l’armamentario che il regista di horror deve sapere padroneggiare) e la sensazione è quella di assistere a una tragedia annunciata che fa mancare l’aria e fa drizzare peli che non sapevi nemmeno di avere. Perciò: bellissimo. Non perdetevelo. #recensioniflash

WILDFIRE (Cathy Brady, 2019)

Il mio #TFF38 prosegue con Wildfire di Cathy Brady. Uno studio psicologico su due sorelle, l’Irlanda, il confine, l’IRA, le bombe, la Brexit, il trauma collettivo e il trauma personale (un film di traumi grossi come una casa). Kelly torna dalla sorella Lauren dopo essere scomparsa per due anni. La causa di tutto è la morte della madre (suicidio? Incidente? Si capirà solo alla fine). Si parla molto di follia, di ereditarietà della follia e si recita molto sopra le righe (probabilmente inevitabile). Alla fine la rivelazione che il film è dedicato a una delle due attrici protagoniste, morta di cancro alla fine delle riprese. Questo sembra quasi mettere in prospettiva il modo in cui la storia viene messa in scena nel film. Si fanno i conti col passato personale e nazionale. Magari non è molto nelle mie corde, ma per un lungometraggio di esordio è tanta roba. #recensioniflash

LAS NINAS (Pilar Palomero, 2020)

Il mio #TFF38 prosegue con Las Ninas di Pilar Palomero, un’opera prima in concorso che ben rappresenta l’indomita anima “Cinema Giovani” del festival. È il racconto di un passaggio dall’infanzia all’adolescenza nei primi anni ‘90: Celia, la bambina protagonista, vive in un mondo schizofrenico. Studia in un collegio di suore ma quando esce trova una Spagna che tende a modernizzarsi e affrancarsi dal retaggio cattolico e franchista. L’arrivo di una nuova compagna da Barcellona la aiuta a definire la sua identità in contrapposizione alle compagne, alla madre single (che ha una storia misteriosa di cui non vuol parlare con la figlia) e alla società. Il film procede per accumulo di scene che possono sembrare già viste ma solo perché sono esperienze universali – in questo senso il film può funzionare a qualsiasi latitudine: la prima sigaretta, il primo rossetto, il gioco “non ho mai”, le ripicche con le amiche stronze, il sesso come tabù a scuola e a casa ma reso esplicito in pubblicità, canzoni, giornali, televisione. È un percorso di formazione per riuscire a trovare (anche letteralmente, come è chiaro dal finale) la propria voce nel mondo. #recensioniflash

MICKEY ON THE ROAD (Mian Mian Lu, 2020)

Dal #TFF38 arriva anche Mickey on the Road, un film taiwanese molto interessante che – a fronte della mia sostanziale ignoranza di cinema cinese, che ho praticato poco e solo per nomi di spicco – mi ha colpito molto. A differenza del cinema giapponese o coreano, chissà perché sono sempre stato portato a pensare che il cinema cinese per quanto sontuoso dovesse sempre avere una certa patina di noia. Non è così, ovviamente, e il mio pregiudizio probabilmente viene dal fatto di aver scelto male i film cinesi che ho visto in passato. Mickey on the Road è la storia di Mickey e Gin Gin, due ragazze – una mascolina e ribelle praticante di arti marziali nel tempio e una go go dancer per le discoteche con i capelli rosa fluo – che vanno alla ricerca di una presenza maschile “mancante”. Per Gin Gin è il fidanzato e per Mickey il padre che ha abbandonato lei e la madre depressa. Entrambi gli uomini si sono trasferiti a Guangzhou, nel continente. Parte il road movie coloratissimo (diciamo “al neon”, con una fotografia che fa molto Danny Boyle) e le due ragazze passeranno da una situazione all’altra, dalla leggerezza al disagio, fino a incontrare l’oggetto del proprio desiderio e – ovviamente – disilludersi. Nemmeno troppo velato il metaforone del viaggio tra le due Cine, quella “vera” di Taiwan e quella ormai dissolta nel capitalismo del continente, ma molto godibile il percorso di crescita delle due protagoniste pur con qualche scena mélo / estetizzante di troppo. Comunque una gioia per gli occhi. #recensioniflash

MOVING ON (Yoon Dan-bi, 2019)

Nella doppietta di ieri al #TFF38 spicca Moving on, esordio coreano di Yoon Dan bi (e sono 3 esordi di 3 registe che vedo finora, con Wildfire e Las Ninas). Il cinema coreano nella percezione dei “non praticanti” equivale a film di zombi oppure Parasite? Moving on è qui per smentire il pregiudizio. Accolto in patria come uno dei migliori film del 2019, Moving on racconta una “non storia” familiare, nel senso che succede poco o nulla ma c’è un’accorta messa in scena di rapporti familiari sottili. L’adolescente Okju e il fratellino Dongju sono costretti a vivere a casa dell’anziano nonno una volta che il padre si separa dalla madre. Ben presto in casa arriva anche la sorella del padre, anche lei in rotta di collisione col marito. Questo nuovo, strano e “forzato” nucleo familiare tira avanti come può, tra silenzi e litigate continue, tra un supporto al nonno anziano e una passeggiata, tra lo studio e il lavoro che manca, in una casa che – come in Parasite – è coprotagonista del film (le ultime inquadrature, piene di solitudine e di assenza, sono dedicate a lei). Un film familiare che è universale nella sua classicità e che ricorda tanto il Kore’Eda di Affari di famiglia quanto, in alcune inquadrature di convivialità o di vita familiare, direttamente Yasujiro Ozu. Da vedere. #recensioniflash

A MACHINE TO LIVE IN (Yoni Goldstein, Meredith Zielke, 2020)

Il documentario che non ti aspetti al #TFF38 è A Machine to Live In, di Yoni Goldstein e Meredith Zielke. Mi sono affrettato a prenotarmi perché io sono un fan malatissimo di Brasilia, la “capitale artificale” del Brasile. Brasilia è in assoluto una delle città al mondo che più di ogni altra desidero vedere toccare annusare, l’incubo di un architetto modernista nel quale perdermi. Perciò, non potevo esimermi. E qui, la sorpresa. A Machine to Live In (la città come organismo artificiale, un concetto di Le Corbusier che ha ispirato anche il demiurgo di Brasilia Oscar Niemeyer) è un documentario quantomeno fuori dagli schemi. Inizia con rumori industriali e inquietanti versi animali, prosegue infilando una sequela di inquadrature fisse su architetture impossibili e cemento armato bianco con piccoli dettagli umani o automobili in movimento, con una voce fuori campo pesantemente filtrata in modo da risultare degna di un album dei Nine Inch Nails che recita il commento audio a volte intrecciandosi in modo sfasato con una seconda voce che dice essenzialmente le stesse cose, in un assalto audiovisivo che non riesco a descrivere se non con la formula Herzog + Antonioni + Rocha + Jodorowsky. Si insiste molto su questa architettura “senza spigoli e senza ombre” e su come sia possibile (o impossibile) la vita a Brasilia citando passaggi della scrittrice Clarice Lispector, ascoltando cori di voci bianche che – per quelli che mi sono sembrati dieci minuti buoni in inquadratura fissa – cantano un qualche inno brasiliano, facendosi trascinare da visioni in 4K veicolate da droni, gimbal e rendering 3D. Brasilia è un’utopia, una pista per l’atterraggio degli UFO, il posto dove è nato l’esperanto (assistiamo anche a una lezione di esperanto, toh), il posto dove c’è più cataratta al mondo, dato che l’architettura bianchissima e spoglia riflette all’infinito i raggi UV. Pare che i registi siano andati ogni estate a Brasilia per otto anni (il mio sogno, ripeto) per accaparrarsi il materiale per costruire il documentario. Un sogno/incubo surrealista meglio di un film di fantascienza e – azzardo – forse il film migliore tra quelli visti finora – ma è proprio un altro campionato. #recensioniflash

FRIED BARRY (Ryan Kruger, 2020)

Stamattina non posso cominciare se prima non vi parlo di Fried Barry, visione “after midnight” di stanotte al #TFF38. Fried Barry è l’esordio nel lungometraggio di Ryan Kruger, ed è tratto da un corto omonimo di 3 minuti del 2017: la prima cosa che può venire in mente è che funzionava meglio come cortometraggio. Fried Barry è chiaramente un film insensato e gonfiato di scene slegate tra loro per il puro gusto della provocazione che ha fatto e farà incazzare abbestia moltissimi spettatori (ho in mente un cospicuo numero di amici che – se fossimo andati in sala insieme a vederlo – mi avrebbero aggredito con un “MA COSA CAZZO MI HAI PORTATO A VEDERE”). Eppure, chiariamo ogni dubbio: io con Fried Barry mi sono divertito come non succedeva da anni (beh, oddio, Mandy con Nicholas Cage mi ha dato le stesse vibrazioni, per dire). In questo glorioso filmaccio trucido e psichedelico, introdotto da una sequenza in cui un censore ci spiega perché il film è vietato ai minori di 18 anni e perché in nessun caso dovremmo mostrarlo a un minore, seguiamo Barry “il bruciato”, un eroinomane di Cape Town, Sudafrica mentre vaga per la città, si buca e si cala gli acidi. A un certo punto Barry viene rapito dagli alieni (sequenza indescrivibile con sonde anali, buccali e un catetere alieno nel pisello) e viene rimandato sulla terra come un involucro umano che ospita l’alieno che vuole sperimentare la vita sulla terra. Da lì in poi si spinge sul pedale della follia e del grottesco. Barry (l’attore con una faccia che non si può dimenticare, Gary Green) è ridotto a un “Barry-abito” (cit.) e passa da un rave in discoteca all’ingestione di quantità esagerate di droga, da situazioni di sesso selvaggio a pestaggi, con le parentesi comiche della moglie che lo cerca disperatamente e che trova – non sapendo nulla – che il Barry alieno sia più gentile e amorevole del Barry umano. A un certo punto assistiamo a una scena di body horror estremo (una prostituta che ha fatto sesso con il Barry alieno partorisce lì sui due piedi un clone di lui), poi improvvisamente il film vira sul thriller e il Barry alieno salva un gruppo di bambini rapiti da un non meglio identificato killer pedofilo. Sangue a fiumi, luci assurde, ritmo e stile da videoclip di Aphex Twin, un’ode all’estetica Zef (la sottocultura del “brutto, sporco e cattivo ma con stile” che negli ultimi 10-15 anni va per la maggiore in Sudafrica) che non smette mai un attimo di pompare adrenalina e musica electro-industrial-dubstep-salcazzo. Un film assolutamente inutile, trash, grottesco e sopra le righe. Quindi, un film bellissimo 😃 #recensioniflash

UN SOUPÇON D’AMOUR (Paul Vecchiali, 2020)

Volendo far mostra a me stesso di essere uno spettatore eclettico e onnivoro, ho messo in lista tra le mie visioni del #TFF38 anche Un soupçon d’amour di Paul Vecchiali. Un po’ per il titolo, che è una roba che urla mélo francese da ogni lettera, e un po’ per Paul Vecchiali che secondo me è sempre stato un po’ sottovalutato e insomma adesso che ha novanta anni suonati vuoi non vedere il suo ultimo film? Ecco, vabbè. Magari potevo giocarmela diversamente. Non che sia un brutto film, eh. Però immaginatevi questo. Vecchiali (a suo tempo definito da Truffaut l’unico erede di Jean Renoir) dedica il suo film a Douglas Sirk. Che figata, penso io, aspettandomi inquadrature turgide, schizzi di emozioni represse che scoppiano, scene madri. Ecco, no. Vecchiali dall’alto dei suoi novant’anni è uno di quelli che piazza la cinepresa e la lascia lì. In tutto il film ci sono pochissimi stacchi (anche negli interminabili dialoghi, invece di usare il campo contro campo lui rimane su un attore anche mentre parla l’altro, dando luogo a un effetto di straniamento quasi godardiano). I movimenti di macchina si contano sulle dita di una mano, e quando ci sono fanno un effetto “Boris” che levati, tipo: [Campo medio] “Ma cosa starà facendo?” – [Zoom a schiaffo sul primo piano del personaggio parlante] “…Non lo so…”. Quindi: un film estremamente statico, di scavo sui primi piani e sui dialoghi, francamente per me un po’ soporifero salvo il plot twist finale che vi rivelerò perché tanto non lo vedrete mai, al TFF non è più disponibile e di certo nessuno lo distribuirà in Italia. QUINDI RAGA SPOILER, NON LEGGETE OLTRE SE VI DA FASTIDIO ANCHE SOLO IL CONCETTO DI SPOILER. La storia è quella di Isabelle, una grandissima attrice di teatro che rinuncia alla parte da protagonista in Andromaca di Racine perché vuole stare accanto al figlio dodicenne Jérome, malato di brutta malattia. Attorno a lei girano tutti quelli della troupe, il regista, il marito primo attore, la sostituta che si scopa (si scopava? si scoperà?) il marito, un prete, una maestra di paese. Isabelle si abbandona al dolore e ai ricordi, le scene sono totalmente slegate tra loro e non si capisce mai se siamo nel presente, in un flashback o nell’immaginazione di lei. A 47 secondi dalla fine del film, la rivelazione: “Isabelle, ma che cazzo dici, nostro figlio è morto da 20 anni”! Parte improvvisamente una immotivata e assordante musica hitchcockiana e Isabelle dice “Ma va’, adesso te lo chiamo: Jéroooome, Jérome vieni qui”! La voce di Jérome dice “Arrivo, mamma!” e il marito di Isabelle fa la faccia basita. Fine. Vabbè, comunque. #recensioniflash

THE OAK ROOM (Cody Calahan, 2020)

The Oak Room, al #TFF38. Sapete quando ci sono quei film che non devi in nessun modo rivelare il finale perché altrimenti si rovina tutto, tipo I soliti sospetti, Seven, Il sesto senso. Ecco, The Oak Room è uno di quelli. Un thriller molto ben costruito ma un po’ poco comprensibile che acquista tutto il suo senso nei due minuti finali. Ovviamente bisogna essere ATTENTISSIMI nei 90 minuti precedenti, altrimenti non si coglie appieno la rivelazione (motivo per cui io – che sono un po’ cecato e facile alla narcolessia – ho dovuto rivederlo due volte per capire bene). Sì perché The Oak Room è un film teatrale, fatto esclusivamente di dialoghi (e di un po’ di azione e splatter nel sottofinale). Dialoghi che vengono portati avanti per il 95% del film in un bar buio, di notte, prossimo alla chiusura. In pratica è già molto se si riesce a vedere il labiale degli attori o a distinguere gli occhi. Tutto fa atmosfera, comunque, e la cosa più interessante è la riflessione metanarrativa sul raccontare storie come merce di scambio e come passaporto per la salvezza. In The Oak Room un ragazzo (RJ Mitte, il figlio di Walter in Breaking Bad) entra in un bar prima della chiusura, si capisce dalle parole che scambia col barista ostile che quest’ultimo era amico del padre ormai morto, e che i due hanno una questione in sospeso. Il ragazzo racconta una storia che si svolge in un altro bar poco lontano da lì, chiamato “The Oak Room”. Il protagonista di questa storia nella storia, ambientata in un altro bar, a un certo punto racconta una storia anche lui. Ma poi anche il barista del primo bar interrompe e racconta una storia, in cui uno dei personaggi improvvisamente racconta una storia. Insomma è tutto un inception di storie clamorosamente slegate tra loro ma che poi sono accomunate da qualcosa di sconvolgente che viene rivelato solo alla fine. Comunque, non abbiate paura della noia: è un film che tiene incollati alla sedia e ha una discreta dose di ultraviolenza concentrata tutta in pochi minuti che placherà i fan delle mazzate e del sangue. Speriamo lo distribuiscano presto, è una vera curiosità. #recensioniflash

EL ELEMENTO ENIGMÀTICO (Alejandro Fadel, 2020) / THE PHILOSOPHY OF HORROR (Péter Lichter, Bori Máté, 2020)

Ultimo spettacolo per il mio #TFF38: è d’uopo qualcosa di assolutamente sperimentale. C’è sempre, al TFF, quella proiezione che ti chiedi “chi cazzo me lo ha fatto fare”, ma alla fine resti lì ipnotizzato. Quest’anno è il caso della doppietta “El elemento enigmàtico” + “The philosophy of horror: a symphony on film theory”. Il primo è un film cileno di 40 minuti che contiene se va bene una cinquantina di inquadrature (fatevi il conto, vuol dire che ogni inquadratura dura 20 o 30 secondi, quando nella norma del cinema contemporaneo un’inquadratura di due o tre secondi ci sembra già interminabile). Queste inquadrature sono quasi tutte immagini fisse e abbaglianti di paesaggi innevati. Dopo una decina di minuti così cominci a notare che nei paesaggi innevati ci sono tre minuscoli omini vestiti tipo astronauti. Dopo un’altra decina di minuti (in cui gli unici suoni sono il vento, la neve e una musica drone/ambient un po’ alienante) gli astronauti iniziano a parlare del concetto di libertà e se la libertà esista veramente. Ma in realtà NON parlano. Leggiamo solo dei sottotitoli colorati (ogni colore corrisponde a uno dei tre astronauti), ma il sonoro è sempre solo vento, sciabolate di musica elettronica e scricchiolii vari. A un certo punto (dopo appunto 40 minuti) gli astronauti in qualche modo si vaporizzano e inizia a piovere. Fine del film. Vaaaaaaa bene.
In realtà io sono qui per “The philosophy of horror”, che è tratto da un saggio di Noel Carroll sull’estetica del cinema di paura, e mi aspetto un documentario sul mio genere preferito. Stolto me! Il film (60 minuti) inizia con una OUVERTURE ORCHESTRALE accompagnata da blob nerastri che sfumano l’uno nell’altro. Poi partono dei brani scritti in piccolo a tutto schermo che riportano parti del libro (a tratti ritornano punteggiando il film come se fossero incipit di capitoli). Il film in sé è la riproposizione di alcuni spezzoni di Nightmare on Elm Street e Nightmare on Elm Street 2: Freddy’s Revenge in cui la pellicola è stata bruciacchiata / dipinta / sfregiata / ricolorata / sbollentata / graffiata. La visione diventa così un’aggressione audiovisiva stroboscopica (anche qui con musica ambient/drone ossessiva a palla per tutti i 60 minuti) in cui vediamo solo facce che urlano, lame che graffiano, facce pressoché irriconoscibili (ma sappiamo che ci sono Heather Langenkamp, John Saxon, Johnny Depp) intervallate da riflessioni sull’emozione della paura. A un certo punto c’è anche un INTERVALLO, nel caso al malcapitato spettatore venga voglia di andare a far pipì o prendersi le patatine. Comunque, ripeto. Non c’è TFF senza un film – in questo caso una doppietta – come questa. Ma forse io non ho più l’età per il cinema sperimentale. #recensioniflash

NOTIZIE CHE NON LO ERANO (CIT.)

Prendo a prestito il titolo di un noto libro di qualche anno fa di Luca Sofri (peraltro direttore del Post), per raccontarvi una storia esemplare che ha molto a che fare con il tema e che a mio avviso spiega molto della comunicazione, della società e del giornalismo nel 2020. È una storia vera, è capitata a me nelle ultime 24 ore, potete farci quello che volete, secondo me è istruttiva.

L’ANTEFATTO

Il 3 novembre, alle 22 circa, il vostro affezionato social media coso di quartiere ha l’impressione che un UFO stia atterrando fuori dalle finestre di casa. Tutta la stanza pulsa di luci lampeggianti blu (e sto al quinto piano), perciò interrompo l’ennesima replica di Buffy The Vampire Slayer, salto giù dal divano e vado sul balcone – capitemi, sto in quarantena da dodici giorni, l’unica occasione di vedere qualcosa che non siano le mie tre camere e cucina è affacciarmi sulla strada. Quando guardo giù, l’immagine mi colpisce: una fila di dieci ambulanze sta passando sotto casa a lampeggianti accesi ma a sirene spente. Atmosfera surreale, luci blu ovunque, silenzio. Ho il cellulare in mano, scatto una foto. La riguardo, ha qualcosa di ipnotico, ma soprattutto mi emoziona, mi sembra significativa. La posto su Instagram accompagnata da uno dei miei consueti commenti inutili, un po’ per ricordarmela, un po’ per condividere con i miei amici “guarda che roba assurda che è passata sotto casa mia stasera” (lo faccio tutti gli anni anche con l’orda di Babbi Natale biker che mi passa rombando sotto casa per andare ad augurare buone feste ai bambini del Regina Margherita, l’ospedale pediatrico di Torino). Attenzione a questo dettaglio che torna utile dopo: per motivi assolutamente personali ed espressivi, applico alla foto su Instagram un filtro, una modifica. Si tratta del tilt & shift, una tecnica fotografica che consiste nello sfocare quasi tutto e lasciare a fuoco solo un elemento dell’immagine (in questo caso le ambulanze incolonnate). Per me, come ho detto esplicitamente nel post, un modo di “prendere le distanze” da un’immagine che mi ha colpito emotivamente rendendola simile a un diorama con le macchinine giocattolo – è l’effetto che dà questa tecnica, soprattutto nelle foto prese dall’alto. Poi vado a dormire.

IL FATTO

Alle 8 del mattino del 4 novembre, la foto ha qualche like su Instagram (dove ho un profilo “aperto”) e qualcuno su Facebook (dove ho un profilo riservato esclusivamente agli “amici”). Poco più tardi vengo contattato da un amico giornalista, Vittorio Pasteris, che mi chiede se può usare la foto per illustrare un articolo della sua testata, Quotidiano Piemontese. Mi dice che la trova una foto molto significativa e mi chiede ora e luogo precisi dello scatto. D’accordo, dico, non c’è nulla di male. Da questo punto in avanti, ora dopo ora, la foto diventa virale. Alcune testate la riprendono così com’è, altre mi contattano per avere qualche delucidazione in più che peraltro io non posso dare, non essendo un operatore sanitario e non sapendo assolutamente cosa potevano farci dieci ambulanze in fila sotto casa (per me, anima bella, potevano essere ambulanze vuote che andavano in un immaginario deposito di ambulanze che so, a sanificarsi). I like e soprattutto i commenti cominciano a fioccare, sul post originario di Instagram ma soprattutto sui post social delle testate che hanno ricondiviso la “notizia che non lo era” (tra le altre Fanpage, Huffington Post, Messaggero, Stampa, Repubblica, Corriere e alle 19 persino il TG3 nazionale). La foto è diventata “il simbolo della seconda ondata del Covid-19” (parole non mie, ovviamente).

VALORI COMPOSITIVI E STORYTELLING

In questo paragrafo mi prendo un attimo per spiegarvi che in fatto di politiche sanitarie sono assolutamente un signor nessuno, ma in fatto di comunicazione visiva qualche credenziale ce l’ho. Anche se quella foto sta buttata lì tra un selfie brutto, una foto col bambino e l’occasionale food porn dedicato agli impiattamenti dei ristoranti che a volte frequento, questo non vuol dire che non sia stata – nel giro di pochi secondi – studiata e inquadrata in un certo modo. In origine c’è un taglio verticale, la fila di ambulanze diretta in prospettiva verso un punto sul margine sinistro dell’immagine, il parcheggio sotto casa, il palazzo di fronte. Per enfatizzare il senso di direzione in diagonale opero un taglio quadrato (ma anche perché tradizionalmente su Instagram le foto vengono caricate così) e per focalizzare l’attenzione sulle ambulanze ma anche per “mettere un filtro” tra la scena reale e chi guarda applico il tilt & shift di cui ho accennato. Il filtro in questo caso è l’espressione dello stato d’animo del fotografo, né più né meno. A voler paragonare ‘nu strunz co ‘nu babà, come si dice a Napoli, è lo stesso principio per cui Van Gogh dipinge la luce delle stelle come se fossero spirali e vortici inquietanti. La foto così trattata, sono il primo a rendermene conto, assume una maggiore valenza narrativa. Il caso vuole che la foto sia postata in un tempo (picco di seconda ondata del virus) e un luogo (il capoluogo del Piemonte, regione dichiarata quello stesso giorno “zona rossa”) favorevoli alla sua massima diffusione. Ed ecco il motivo per cui piace ai giornali. Racconta in modo immediato la storia di un territorio in sofferenza, di una popolazione “alla finestra”, di una incertezza che trascolora nell’irrealtà.

LA FONTE, IL GIORNALISTA, IL PUBBLICO, IL FATTO, LA SENSAZIONE

Veniamo dunque alle varie condivisioni della foto sui media tradizionali (e sulle pagine social dei suddetti media). C’è una premessa da fare, che riguarda il “mondo ideale iperuranio” del giornalismo italiano. Nel mondo ideale esiste il giornalista, esistono le sue fonti ed esiste il pubblico. Nel mondo ideale il giornalista è necessario, per presentare le notizie che raccoglie dalle fonti al pubblico dopo averle analizzate, verificate, confrontate, contestualizzate. Cosa c’entra tutto ciò con una foto, direte. Ci arrivo. La giornata di oggi, ricca di rilanci, permessi chiesti (o non chiesti), menzioni, riproposizioni, mi ha insegnato qualcosa anche sul complesso problema delle fonti – uno dei nodi cruciali della professione del giornalista, categoria alla quale spesso mi vergogno ma a volte mi pregio di appartenere. Seguite il discorso: in questo caso io, con la mia foto su Instagram, sono la fonte. I giornalisti delle varie testate mi contattano e propongono la “notizia” al loro pubblico. Solo che… non c’è una vera e propria notizia. C’è una foto in un feed personale, evocativa, probabilmente simbolica, accompagnata da qualche riga insensata scritta dal fotografo in preda a un attacco d’ansia. In queste righe insensate, il fotografo peraltro si chiede “chissà cosa ci fanno le ambulanze incolonnate a quest’ora… forse vanno in un deposito?”. Capirete che in questo caso la fonte non è una “persona informata sui fatti”, ma è semplicemente una “persona sul posto”. Tanto basta, però, per voler pubblicare un pezzo. Un altro problema relativo alle fonti è che le fonti… vanno citate. Sempre. A meno che non chiedano espressamente di rimanere anonime (cosa che forse avrei dovuto fare, ma ne parliamo nel paragrafo successivo). Vediamo un attimo come si è svolta la giornata on line. Mentre io facevo le mie call su Teams, preparavo storyboard per lavoro e impazzivo a incastrare insieme piani editoriali digitali, Quotidiano Piemontese pubblica per primo un pezzo. Il pezzo sostanzialmente dice che io ho pubblicato una foto su Instagram e che questa foto potrebbe “entrare nella storia della pandemia”. Fonte citata, addirittura post integrale riportato, ma la notizia dov’è? Probabilmente per Vittorio Pasteris, che mi ha chiesto di poter usare la foto, lo scoop sta semplicemente nel fatto di aver lanciato una foto potenzialmente acchiappaclick. E infatti. Seguono a ruota Fanpage (che mi ha chiesto il permesso) e Huffington Post (che non me lo ha chiesto ma comunque mi cita correttamente). Entrambe le testate riportano integralmente il mio post originale – e meno male perché prima della fine della giornata ho dovuto integrarlo con alcune considerazioni oggettive sulla destinazione di quelle ambulanze – e agganciano la foto “emotiva” a una notizia vera, quella della dichiarazione del Piemonte come “zona rossa”. Purtroppo però sia Fanpage che HuffPost, nel tentativo di dire qualcosa in più commettono un errore molto comune: riportano e ribadiscono pedestremente quello che dice la fonte, senza fare il lavoro di analisi, confronto e contestualizzazione che sarebbe opportuno fare. Ormai è una decina d’anni che si parla di disintermediazione, di fonti che parlano direttamente al pubblico, di un ruolo del giornalista che non ha più senso, non serve. Ecco, lasciatemi dire: serve. Serve più che mai. Questo mio è un esempio minuscolo, ma rappresentativo. Lo ribadisco, io sono un signor nessuno: cosa posso saperne dei percorsi delle ambulanze, da dove venivano, dove andavano? Niente, perché sono solo uno qualunque che si è affacciato alla finestra e ha fatto una foto. Si prosegue con Il Messaggero e Il Mattino, poi con Yahoo News, Blitz Quotidiano, Notizie.it. Ormai la foto “cammina” da sola. Nessuna di queste testate ha chiesto direttamente un permesso a me, ma tant’è, il profilo Instagram è pubblico, e tutti citano correttamente la fonte. Queste testate cominciano a parlare di “immagine simbolo della seconda ondata” e di “foto che ha fatto il giro del web”, legando poi l’immagine a un trafiletto sulla sofferenza degli ospedali piemontesi (ma anche laziali, campani, e via dicendo). Nel pomeriggio è la volta di TGCom24 (una galleria fotografica senza commento, ma comunque hanno citato la fonte), La Stampa e Radio Deejay, che condividendo sui loro profili Facebook danno la botta finale di viralità. La Stampa non cita nemmeno la fonte, secondo quella prassi ormai consolidata per cui prendi una foto da un profilo social perché tanto è Internet quindi è di tutti. A questo punto non resta che passare la foto (sempre senza citare la fonte) sul TG3 nazionale come nota di colore e il gioco è fatto.
Dunque, solo esperienze negative? No. Cristina Palazzo su La Repubblica e soprattutto Lorenza Castagneri sul Corriere fanno un lavoro diverso. Mi chiedono, scavano nella melma, confrontano, capiscono. E al tempo stesso anche io, grazie ad alcuni commenti illuminanti, apprendo il fatto (le ambulanze andavano dall’ospedale Mauriziano ormai in difficoltà al nuovo centro Covid dell’ospedale di Tortona) che prima, semplicemente, non potevo sapere. Repubblica e Corriere citano la fonte ma non si limitano a “metterle un microfono davanti”. Non citano  integralmente il testo del mio post originale (meglio così, dato che era semplicemente fuffa), ma lo contestualizzano spiegando che sono le impressioni di un osservatore comune, e arricchiscono la notizia con informazioni di prima mano prese dagli ospedali coinvolti. Se avete capito dove volevo andare a parare, si tratta di modelli di giornalismo diversi, che però suscitano tutti, sempre, la stessa reazione(*).

(*) Aggiornamenti del 5 novembre: La Stampa non ha citato la fonte in un estemporaneo post su Facebook di ieri, ma fortunatamente si preoccupa di farlo nel suo articolo di oggi dedicato alla sofferenza degli ospedali piemontesi, sia su web che su carta. Il tema è pertinente (le ambulanze in effetti facevano proprio un trasferimento di pazienti), ma la mia sensazione è che la foto verrà considerata abbastanza generica ed evocativa da poter illustrare un po’ tutte le questioni Covid-related. Per la cronaca, anche il TGR Piemonte oggi ha citato correttamente la fonte a differenza del TG3 nazionale di ieri, e così ha fatto anche “Ore 14”, il magazine di Rai2 in onda poco fa.

Sempre il 5 novembre entra in campo anche la redazione di Bufale.net che scrive un pezzo di debunking per chiarire (dopo avermi cortesemente interpellato) che la foto è vera e la notizia collegata alla foto anche, in barba alle migliaia di negazionisti che hanno pervicacemente sostenuto il contrario (vedi qui sotto).

Ultimo (spero) aggiornamento del 5 novembre: Cristina Palazzo di La Repubblica mi chiama e imbastisce un’intervista all’autore della foto “bombardato di insulti sui social” – ma io non mi lamento, eh. Ai troll non va dato da mangiare, si sa.

Aggiornamenti del 6 novembre: il cerchio si chiude, Il Post (anche loro mi hanno contattato prima) fa un approfondimento molto esaustivo dei suoi su tutta la questione ospedali in Piemonte. Intanto i negazionisti – spero – hanno voltato pagina.

SITUAZIONE DISPERATA MA NON SERIA

Sarà perché il Covid-19 è ormai un tema divisivo come l’immigrazione, il cambiamento climatico o i diritti di chi non è maschio-bianco-etero-cisgender-ricco-sano, sarà l’inquinamento dell’aria, saranno le radiazioni del 5G ma questa foto, in particolare nelle sue condivisioni sulle testate di cui sopra, ma anche sul mio post originario, ha scatenato i pazzi squinternati che popolano il web. Lo popolano da sempre, ma negli ultimi anni si sentono particolarmente titolati e – anzi – orgogliosi di poter rovesciare il loro odio su tutto e su tutti. A me scivolano assai, ne ho letti un po’ e mi guardo bene dal rispondere o entrare in conversazione con i negazionisti (per quanto mi piacerebbe capire il motivo per cui sono così assurdamente aggrappati a questa teoria cospirazionista del Covid che non esiste o se esiste ce lo hanno mandato per oscuri scopi complottari). Vorrei concludere con una lieta disamina delle più frequenti tipologie di commento perché ritengo che anche queste siano educative ed esemplari, oltre che molto divertenti.

    • Quelli che mi augurano la morte per Covid-19
    • Quelli che “basta con le foto di ambulanze volete terrorizzare la gente”
    • Quelli che – sinteticamente – vaffanculo
    • Quelli che “chi ti paga” o “sei solo un servo” (di chi? Di Soros, probabilmente)
    • Quelli che è un fotomontaggio
    • Quelli che non è un fotomontaggio ma non si capisce perché l’autore abbia sfocato la foto (basta leggere il post)
    • Quelli che battibeccano all’infinito tra loro a colpi di “SVEGLIAAAA!!!1!”, “Ma tu stai male”, “Ma dove vivi”, “Ma di che stiamo parlando”
    • Quelli che le ambulanze sono vuote, coglione
    • Quelli che le ambulanze sono piene, coglione (ma non di malati Covid)
    • Quelli che hai fatto la foto solo per diventare famosoLOL
    • Quelli che ma come cazzo scrivi ma sei Barbara D’Urso? (Sì.)
    • Quelli che ma lei come si permette di postare una foto così offendendo chi lavora nella sanità (!!!?)
    • Quelli che lei è stato un ingenuo a farsi strumentalizzare così dai giornali, la perdoniamo perché si vede che è in buona fede
    • Quelli che per due click in più lei diffonde fake news (ma non era una news…)
    • Quelli che avete rotto il cazzo con il Covid

E via dicendo, ne ho sicuramente dimenticato qualcuno bello, ma tant’è.
In tutto ciò quasi nessuno ha pensato di chiedermi lo scatto originale (che accompagna questo post)…

EPILOGO

Alla fine della fiera, dall’esperienza di oggi io traggo queste conclusioni.
Va bene, una foto può diventare virale, essere rappresentativa di un clima, tutto ciò che si vuole. Una foto accompagnata da sensazioni personali però non è “una notizia”. Può andare quando si dice “questa foto può diventare simbolica di una situazione”. Non va bene invece quando si costruisce a margine una narrazione imprecisa o totalmente demandata alla fonte (non informata) e che travisa o aggiunge dove non c’è nulla di particolare da dire. Quanto al delirio di commenti che la foto ha scatenato, direi che rappresentano molto bene la polarizzazione malata alla quale siamo arrivati dopo decenni di solletico alla pancia della gente.

Mi sono stupito di più di alcuni attestati di stima provenienti da sconosciuti.
A questo siamo arrivati.

JAGSHEMASH! SEGUITO DI RECENSIONI FLASH

La nebbia agl’irti colli piovigginando sale, e senza le sue sale urla e biancheggia il cinefilo quarantenato. Abbiamo voluto provarci, ci siano seduti distanti ma niente, nonostante TENET ci hanno chiuso i cinema comunque, ed ecco quindi per ottobre una infornata di titoli visti rigorosamente a casa, con la mascherina, che non si dica che non rispettiamo i DPCM.

LUPIN III – THE FIRST (Takashi Yamazaki, 2019)

Vi volevo dire questo, magari l’avete già visto, magari ce l’avete lì in lista e non osate guardarlo. Allora vi tolgo dall’imbarazzo: Lupin III – The First, il film di Takashi Yamazaki tratto dal celeberrimo manga di Monkey Punch è una cagata pazzesca. Io non mi capacito assolutamente di come una cinematografia abituata da decenni a una produzione animata più che consistente sia così problematica sul piano dell’animazione 3D. Ma non dal punto di vista tecnico, proprio dal punto di vista concettuale. Cercherò di spiegarmi meglio. Sgombriamo intanto il campo dalla trama: Lupin III – The First è una piacevole avventura nel solco di quelle meno cupe e più divertenti del ladro gentiluomo, è ambientato in non meglio definiti anni ’60, una decina (abbondante) di anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Nell’antefatto, infatti, un artefatto fabbricato da un archeologo di fama mondiale viente fatto sparire per non farlo prendere dai nazisti cattivi. Si tratta di un diario che Lupin e soci vogliono, ma hanno una rivale: Laetitia, la nipote di un vecchio nazi lo vuole per il nonno. Anche Lupin, in un certo senso, lo vuole per il nonno Arsène, che non era riuscito a rubarlo. Vabbè, tanta azione, tanti inseguimenti, tante faccette, Fujiko che fa il doppio gioco, Jigen con la cicca in bocca, Goemon ossessionato dalla sua spada, Zenigata che si lancia in folli cacce all’uomo (e per un attimo si allea con lo storico rivale). Sulla carta un film abbastanza godibile (per quanto scivola via come un’avventura di Indiana Jones fuori tempo massimo). Ma il problema è l’animazione. Yamazaki aveva fatto miracoli in Doraemon Stand By Me, ma il trucco qui non riesce. Il mondo di Doraemon è antinaturalistico e stilizzato, e il 3D lo rendeva… antinaturalistico e stilizzato ma in 3D. Il mondo immaginato da Monkey Punch è estremamente realistico ma al tempo stesso caricaturale e iperespressivo. Ci troviamo perciò di fronte ai pori della pelle di Lupin, ai riflessi della sua giacca di pelle, al movimento dei suoi capelli e dei suoi basettoni in una impressione di forte realismo ma… con le bocche e gli occhi che sfidano le leggi dell’anatomia deformandosi in smorfie, risate e rotazioni che se nella serie anime originale erano simpatici, qui risultano creepy come un Jonathan Galindo qualsiasi. Per di più, i personaggi che non fanno parte della banda di Lupin (Letitia e i nazi, per dire) stonano. Nel senso che sembrano usciti da UN ALTRO film. Tendenzialmente da quei filmati di pausa tra un livello e un altro di un videogame del 2005. Provate a vederlo, vediamo se l’impressione è la stessa. Io ho dovuto sforzarmi un po’. E non è bello da dire, per un film di Lupin. #recensioniflash

LA TEMPESTA NEL CRANIO (Carlo Campogalliani, 1921)

Oggi vi voglio fare una delle mie #recensioniflash su un film che probabilmente – se non siete accreditati alle Giornate del Cinema Muto – non riuscirete a recuperare tanto facilmente, ma la voglia vorrei farvela venire comunque. Si tratta di La tempesta in un cranio, di Carlo Campogalliani, del 1921. Già un film che si intitola “La tempesta in un cranio” secondo me va visto a prescindere, e comunque Campogalliani in quel periodo usciva con titoli fantastici come “La droga di Satana” che non sfigurerebbero nella filmografia di Rob Zombie. Comunque sia, un po’ di contesto, via. Campogalliani, se non lo sapete, è un regista/attore che ai tempi del muto ha realizzato diversi film della fortunatissima serie di Maciste e ha il merito di aver sposato una delle rare dive del muto torinesi DOC, Letizia Quaranta (coprotagonista anche di questo film, anzi di questa film). Annotatevi anche che secondo Campogalliani “Una film che non voglia dimostrare qualcosa, non ha valore. Il Cinematografo deve essere un messo di propaganda: del bene, della bontà, dell’onestà dei più nobili sentimenti umani e sociali. Deve, insomma, divertendo istruire”. La tempesta in un cranio è infatti un film avventuroso, surreale, comico, modernissimo: non so esattamente cosa insegni, ma lo fa certamente divertendoci un mondo. Renato De Ortis (Campogalliani stesso) è l’ultimo rampollo di una nobile famiglia di pazzi squinternati. Ha paura di impazzire egli stesso e si avvelena la vita nonostante abbia soldi, fortune e l’amore della sua fidanzata Liana (Letizia Quaranta). I suoi amici gli dicono “ma no che non diventi pazzo” ma lui ha le sue ossessioni notturne, i suoi incubi e ad un certo punto BUM! arriva la tempesta nel cranio e lui si risveglia barbone, assume in pratica una nuova identità, non è più il nobile Renato ma un delinquente di mezza tacca, viene messo in prigione però è fortissimo e acrobaticissimo e riesce a fuggire, poi finisce ospite di uno straccivendolo, si innamora di Ada, una popolana guarda caso identica alla sua fidanzata. Il padre di lei è un inventore che sta sperimentando il fototelefonofotografo, in pratica uno smartphone, poi arrivano dei banditi, poi Renato e Ada vengono catturati e legati, si liberano in modi rocamboleschi, tipo anche facendosi aiutare da un simpatico topo di fogna e alla fine… naturalmente era tutto un sogno durato 7 giorni in cui lui ha sempre dormito. Tutti i personaggi che lui ha incontrato nel sogno erano in realtà scienziati e psichiatri a sua disposizione per fargli una specie di shock treatment e guarirlo dalle sue nevrosi. L’amico romanziere, intanto, ha scritto (in 7 giorni) un libro che documenta tutte le folli avventure di Renato.
In tutto ciò Campogalliani lancia continui e ammiccanti sguardi in macchina rompendo la quarta parete che nemmeno Fleabag cento anni dopo, anche se io mi sarei aspettato che oltre alla quarta parete rompesse anche le ossa ai sedicenti amici che non solo gli fanno passare le pene dell’inferno ma per di più ci scrivono su un romanzo e si arricchiscono. Invece finisce tutto a tarallucci e vino. Eppure è una film meravigliosa!

VAMPIRES VS. THE BRONX (Osmany Rodriguez, 2020)

Parliamo di Vampires vs. The Bronx, su Netflix. Se avete in casa un ragazzino tra gli 11 e i 13 anni (dopo no, che si passa direttamente a Carpenter) cui un po’ piace essere moderatamente spaventato, il film è quello giusto. Intendiamoci subito, è una piacevole cazzatina tipicamente Netflix, coi ragazzini in bicicletta che combattono i vampiri nel Bronx (il titolo è estremamente autoesplicativo, un po’ come Snakes on a Plane, per dire). Andiamo subito a spulciare i riferimenti diretti: un po’ Stranger Things, un po’ Ammazzavampiri di Tom Holland, un po’ Ragazzi Perduti di Schumacher, un po’ Blade (direttamente citato con spezzoni nel film), un po’ Buffy, ma ovviamente una spanna sotto tutti. La società di copertura dei vampiri si chiama Murnau Real Estate (perché la “sottile metafora” è che la gentrificazione del Bronx è una piaga paragonabile al vampirismo), il servo umano dei vampiri si chiama Polidori, insomma tante strizzatine d’occhio assolutamente inutili. Prevedibilissimo (ma in un certo senso confortante), praticamente con zero sangue, zero sesso e pochissime parolacce, si salva per l’interpretazione dei giovani protagonisti (che mi hanno ricordato un altro ensemble cast adolescente, quello di On My Block) e ovviamente per l’ambientazione inedita. La scena migliore secondo me è quella della raccolta delle armi pre-combattimento dove i protagonisti costretti dalle nonne a una messa serale irrompono nella sacrestia rubando l’acquasanta con le bottiglie vuote di Sprite. Insomma, ora anche il Bronx ha i suoi succhiasangue, dopo la Brooklyn di Eddie Murphy / Wes Craven e la serie di What We Do in the Shadows a Staten Island. #recensioniflash

CATS (Tom Hooper, 2019)

In questo momento sto un po’ in para, tra il covid e vari cazzi privati, allora per distrarmi vi voglio dire due cose su Cats, una #recensioneflash atipica su quello che è considerato il (o uno dei, via) film più brutti del mondo.
Nulla in contrario al musical di Lloyd Webber, di cui non sono appassionato ma che pratico e conosco da quando son piccino, e insomma ho avuto anche io la mia buona dose di canzoni tra un Memories, un Rum Tum Tugger e un Old Gumbie Cat.
Il film però è veramente un inno alla noia e all’imbarazzo. Noia e imbarazzo si bilanciano così bene che quando stai per addormentarti dalla noia arriva l’imbarazzo a risvegliarti e quando sei profondamente a disagio per quello che si vede sullo schermo la noia ti porta in salvo (ad esempio tutto il pezzo di Taylor Swift me lo sono fumato così, sonnecchiando).
Andiamo avanti con impressioni sparse:
– tutto il trucco e parrucco del film sembra una trasposizione felina dell’effetto speciale alla base del famoso meme di YouTube “Annoying Orange”
– il film è chiaramente un’ode alla sessualità Furry, ci si aspetta sempre che da un momento all’altro i gatti comincino a inchiavardarsi tra loro (“Furry” esiste, non ho controllato prima di scrivere ma sono piuttosto certo che ci sia anche la categoria su Pornhub)
– le proporzioni all’interno delle inquadrature sembrano realizzate da un geometra reso pazzo dalla visione di Cthulhu e dei Grandi Antichi
– L’idea che gli attori siano nudi (pelosi ma nudi) è alla base di grandi momenti di imbarazzo, per esempio quando allargano le gambe a favore di camera o fanno mostra di leccarsi lì: forse era meglio evitare di spingere troppo sul realismo felino.
Poi boh, la scelta di Jennifer Hudson e Jason Derulo per i ruoli di Grizabella e Rum Tum Tugger mi è sembrata anche felice, ma tanto è difficilissimo riconoscerli.
In definitiva, un film che potrebbe popolare i vostri incubi.

OVER THE MOON (Glen Keane, 2020)

Cominciamo col dire che Glen Keane è praticamente Dio. Tra i viventi, il più grande animatore del mondo. Se non lo avete mai sentito nominare, Keane comincia con Bianca e Bernie, attraversa Red e Toby, Taron e la pentola magica, Basil l’Investigatopo e Oliver & Company. Poi diventa responsabile unico del rinascimento Disney concependo La Sirenetta, La Bella e la Bestia, Aladdin, Pocahontas, Tarzan. Poi si prende una lunga pausa. Nel frattempo lavora con Lasseter prima che la Pixar diventi la Pixar e concepisce il primo incrocio tra CG e animazione tradizionale animando una scena di Where The Wild Things Are di Maurice Sendak (cosa, COSA sarebbe stato fargli fare quel film… ma non c’erano soldi, e Keane si sfoga poi con la scena del ballo nel castello della Bestia). Poi torna trionfalmente nel 2010 con Rapunzel e a seguire chiude con la Disney per divergenze creative. Poi vince un Oscar nel 2017 per il corto animato su Kobe Bryant. E nel 2020 anima, co-produce e dirige Over The Moon su Netflix.
Certo, cosa credevate, era tutta una lunga intro per la #recensioneflash di oggi.
Ora, se Keane è il Dio dell’animazione, Over The Moon dovrebbe essere un capolavoro. Eh. Diciamo che si lascia guardare. Tutto in Over The Moon è perfettamente studiato per essere… uhm… splendidamente perfetto. Si copia dai migliori, si frulla tutto e voilà. Over The Moon è un concentrato ipercinetico di animazione disneyana di primo livello, manga, illustrazione popolare cinese, videogame, pop art, suggestioni Pixar e Ghibli, un’occhio allo stile del multiverso di Spider-Man (produce Sony), un orecchio (e anche qualcosa in più) a Frozen, una colonna sonora che frulla K-Pop e musical hip hop alla Hamilton (la dea della luna Chang’e è Phillipa Soo), buffe creature caramellose, luci, psichedelia. La storia è quella di Fei Fei, bambina orfana di madre che non sopporta di vedere che il padre sta per risposarsi. La mamma le raccontava sempre la storia della dea della luna Chang’e e lei decide di andare sulla luna in un disperato e infantile tentativo di trovare Chang’e e convincere il padre che l’amore è eterno e tutto deve sempre restare uguale. Nel viaggio la accompagna il futuro fratellastro infilatosi a sgamo nel razzo costruito da Fei Fei. (Dimenticavo: tutto si svolge in Cina, la produzione è dello studio Pearl, lo stesso di Abominable). OK, dunque abbiamo il classico viaggio dell’eroe declinato pari pari. Tutta la prima parte del film è visivamente bellissima e l’animazione – manco a dirlo – è stupefacente. Poi i bambini arrivano sulla luna, vengono trasportati da leoni alati nella città di Lunaria e… beh. Proprio dove la fantasia dovrebbe regnare sovrana, ci troviamo in un mondo alla Candy Crush, con richiami a Angry Birds, Ralph Spaccatutto, Frozen (nel senso che c’è un personaggio che praticamente è Olaf e Chang’e ha degli assoli molto Elsa), Up… e con dei momenti invece degni dell’animazione Disney vecchio stampo (tutte le scene con i coniglietti, guarda un po’). I diversi elementi e i diversi stili visivi del film cozzano un po’ tra di loro creando purtroppo l’effetto di un film irrisolto (e poteva invece essere molto di più, poteva arrivare volendo ai livelli di Coco o Inside Out). Over The Moon è più sperimentale in un certo senso, e questa cosa la paga in termini di minor coinvolgimento. Solo verso la fine le cose si calmano un po’, la “lezione” viene imparata, l’eroe torna con l’elisir nel mondo conosciuto e i giochi si chiudono. Ai bambini piacerà moltissimo (e del resto meglio un Over The Moon che mille Angry Birds o Ugly Dolls), ai grandi sembrerà un collage di mille film già visti. Ma animato da Dio.

BORAT SUBSEQUENT MOVIEFILM (Sacha Baron Coen, 2020)

Borat Subsequent Moviefilm: Delivery of Prodigious Bribe to American Regime for Make Benefit Once Glorious Nation of Kazakhstan (di seguito per brevità “Borat 2”) è un film da vedere? Sì. Magari è un po’ fuori tempo massimo? Sì, anche. Per chi già conosce Borat, nulla di nuovo e – sinceramente – nulla di particolarmente sconvolgente. Rifare Borat 14 anni dopo il primo azzeccatissimo film semplicemente non è possibile. Baron Coen mette in scena fin da quasi subito questa impossibilità: la gente lo riconosce per strada e gli grida “Borat, fammi un autografo”. Evidentemente, quindi, il film che si pone come un sequel e che si comporta come un remake/reboot deve essere gestito in modo diverso. Borat diventa un trasformista alla Fregoli, si traveste da professore, da cantante country, usa parrucche e travestimenti improbabili per non farsi riconoscere e lascia spesso e volentieri la scena alla figlia Tutar (Maria Bakalova) in un passaggio di testimone del cringe che è anche un passaggio da una condizione femminile satiricamente subumana a un empowerment sui generis. Ci sono come nel primo film le scene memorabili in cui emergono cose “incredibili” (lo metto tra virgolette perché il 2020 non è il 2006 e ormai diamo per scontato e naturale che la gente sia orgogliosa della propria meschinità, della propria ignoranza, del proprio razzismo e sessismo). La scena del finto aborto, quella della danza della fertilità, quella del discorso sulla masturbazione al convegno delle donne repubblicane sono pezzi di bravura di Maria Bakalova che sfrutta tutti gli assist che le offre Sasha Baron Coen. Anche la sequenza “incriminata” di Rudy Giuliani ci disgusta senza però risultare inaspettata: conosciamo fin troppo bene quel tipo di uomo. Resta il fatto che – appunto – è difficile che Borat 2 riesca a stupire, a indignare, a scioccare. C’è anche una polemica sulla partecipazione di Judith Dim Evans (cui il film è dedicato, dato che è deceduta nel frattempo) che è una sopravvissuta all’Olocausto, una figura un po’ come da noi Liliana Segre, ma è una polemica inutile: è ovvio che Baron Coen non presenta realmente un punto di vista antisemita, anche se qualcuno sembra ancora non capirlo. Tutto sommato l’impressione è stata quella di un film stancamente fuori tempo massimo, con punte di situazionismo e nausea altissimi e un invito finale ad andare a votare che per chi ama Borat immagino sia un’esortazione inutile, ma tant’è. #recensioniflash

PENINSULA (Yeon Sang-Ho, 2020)

È il momento di parlare di Peninsula. Venduto anche come “Train to Busan presents: Peninsula”, il film non è precisamente un seguito del fortunato e geniale film di zombie del 2016. Diciamo che è un action horror che si muove nello stesso universo narrativo. I due film sono molto diversi tra loro. Dove Train to Busan mescolava zombie splatter e melodramma familiare con una inedita attenzione all’approfondimento psicologico dei personaggi, Peninsula sceglie una strada più “sicura” in termini commerciali e ricalca un po’ l’action hollywoodiano. Che non è un male di per sé, intendiamoci, basta saperlo. Yeon Sang-Ho deve aver pensato che non sarebbe riuscito a dare al suo precedente film un seguito “vero” (meglio in questo senso il lungometraggio animato Seoul Station) e ha deciso di fare una virata notevole. Peninsula guarda a Carpenter e a Miller, più che a Romero, ed è un divertimento trovare tutti i riferimenti più o meno espliciti a Fuga da New York, Fuga da Los Angeles, e un po’ a tutta la saga di Mad Max. Vero, in Peninsula la storia conta poco. C’è una missione da compiere in una corea postapocalittica, ci sono orde di zombie coreani (contraddistinti come ormai sappiamo dagli occhi bianchi e dalle articolazioni innaturalmente snodate), ci sono le milizie dei sopravvissuti ancora più pericolose degli zombie. Gang Dong-Won è un ex soldato che deve recuperare un camion pieno di dollari, Lee Jung-Hyun una sopravvissuta tostissima con due figlie assi del volante (le scene di inseguimenti sono tra le più adrenaliniche mai viste). Ovviamente le strade dei due si incroceranno, innescando casini sempre più grossi. Parlato un po’ in inglese, un po’ in coreano, un po’ in mandarino, Peninsula a tratti non sembra nemmeno un film orientale. Sang-Ho si ricorda delle sue origini in certe sequenze di dramma e tensione tirate volutamente per le lunghe (il quasi sacrificio di Lee Jung-Hyun nel prefinale), nella recitazione sopra le righe di quasi tutti i villain, in alcune scene di menare, su tutte la prima discesa nell’arena dei “gladiatori”. Per il resto, oh, avercene di film come Peninsula. #recensioniflash