IL 2021 IN 20 DISCHI

Proseguiamo con i listoni della morte, stavolta vi consiglio i 20 dischi (secondo il mio insindacabile giudizio) più rappresentativi dell’anno. Siccome io sono una persona a) di bocca (anzi di orecchio) abbastanza buona e b) ho gusti parecchio ma veramente parecchio eclettici, qualcosa che vi può piacere lo trovate senz’altro. Ho cercato di ridurre a venti perché ne avevo una cinquantina ma forse poi vi annoiavate. Essendo stata un’annata inaspettatamente buona anche per il Belpaese, ho fatto un mischione di roba italiana e internazionale. Enjoy, sapendo che ogni link vi porta al corrispettivo album su Spotify!

IRA (iosonouncane)

Certamente album migliore dell’anno per la musica italiana e – mi voglio rovinare – anche internazionale, perché questo amalgama sonoro plurilingue, ipnotico, coinvolgente e densissimo è una roba che ti lascia senza fiato. Due ore piene di sonorità a volte claustrofobiche, a volte estasianti, più spesso inesplicabili. Da ascoltare e riascoltare ma – diciamo – non in auto o come sottofondo sonoro.

Sometimes I Might Be Introvert (Little Simz)

Tra i due litiganti (Drake e Kanye) la terza (Little Simz) gode. Il miglior album hip-hop dell’anno è dell’artista londinese dal flow assassino che spazia dal grime al soul all’afrobeat con una sicurezza incredibile. Point and Kill è in heavy rotation su tutti i miei dispositivi da quando è uscita, per dire.

Fatigue (L’Rain)

Scoperta dal vivo per caso a Club2Club, L’Rain (Taja Cheek) da Brooklyn ha confezionato un album perfetto per l’era pandemica, tra frammenti di free jazz, rumorismo, ambient, beat hip-hop low-fi, gospel e neo-soul. Fatigue è la fatica accumulata negli ultimi due anni, che qui si sente tutta e viene trasfigurata.

Magica Musica (Venerus)

Venerus ha fatto il miracolo di portare nella musica italiana un mix di avant-pop, soul ed elettronica che finora avevamo sentito arrivare solo dai paesi anglofoni. Magica musica è un album denso, senza un suono fuoriposto, con una produzione incredibile (di Mace) e con momenti irresistibili (io ho un debole per “Fuori fuori fuori” e “Sei acqua”).

Song Machine S1 Strange Dayz (Gorillaz)

Sì, ho barato, quest’album è del 2020 ma ha contraddistinto per me questo anno assurdo con le sue canzoni sghembe e con il singolo di traino cantato dal mio amatissimo Robert Smith, sempre in forma. Strange Dayz, proprio come quelli che abbiamo vissuto in questi mesi.

OBE (Mace)

Mace è il producer più interessante che abbiamo in Italia, e il suo album OBE (Out of Body Experience) è lì a dimostrarlo. Molti featuring interessanti (Venerus, Blanco, Salmo, Chiello, Gemitaiz, Rkomi, Ketama126, Guè, Madame, per fare alcuni nomi) ma soprattutto un superamento della trap in favore di un pop italiano elettronico e urban veramente adulto.

Donda (Kanye West)

Impossibile non averlo ascoltato quest’anno. Il decimo album di Kanye ha una durata smisurata, è tutto nero (a lutto) ed è dedicato alla madre morta Donda. Detto ciò, è un’opera intensa e a volte un po’ avvitata su sé stessa ma che si fa ascoltare e riascoltare per trovare nuove sfumature. E poi è sempre Kanye.

Colourgrade (Tirzah)

Ancora meno strutturato di Devotion, il nuovo album di Tirzah è super intimista, un acquerello elettronico sognante e crepuscolare. Sentito dal vivo è come essere avvolto da una coperta calda e morbidosa, che ha un profumo strano e un po’ intossicante.

La terza estate dell’amore (Cosmo)

Cosmo ha fatto un disco che magari non è il suo migliore ma è un manifesto di resistenza corporale ed elettronica al distanziamento sociale. Con i suoi beat, la sua voglia di ballare e le sue melodie sempre appiccicose questo album vuole farci tornare a sudare, a stare insieme e a vivere appunto una “terza estate dell’amore”. Io faccio tantissimo il tifo per lui.

Friends that Break Your Heart (James Blake)

Siamo sempre in territorio urban / electronica / cantautorato intimista, e qui James Blake mi sta basso in classifica perché questo album non è un capolavoro come Assume Form e la forma-canzone se vogliamo è “più tradizionale” e vira alla semplicità del folk. Però bello.

Daddy’s Home (St. Vincent)

Annie Clark ha fatto il sorpresone dell’anno confezionando un album filologicamente rock blues di matrice seventies. Cioè, sembra un’altra artista del tutto. Ma la cosa non è poi negativa, anzi. L’album come si capisce è dedicato al padre e riprende in tutto e per tutto quel tipo di rock che animava le strade di New York quando il padre era pischello. Curiosissimo.

Medioego (Inoki)

Ragazzi, è tornato Inoki dopo 7 anni di silenzio e spacca di brutto come sempre. Uno dei migliori rapper “storici” che abbiamo in Italia, qui impreziosito da produzioni del livello di Crookers, Salmo, Chris Nolan, lasciato libero di volare alto con un flow old skool sempre all’altezza della situazione.

Chemtrails over the Country Club (Lana del Rey)

Niente, per me qualunque cosa faccia Lana Del Rey è comunque un “album dell’anno”, anche se stavolta è uscita con due album (c’è anche Blue Banisters) e c’è l’imbarazzo della scelta. Lana è sempre lei, e appena parte White Dress sei conquistato e non hai più speranza.

Epsilon (Jolly Mare)

Una piccola perla poco conosciuta del panorama italiano elettronico odierno. Jolly Mare (il pugliese Fabrizio Martina) confeziona un album ricco di groove, funky e psichedelia, appoggiato su tappeti di synth che ricordano a volte Tony Esposito, altre volte Franco Battiato, più spesso Tullio de Piscopo se avesse incontrato i Kraftwerk. Tutta l’estate ho sentito solo questo.

Noi, loro, gli altri (Marracash)

Arriva a fine anno e sbaraglia il rap italiano con un nuovo disco che magari non è totale come Persona, ma è comunque la dimostrazione che Marra è veramente il king del rap. Testi intelligenti, storie che si fanno seguire, e una punta di nostalgia nineties per il pop di Infinite Love con Guè, che è la mia canzone di Natale.

Montero (Lil Nas X)

Ho visto il futuro del pop e il suo nome è… vabbè, dai, Lil Nas X può piacere o meno. Per me è un fenomeno assoluto. Chiaramente come tutti i fenomeni pop è un prodotto multimediale in cui la musica è solo uno dei molti componenti, e tuttavia Montero è un album piacevole ed è ideale per capire dove sta andando il pop nel 2021.

Carnage (Nick Cave / Warren Ellis)

Il mio amore per Nick Cave non scema nemmeno di fronte a Carnage, l’album della pandemia. Più difficile di Ghosteen, o forse semplicemente difficile in modo diverso, questo è l’album dove “& The Bad Seeds” scompare in favore di “& Warren Ellis”, e infatti le sonorità sono molto più secche. Però è un must.

Madame (Madame)

Madame per me è una sorpresa continua, e vorrei dire che – piaccia o no – è una delle poche performer italiane che riconosci al volo qualsiasi cosa faccia. L’album d’esordio ha qualche piccola caduta (ci stava magari mettere meno pezzi) ma fa veramente ben sperare per un’artista che rappresenta bene il nostro panorama urban.

Happier than Ever (Billie Eilish)

Billie è cresciuta e si muove in territorio pop/urban con una consapevolezza incredibile, aiutata dal fratello produttore (ma testi e musiche sono suoi). Ci sono ancora episodi electro che richiamano il primo album ma ora ci sono anche sonorità più mature che vanno dalla psichedelia a broadway passando per la bossa nova (!!!). Adorabile.

Promises (Floating Points / Pharoah Sanders / London Symphony Orchestra)

Fuori da ogni schema, potrebbe essere al ventesimo come al primo posto assoluto, l’outsider di questa lista è un disco etereo e paradisiaco, che mescola il jazz del saxofonista ottantenne Pharoah Sanders con l’elettronica di Floating Points. Una suite unica in 9 movimenti accompagnata dalla London Symphony Orchestra da ascoltare con attenzione e in stato meditativo (meglio di notte al buio). Adatto a chi vuole sentire qualcosa di assolutamente nuovo e al tempo stesso antichissimo.

ULTIMATE LIST PANDEMIC EDITION

Fan delle liste di fine anno? Perfetto. Detrattore delle liste di fine anno? Fottesega, le liste arrivano. Le liste travolgono. Le liste lasciano macerie.

Due parole di spiegazione sull’immagine che accompagna questo lungo post (mettiti comodo, ne avrai per un po’). Si tratta di un dettaglio del Codex Mexicanus, un agile volumetto che un gruppo di intellettuali aztechi decise di compilare qualche decennio dopo l’invasione spagnola, per raccogliere tutte le informazioni in loro possesso su questi strani “cristiani” e per testimoniare la storia e la civiltà azteca prima del collasso dovuto (anche) alle epidemie di malattie sconosciute. Non so, stavo pensando a come l’arte ci può in qualche modo salvare dalla pandemia e mi è venuto fuori questo.
Appropriato, no?
Andiamo a incominciare.

BEST MOVIES

JOJO RABBIT
Il primo film che ho visto quest’anno, resta il più amato. La satira toccante di Taika Waititi sul nazismo, supportata da attori (adulti e bambini) efficaci e ben diretti.

SWEET THING
Uno degli ultimi film visti quest’anno, capolavoro indie cassavetesiano (se si può usare questo aggettivo) di Alexandre Rockwell. Anche qui attori bambini molto in palla.

I’M THINKING OF ENDING THINGS
Charlie Kaufman ci ha regalato questo incubo surreale e labirintico su una storia d’amore tutta “mentale”, uno dei migliori film dell’anno.

MANK
David Fincher propone una riflessione sul cinema degli anni ’30 e ’40 mimetizzandosi completamente in quel mondo (un backstage romanzato di Quarto Potere che dice molto sulla macchina cinema).

WOLFWALKERS
Capolavoro arrivato a fine anno, il film di Tomm Moore prosegue il discorso sulle leggende irlandesi avviato con The Secret of Kells e ci regala una storia avvincente e profonda su due bambine-lupo.

A MACHINE TO LIVE IN
Il miglior documentario visto quest’anno, sulla città di Brasilia: si comporta come un film di fantascienza filosofico e ha delle punte di surrealismo estremo.

FAVOLACCE
Il miglior film italiano dell’anno, sognante, misterioso, dolorosissimo. Il sadismo, la passività, la disperazione. Bambini annichiliti. Fratelli D’Innocenzo bravissimi.

THE COLOR OUT OF SPACE
Nicholas Cage sbrocca nel nuovo film (dopo 12 anni!) di Richard Stanley tratto da Lovecraft (e ho detto tutto). Ah, no, gli alpaca!

WEATHERING WITH YOU
Il nuovo anime di Makoto Shinkai è un noir/fantastico/quotidiano che convince pur essendo meno ruffiano e “popolare” di Your Name.

PENINSULA
Quasi un sequel di Train to Busan, uno dei film asiatici più apprezzati quest’anno. Action / Horror con gli zombie coreani che – sia sa – sono velocissimi e snodatissimi.

FRIED BARRY
La rivelazione trash del Torino Film Festival, un trip psichedelico e disgustoso di un’ora e mezza su un alieno che prende possesso del corpo di un eroinomane. Imperdibile.

MOVING ON
Sempre dal TFF, un delicato film coreano che racconta storie familiari di lutti e quotidianità con un piglio che richiama alla mente Ozu.

DA 5 BLOODS
L’ipertrofico film di Spike Lee sui 5 G.I. di colore che vanno a ricercare un tesoro nascosto in Vietnam. Avventuroso, politico, è l’ultima interpretazione del compianto Chadwick Boseman.

CALAMITY
Animazione francese al suo top per la storia della bambina Martha Jane Cannary, da adulta conosciuta come Calamity Jane. Empowerment al femminile, vecchio west e ottima colonna sonora.

HAMILTON
L’outsider. Film di riprese in teatro che aggiunge una dimensione cinetica alla rappresentazione già fuori scala del più famoso musical degli ultimi anni. Coinvolgente.

BEST TV SERIES

THE MIDNIGHT GOSPEL
La serie animata da Pendleton Ward basata sul podcast di Duncan Trussell. Psichedelia, filosofia, chiacchiere e illuminazioni zen.

LOVECRAFT COUNTRY
Una delle serie più interessanti dell’anno, che coniuga orrore lovecraftiano e denuncia sociale. Non a caso prodotta da Jordan Peele e JJ Abrams

THE MANDALORIAN S2
Le avventure di Mando continuano ad essere la cosa più bella uscita dall’universo narrativo di Star Wars in almeno un decennio. Semplicità, coerenza, spade laser.

THE QUEEN’S GAMBIT
Miniserie che ha tutto al suo posto per piacere a tutti. Buona regia, sceneggiatura, recitazione, forse un po’ troppo leccata, ma interessante.

THE PROMISED NEVERLAND
La serie anime che mi ha colpito di più nel 2020, attendo con ansia il seguito. Bambini, orfanotrofio, demoni che si nutrono di bambini, istitutrici malefiche, fughe ed evasioni. Meraviglioso.

THE OUTSIDER
Da Stephen King, la serie HBO come da tradizione cupa e livida, molto azzeccata anche se ogni volta che si sente dire “El Cuco” scappa un po’ da ridere.

STEVEN UNIVERSE FUTURE
L’epilogo della saga di Rebecca Sugar esplora cosa succede all’eroe dopo il trionfo. Non sono tutte rose e fiori, e la miniserie animata esplora disagio psichico, accettazione di sé e traumi infantili.

TIGER KING
La serie documentaria dell’anno. Come sia possibile appassionarmi a personaggi così resta tuttora un mistero per me. Eppure da Tiger King si riesce a capire molto dell’America.

ON MY BLOCK S3
Serie molto sottostimata di Netflix che unisce teen drama e comedy, ambientata nei sobborghi di L.A. Dovrebbe essere la stagione conclusiva, purtroppo (finale un po’ tirato via): speravo in una quarta.

PEN15 S2
Sempre più cringe le avventure di Maya e Anna, le due tredicenni (interpretate però dai loro alter ego trentenni) in cerca di un posto nella durissima vita della junior high. Su Hulu.

COBRA KAI S2
Slowburner prima su YouTube poi su Netflix: Cobra Kai è tutto ciò che un cinquantenne di oggi può volere da una serie tv che riprende i suoi anni ’80 e li ripropone in un contesto “da cinquantenni”. Mazzate e nostalgia, cosa volere di più?

NORMAL PEOPLE
La serie Hulu tratta dal romanzo culto di Sally Rooney è spaccacuore tanto quanto il libro: la storia tra Marianne e Connell dalla high school al Trinity College è una lente di ingrandimento sulle relazioni sentimentali che non si vedeva da tempo.

SEX EDUCATION S2
Tra le serie comedy viste quest’anno certamente una delle migliori, grazie anche all’alchimia tra i personaggi interpretati da Asa Butterfield e Gillian Anderson. Il figlio nerd della sessuologa che fa da counselor ai compagni di scuola è sempre più nei casini…

LOCKE & KEY
Simpatico fantasy horror per famiglie che ha contrassegnato l’inizio del mio 2020, quando ancora non si parlava di lockdown.

BEST ALBUMS

FETCH THE BOLT CUTTERS
Fiona Apple in modalità “uragano creativo” durante il lockdown ha prodotto certamente l’album dell’anno e uno dei suoi più memorabili.

A HERO’S DEATH
La rinascita del post punk (dopo un album d’esordio già folgorante) a cura degli irlandesi Fontaines D.C. Epico.

MISS COLOMBIA
Electronica e Cumbia: Lido Pimienta sa come mescolarle e offrirci una delle migliori sorprese del 2020.

SET MY HEART ON FIRE IMMEDIATELY
Perfume Genius al suo quinto album si riconferma un degno erede di quel modo di scrivere canzoni che è anche di Antony / Anohni.

ULTRA MONO
Sempre post punk, sempre chitarroni, sempre più fighi. Gli Idles sono quelli che quest’anno mi hanno dato parecchia carica.

THE ASCENSION
Un Sufjan Stevens al suo meglio, che dall’electro ricca di glitch sonori riesce a tirar fuori il suo album più pop.

FUTURE NOSTALGIA
Parlando di pop, quest’anno nulla eguaglia il lavoro di Dua Lipa, che partendo dalle sue influenze più evidenti (Madonna, Daft Punk) e con l’aiuto di una produzione ineccepibile sforna una serie di canzoni che rimarranno nelle orecchie a lungo…

MISS ANTHROPOCENE
Grimes confeziona un quarto album con risultati altalenanti ma molto interessante nella commistione di pop, electro, ambient e dance-rock. A volte un po’ pesante, ma godibile.

3.15.20
L’album del lockdown per Childish Gambino, uscito proprio con la prima ondata del Covid, è un caleidoscopio di ritmi e beat da capogiro. In particolare “algoritmi” :-)

1995
L’album “perduto” di Kruder e Dorfmeister è costituito da tracce realizzate appunto nel 1995. Eppure, suona come una cosa di oggi, ed è uno dei dischi più belli dell’anno.

AFTER HOURS
The Weeknd esce con un concept album che è l’epitome del pop / urban / elettronico del decennio, immerso in luci da Las Vegas e tematiche pulp.

FOLKLORE
Taylor Swift durante il lockdown ha pubblicato due album (questo è il primo) che in qualche modo ribaltano la percezione di diva pop che negli ultimi anni l’ha accompagnata. Songwriting pulito, atmosfere rarefatte, una sorpresa.

THE SLOW RUSH
I Tame Impala proseguono nel loro pastiche psichedelico da camera, con un album meno interessante dei precedenti ma sciolto, fluente, soft. Comunque molto godibile.

BIR TAWIL
Lo so, avrei dovuto mettere Bloody Vinyl 3 come exploit italiano dell’anno, ma la più recente fatica di Dargen D’Amico (uscita proprio a dicembre) mi riconcilia con i beat nostrani e mi fa riscoprire un po’ di spirito hip hop e di STILE a palla.

MAP OF THE SOUL: 7
Il paradigma del K-pop ormai assurto a fenomeno mondiale nel concept album dei coreani BTS, ormai più famosi di Gesù Cristo. Un prodotto confezionato ad arte, un po’ ipertrofico ma interessante.

BEST BOOKS

IL BUIO OLTRE LA SIEPE
Il classico di Harper Lee. Non lo avevo mai letto, ne ho trovato una prima edizione italiana su una bancarella, e me ne sono innamorato. Completa la visione del film.

MANUALE PER RAGAZZE RIVOLUZIONARIE
Il saggio “vecchio” (nel senso che adesso ce n’è uno nuovo) di Giulia Blasi sul patriarcato e come combatterlo. Un manuale che dovrebbero leggere tutti indipendentemente dal genere e dall’età.

VIVERE MILLE VITE
Saggio autobiografico/filosofico di Lorenzo Fantoni a tema videogames. Leggibile a sprazzi o tutto d’un fiato, comunque affascinante – anche per chi non è molto addentro al tema.

ANDRÀ TUTTO BENE
La raccolta delle vignette su Instagram di Leo Ortolani legate alla pandemia, al lockdown è fondamentale per capire l’Italia del 2020.

Andrà tutto bene di [Leo Ortolani]

SCHELETRI
Chevvelodicoaffà, l’ultimo di Zerocalcare è una spanna sopra i precedenti. Sarà per il filtro “thriller” che Zero ha applicato al suo consueto autobiografismo. Più sangue, più droga, più violenza, ma sempre nelle corde del fumettista di Rebibbia.

Scheletri di [Zerocalcare]

NEL CONTAGIO
Il libello (che bella parola) di Paolo Giordano è il degno compagno (serio) delle vignette di Ortolani. Molto lucido.

SVUOTA IL CARRELLO 
Il saggio di Gianluca Diegoli che fa capire il marketing anche alle capre (come me) e funziona sia da agile manuale per i marketer in erba, sia da strumento di difesa per il consumatore consapevole.

A PROPOSITO DI NIENTE
L’autobiografia di Woody Allen. Che insomma, a me è piaciuta.

MERCEDES
Il graphic novel di Daniel Cuello che ha vinto il premio Micheluzzi legge la società odierna attraverso la lente di un personaggio “odioso”, una donna di potere caduta in disgrazia.

Mercedes di [Daniel Cuello]

OPERETTE MORALI
Il classico che non ti aspetti, l’unico libro che vale veramente la pena leggere in questo 2020. Leopardi is the way.

BEST OF WEB / SOCIAL / NEWSLETTER

PUBLIC DOMAIN REVIEW
La newsletter sorprendente del 2020, ricevo via mail immagini e grafiche sensazionali di due o tre secoli fa.
https://publicdomainreview.org

CORONAVIRUS DAL POST
La newsletter del Post ha segnato il 2020 con aggiornamenti puntuali, corretti, esplicativi e mai ansiogeni sulla pandemia.
https://ilpost.us8.list-manage.com/subscribe

DECADE 77-87
Una delle pagine Facebook che amo di più, ogni giorno propone clip commentati di canzoni post punk / new wave / goth / electro / industrial / synthpop scelte in quel range temporale.
https://www.facebook.com/decadeclub77

POLPETTE
La newsletter del Vanz non è una novità del 2020 ma mi piace citarla perché è diventata un appuntamento molto atteso (ambiente, clima, Asia, nerdate varie).
https://vanz.substack.com

DRUSILLA FOER
I video di Drusilla su Facebook Watch sono una delle cose che ha reso più leggero il 2020.
https://www.facebook.com/drusilla.foer

VENTENNI PAPERONI
Per me è diventato in pochi giorni dal lancio un sito di riferimento: si parte da Disney e dai trivia legati a fumetti e animazione per leggere il mondo contemporaneo.
https://www.ventennipaperoni.com

BE UNSOCIAL
Il gruppo / pagina / ora anche newsletter dell’antropologa digitale Alice Avallone offre sempre spunti interessanti per analizzare il sistema dei media digitali.
https://www.facebook.com/beunsocial.it

PRACTICAL EFFECTS GROUP
Uno dei rarissimi gruppi Facebook cui mi sono iscritto, e uno dei migliori. Ci sono sempre dei backstage dedicati agli effetti prostetici da urlo.
https://www.facebook.com/groups/165380038268

GOLDEN AGE OF ILLUSTRATION ARCHIVE
Il secondo gruppo Facebook imprescindibile cui mi sono iscritto quest’anno, il nome dice più o meno tutto.
https://www.facebook.com/groups/423796811729266

151EG
Seguo poco gli youtuber in generale, ma seguo moltissimo 151EG. Un produttore seriale di video a tema animazione dalla cultura sterminata e dall’approccio molto onesto.
https://www.youtube.com/user/151eg

C’È POSTA PER CASTO
Immanuel Casto è un personaggio che seguo da anni, ma nel 2020 ha lanciato questo format di posta del cuore (un po’ stile Dan Savage su Internazionale) che spacca.
https://www.twitch.tv/immanuel__casto

KOSELIG
Altra newsletter che seguo da anni ma mi piace ricordare perché nel 2020 è diventata più agile e più necessaria, Koselig di Mafe De Baggis (comunicazione, digital, libri, acquisti).
https://mafedebaggis.us1.list-manage.com/subscribe

HELLA NETWORK
Come dice il nome, un network di professionist* della comunicazione dedit* a smontare l’intreccio tra comunicazione e patriarcato. Dalla loro pagina Facebook, diversi spunti interessanti per il lavoro del giornalista / copywriter.
https://www.facebook.com/HellaNetwork

EXTRACOLAS
La newsletter di Emiliano Colasanti. Lui di musica ci capisce sul serio. E anche quando racconta i cazzi suoi è illuminante.
https://extracolas.substack.com

ARCHIVIO STORICO LA STAMPA
Uno dei miei siti di riferimento, sembrava dovesse sparire a fine 2020 ma è di pochi giorni fa la notizia del salvataggio. Siamo tutti molto grati.
http://www.archiviolastampa.it

Poi ci sarebbero mille altri libri, dischi, film, serie tv, siti, newsletter e pagine da citare che magari non mi sono venuti in mente, o che non ho fatto in tempo a vedere, o che magari sono usciti dopo il 15 dicembre e quindi finiranno d’ufficio nel listone 2021. Intanto però direi che di roba da recuperare ne avete, sempre che vi fidiate del vostro amichevole blogger di quartiere.

HAMILTON, TRACCIA PER TRACCIA

Qualche giorno fa è uscito il film di Hamilton su Disney+, ed è un evento epocale. Cioè: Hamilton il musical è stato un evento epocale nel 2015, poi il film segue a ruota, va da sé. Io sono un super fan della prima ora, da quando un’amica americana mi ha portato in regalo il doppio CD con la certezza che “l’avrei apprezzato moltissimo”. E infatti, negli anni seguenti ho consumato i CD, i mixtape e – purtroppo – non ho potuto far altro che guardare da lontano l’impatto culturale che questo musical pluripremiato e amatissimo da pubblico e critica ha avuto in patria. Hamilton non è il primo musical hip hop / r’n’b (l’autore Lin-Manuel Miranda ne aveva già tirato fuori uno ottimo, In the Heights), ma è certamente il più influente e interessante. La storia è quella di Alexander Hamilton, un founding father che da immigrato è diventato braccio destro di Washington, poi ministro del tesoro, e come in tutte le buone narrazioni la storia personale si mescola con la Storia della nazione. Hamilton consta di 46 canzoni per due ore e quaranta di musical; il film su Disney+ è un’eccezionale ripresa fatta nel 2016 con il cast originale al top (avrebbe dovuto uscire in sala nel 2021, ma poi Covid e quindi streaming) ma è pur sempre un musical con testo da seguire bene ed è proposto esclusivamente con sottotitoli inglesi. Questo non deve spaventarvi, vorrei che la maggior parte di voi lo guardasse e lo apprezzasse. Per questo ho raccolto qui 46 simpatici paragrafetti (con titoli che linkano opportunamente a lyrics video su YouTube) per analizzare insieme le canzoni di Hamilton. Se riuscite a sopravvivere a questo post-monstre sarete pronti per Hamilton. Enjoy!

ALEXANDER HAMILTON

Andiamo a incominciare. La track #1 del musical è “Alexander Hamilton” che imposta i temi e il tono di tutto il musical. In questo numero di apertura Miranda astutamente fa presentare il personaggio principale dal punto di vista di tutti i coprotagonisti, rendendolo naturalmente sfaccettato e interessante. È Aaron Burr, il rivale di una vita, a raccontare la sfigatissima storia del giovane Hamilton. Il padre lo abbandona, la madre muore, lui si trasferisce dal cugino ma questo si impicca, lui riesce a lavorare e nel frattempo si dà a uno studio matto e disperatissimo finché a 19 anni riesce a ottenere un passaggio dai Caraibi (di cui è originario) fino a New York. La intro di Burr (uno dei migliori personaggi, interpretato da Leslie Odom Jr) diventa all’interno del musical il suo “tema portante”, un incedere incalzante in cui si chiede “ma questo Hamilton come fa, cosa lo spinge”? Fin dall’inizio la contrapposizione tra Hamilton e Burr è quella tra passione e opportunismo. Entrano poi in scena anche gli amici di Hamilton (Laurens, Lafayette e Mulligan) e la moglie Eliza, ognuno caratterizzato dalla sua relazione col protagonista (“me, I fought with him, me, I died for him, me, I loved him”…) e viene subito anticipato il tragico finale (“me… I’m the damn fool who shot him”). Miranda canta il bridge famosissimo (“there’s a million things I haven’t done but just you wait…”) e resta per il momento defilato. Per Miranda, che aveva presentato proprio questo pezzo nel 2009 a un poetry slam di fronte agli Obama, Hamilton è l’eroe hip hop per eccellenza, un wordsmith, un maestro di parole appassionato, immigrato, un underdog cioè un personaggio svantaggiato che però poi si rivela il più carismatico. Ascoltare questo pezzo corale vuol già dire entrare nel cuore del musical senza bisogno di introduzioni didascaliche. Pura maestria.

AARON BURR, SIR

E hop! Passiamo alla track #2 “Aaron Burr, Sir”. Un pezzo breve e di raccordo che ha però abbastanza humor, ritmo e flow da essere uno dei più memorabili del primo atto. È il 1776 e il giovane Hamilton si presenta al già laureato Aaron Burr chiedendogli come ha fatto a laurearsi in così breve tempo, obiettivo che anche lui persegue. Parte uno dei tormentoni musicali a venire (il “sir” rispettoso poi sempre più ironico) e si dispiega in una sola efficace frase la regola di vita di Burr (“Talk less, smile more, don’t let them know what you’re against or what you’re for”). Si presentano poi con un freestyle eccezionale i tre compari rivoluzionari: l’esaltato John Laurens, il francese Lafayette (Daveed Diggs, bravissimo) e l’ipersessuato Hercules Mulligan. Il contrasto tra loro e Burr è più che evidente e i tre sono curiosi: chi è questo ragazzo che lo accompagna? Sta per partire il pezzo più rappresentativo e noto di tutto il musical.

MY SHOT

Track #3 ed entriamo nel vivo della questione. “My Shot” è l’inno di Hamilton, il pezzo più rappresentativo e riconoscibile, quello più cantato e tamburellato da tutti. Alexander Hamilton si presenta in pubblico con il ritornello più memorizzabile del musical, “I am not throwing away my shot, I’m just like my country I’m young scrappy and hungry” e stabilisce subito una sorta di identificazione tra lui e gli USA di cui diventerà un padre fondatore per quanto poco ricordato (prima del 2015). Nel pezzo emerge anche l’urgenza politica e personale di Hamilton, che ha sempre saputo di poter morire giovane e che a differenza di Burr, quindi, vive bruciando entrambi i lati della candela. I suoi nuovi amici lo esaltano, ognuno portando il proprio tema in primo piano (l’aiuto francese alla rivoluzione per Lafayette, la liberazione dalla schiavitù per Laurens, l’ascesa sociale per Mulligan) e tutto l’ensemble canta in coro il ritornello dello “shot”, parola ambigua che nella canzone significa “occasione”, ma anche “bicchierino di alcol” o “proiettile”… Val la pena sottolineare anche la scenografia mobile che comincia a rivelare tutte le sue sfaccettature proprio in questo pezzo, in cui dall’osteria dove si trovano i protagonisti pare di vedere già la rivolta per le strade della città (“When are these colonies gonna rise up”). Vi sfido a non muovere il piedino o a non incistarvi.

THE STORY OF TONIGHT

Track #4, “The Story of Tonight”, un pezzo interlocutorio ricalcato sulla falsariga del musical classico di Broadway, con Alexander Hamilton e il suo nuovo gruppo di amici rivoluzionari che alla fine della loro notte di bevute alzano un bicchiere alla libertà, alla rivoluzione, al risveglio delle masse e a un futuro radioso in cui verrà raccontata “la storia di questa notte”. Una bella melodia e un bell’intreccio vocale che vanno a costituire un tema “forte” che ritornerà anche più avanti (in chiave anche più triste e disillusa) ma che fondamentalmente sopportiamo solo per arrivare alla track #5 che è un altro di quei pezzi memorabili che spaccano, sparsi a piene mani in tutto Hamilton…

THE SCHUYLER SISTERS

Track #5, “The Schuyler Sisters” (pron. SCAILER). Questo è un altro dei pezzoni che tutti amano citare e soprattutto amano cantare in improbabili sessioni di singalong sotto la doccia e non. In effetti, è una delle tante cesure nette nell’atmosfera di Hamilton, che dalla dolcezza malinconica del pezzo precedente passa ad un eclettico rap di Burr che declama quanto sono appetitose le ragazze della buona società che vanno a passeggio per Manhattan in cerca di maschioni. E per fare un esempio, prendiamo proprio le figlie di Philip Schuyler: Angelica, Eliza… e Peggy (Schuyler è un politico americano dell’epoca, ma oh, tutta gente che comunque trovate su Wikipedia). Parte il girl power con il tema di Angelica, che è in cerca di “a mind at work”, che ha letto Common Sense di Thomas Paine e che “you want a revolution, I want a revelation, so listen to my declaration”. Si tratta di un pezzo costruito su una base r’n’b molto accattivante, memore di una giovane Beyoncé, per dire, e che esprime ideali validissimi ancor oggi (“all men are created equal”) e presenta le sorelle Schuyler, le cui storie ben presto si intrecceranno con quella di Alexander Hamilton (anche se Burr preferirebbe che si intrecciassero alla sua). Particolare degno di nota, le sorelle sono appetibili in quanto “piene di soldi”, e questo è da tenere a mente per la sofferta dichiarazione che Angelica farà qualche traccia più avanti… Nel film il numero è eccezionale, con tutto l’ensemble che gira per il palco trasformato in una affollata strada di New York (nell’immaginazione, perché la scenografia di Hamilton è sempre la stessa, solo che è mobile e il cast trasporta oggetti di scena mentre balla e il tutto è incredibile da vedere).

FARMER REFUTED

Sempre grandi LOL e ammirazione per la track #6, “Farmer Refuted”. Si tratta di un intermezzo in cui Alexander Hamilton, spalleggiato dai suoi nuovi amici rivoluzionari blasta un oratore pro-Inghilterra sulla pubblica piazza. Si tratta di Samuel Seabury, un ecclesiastico lealista noto avversario di Hamilton anche nella realtà storica, cui Miranda fa fare una figura di merda assoluta, schiantando la sua pomposa oratoria barocca (anche nella musica) con la forza rivoluzionaria del freestyle hip hop. Il pezzo sembra dimenticabile ma è costruito come un canone classico in cui il tema viene ripetuto più volte, decostruito e innestato con il beat di Miranda fino a crollare sotto i colpi dell’hip hop. Questo perché se l’hip hop rappresenta l’America nel musical, la musica barocca (e – vedremo tra breve – il brit pop) rappresenta l’oppressore inglese. Alla fine del pezzo, arriva “a message from the kiiiiiing”…

YOU’LL BE BACK

La Track #7, “You’ll Be Back”, non ha bisogno di presentazioni per i fan del musical in tutto il mondo. Entra Re Giorgio (Jonathan Groff, già noto per essere stato in Glee e per aver doppiato Kristoff di Frozen LOL) e lo show cambia passo, con un pezzo che dalle suggestioni beatlesiane passa per i Kinks e arriva ai Blur o forse meglio ancora ai Pulp. Vabbè. Re Giorgio fa il suo magistrale assolo cantando una canzone d’amore nel ruolo dell’amante abbandonato, ma “when push comes to shove, I will kill your friends and family to remind you of my love”. Uno squilibrato in ermellino che sul palco sale da solo, con lo spotlight su di lui come una vera diva e sputazza in primo piano mentre declama i suoi versi passivo aggressivi. Il tema di Re Giorgio, come molti dei temi di Hamilton (la intro di Burr, il “look around” e il “that would be enough” di Eliza, la conta dei numeri, il brindisi rivoluzionario) ritorna qua e là, sempre legato alle entrate di Groff e sempre con un registro comico / minaccioso che rende simpatico e agghiacciante al tempo stesso il villain principale della storia. Inutile dire che forse è la traccia più cantabile di tutto il gruppo, grazie anche all’appiccicoso “da da dayada, da da da da dayada” del ritornello… moltissimi cuori!

RIGHT HAND MAN

Presentato il Re, non resta che presentare il Generale. Track #8, entra George Washington. Il pezzo ha una sua narrativa efficace nel descrivere la situazione di assedio al porto di New York City, rumori di cannoni, gente che scappa, casino e poi “the moment you were waiting for… here comes the general”! Arriva Washington e il rap assume una dimensione epica (“we are outgunned, outmanned, outnumbered”). Washington è costretto a fare le nozze con i fichi secchi dato che il congresso non gli concede uomini. Hamilton e i suoi intanto fanno delle azioni di disturbo, rubano i cannoni agli inglesi. Washington esprime il suo desiderio, quello di avere un braccio destro fidato. Burr si propone ma dice una parola sbagliata di troppo (“I admire how you keep firing on the british from a distance”, tipico Burr). Hamilton che invece passa per essere un giovanotto molto choosy viene convocato e cooptato in un lampo – ritorna il tema di “My Shot” a significare la grandissima occasione da non perdere. Ed ecco il primo grande avanzamento di carriera di Alexander.

A WINTER’S BALL

Interludio, Track #9 “A Winter’s Ball”. Riprende Burr con il suo tema portante (“How does a bastard, orphan son of a whore…”) ed è sempre più incattivito nei confronti di Alexander Hamilton che si è installato “alla destra del padre” (Washington) e ancora non è abbastanza contento. Siamo nel 1780, le sorelle Schuyler danno un ballo e la sfida è aperta: se riesci a sposartene una sei a posto per la vita (e Hamilton, simpaticamente sbruffone: “Is it a question of if, Burr, or which one?”). Hey, hey, hey… pronti per il secondo pezzo femminile del musical, il primo cantato quasi interamente da Eliza Schuyler, futura moglie del nostro.

HELPLESS

Ed eccoci alla Track #10, “Helpless” (e non siamo nemmeno a un quarto del musical, LOL). Questo è uno dei 4 o 5 hit galattici usciti da Hamilton, ed è il tema d’amore più catchy, quello che Eliza Schuyler (Phillipa Soo nel cast originale) canta palpitando d’amore per Alexander e i suoi begli occhi che basta guardarli e subito “the sky’s the limit”. Ancora una volta atmosfere r’n’b e diretti riferimenti a Beyoncé, Alicia Keys, Ashanti. Helpless è la storia dell’incontro e della promessa di matrimonio di Eliza e Alexander. Angelica (la sorella maggiore) accompagna Alexander a conoscere Eliza che è troppo timida ma ha messo gli occhi su di lui dall’inizio del ballo. Vedremo poi, con un interessante espediente narrativo di “rewind teatrale” che le cose sono più complicate di così. Helpless continua con la proposta di matrimonio al padre di Eliza (la scenografia mobile continua a cambiare senza sosta mentre passano i mesi) e con la dichiarazione di Alexander (non ho nulla ma ti offro questo cervello speciale, sono un orfano ma tu mi fai sentire il valore della famiglia etc). Si chiude con un bel matrimonio in scena e con la ripresa del tema “in New York you can be a new man”. Tutta questa felicità ha però anche un rovescio della medaglia, che viene fuori direttamente al ricevimento per le nozze… Forse Eliza non era la sorella giusta?

SATISFIED

La Track #11, “Satisfied”, è per me nella top 5 dei migliori pezzi del musical, per vari motivi. Si tratta di un pezzo narrativamente importante che rivisita quanto successo nel segmento immediatamente precedente, opera un “rewind” a livello scenico e musicale e innesta sull’incontro di Eliza e Alexander il punto di vista di Angelica Schuyler, la sorella maggiore, che a quanto pare aveva messo gli occhi per prima su Hamilton, ma… c’è una pletora di “ma”. Renée Elise Goldsberry che interpreta Angelica attacca con un brindisi agli sposi mentre sotto passa una scala di piano a salire e a scendere, dolce ma vagamente minacciosa (la usano anche nel trailer). Sì, brindiamo pure, ma c’è qualcosa che brucia. Il vero colpo di fulmine è avvenuto tra lei e Alexander, ma poi lei ha visto lo sguardo di Eliza (“helpless”), ha capito che lui cerca in sostanza un’ascesa sociale e realizza che lei in quanto figlia maggiore ha la responsabilità di elevare lo status della famiglia e non è certo sposando lui che potrebbe farlo. Gli spezzoni di dialogo da “Helpless” entrano in “Satisfied” naturalmente, ma assumono tutto un altro significato. Perciò addio Alexander, anche se ne è perdutamente innamorata. Nel raccontare gli eventi dal suo punto di vista, Angelica rappa veloce come una Nicki Minaj col cuore spezzato, e se il pezzo era già bellissimo in solo ascolto, vederlo ripreso è parecchio coinvolgente.

THE STORY OF TONIGHT (REPRISE)

Track #12, via, e siamo a un quarto del musical. “The Story of Tonight (Reprise)” è – come dice il titolo stesso – la ripresa di “The Story of Tonight”, il tema dell’idealismo giovanile, delle belle speranze e del “cercar la bella morte”. Qui è declinato con un beat più sostenuto e meno archi, proprio perché si tratta delle congratulazioni allo sposo da parte dei suoi virilissimi amici rapper. A un certo punto – attenzione! – entra Burr e si congratula anche lui con Alexander. Lui è colonnello e si sta bombando la moglie di un ufficiale inglese (wow, invidia). Segue consueto dialogo tra Burr e Hamilton della serie “ma perché non segui di più il tuo istinto?”… ed ecco che Burr va a rispondere con un pezzo che forse è il suo assolo migliore.

WAIT FOR IT

“Wait for it”… Track 13! Burr medita in compagnia dell’ensemble sul mistero della vita, dell’amore e della morte. Lo fa con un pezzo che è la quintessenza del pop / r’n’b degli anni ’10 (non a caso nei mixtapes il pezzo è cantato da Usher). In sostanza la vita ha portato Burr ad essere un uomo cauto, che ha la capacità di attendere il successo (“wait for it”). Non si capacita di come invece Hamilton sia una persona che non perde tempo, vive tutto quello che può vivere anche con grande fatica ma con il successo sempre dietro l’angolo. Invidia un po’ il rivale, ma in fondo “if there’se a reason I’m still alive when so many have died, then I’m willing to wait for it”. Lo scheletro del pezzo mostra chiaramente anche la progressione di accordi che accompagna più o meno nascosta tutte le canzoni di Burr (quei tre accordi che restano sempre sospesi e non “chiudono” mai, proprio come la vita di Burr stesso).

STAY ALIVE

Track #14, “Stay Alive”, che ovviamente non ha nulla a che vedere con la febbre del sabato sera… ma un qualcosa a che fare con James Bond! Torna in scena George Washington, siamo in piena guerra, Eliza augura ad Alexander di “restare vivo”, la situazione è difficile, Alexander vorrebbe combattere ma Washington lo tiene fisso come responsabile della comunicazione. Gli viene preferito Lee, un codardo incapace che per mascherare le sue sconfitte dà addosso al generale. Washington lascerebbe tranquillamente cadere la cosa ma Hamilton no. Però non può disobbedire a un ordine diretto, quindi è Laurens che si offre di lavare l’offesa di Lee nel sangue, con un duello. Qui si intrecciano il tema di Washington, già enunciato in “Right Hand Man”, il battito del cuore che dà il senso della tensione e quelle tre note ripetute che sono le stesse del tema di Bond. Siamo di fronte a un momento cruciale…

THE TEN DUEL COMMANDMENTS

Track #15, “The Ten Duel Commandments”. Si tratta di uno dei pezzi più noti del musical, forse anche perché è nota l’ispirazione (da “The Ten Crack Commandments” di Notorious B.I.G.). Ovviamente ai tempi di Hamilton il duello era parte della vita quotidiana e aveva le sue regole che non sto qui a ripetere tanto vi sentite la canzone e vi leggete il testo da soli, spero. Il punto è riconoscere che la progressione numerica ritorna in diversi altri punti dello show e in particolare ogni volta che c’è di mezzo un duello più o meno mortale. Cioè. Questo duello non è mortale, ma quelli dopo lo saranno sempre. Qui Burr e Hamilton fanno da “secondi” ai duellanti Lee e Laurens. Alla fine del pezzo, il colpo di pistola. Laurens ha ferito Lee al fianco.

MEET ME INSIDE

State ascoltando canzone dopo canzone e state leggendo tutto il testo? State ruotando le falangi? Mi auguro di sì, perché siamo alla track #16, “Meet me inside”. Lee è ferito, Laurens e Alexander sono soddisfatti ma poco dopo arriva Washington e si incazza come una iena. In buona sostanza il suo nome è stato macchiato da offese peggiori, lui non è una verginella da difendere e questa storia del duello è stata una grandissima minchiata. Segue cazziatone privato (“meet me inside”) con il contrasto altissimo (sottolineato dal solito “battito” che costituisce il tema di Washington) tra un surrogato di figura paterna e un figlio ribelle. Vince la figura paterna (“Go home Alexander, that’s an order from your commander”). Anche perché, bisogna dire, Eliza sarebbe anche incinta.

THAT WOULD BE ENOUGH

Siamo alla Track #17, “That would be enough”. Dopo “Helpless” il secondo grande assolo di Eliza, che in sostanza chiede ad Alexander (e Lin Manuel Miranda la accontenterà come vedremo) di poter essere “part of the narrative”. Eliza è incinta ed è stata lei a far richiamare il marito, perché potesse conoscere il figlio. La sua speranza è che l’amore e gli affetti familiari siano “abbastanza” per Hamilton, ma come sappiamo bene lui non è mai “satisfied”., quindi ciccia. Una bellissima e triste canzone d’amore, ci sta.

GUNS AND SHIPS

Track #18, “Guns and Ships”. Un interludio ricalcato sullo stesso tema di “Alexander Hamilton” in cui Burr introduce Lafayette allo stesso modo in cui all’inizio del musical introduceva Hamilton. Lafayette ottiene “guns and ships” dal governo francese, ma gli serve di più: gli serve il suo compagno Alexander per guidare le truppe e vincere la battaglia. Ed ecco che la lettera di richiamo viene mandata, la legge Hamilton stesso riprendendo il tema iniziale… Chapeau tra l’altro al flow di Daveed Diggs in questo pezzo, ma il suo stile evolve sempre di più passando dal primo al secondo atto…

HISTORY HAS ITS EYES ON YOU

Track #19, “History Has Its Eyes On You”, personalmente non uno dei miei pezzi favoriti, comunque sia anticipa il tema più “grandioso” del finale del musical, e parla ovviamente di morte e distruzione… C’è Washington che ammonisce Hamilton raccontandogli della prima volta in cui ha avuto il comando di un esercito (tutti morti) e gli dice occhio, che la posterità è lì che ti guarda. Paurissima!

YORKTOWN

Track #20, “Yorktown”. Si tratta di un pezzo centrale, quello della battaglia di Yorktown del 1781. Lafayette ha ottenuto Hamilton a guidare le truppe, il quartetto di amici rivoluzionari è riunito anche se ognuno ha il suo “fronte a cui pensare”: se “My Shot” era la classica canzone “I want”, “Yorktown” è la realizzazione dei desideri. Laurens è in Sud Carolina a combattere la schiavitù, Lafayette arriva a Chesapeake Bay con le navi francesi, Mulligan sta facendo il suo lavoro di controspionaggio e Hamilton è lì per vincere e tornare da Eliza e dal figlio non ancora nato. Come dice il pezzo, uno di quelli che dà la carica, “the world turned upside down”.

WHAT COMES NEXT?

La track #21, “What comes next?” è essenzialmente una ripresa del tema di Re Giorgio (“You’ll be back”). E comunque quel pezzo potrebbe riprendere anche 50 volte che va benissimo così, è bello sempre. Il Re folle qui dice “Awesome, wow”, vi siete liberati dal giogo inglese ma ora capirete quanto è dura governare. Inutile dire che ha abbastanza ragione lui.

DEAR THEODOSIA

La track #22 “Dear Theodosia” è certamente nella mia top 5 dei pezzi preferiti di Hamilton. Palco diviso in due, gioco di luci per un duetto “da lontano” tra Burr e Hamilton, ognuno impegnato a cantare la gioia di un figlio appena nato. Burr canta per Theodosia, la sua bambina, e Hamilton per Philip, che dà un senso nuovo alla sua vita. Entrambi i bambini “will come of age with our young nation”, simbolo di un’America nuova, che la generazione dei padri si impegna a rendere vivibile per i figli. Pensando a come vanno adesso le cose laggiù, un pezzo tristissimo.

NON STOP

Siamo giunti alla track #23, cioè alla fine del primo atto di Hamilton. “Non Stop” è uno del pezzi più esaltanti di Hamilton (ma dovreste ormai aver capito che sono quasi tutti pezzi esaltanti). In quanto finale del primo atto, ritornano un po’ tutti i personaggi e i temi esposti finora, Hamilton con “Alexander Hamilton” e “My Shot”, Angelica con “Satisfied”, Eliza con “Helpless” e “That would be enough”, Washington con “History has its eyes on you”, Burr con “Wait for It”. Il pezzo in sé ha un beat incalzante e un chorus che ripete “why do you write like you’re running out of time?” riferito alla inquietante grafomania di Alexander… Dopo la guerra Hamilton e Burr diventano avvocati a New York, ma Hamilton è super ambizioso, scrive pamphlet, ha una sua idea di come dovrebbe essere la forma di governo ideale e non ha paura di spiattellarla ai quattro venti (con orrore del cautissimo Burr). Chiede l’aiuto di Burr per difendere la riforma della costituzione (Burr rifiuta) e scrive 51 su 85 dei famosi Federalist Papers. Infine, viene chiamato da Washington a far parte del governo come Segretario del Tesoro (posizione da cui partirà nel secondo atto per portare avanti la sua appassionata riforma fiscale)… Lo aspettate con ansia il secondo atto sulla riforma fiscale, eh? No, ma ditelo, ditelo! Dai, provate a guardare almeno il primo atto su Disney+, vi prometto che è anche più figo di come lo descrivo io. Ci risentiamo “on the other side”.

INTERMEZZO. Prendetevi il tempo di andare a far pipì, bere un bicchier d’acqua, prendere un Moment Act per il mal di testa. Sta per cominciare il secondo atto. Ora, sembrerebbe che il secondo atto abbia canzoni meno memorabili del primo, ma fidatevi. Se il primo atto era tutto presentazione di personaggi, allegri scontri tra eserciti, amicizia, amore e matrimoni, figli e lavoro sicuro, il secondo atto ci racconta la caduta di Hamilton. Scandali sessuali, morti importanti, tragedia, lutto, amori che finiscono in merda, amicizie che… anche, finiscono in merda, duelli verbali e non, elezioni, intrighi politici… riforme fiscali! E comunque almeno un paio di outstanding tracks ci sono anche qua. La cosa più rilevante (che non si coglie appieno se si ascoltano solo i pezzi ma che è evidente guardando Hamilton il film) è che molti dei personaggi del primo atto non appaiono più, ed entrano in scena nuovi personaggi, interpretati dagli stessi attori già visti nel primo atto. Schemino facile facile: Daveed Diggs, che interpretava Lafayette, nel secondo atto è Thomas Jefferson. Okieriete Onaodowan, che interpretava Hercules Mulligan, nel secondo atto è James Madison. Jasmine Cephas Jones, che interpretava Peggy Schuyler, nel secondo atto è Maria Reynolds. Anthony Ramos, che interpretava John Laurens, nel secondo atto è Philip, il figlio di Alexander.  La cosa curiosa è che quasi tutti gli attori (a parte Ramos) “cambiano sponda”, diventando nel secondo atto antagonisti storici di Hamilton. Dai, finita la pausa!

WHAT’D I MISS

Siamo nel 1789. Il secondo atto inizia con la track #24, “What’d I Miss?” ed è l’occasione per far entrare in scena il pirotecnico Thomas Jefferson, appena rientrato dalla Francia dove ha lasciato il paese nel caos della Rivoluzione (“but I have to be back in Monticello”). Jefferson è ancora più esuberante di Lafayette (l’attore è lo stesso, Daveed Diggs) e il suo assolo è un misto di show tune classica e vaudeville – lo si vede anche da come si muove e balla sul palco con un misto di movenze da clown e da ballerino di tip tap. Il pezzo è molto narrativo e importante da seguire per capire la posta in gioco. Burr racconta a che punto sta Hamilton (segretario del Tesoro, in predicato per una riforma fiscale molto ambiziosa) e non senza compiacimento riferisce che sta arrivando Jefferson a mettergli i bastoni tra le ruote. Jefferson sembra più interessato ai suoi affari che non al governo, nondimeno Washington lo vuole come segretario di stato nel nuovo “cabinet” (una sorta di consiglio dei ministri). Arriva anche James Madison (un “sudista” come Jefferson) e gli dice che devono ad ogni costo fermare Hamilton e la sua politica economica di interventismo statale. Tutto il ritornello “What’d I Miss?” è un’ironica e spensierata cavalcata di Jefferson, della serie “ma guarda cosa mi sono perso mentre inseguivo le sottane delle dame parigine”…

CABINET BATTLE #1

Nella track #25, “Cabinet Battle #1” si svolge il cuore del dibattito politico dei neonati Stati Uniti, sotto forma di battaglia a colpi di freestyle. Siamo a New York, Washington modera e sul piatto c’è la riforma fiscale di Hamilton: ogni stato dovrà pagare le tasse al governo federale e verrà istituita una banca centrale. Jefferson non è d’accordo, le tasse degli stati del sud rimangono negli stati del sud (“in Virginia we plant seeds in the ground, we create, you just wanna move our money around”) e si permette anche una bella citazione di Grandmaster Flash and the Furious Five. Hamilton ovviamente lo blasta contraddicendo ogni obiezione avanzata, in particolare con la stoccata sulla guerra non combattuta da Jefferson e su quella ancora più pesante a tema schiavitù (“your debts are payed cuz you don’t pay for labor, keep ranting, we know who’s really doing the planting”). Poi però si lascia prendere la mano e passa agli insulti tipo siete delle merde inutili piegatevi a 90 che vi faccio vedere un posto perfetto per il mio piede. Al che Washington sospende la seduta e ordina a Hamilton di andarci cauto e di trovare un compromesso, altrimenti la riforma non verrà votata e lui sarà destituito. Bum! Avreste mai pensato di appassionarvi a un dibattito su un provvedimento economico del 1789?

TAKE A BREAK

La track 26 “Take a break” inizia con una conta (e sappiamo cosa vogliono dire le conte in Hamilton… è un presagio inquietante). Eppure è uno dei pezzi più ariosi e cantabili del gruppo, in cui Angelica ed Eliza si ritrovano per convincere Alexander a staccare un po’ dal suo cazzo di lavoro onnipresente e andare a spassarsela passando l’estate al lago con la famiglia. La conta dell’inizio è cantata (in francese) da Eliza e da Philip, il figlio di 9 anni di Alexander sempre interpretato da Anthony Ramos dato che (non ve l’ho detto prima per non farvi piangere) John Laurens è morto fuori scena. Lo comunica Eliza ad Alexander nell’unica scena parlata di tutto il musical, che non è inclusa nel CD della colonna sonora. Philip sta imparando a rappare come il padre, “Bravo”! E poi, e poi… le lettere che Alexander e Angelica si scambiano, sempre pesantemente sull’orlo del flirt esplicito, con l’analisi delle virgole manco fossimo in piena crisi adolescenziale della serie “cos’avrà voluto dire mandandomi l’emoji della bocca spalancata abbinato all’emoji delle due dita a V?”… E vabbè. È comunque un’occasione per riascoltare le voci eccezionali delle Schuyler Sisters. E in ogni caso Alexander DEVE LAVORARE.

SAY NO TO THIS

Vi avevo promesso lo scandalo sessuale ed eccolo che arriva, IL PRIMO SCANDALO SESSUALE DELLA STORIA AMERICANA (Clinton, sooca)! Intanto: vi ricordate di Peggy Schuyler, tanto caruccia. Ecco, non la vedrete più (ma non è morta, eh). Solo che l’attrice che la interpretava nel primo atto ora interpreta Maria Reynolds, una femme fatale che capita a casa di Hamilton (che è da solo visto che DOVEVA LAVORARE e non poteva andare al lago con la famiglia, mortacci sua) e chiede un aiuto legale, ha il marito che la maltratta. Lui la accompagna a casa, lei “apre le gambe” (oh, il testo dice proprio così) e paf! Hamilton continua a chiedere “how to say no to this”, ma intanto nessuno dice di no, la relazione clandestina va avanti per un mese finché si fa avanti il marito di lei e lo ricatta. Un classico. Il pezzo è molto sensuale, tanto che quasi stona un po’, ma tant’è. Tira più un pelo di Maria Reynolds che una vacanza al lago con moglie, suocero e cognata…

THE ROOM WHERE IT HAPPENS

Siamo alla track #28, “The room where it happens”, uno dei pezzi più famosi e riconoscibili del secondo atto. In pratica questa è la “I want song” di Aaron Burr. Succede che Hamilton ha capito che deve rischiare qualcosa per fare un compromesso e propone a Jefferson e Madison di spostare la capitale degli Stati Uniti da New York a Washington (più vicino alla Virginia insomma) in cambio dell’approvazione della riforma fiscale, grazie alla quale Hamilton ottiene un potere incredibile sulle sorti della nazione. E tutto questo si svolge a porte chiuse, a una cena i cui unici invitati sono Hamilton, Jefferson e Madison. Burr non ci può credere che “no one else was in the room where it happened”, e soprattutto non può credere che il suo atteggiamento cauto (“wait for it”) non paghi, a differenza dell’atteggiamento di Alexander che butta il cuore oltre l’ostacolo, rischia e ottiene esattamente ciò che vuole. È la politica baby, e Burr adesso “wants to be in the room where it happens”, più di ogni altra cosa…

SCHUYLER DEFEATED

Track #29, “Schuyler defeated”, una ripresa del tema delle Schuyler Sisters per raccontare l’affronto di Burr a Hamilton. Che lui comunque non vede assolutamente come un affronto. In pratica Burr fa il trasformista, cambia schieramento politico e si fa eleggere al Senato al posto del padre di Eliza e Angelica. Hamilton la trova una mossa disgustosa, ma Burr dice di aver semplicemente colto un opportunità per la sua ascesa sociale e non vede perché non possono continuare ad essere amici. Son cose, eh.

CABINET BATTLE #2

Nella track #30 abbiamo la “Cabinet battle #2”, sempre tra Hamilton e Jefferson. L’argomento sul tavolo è “aiutare o meno i rivoluzionari francesi mandando truppe”. Jefferson è per il sì, dobbiamo onorare il patto con la Francia. Hamilton è per il no, abbiamo firmato un trattato con un re che ormai è morto. Washington si lascia convincere (“people are rioting”), ma Jefferson la giura a Hamilton e gli ricorda: 1) che il suo amico Lafayette non sarebbe stato contento e 2) che lui non è niente senza il paparino (Washington) alle sue spalle. Oooh, snap!

WASHINGTON ON YOUR SIDE

Il discorso viene portato avanti dalla track #31, “Washington on our side”… in sostanza, come dice il ritornello “it must be nice, it must be nice to have Washington by your side” (tutta invidia). Jefferson, Madison e Burr esprimono tutto il loro disprezzo per Hamilton e il suo modo di parlare, di vestire, di essere. Vedono che il segretario del Tesoro ha sempre più potere e decidono che devono assolutamente trovare del fango da gettargli addosso, qualcosa che lo identifichi subito per quel poco di buono immigrato e arricchito che è (indovinate cosa?)… Il punto più bello è quando i tre si definiscono “Southern motherfuckin’ democratic/republicans” (i partiti allora non erano come quelli di oggi, eh).

ONE LAST TIME

E a proposito di Washington, ecco “One Last Time”, la track #32, l’assolo più soul ed emozionante di Washington. L’ultima volta del titolo è l’ultimo discorso che il presidente chiede a Hamilton di scrivergli, il discorso in cui dichiarerà il suo ritiro dalle scene, per passare gli anni della vecchiaia nella sua tenuta in Virginia. Peraltro anche Jefferson ha dato le dimissioni da segretario di stato… per candidarsi come presidente! E in questo pezzo, in cui Hamilton recita parola per parola il vero discorso di Washington alla nazione, siamo tutti lì a chiederci come cazzo ha fatto Miranda a rendere così emozionante una lettura di un testo di fine diciottesimo secolo. Potenza del soul, e della voce di Christopher Jackson. Per me, uno dei pezzi nella top ten di Hamilton.

I KNOW HIM

Torna Re Giorgio, per un intermezzo simpatico in cui riprende per la terza volta il suo tema britpop: “I know him”, la track #33. Il Re si dimostra incredulo che un leader come Washington possa permettersi di lasciare la sua carica e mandare il paese a elezioni (“I wasn’t aware that was something a person could do”, LOL). E chi arriverà al suo posto? “President John Adams? Good luck!” (segue risatina isterica di Jonathan Groff). Dura poco, ma in scena è esilarante. Da qui in poi, per un paio di pezzi, Re Giorgio si siede in un angolo della scena per ridersela ogni volta che i nostri eroi appaiono sempre più divisi e polarizzati… proprio come aveva predetto lui.

THE ADAMS ADMINISTRATION

Un breve raccordo con ripresa del tema di “Alexander Hamilton”: track #34, “The Adams administration”. Hamilton cade in disgrazia, Jefferson non ha vinto le elezioni ma è comunque vice-presidente, Adams non fa mistero di disprezzare Hamilton, lo chiama “bastardo creolo” dietro le spalle e lo destituisce. Hamilton la tocca piano come è suo solito e lo insulta (“sit down, you fat motherfucker”). Jefferson e Burr decidono che è tempo che tutti sappiano quello che loro sanno… Ma che cosa sanno?

WE KNOW

Quello che sanno emerge appunto nella track #35, “We know”. Jefferson, Madison e Burr hanno notato i passaggi di denaro che Hamilton faceva quando era al Tesoro e intendono denunciarlo per tradimento. Hamilton se la ride: “my papers are orderly”, e confessa la sua relazione extraconiugale e l’estorsione che ne è seguita, dicendo però che ha pagato solo soldi suoi, non delle casse dello stato. Ma i pettegolezzi, si sa, si gonfiano molto spesso…

HURRICANE

Track #36 e Hamilton si trova nell’occhio del ciclone. In “Hurricane” Alexander medita su come dalla sua isola natia è giunto fino a New York, e con la sola forza della scrittura è riuscito a ottenere un lavoro, a ottenere la rivoluzione, a ottenere la donna che amava (beh magari non proprio quella ma quasi), a ottenere una costituzione, una riforma fiscale, e decide di optare ancora una volta per la scrittura, la sua vera arma segreta. Scriverà con onestà tutto quello che è successo e lo renderà pubblico per prendere in contropiede la macchina del fango. In questo modo riuscirà a proteggere la sua “legacy” (il lascito, l’eredità spirituale) che è la cosa che più gli importa (poco male se nel farlo trascinerà nel fango anche la sua famiglia, eh). E quindi…

THE REYNOLDS PAMPHLET

Track #37, “The Reynolds Pamphlet”. Hamilton pubblica la sua confessione col risultato di essere sonoramente perculato da Jefferson, Madison e Burr (“he’s never goin to be president now, one less thing to worry about”) e di distruggere la vita di Eliza (“his poor wife”). Angelica arriva da Londra per aiutare la sorella (e Alexander, tapino, che pensa sia andata lì per lui), insomma, dai. Gli crolla tutto sulla testa. E intanto Eliza che fa…? Riscrive la storia.

BURN

“Burn”, la track #38 è la ballata del cuore spezzato di Eliza, in scena con un secchio dove sta bruciando le lettere di Alexander. Nel testo lei recrimina sul fatto che Alexander sia ossessionato da quello che i concittadini pensano di lui, sulle tante belle parole, sul fatto che “mia sorella me lo aveva detto” (“you have married an Icarus, he’s flown too close to the sun”). La pubblicazione delle lettere di Maria Reynolds ha distrutto la famiglia, e Eliza prende la sua decisione: “I’m erasing myself from the narrative, let future historians wonder how Eliza reacted when you broke her heart”. E insomma, “hai perso ogni diritto sul mio cuore, hai perso ogni diritto sul nostro letto, da domani fai che dormire nel tuo ufficio”. Le solite cose, ma con una voce che viene dal paradiso, quella di Phillipa Soo.

BLOW US ALL AWAY

La track #39, “Blow us all away” è una piccola gemma data a Anthony Ramos per poter spaccare sul palco ancora una volta nel ruolo di Philip, il figlio di Alexander, ora un bellissimo diciannovenne. Testa calda come il padre, Philip cerca un certo George Eacker che ha trascinato nel fango Hamilton e il suo pensiero. Ovviamente Philip vuole lavare l’onta con un bel duello. Il pezzo inizia in modo allegro (“everything is legal in New Jersey”, LOL) e scivola pian piano nell’inquietudine: Philip trova Eacker, lo sfida, Alexander consiglia al figlio di puntare la pistola in alto e sparare il colpo al cielo (nel codice d’onore starebbe a significare “sono soddisfatto così”, e l’opponente dovrebbe fare altrettanto). Al momento del duello, il solito countdown in scala discendente ma al “seven”, un colpo di pistola mette fine al pezzo.

STAY ALIVE (REPRISE)

Il battito del cuore di Philip segna il tempo di “Stay alive (reprise)”, la track #40.  Siamo al punto più tragico del musical, la morte di Philip. Portato tra le braccia di Alexander ed Eliza, il giovane esala il suo ultimo respiro interrompendo a metà una scala musicale sui numeri in francese (quella che da piccolo cantava e suonava con la madre al pianoforte). Straziante, ma non è finita qua. Arriva uno dei pezzi più belli di Hamilton.

IT’S QUIET UPTOWN

Track #41, “It’s quiet uptown”. Questa è in assoluto la canzone di Hamilton che non posso nemmeno iniziare a sentire che mi salgono le lacrime. È la canzone del lutto e del dolore terribile di due genitori che hanno perso il figlio e si trasferiscono “uptown”, a ovest di Harlem, nel quartiere oggi noto come Hamilton Heights. Uptown è tranquillo, Alexander cammina da solo coi capelli ingrigiti mentre tutti sussurrano “che pena”. Alexander e Eliza si prendono per mano, lui le parla usando i suoi temi e il suo linguaggio (riprende “Helpless” e “That would be enough”) mentre il coro fa scendere sempre più lacrime. Alla fine è Angelica a prendere in mano le redini della storia e dipinge Eliza e Alexander, soli: è il momento del perdono. Per me, a livello emotivo, è il punto più alto del musical.

THE ELECTION OF 1800

Stiamo per concludere. La track #42, “The election of 1800” porta avanti la storia di Hamilton e Burr raccontando un momento di grande tensione politica. “Can we get back to politics? Yo!” Jefferson vuole diventare presidente, ma il suo oppositore stavolta è Aaron Burr, che sta finalmente per entrare nella “room where it happens”. Burr è visto come un moderato rispetto a Jefferson, e Madison ha un’idea diabolica: “it would be nice to have Hamilton by your side”. La gente sembra dare la preferenza a Burr, ma le elezioni stanno per risolversi in un sostanziale pareggio. C’è un caustico confronto tra Burr e Hamilton, in cui Burr confessa di aver imparato qualcosa dal rivale: ha deciso di vincere e farà qualsiasi cosa per ottenere la poltrona (rispecchia il pezzo in “The room where it happens” in cui Hamilton dice di aver imparato il “talk less smile more” da Burr). Alla fine, l’endorsement di Hamilton va a Thomas Jefferson (“when all is said and all is done, Jefferson has beliefs, Burr has none”). Burr non riesce nemmeno a ottenere la vicepresidenza e rosica, oh se rosica!

YOUR OBEDIENT SERVANT

Track #43, “Your obedient servant” è un preludio ironico ma sottilmente minaccioso al duello mortale tra Burr e Hamilton, che per ora è combattuto a suon di lettere firmate “your obedient servant, A. Burr / A. Ham”. Burr chiede soddisfazione perché sente che tutto quel che c’è stato nella sua vita di negativo è responsabilità di Hamilton. Alexander non può che sostenere la sua posizione, e cioè che ha sempre detto la verità su che razza di opportunista voltagabbana fosse lo storico rivale. Quindi, duello, all’alba, con le pistole. Peraltro nello stesso posto in cui è morto il figlio Philip (il New Jersey come terra tragica). Brutto, bruttissimo presagio.

BEST OF WIVES AND BEST OF WOMEN

Brevissima la track #44, “Best of wives and best of women” in cui Alexander (che sta scrivendo le sue ultime volontà) prende congedo dalla moglie dicendole che ha “una riunione all’alba”. Siamo agli sgoccioli.

THE WORLD WAS WIDE ENOUGH

La penultima traccia è “The world was wide enough”, che sembra il titolo di un film di Bond e invece è la terribile e triste historia della morte di Hamilton. Seguitemi perché il pezzo sulla scena ha una resa incredibile, molto meglio che non a un semplice ascolto della traccia. Si riprende lo stesso tema di “The ten duel commandments” e Burr racconta dal suo punto di vista tutto quel che succede, mentre l’ensemble conta da “number one” a “number nine”. La descrizione è fredda, chirurgica, si percepisce il distacco quasi irreale che i duellanti mantengono per non soccombere alla paura, alla tristezza o alla compassione. Burr è rancoroso, ma ha paura: non è un gran tiratore. Hamilton è meccanico, depresso. Il fatto che Alexander porti gli occhiali fa pensare a Burr che sia per mirare meglio e ucciderlo al primo colpo. E quindi, al dieci, lo sparo. Il pezzo cambia registro, il punto di vista passa a Hamilton. La scena si immobilizza, come in un bullet time simulato. Un ballerino “prende” il proiettile e ne segue il percorso, lentamente, mentre Hamilton si produce nel suo ultimo monologo. Tutto è parlato (“there is no beat, no melody”) ed è nel suo monologo interiore che, per proteggere la sua legacy, Hamilton decide di “gettare lontano il suo colpo”, cioè di sparare in aria, come il figlio Philip, e di morire nello stesso modo. Il proiettile colpisce, Burr si pente immediatamente, corre dal rivale, ma lo spingono via. Hamilton viene riportato ferito a Manhattan, dove muore tra le braccia di Eliza e Angelica. Burr ritorna al tema malinconico di “Wait for it” e canta “when Alexander aimed at the sky he may have been the first one to die but I’m the one who paid for it”. Con il suo gesto Burr si è condannato da solo ad essere il “cattivo” di questo musical. Ma forse il mondo era grande abbastanza perché ci potessero vivere entrambi…

WHO LIVES WHO DIES WHO TELLS YOUR STORY

Siamo alla fine, track #46, “Who lives, who dies, who tells your story” (un verso citato per la prima volta da Washington, circa un’ora e mezza addietro). È proprio Washington a introdurre l’eulogia per Hamilton, che vede tutto il cast riunito al funerale. Prima i suoi rivali politici ne riconoscono i meriti, poi Angelica: “every other founding father gets to grow old”, e infine Eliza con “I put myself back in the narrative”. Il punto di vista torna il suo, lei vive ancora una cinquantina d’anni in cui cerca di rendere onore all’eredità politica e umana di Alexander. Soprattutto – colpo al cuore, dopo che per tutto il musical si è calcato la mano sulla parola “orphan” – Eliza chiede “can I show you what I’m proudest of?” e ci presenta il suo progetto più caro, l’orfanotrofio, il primo orfanotrofio privato di New York, grazie al quale Eliza può veder crescere centinaia di bambini. Il nostro percorso finisce qui, con la domanda “who tells your story?”, ma sappiamo bene che qualcuno che ha raccontato tutta la storia c’è. È Lin Manuel Miranda, e noi musical geek per questo lo veneriamo come un dio sceso in terra.