E ANCHE STO HALLOWEEN…

Ebbene, cari lettori, questo mese di ottobre non è che abbia visto poi molti film. Sono stanco, a vedere Dune (o Drive My Car, se è per questo) avevo tanta paura di addormentarmi, le avversità della vita mi spingono a rifugiarmi nel comfort watch (che nel mio caso di solito è un rewatch, per esempio in sti mesi di Seinfeld) e quindi esco poco dal recinto. Esco quando mi pare che valga la pena, oppure quando esce un horror particolarmente in tema, o ancora quando voglio spegnere il cervello guardando una cosa molto trash. A voi capire cosa è cosa nelle recensioniflash che seguono.

OLD (M. Night Shyamalan, 2021)

Stringetevi forte, amici, perché ho visto Old di Sciaiamalan, Sciamalaian, coso insomma. Non volevo, lo giuro. Eppure ogni volta mi fotte così. Perché poi The Visit e Split un po’ mi erano piaciuti, erano cattivi e tutto sommato poco Sciamaialan. Invece Old è parecchio suo. Ma parecchio. Intendiamoci, a chi non è piaciuto Il sesto senso. Il sesto senso è fighissimo. Da lì in poi me ne fosse piaciuto uno (a parte The Visit e Split, che secondo me non erano male checché ne dica un mio carissimo amico che dal 2016 ancora mi odia per averlo portato a vedere il thrillerone pazzo con James McAvoy). Vabbè, comunque, Old. Famiglie clienti di un lussuosissimo resort che vengono portate in una spiaggia esclusivissima, talmente esclusiva che ogni ora che ci passi invecchi di due anni e chiaramente se già sei adulto dopo nemmeno un giorno muori male. I bambini invece crescono e diventano adulti. Lo ammetto, una premessa intrigante, che però va bene per un episodio di Ai confini della realtà o per uno spinoff di Lost. Sciamalama invece allunga il brodo all’inverosimile facendo il gioco della suspence di non inquadrare mai le facce finché badabooom le zampe di gallina della supermodel o i peli sulle braccia del bimbo di sei anni. Un ottimo, ottimo lavoro dei reparti trucco e parrucco, ma come sempre nei film del nostro ineffabile, tutti o quasi (anche quelli bravi, come Thomasin McKenzie o Alex Wolff) recitano da cani maledetti con dei dialoghi che sembrano scritti da Lory Del Santo per The Lady. Il meccanismo della “pistola di Cechov” è spiattellato in faccia quelle sei o sette volte, ogni cosa è superprevedibile, il 90% dei personaggi è imbarazzante ma ci sono dei momenti gustosi, tipo un paio di scene splatterone e soprattutto la gag dei bambini di sei anni che nel giro di cinque ore si sviluppano come sedicenni ed escono da un nascondiglio che lei è incinta e lui dice “Ma no dai mamma, stavamo solo giocando” e dopo mezz’ora lei partorisce. OK, ma a parte questo, lo Sciaiamalian twist c’è? Cerrrrrrto che c’è, è solo praticamente telefonatissimo dal minuto 20 del film. Comunque non vi dico nulla, se non che anche stavolta Sciamacoso ha un ruolo nel film e che è abbastanza importante anche se non sembra. Vabbè. Comunque lo so che si chiama Shyamalan, ma mi fa sempre troppo ridere dire Shama Lama Fa Fa Fa. #recensioniflash

THE VELVET UNDERGROUND (Todd Haynes, 2021)

Il documentario di Todd Haynes sui Velvet lo attendevo da circa 4 anni, da quando cioè era venuto fuori che ci stava lavorando. E ve lo dico subito, è una bomba assoluta. A parte il fatto che è un documentario sulla band che forse è la mia preferita in assoluto di sempre (se la giocano coi Kraftwerk, va bene, ma comunque), è un lavorone immenso, che per tutta la prima ora, per dire, non nomina nemmeno i Velvet, perché si parla dell’infanzia di Lou Reed e John Cale, dei loro percorsi prima di incontrarsi a New York, prima di incappare in Andy Warhol. Poi nella seconda ora di film tutto quello che sappiamo si avvicenda tra Nico e Maureen Tucker, l’Exploding Plastic Inevitable, tra Cale che se ne va e Doug Yule che arriva, tra Sterling Morrison che molla e il Max’s Kansas City e Lou Reed che saluta tutti e avvia la sua carriera solista. Tutti i pezzi che vi immaginate sono lì a vibrare mentre Todd Haynes tira fuori il meglio dal materiale d’archivio a sua disposizione e – forse è inutile dirlo – almeno 45 minuti di film sono spezzoni di film di Andy Warhol, o di Jonas Mekas (intervistato qui poche settimane prima della sua morte, il film è dedicato a lui). C’è molta arte, di Warhol ma anche di Rauschenberg, Rothko, Johns. C’è molta musica sperimentale, John Cage, LaMonte Young, c’è un tenero Jonathan Richman che quindicenne bazzicava i Velvet prima di formare i suoi Modern Lovers, ci sono tutte le superstar della Factory, Gerard Malanga, Mary Woronov, Candy Darling, Mario Montez, Edie Sedgwick. Un documentario densissimo, quasi tutto in split screen, con le voci che parlano sopra filmati d’epoca inediti, immagini mai viste, testimonianze visive di una New York tra il ’66 e il ’70 che è assolutamente emozionante. Soprattutto, non è tanto un film per dire “quanto erano fighi i Velvet Underground” (se lo guardi è perché lo sai già), ma è un film per testimoniare il clima artistico e culturale che ha potuto far emergere i Velvet come fenomeno prima avant-garde, poi di puro marketing warholiano, poi come rock’n’roll band “tradizionale” ma sempre fuori dagli schemi. Spettacolare, insomma, ma non mi aspettavo di meno da Todd Haynes. Verso la fine c’è una foto meravigliosa di qualche anno fa di Lou Reed e Laurie Anderson abbracciati su una panchina a Coney Island (credo). Mi ha colpito molto. #recensioniflash

HALLOWEEN KILLS (David Gordon Green, 2021)

Visti per voi (non è vero, li ho visti per me e poi mi diverto a stressarvi con le mie #recensioniflash): Halloween e Halloween Kills. Tutti e due così d’un fiato, che tanto sono l’uno il seguito diretto dell’altro. Anche se uno è del 2018 e l’altro di adesso. E boh. Io faccio parte del team Rob Zombie, per me esiste il primo Halloween del 1978 e poi gli Halloween di Rob Zombie, sporchi, crudeli, eccessivi come tutto il suo cinema. Questa “nuova interpretazione” di David Gordon Green targata Blumhouse è… corretta, efficace, nel solco della tradizione, ma mi sembra che emozioni poco. Michael Myers è sempre gigantesco, l’attacco del primo film con i malcapitati autori di podcast è azzeccato. Ma il vantaggio di questi Halloween (il fatto di essere “benedetti” da sua maestà Carpenter in persona) è anche il loro limite. Tutto (soprattutto nel nuovo Halloween Kills) è messo in scena per strizzare l’occhio e dare di gomito allo spettatore che ha visto i primi due capitoli (1978 e 1981), ci sono scene che addirittura mirano a riempire buchi di trama dei film originali, la solita retcon sparsa a piene mani, flashback che non si capisce se siano spezzoni dei film originali o meno (questo è un aspetto affascinante a dire il vero). Poi c’è l’aspetto “critica sociale” ultra didascalico della serie “i veri mostri siamo noi” che ho trovato veramente molto cringe. Il tutto è bilanciato da una spinta splatter che normalmente Halloween non ha, con molto più sangue e omicidi più violenti, elaborati e fantasiosi (ma come sempre totalmente casuali, perché a Michael fondamentalmente non gliene frega un cazzo). E infine trovo che questo voler dare una dimensione mistica e uno scopo preciso alle azioni di Michael sia un po’ forzato, comunque vedremo cosa succede con Halloween Ends. Bonus: Jamie Lee Curtis nel suo ruolo iconico di nonna Laurie sembra Patti Smith.

TITANE (Julie Ducournau, 2021)

Ciao, premetto che ho il raffreddore forte e una scarsa capacità di concentrazione e di eloquio, comunque ieri sono riuscito a vedere Titane, che era uno dei film del momento che più mi interessava. Dicono che sia un film fluido. Vediamo perché. Intanto è “fluido” nel senso che ci sono un sacco di fluidi corporali. Sangue, saliva, vomito, perdite intime, olio motore, perdite intime di olio motore, pus, e boh, forse dimentico qualcosa. Da questo punto di vista Titane è un film abbastanza repellente, poi oh, dipende dalla vostra soglia di tolleranza, c’è chi già al cannibalismo di Raw (della stessa regista) si schifava, qui ci sono robe peggio. Poi è “fluido” perché rappresenta percorsi di identità fluide, tra generi (la protagonista oscilla gaiamente tra iperfemminilizzazione e ipermascolinizzazione, in una performance attoriale direi unica nel suo genere e molto impressionante), ma anche tra umano e post-umano, rendendo ambigue e appunto fluide anche le potenziali relazioni familiari padre/figli*. Infine, e qui sta quello che più mi interessa, è “fluido” perché è una maionese impazzita di generi e di improvvise sterzate narrative alla brutto dio, gestite dalla Ducournau così, de botto, senza un perché. Con grandissima nonchalance e con la voglia matta di andare in culo a tutte le possibili aspettative degli spettatori. Prima è un musical postmoderno, poi è un thriller splatter con vena comica (e Caterina Caselli incorporata), poi è un dramma familiare gelido e ambiguo (e non dimentichiamo il grandissimo Vincent Lindon che come controparte della protagonista è altrettanto impressionante), infine si “scalda” e diventa incandescente sul finale assurdo ancorché prevedibile. A ogni cambio scena la reazione è “ma cosa cazzo ho appena visto”, eppure il film riesce miracolosamente a non deragliare. Boh, a me è piaciuto, anche se preferivo Raw, meno volutamente sgangherato. Della trama non vi dico un cazzo perché certo, possiamo dire “è quel film dove la tipa fa sesso con una Cadillac e rimane incinta dell’autovettura”, ma, come dire… quella è solo la parte più normale del film. #recensioniflash

NIC CAGE DAVANTI E DI DIETRO TUTTI QUANTI

Questo mese siamo frizzantini. Ma voi lo sapete che qui siamo dediti alla nobile arte della filologia di Nicolas Cage e delle sue facce da matto. Per questo, stavolta incorniciamo la tornata di recensioni di settembre con due film di Nicolas Cage che non potrebbero essere più diversi l’uno dall’altro. In mezzo ci stanno come sempre sangue, smembramenti, amore, lacrime, astronavi (ma non ho visto Dune, sia messo agli atti), mazzate, droga e buoni sentimenti. Andiamo a incominciare.

PIG (Michael Sarnoski, 2021)

Buongiorno, qui è l’ufficio deputato agli scleri di Nicolas Cage. Oggi vi presentiamo Pig, l’ultima fatica del nostro attore pazzo preferito. Non sapendo assolutamente di cosa si trattasse avevo pensato speranzoso in un clone assurdo di John Wick del tipo “tu mi hai rubato il maiale e io adesso spacco il culo a te e a tutti i tuoi scagnozzi con la mia aria da boscaiolo pazzo dell’Oregon”. Però il film parte invece con uno stile molto A24, se capite cosa voglio dire, lunghe inquadrature della corrente di un fiume, campi lunghi con Nicolas immobile che annusa gli alberi, e poi lei, il maiale, con cui Nicolas ha un rapporto di intenso amore platonico. Oltre al fatto che lo aiuta a trovare i tartufi neri, business in cui Nicolas sembra essersi ritirato dopo un passato misterioso. Un passato da picchiatore, direte voi. No, bambini, Nicolas un tempo era un cuoco molto quotato, e dal momento che qualcuno gli ha rubato il maiale lui lo vuole ritrovare a tutti i costi, ma nonostante gli occhi pazzi e la faccia insanguinata lui la risolve a botte di piatti cucinati da dio e invocando la potenza salvifica del gusto e della memoria del cibo. Quindi un po’ John Wick, un po’ Ratatouille, sempre molto minaccioso ma alla fine buono. Per tutto il primo atto ti fa pensare che il business dei cercatori di tartufi è un sottobosco di vere merde dedite a fottersi l’un l’altro. Poi viene fuori che il business dei locali di Portland, Oregon è ancora più una merda e che i camerieri e lo staff delle cucine di tutta la città ha fondato una sorta di fight club sotto le fogne (!!!). Ma tutto questo è solo colore, noi vogliamo soltanto il maiale, solidali con Nicolas, che peraltro a onor del vero dispiega qui tutta la sua bravura come attore pur parlando pochissimo. Una curiosa sorpresa. #recensioniflash

SHOPLIFTERS OF THE WORLD (Stephen Kijak, 2021)

“Cheesy” è una parola che a me piace molto, in italiano dovrei tradurla con almeno tre parole “banale”, “sdolcinato”, “vagamente imbarazzante”. Ed è l’aggettivo che userei per Shoplifters of the World, il film che racconta la storia di un fan che allo sciogliersi degli Smiths occupa una stazione radio di Denver per suonare tutta la notte solo musica di Morrissey & C., SE SOLO NON FOSSI ANCHE IO UN FAN ASSOLUTO DEGLI SMITHS. Siccome ho passato l’intera durata del film a fare karaoke sulla colonna sonora, invece, vi dirò che (oltre ad essere cheesy, voglio essere onesto) è entusiasmante come un vecchio film di John Hughes, perfetto nel cogliere quel dramma tipicamente adolescenziale in cui la musica dei tuoi idoli è la cosa più importante di tutte e soprattutto azzeccatissimo nello spiegare perché gli Smiths sono una band che ti cambia la vita e potenzialmente te la salva (a me è capitato, so di cosa parlo). Comunque sì, pare la storia sia vera, c’è questo tipo (Ellar Coltrane, il bimbo di Boyhood) che punta la pistola su un DJ di una radio di hard rock e metal (Joe Manganiello, anche produttore) e gli fa mettere solo dischi degli Smiths nella notte in cui esce la notizia che si sono sciolti. Nel contempo, quattro amici new waver passano la notte in feste dove ovviamente passa solo musica degli Smiths. Occasionalmente qualcuno telefona in radio per chiedere un brano degli Smiths. Nei dialoghi tra i protagonisti più e più volte usano frasi che sono prese di peso da testi di Morrissey. Tutto è talmente assurdo da essere delizioso. Il modello esplicito è Pretty in Pink (come look e come storylines) e di tanto in tanto ci sono spezzoni di interviste a Moz… quando era Moz. L’unico sprazzo di realtà amara è quando Joe Manganiello dice al fan degli Smiths “prima o poi i tuoi eroi li devi abbandonare, perché invecchiando diranno o faranno qualche cazzata che contraddice completamente tutto quello per cui li amavi”. Amen, fratello! Se siete fan, canterete PARECCHIO. #recensioniflash

JODOROWSKY’S DUNE (Frank Pavich, 2013)

E allora com’è Jodorowsky’s Dune? Beh, dai, a grandi linee la storia si sapeva. Jodo stava preparando Il suo adattamento di Dune dopo il colpaccio di La montagna sacra (cult personale dal 1986, anno in cui lo vidi per la prima volta e il cervello mi esplose). Poi ci furono problemi di soldi con De Laurentiis e non se ne fece più nulla. Poi dopo arrivò Lynch. Si sa che il Dune di Jodorowsky sarebbe stato un delirio totale perché lui i film non li fa per i soldi ma (testuali parole) “per scardinare i cervelli e liberarci dalla prigionia dell’io”, da cui la mitica scena della morte di Paul Atreides che rivive nella voce di tutti. Ma quello che non si era mai visto è il gigantesco librone degli storyboard di Jodo+Moebius, che a quanto pare solo Nicolas Winding Refn, una sera che era a cena dall’ineffabile Jodo-San, ha visto per intero e con il commento del regista in diretta. Il fulcro dolceamaro del documentario (con le voci di Richard Stanley, HR Giger, Brontis Jodorowsky e molti altri) è che Jodo regista ha dovuto diventare per diversi anni Jodo fumettista – e quante cose geniali ci ha regalato prendendo di peso dal suo Dune le idee per l’Incal, i Metabaroni eccetera, ma le idee visive di Jodorowsky e Moebius sono filtrate attraverso i suoi più stretti collaboratori in tutta la fantascienza dal 1975 in avanti, da Star Wars ad Alien, da Blade Runner a Terminator, da Flash Gordon allo stesso Dune di Lynch. Perché è evidente che questo librone, di cui al mondo esistono due sole copie, in qualche corridoio di Hollywood ha circolato. Comunque, da vedere in attesa del Dune di Villeneuve da cui mi aspetto molto poco, ma chissà. #recensioniflash

MAN IN LOVE (Yin Chen-Hao, 2021)

Se volete piangere pesanti e spiaccicosi lacrimoni, Man in Love (su Netflix) è il film che fa per voi. Due orette di stupefacente mélo / gangsta taiwanese dal regista Yin Chen-Hao (opera prima, precedentemente faceva videoclip e si vede, nel bene e nel male). Il film ha sbancato i botteghini a Taiwan la scorsa primavera e ha fatto breccia anche al Far East Festival quest’estate. Si tratta del remake di un omonimo film coreano ma la critica sembra concorde nel ritenere questa versione superiore (poi oh, il coreano non l’ho visto, fidiamoci). Il film parte con una premessa e un tono un po’ strani: A-Cheng è un esattore, specialista in recupero crediti, generoso dispensatore di mazzate ma anche con un cuore d’oro. Un bel giorno deve estorcere denaro e interessi alla giovane Hao Ting che dopo il lavoro cura il padre malato in ospedale, ma avviene il classico colpo di fulmine. A-Cheng si innamora ma – nel puro stereotipo sessista del gangsta cinese – tenta di approcciare Hao Ting con proposte a dir poco imbarazzanti, e la storia sembra prendere la direzione “stalker ossessiona giovane donna e magari poi la uccide”. Poi succede qualcosa, A-Cheng cambia impercettibilmente, è evidente che l’amore (come da titolo) lo fa evolvere in una versione migliore di sé stesso. Parte la storia d’amore che – secondo la esigua trama di Netflix – “avrà una strada accidentata”. ALLA FACCIA D’O’CAZZ della strada accidentata. Non voglio dire nulla ma tutto il terzo atto è una morsa che ti stringe le palle senza speranza. Attori in stato di grazia, regia interessante e dinamica soprattutto nelle numerose scene d’azione, scrittura appropriata nell’approfondire i personaggi, forse per il mio gusto occidentale solo la colonna sonora è un po’ troppo onnipresente ed enfatica. Una parata di finali devastanti si sussegue per farti piangere sempre un po’ di più (cioè sembra che sia finito ma poi non è finito e comunque anche quando è finito finito c’è la pugnalata al cuore dopo i primi titoli di coda). Per me comunque la scena in cui A-Cheng guarda Hao Ting dentro un locale cenare con un altro uomo e piange di felicità è una delle più belle del 2021. #recensioniflash

MALIGNANT (James Wan, 2021)

“I did it for the Lulz” è un vecchissimo meme che in sostanza indica che si è fatto qualcosa di assurdo – o magari sgradevole in qualche modo – solo per ridere. E io me lo vedo James Wan che fa capolino dietro lo schermo di noi spettatori che guardiamo Malignant e sogghigna per i Lulz. Perché se c’è un film che dimostra in ogni singola inquadratura quanto si è divertito il regista a farlo, quello è Malignant. L’ultima fatica del genietto dell’horror non è proprio un horror, ma è un thriller/giallo molto debitore di Argento e De Palma negli anni d’oro 1975-1982. Qualche spaventone c’è, ma è soprattutto una roba di inquietanti ospedali psichiatrici, serial killer sovrumani (ma reali) che fanno stragi ammazzando male la gente (in particolare i dottori del suddetto ospedale psichiatrico) e di una basita protagonista che non capisce come mai ha le visioni dei crimini compiuti dal killer proprio mentre li compie. CHISSÀ COME MAI, dicono gli spettatori che han capito il 90% del busillis nella prima mezz’ora di film. Ma non è che Malignant sia un film meno bello perché si capisce quasi tutto subito, quello è perché noi spettatori smaliziati abbiamo visto tanto Argento e De Palma (e Bava, e Fulci, Cronenberg e Hooper) e anzi, a quel punto possiamo disporci anche noi ai Lulz. Il punto è che siamo talmente oltre, che nell’ultima mezz’ora James Wan prende tutto quello che avevamo capito fino a quel momento, lo porta AL LIVELLO SUCCESSIVO e mette in scena una giostra di sangue completamente fuori di testa, unendo il suo coté horror a quello action e regalandoci un terzo atto che praticamente è il film che ogni amante dello splatter vorrebbe vedere: coreografie degne di Yuen Woo-Ping, lame affilate e mutilazioni a go-go. Solo Tarantino con gli 88 folli aveva osato tanto. Il killer di Malignant (non diciamo chi è ma tanto appunto lo capite abbastanza presto) è un personaggio che lascia il segno, e nonostante il pesante debito al giallo italiano classico (c’è proprio una scena che a me ha ricordato tantissimo Profondo Rosso) dà soddisfazione che per una volta sia stata creata una storia originale. Sul finale c’è la classica inquadratura alla “The end… or is it?” che però resta in sospeso… bastardo James Wan, ci hai fregato ancora una volta. Da vedere tantissimo. #recensioniflash

DON’T BREATHE 2 (Rodo Sayagues, 2021)

Don’t Breathe 2 è il sequel del thrillerone genere “home invasion” del 2016. Ora. Siamo di fronte al raro caso di sequel che è anche meglio dell’originale che di suo aveva il pregio di essere un film secco e brutale, con dei “cattivi” che diventavano vittime di uno psicopatico ex navy seal cieco (Stephen Lang, oserei dire nel suo ruolo più iconico) che tutto ha tranne che una chiara bussola morale. Qui nel 2 salva una bimba sopravvissuta a un incendio e la tiene con sé (in un’improbabile tensione verso la redenzione). Ma tanto la home invasion arriva comunque sotto forma di loschissimi figuri che vogliono rapire la ragazzina. Man mano scopriamo gli scopi dei cattivi, gli altarini del protagonista e di nuovo ci troviamo in un mondo di merda in cui esistono solo cattivo e più cattivo, ma nessun buono (o se esiste gli spaccano il cranio a martellate nei primi 20 minuti di film). Goduriosamente violento e splatter, Don’t Breathe 2 è il classico guilty pleasure, che quando arrivate al terzo atto e scoprite il doppio colpo di scena carpiato dell’identità dei cattivi e dei loro motivi, esplodete in un incredulo MACOSACAZZO. Però oh, è divertente. #recensioniflash

PRISONERS OF THE GHOSTLAND (Sion Sono, 2021)

Ammettiamolo, sulla carta Prisoners of the Ghostland è il film più fico dell’universo. Diretto da Sion Sono con un immenso Nicolas Cage nel ruolo del protagonista (che per di più si chiama “Hero”). Ora, lungi da me dire che è un film brutto: lo definirei piuttosto un film spiazzante, anche un filo imbarazzante. Diciamo subito che la storia ultra-idiota non è farina del sacco del pazzo giapponese ma è di due oscuri mestieranti mai sentiti prima. Il comparto visivo invece è puro Sion Sono al cubo. Diciamo che hanno deciso di creare un mondo che sa molto di Mad Max (ma il Mad Max di metà anni ’80, periodo Thunderdome, per intenderci), arruolare un protagonista che è in pratica Jena Plissken sotto funghi allucinogeni e di abbinare nel production design elementi di giappone antico e moderno, elementi di old wild west e di Las Vegas illuminandoli con luci alla Dario Argento periodo Suspiria / Inferno e girando il tutto con il piglio di Terry Gilliam o David Lynch (qui insieme al Jodorowsky di El Topo i riferimenti più evidenti)… però male. Cioè, tirato via, come a dire “guarda che ti combino con il mio primo film girato in USA, uaz uaz uaz”. (Uaz uaz uaz è la risata diabolica alla Cattivik, ovviamente). In campo è costantemente pieno di comparse che recitano in coro, cantano, urlano frasi sconnesse e si dimenano con addosso maschere inquietanti, poi però guardano in macchina e scoppiano a ridere. Oppure, ogni volta che ci sono le scene di combattimento (un mix di pistoleri e samurai con la katana) le coreografie sono tutte fatte a cazzo, in modo volutamente svogliato. Quindi tu pensi ma che cazzo sto guardando? Ah, già, è un film di Sion Sono, poi ti distrai un attimo e dopo un minuto c’è Nicolas che urla TESTICOLIIIIIII con la sua faccia da pazzo. Perché dovete sapere che la storia è che Nic è il pazzo criminale assoldato per ritrovare la “nipotina” (leggi sex slave) del Governatore, il supercattivo del film, che è scappata in una terra desolata e postapocalittica chiamata Ghostland. Per assicurarsi che riprenda la bella Bernice (Sofia Boutella) senza insidiarla, gli mettono delle cariche esplosive al collo, sulle braccia e sui testicoli. Un paio di queste cariche esplodono, vi lascio immaginare quali. Comunque sia, un film da vedere, ma nella mia personale classifica dei film di Sono (o anche dei film dove Cage smatta) sta molto in basso. Recuperate piuttosto Love Exposure, Guilty of Romance, Suicide Club, o – volendo andare sui più deliranti – Peace and Love, Tag o Tokyo Tribe. Forse persino Antiporno. E per quanto riguarda il divo Nicolas, Mandy o The Color Out of Space, per dirne due recenti. A vostro rischio. #recensioniflash

THE SUICIDE SQUAD E GLI ANNI ’50

Agosto, per me il mese cinematografico per eccellenza. Si riesce magari a vedere qualche blockbuster buttato là (uno dei quali si candida a miglior film dell’anno), qualche perla indie scavata tra i servizi di streaming, e soprattutto, complice una vacanza senza connessione, una manciata di capolavori anni ’50-’60 da riscoprire. Stavolta è un po’ lunga, e so che con ogni probabilità ve ne siete perse qualcuna, perciò condite il rientro dalle vacanze con il listone delle rece! Andiamo senza meno a incominciare.

FIRST COW (Kelly Reichardt, 2019)

Amici, First Cow è su Mubi. Si tratta di un western sui generis – sì, lo so, non è il genere che vi aspettate in una delle mie #recensioniflash, ma si tratta comunque di un film A24 che l’anno scorso (in piena prima ondata Covid) ha discretamente spaccato e ha vinto il New York Film Critics Circle Award, mica cazzi. E allora com’è questo First Cow? Si merita la nomea di film lunghissimo lentissimo indie-issimo? Beh, un po’ sì. Non vedevo un western così fuori dai tempi di Dead Man di Jim Jarmush – anche se qui c’è meno misticismo e più sporca frontiera dell’Oregon. Il film parte molto in stile A24 – rapporto d’aspetto 4:3 e inquadrature che durano 30-40 secondi (la prima è una sorta di lunghissima nave container che attraversa il quadro e te la fanno vedere tutta senza pietà). Quando sei lì che pensi dio mio ma è una palla senza senso, arriva la stecca: una donna non meglio identificata, vestita in abiti moderni (ma non era un western?) scava e scava per buoni due o tre minuti e scopre due scheletri sepolti vicini. Stacco. Siamo nel 1820 e Cookie è un cuoco al seguito di un variopinto gruppo di trapper. Incontra nei boschi King Lu, un cinese fuggitivo e fanno amicizia. Il loro rapporto è il fulcro del film, un inno alla bromance e un calcio in faccia alla mascolinità tossica. Come protagonista di un western Cookie è realmente atipico: alla pistola preferisce la frusta per dolci, cura i bambini durante le risse da saloon, dispone fiori selvatici in casa per abbellire le stanze. A un certo punto, a metà del film che comunque dura più di due ore, ve lo dico, arriva la mucca del titolo. I due ci vedono un’opportunità di business e in pratica mungono la mucca di nascosto durante la notte e fanno una piccola fortuna preparando e vendendo gli struffoli napoletani. Gran parte del secondo atto è imperniato sugli struffoli e su quanto sono buoni e su quanto ci sta bene sopra il miele e anche una spruzzata di cannella, finché non arriva – dall’ignaro padrone della mucca, nientemeno – l’ordine per un clafoutis (calcano molto questa parola, CLA-FOU-TISSS, la dicono almeno cinque volte e sa già di condanna a morte). In effetti quando il padrone della mucca si rende conto che Cookie e King Lu gli stavano rubando il latte sotto il naso si incazza non poco. Il finale come in tutti i film indie-issimi non è un vero e proprio finale ma tanto sappiamo già come va a finire. Dire capolavoro non saprei, comunque un film che per più di due ore ti tiene agganciato alla storia di un pasticciere del 1820 in cui la maggior parte delle inquadrature consiste in azioni umane nascoste alla vista da un’impenetrabile coltre di rami, foglie e felci, è sicuramente qualcosa.

F9: THE FAST SAGA (Justin Lin, 2021)

C’è poco da fare, io dopo che vedo un film della Fast and Furious Saga sono sempre, invariabilmente fomentato a mille. F9 non fa eccezione, anche se – diciamolo pure – il franchise sta mostrando la corda già dall’episodio 6 e ormai fa specie vedere tutti i personaggi così… invecchiati. Torna Justin Lin in cabina di regia e partono le sequenze d’azione sempre più spettacolari: credeteci o meno, stavolta vanno nello spazio con una Ford che monta propulsori a razzo, poi tanto per pompare sul versante dell’assurdo i nostri eroi trovano dei supermagneti potentissimi che montano sulle loro auto per causare delirio e sfasciamento globale di lamiere in un’orgia di incidenti e accatastamenti che il finale dei Blues Brothers gli spiccia casa. Vabbè ma a parte questo, la trama? Ma che davvero? Esiste una trama? Diciamo che c’è una backstory o due che fanno la novità: una storia del passato di Dom Toretto negli anni ’80 e la comparsa del fratello Jacob (John Cena, monolitico) nel ruolo del supercattivo che però poi si redime – un pattern tipico di FF – perché in fondo anche lui è parte della FAMIGLIA. E poi c’è il barbatrucco di Han, uno dei personaggi più amati, morto in FF6 e magicamente risorto qui (eeeh era tutta una finta perché Shaw credeva di averlo ucciso ma no lui era d’accordo con… vabbè non sto a dirvi che tanto è una roba assolutamente da soap opera). Sul fatto della sospensione dell’incredulità (sempre più difficile ma assolutamente NECESSARIA per guardare un film della FFS) ci giocano persino i dialoghi con intere scene a dire “Ma vi siete mai accorti che ci sparano e ci esplodono in continuazione ma non abbiamo nemmeno un graffio?”… In tutto il film di 147 minuti possiamo contare almeno 40 minuti di abbracci tra personaggi perché è sempre tutto un “Minchia è dalla scorsa missione che non ci vediamo, siete troppo la mia FAMIGLIA” o “Porcoddue ti credevo morto e invece eccoti qua” e 107 minuti di esplosioni. C’è anche Charlize Theron che fa l’imitazione di Hannibal Lecter, Helen Mirren che drifta davanti a Buckingham Palace, la tradizionale grigliatona di fine film e una immancabile scena post credits che ripesca dal mazzo anche Jason Statham (in F9 manca solo The Rock e poi ci sono proprio tutti tutti). Bon, se vi piace la saga direi che non potete perderlo, anche se Vin Diesel sembra sempre di più un robot a immagine di Vin Diesel. Se invece non ve ne fotte nulla, avete perso due minuti della vostra vita a leggere una rece inutile… #recensioniflash

VIVO (Kirk DeMicco, 2021)

Avete presente la mia teoria su animazione, musical e horror che sarebbero i tre generi cinematografici per eccellenza in quanto unici nel proporre per forza di cose un mondo radicalmente alternativo a quello reale, in cui sullo schermo può succedere di tutto in barba a qualunque legge della fisica e che QUINDI rappresentano il cinema per eccellenza? Se non l’avevate presente ve l’ho detta adesso. E comunque tutto ciò per dire che è finalmente uscito Vivo su Netflix ed è un bel musical d’animazione e che se avesse anche un lato horror sarebbe il film perfetto. Ma non si può avere tutto dalla vita. Però Vivo è un film da vedere assolutamente, anche se io personalmente non ne amo molto il character design un po’ spigoloso e molto Sony Pictures Animation (stile Mitchell contro le macchine ma più fastidiosamente squadrato, ma questo si spiega con il fatto che il regista è lo stesso dei Croods, forse il film d’animazione più fastidioso dell’ultimo decennio). Ecco, ma torniamo al lato musical. Vivo è un progetto di dieci anni fa di Lin-Manuel Miranda, che ha scritto 11 canzoni per il film con il suo stile riconoscibilissimo. Come per Hamilton e In The Heights lo accompagna alla direzione musicale Alex Lacamoire, i testi sono della librettista di In the Heights Quiara Alegrìa Hudes, la produzione è affidata a Rich Moore (Zootropolis, Ralph Spaccatutto, Ralph Spacca Internet). Con un dream team di questo calibro è difficile che venga fuori un film brutto. Ovviamente Lin-Manuel è il protagonista Vivo, un cercoletto (stranissimo incrocio tra una scimmia e un procione) che fa spettacoli musicali a L’Avana con l’anziano Andrés. Andrés viene invitato al concerto d’addio di Marta, la più famosa cantante cubana espatriata a Miami nonché suo segreto amore da più di 50 anni. Andrés è molto contento dell’invito, talmente contento che… vabbè, no spoiler, comunque per Vivo si prospetta un’avventura caleidoscopica piena di canzoni, animali assurdi, una bambina psichedelica e una missione da portare a termine. In italiano (stringetevi a me) Vivo è Stash dei The Kolors, mentre la cantante Marta (in originale, inevitabilmente, Gloria Estefan) è la brava Simona Bencini dei Dirotta su Cuba. Comunque raga, sempre meglio l’originale con i sottotitoli. Anche se il doppiaggio italiano stavolta non è proprio da strapparsi i testicoli e infilarseli nelle orecchie come spesso succede. Vivo è stato presentato in anteprima fuori concorso al Giffoni Film Festival e finalmente è qua – era pronto dal 2019, hanno rimandato e sperato fino all’ultimo nelle sale e poi lo hanno venduto a Netflix. Come va la vita a volte, eh. #recensioniflash

THE SUICIDE SQUAD (James Gunn, 2021)

I fumetti sono una cosa fica… Lo sono per me dagli anni ‘70 e continuano ad esserlo ancora oggi, anche se non sono più un Marvel e DC fanboy. I cosiddetti cinecomics negli anni ‘80 erano una cosa eccitante soprattutto grazie al talento e al saper fare del compianto Richard Donner. Negli anni ‘90 i cinecomics virano al dark e ci sentiamo tutti più maturi anche se con quella punta di visionarietà con Tim Burton. Negli anni ‘00 arriva Sam Raimi e tutti gridiamo al miracolo. Gli anni ‘10 sono interamente dominati dal Marvel Cinematic Universe e inevitabilmente le cose cominciano a farsi noiose, prevedibili, ripetitive, tranne poche eccezioni. Una delle quali è il salto sulla poltrona che ci ha fatto fare il primo Guardians of the Galaxy. A parte che James Gunn era già nei radar dai tempi della sua militanza nella Troma, ora che ha divorziato da Disney/Marvel ed è approdato alla Warner/DC dove gli hanno affidato una sorta di remake/reboot del moscissimo Suicide Squad lui ti fa il botto, cazzo, e ti tira fuori negli anni ‘20 THE SUICIDE SQUAD, il cinecomic definitivo. Iperviolento, grondante humor nero, con personaggi sopra le righe che si permettono comunque quel minimo di approfondimento che serve per affezionarsi, camei spettacolari (Michael Rooker, Nathan Fillion, Taika Waititi), una Harley Quinn finalmente a fuoco (se ricordo che l’ultimo film che ho visto in sala prima del primo lockdown fu proprio Bird of Prey e quanto mi aveva rotto le palle) e poi King Shark. Grande amore per questo ruolo spettacolare di Stallone che – è proprio il caso di dirlo – si mangia tutte le scene dove appare. Non ci vuole molto, sapete. Basta abbracciare l’estetica fumettistica senza pensare di fare per forza il grande autore ma farlo bene, con amore, con il gusto per il sangue e le mazzate. Come Deadpool, ma meglio perché qui non c’è l’ansia di dover fare una battuta di spirito ogni 30 secondi. L’umorismo (nerissimo) sta nella situazione più che nei dialoghi, pur brillanti. Scene preferite: il massacro nel campo dei guerriglieri dell’isola di Corto Maltese (!!!), il massacro degli aguzzini di Harley Quinn, il massacro dei soldati a Jotundheim, il massacro delle stelle marine fluo aliene quando esce Starro il conquistatore (gran trovata riesumare un villain così stupido eppure così minaccioso). Il mio livello di entusiasmo è pari a quando a 13 anni per la prima volta ho visto in tv 1997 Fuga da New York, e non è poco (del resto la premessa della trama è simile). Insomma, sono contento e amo James Gunn. Tra l’altro colonna sonora eccezionale e non ruffiana (The Fratellis, Jim Carroll Band, Black Francis) e gustose scene mid- e post-credits. #recensioniflash

SHOCK CORRIDOR / THE NAKED KISS (Samuel Fuller,  1963-4)

Amici, questa sera vi voglio presentare il mio amico Samuel Fuller, con un Late Night Double Feature Picture Show a base di Il corridoio della paura (1963) e Il bacio perverso (1964), il primo reperibile su Prime, il secondo su Plex.tv. Samuel Fuller, una introduzione. Si tratta di un regista cuscinetto, nel senso che con altri come Aldrich o Peckinpah ha contribuito a un radicale rinnovamento di Hollywood a cavallo tra i ’50 e i ’60 portando poi alla nascita di quella che conosciamo come la New Hollywood dei primi anni ’70. Samuel Fuller è un mio amico nel senso che l’ho conosciuto prima di tutto di riflesso, per i suoi cameo in film che amavo come Pierrot le Fou di Godard (in cui Fuller nel ruolo di sé stesso programmaticamente dice “Il cinema è come un campo di battaglia: amore, odio, azione, violenza, morte, in una parola: emozione”) o L’amico americano, Hammett e Lo stato delle cose del mio amato Wim Wenders. Fuller è talmente alieno rispetto alla produzione media hollywoodiana che dalla fine degli anni ’60 in avanti gli negano qualsiasi finanziamento di fatto relegandolo al silenzio. Ed ecco cosa vi propongo. Il corridoio della paura (Shock Corridor), rivisto da poco a 30 e più anni dalla prima visione, ha sempre la stessa forza. Non è un film che passa facilmente in televisione: è un thriller / horror / inchiesta in cui il protagonista è un giornalista che – per risolvere un caso di omicidio in un manicomio – si fa internare fingendo di essere pazzo per risolvere il caso. Peccato che a stare con i pazzi… Vabbè. La premessa è abbastanza lineare. La psicoanalisi era stata già sdoganata da Hitchcock con Psyco tre anni prima, ma questo film va oltre. Si parla di incesto, feticismo, sessualità deviata (il protagonista chiede aiuto alla fidanzata, che gli regga il gioco fingendo di essere la sorella molestata). Nel contesto del reparto psichiatrico maschile si mostra una vita claustrofobica, ossessiva, fatta di ombre ed elettroshock, terapia idropinica e schizofrenia con monologhi sulla guerra, la morte, il razzismo sistemico (un tema molto caro a Fuller) ed esplosioni di violenza inaudita. A un certo punto tutto vira sul surreale, mentre la mente del protagonista si spezza, in una sequenza angosciante in cui all’interno del set (il corridoio del titolo, sempre lo stesso) si sviluppa una tempesta di pioggia. Da vedere assolutamente. Ugualmente inquietante è Il bacio perverso (The Naked Kiss) in cui Constance Towers – che in Shock Corridor era la fidanzata del protagonista – è una ex prostituta che cerca di cambiare vita, viene assunta come infermiera in un’ospedale pediatrico e trova l’amore della sua vita, solo che quando sta per sposarsi scopre un’orribile segreto… Vabbè anche qui no spoiler, comunque è di nuovo un film assolutamente di rottura. Intanto c’è un cold opening DELLA MADONNA in cui lei prende per dieci minuti buoni a scarpate in faccia il suo protettore che ha preso più della percentuale dovuta e nella lotta furiosa che ne consegue si capisce che lei porta una parrucca perché in realtà è rasata a zero (la cosa è poi spiegata più avanti). Poi titolo e a seguire una storia di provincia che può sembrare banale e sonnolenta ma è punteggiata di primi piani che rendono tutto sempre molto minaccioso. A mezz’ora dalla fine il punto di non ritorno e da lì l’angoscia. Espressionismo a piene mani nella fotografia, montaggi serratissimi, sovraimpressioni, in una storia sordidissima che rimesta tra prostituzione, pedofilia e criminalità organizzata. Roba che non ti aspetti in un film americano del 1964. E invece è proprio da qui che nascono i nostri amati Tarantino, Jarmusch, ma poi se è per questo anche Scorsese, che lo ha sempre citato come un maestro personale. Fuller si permette persino un’autocitazione, con la protagonista di Naked Kiss che passa incuriosita davanti a una sala cinematografica dove proiettano Shock Corridor. Film straconsigliati per queste calde notti: l’effetto è quello di una bella secchiata d’acqua gelata in faccia. #recensioniflash

SUMMER OF SOUL (Questlove, 2021)

Ciao! Volete la bellezza, anzi la BELLEZZA tutta maiuscola? Su Disney+ c’è da qualche giorno Summer of Soul – un documentario di Questlove. La premessa è intrigante: sapevate voi che lo stesso anno di Woodstock (1969) si tenne in un parco di Harlem un festival di black music con Stevie Wonder, Nina Simone, Sly and the Family Stone, Mahalia Jackson, Mavis Staples, Gladys Knight e molte altre voci soul afro funky jazz latino nuyorican blues e chi più ne ha più ne metta? No, non lo sapeva nessuno perché non fregava nulla a nessuno. Tutto il festival è stato filmato e per 50 anni è stato ad ammuffire in uno scantinato di Harlem. Fino ad ora. Basterebbe questo, poi Questlove monta tutto con interviste ad artisti, attivisti e spettatori del 1969 ritrovati oggi e contestualizza il tutto in maniera discreta. Due ore e qualcosa di beatitudine. Accorrete numerosi. #recensioniflash

ASSAULT ON PRECINT 13 (John Carpenter, 1973)

È sempre cosa buona e giusta guardare Assault on Precint 13 almeno una volta l’anno. Per me sta nella top 3 dei migliori Carpenter di sempre e comunque è un film che non ha mai (ripetete con me) NON HA MAI avuto un remake con Ethan Hawke e Laurence Fishburne. Un film perfetto, con dialoghi perfetti, ritmo perfetto, forse con il primo omicidio di bambina a tutto schermo (è un po’ la causa scatenante di tutto il bordello e non ho mai capito come gliel’abbiano fatta passare, che si sa che a Hollywood cani e bambini sono intoccabili e al massimo devono morire fuori campo). Detto ciò, Amazon Prime ha un grande problema con i film degli anni ’50-’60-’70: ottima resa video ma audio inglese quasi sempre senza sottotitoli. Mi pare un limite grosso. Poi devo dire che i film di quel periodo siamo abituati tutti a vederli doppiati fin dai tempi delle maratone notturne su Italia 1 quindi non infastidice la traccia audio italiana, però cazzo. #recensioniflash

RAW (Julia Ducournau, 2017)

Ero lì che ripensavo a Nanni Moretti e al suo sarcastico post sulla vittoria a Cannes di Julia Ducournau e mi son detto vediamo questo Raw, il suo lungometraggio horror d’esordio del 2017 (l’avevo in canna da tre anni ma sta nel mucchio di quei film “pescati in giro” che poi mi dimentico di guardare). Ora. Da qui a dire che è il miglior horror del decennio secondo me ce ne passa. Però qualche intuizione interessante c’è. Qualche giorno fa ho scritto un post relativo al consumo di carne rossa. Chi lo ha commentato con cognizione di causa (voi sapete chi siete) dovrebbe certamente vedere Raw. In pratica è un film su una matricola che si iscrive a veterinaria, entra nel magico mondo della goliardia universitaria e del nonnismo estremo, viene vessata con tutte le altre matricole in modi anche un po’ esagerati, ma in un certo qual modo riesce a passare gli esami e a far cose con il suo compagno di stanza gay (evidentemente confuso). Ah, dimenticavo di dire che la tipa è vegetariana stretta proveniente da una famiglia di vegetariani strettissimi anche un po’ cagacazzi, e come iniziazione da matricola le fanno mangiare reni di coniglio crudi e robe così (il vomitevole in questo film c’è, ma è quasi tutto riferito alla facoltà di veterinaria tipo la scena della sorella di lei che ravana col braccio infilato fino al gomito nel culo della vacca). Vabbè quindi, veterinaria a parte l’horror dove sta? Nel fatto che dopo aver mangiato il rene di coniglio crudo, la protagonista scopre che le piace assai la carne. Cruda. E possibilmente umana. Da lì in poi inquietanti e ambigue rivelazioni fino al bagno di sangue finale. Interessante è interessante, ma mi aspettavo molte più scene di cannibalismo. Invece, ripeto, è sostanzialmente un film sul disagio della facoltà di veterinaria. #recensioniflash

THE LOUD HOUSE MOVIE (Dave Needham, 2021)

Ciao, se non sapete nulla di The Loud House probabilmente non vale la pena che vi guardiate The Loud House Movie uscito da pochissimo su Netflix. Però sappiate che vi siete persi una delle poche serie animate veramente valide degli ultimi 4 o 5 anni. A casa dei Loud (così passa su Super, canale 47) è una serie ideata e realizzata da Chris Savino, uno che lavorava con Genndy Tartakovsky ai gloriosi tempi di Dexter’s Laboratory e che quindi ha fatto la storia di Cartoon Network. Poi è passato a Nickelodeon dove è riuscito a risollevare un canale in crisi dal punto di vista dell’animazione con la storia di una famiglia di padre, madre, dieci figlie femmine e un solo maschio. Le sorelle Loud hanno ognuna una propria peculiarità (la sportiva, la emo/dark, la stilista, la scienziata, la rockettara, la golfista, etc). Lincoln Loud invece è un po’ un everyman, ma è “l’uomo con un piano” che sa sempre come risolvere la situazione, aiutare le sorelle e così via. In questo film i Loud vanno in Scozia a cercare le loro origini. Il tutto condito da animazione esilarante, umorismo demenziale, canzoni con le cornamuse e soprattutto David Tennant. Per me è un sì convinto, poi bisogna vedere cosa ne pensano i vostri bambini (interiori o meno). Peraltro non è nemmeno così necessario aver visto la serie prima, nei primi 10 minuti di film c’è abbastanza contesto da capire tutto. Enjoy! #recensioniflash

HOUSE ON HAUNTED HILL (William Castle, 1959)

Ci son giornate di pioggia qui al mare che uno non può fare a meno di rifugiarsi nei “comfort movie”, o quanto meno in film mai visti ascrivibili a un genere “comfort”, tipo gli horror anni ‘50. Tipo House on Haunted Hill (La Casa dei fantasmi) di William Castle con Vincent Price. Castle è sinonimo di jump scare (anzi, lo ha inventato lui) e Price è sinonimo di perfidia gigionesca (l’ha inventata lui, di nuovo). Qui Price è il miliardario padrone di casa (una villa modernista per nulla gotica) che invita alcuni personaggi a passarci la notte: chi rimane vivo avrà 10.000 dollari in premio. Ci sono in ballo veri o supposti fantasmi, trame omicide incrociate e una messa in scena a volte un po’ grezza ma efficace. Inquietantissimi i custodi della villa, deliziose le teste mozzate decomposte che spuntano qua e là, immancabile la vasca di acido in cantina (chi non ce l’ha nella sua villa?) che fa il suo dovere nel finale. Divertente, tutto in italiano su YouTube. #recensioniflash

THE BRAIN THAT WOULDN’T DIE (Joseph Green, 1962)

Un altro bellissimo horror anni ‘60 assolutamente da recuperare è The Brain That Wouldn’t Die (Il cervello che non voleva morire, di Joseph Green), una produzione AIP cattivissima e fuorviante fin dal titolo (il cervello in questione vuole tantissimo morire, è che semplicemente non può). La situazione è quella del medico folle un po’ Frankenstein che sostiene di dover sperimentare sugli umani. Cioè, lo ha anche già fatto, infatti tiene chiuso in cantina un mostro che non si vede mai (ma quando si vede alla fine è spettacolare e si capisce da dove arriva il Toxic Avenger della Troma). Comunque sia il presuntuoso e antipatico protagonista ha un incidente d’auto nel quale la bella fidanzata resta decapitata. Ovviamente lui cosa fa, porta la testa nel suo laboratorio e la collega con cavetti e tubicini per farla restare in vita. Nel frattempo lui si aggira nel sottobosco di stripper e prostitute per trovare una giovine da decapitare per impiantare la testa della fidanzata su un corpo nuovo, possibilmente da urlo (sessismo a pacchi). La testa della fidanzata però non è della stessa idea, ma proprio per niente. Tematiche molto cronenberghiane, cicatrici, body horror, e una delle battute finali più ganze di sempre (“Te l’avevo detto che dovevi lasciarmi morire muahahahahah”). Vabbè. Tutto gratis su YouTube. Prego. #recensioniflash

LA REGINA DELLE NEVI (Lev Atamanov, 1957)

Un’ultima recensione da un mese di agosto passato a guardare vecchi film anni ’50 su YouTube. Sul tubo si trova anche La regina delle nevi (Snežnaja koroleva, 1957 di Lev Atamanov), una perla assoluta del cinema di animazione mondiale che ho scoperto guardandolo di aver già visto in tenerissima età probabilmente su qualche canale assurdo tipo Capodistria o TV Svizzera. La regina delle nevi è per l’appunto la fiaba di Andersen, messa in cornice da una sorta di folletto narratore (doppiato da Ernesto Calindri, ocio a recuperare la versione con il doppiaggio originale italiano, i ridoppiaggi anni ’80 e ’90 fanno cagarissimo). Il folletto ci racconta la storia di Kai e Gerda, due bimbi vicini di casa che sì insomma, si chiamano “fratellino” e “sorellina” ma si capisce che vorrebbero portare la loro relazione a un livello successivo. Una notte di tempesta la nonnina gli racconta della terribile Regina delle Nevi, e Kai da buon sbruffone dice sostanzialmente “Con la Regina delle Nevi mi ci pulisco il…” ma la Regina sente e gli manda due schegge di ghiaccio malefiche, una nell’occhio, perché possa vedere solo il male e una nel cuore perché possa sentire e compiere solo il male. Ovviamente Kai diventa uno stronzo e comincia anche a fare ghosting con Gerda. Un bel giorno la Regina se lo porta via e Gerda resta sola, ma determinata a riprendersi il suo “fratellino”. Molte avventure, lieto fine, la forza dell’ammmoreh. Quello che stupisce in un film di 60 minuti (il terzo atto è un po’ tirato via, diciamo) è l’animazione molto ben fatta che regge il paragone se vogliamo con il coevo Alice della Disney – anzi, se possibile il film russo è invecchiato meglio. Il design della Regina è fighissimo e super-iconico (è stato preso a modello da Rebecca Sugar per il design di White Diamond nella serie di Steven Universe). Se come me siete appassionati di storia del cinema di animazione, assicuratevi di vederlo. #recensioniflash