HAMILTON, TRACCIA PER TRACCIA

Qualche giorno fa è uscito il film di Hamilton su Disney+, ed è un evento epocale. Cioè: Hamilton il musical è stato un evento epocale nel 2015, poi il film segue a ruota, va da sé. Io sono un super fan della prima ora, da quando un’amica americana mi ha portato in regalo il doppio CD con la certezza che “l’avrei apprezzato moltissimo”. E infatti, negli anni seguenti ho consumato i CD, i mixtape e – purtroppo – non ho potuto far altro che guardare da lontano l’impatto culturale che questo musical pluripremiato e amatissimo da pubblico e critica ha avuto in patria. Hamilton non è il primo musical hip hop / r’n’b (l’autore Lin-Manuel Miranda ne aveva già tirato fuori uno ottimo, In the Heights), ma è certamente il più influente e interessante. La storia è quella di Alexander Hamilton, un founding father che da immigrato è diventato braccio destro di Washington, poi ministro del tesoro, e come in tutte le buone narrazioni la storia personale si mescola con la Storia della nazione. Hamilton consta di 46 canzoni per due ore e quaranta di musical; il film su Disney+ è un’eccezionale ripresa fatta nel 2016 con il cast originale al top (avrebbe dovuto uscire in sala nel 2021, ma poi Covid e quindi streaming) ma è pur sempre un musical con testo da seguire bene ed è proposto esclusivamente con sottotitoli inglesi. Questo non deve spaventarvi, vorrei che la maggior parte di voi lo guardasse e lo apprezzasse. Per questo ho raccolto qui 46 simpatici paragrafetti (con titoli che linkano opportunamente a lyrics video su YouTube) per analizzare insieme le canzoni di Hamilton. Se riuscite a sopravvivere a questo post-monstre sarete pronti per Hamilton. Enjoy!

ALEXANDER HAMILTON

Andiamo a incominciare. La track #1 del musical è “Alexander Hamilton” che imposta i temi e il tono di tutto il musical. In questo numero di apertura Miranda astutamente fa presentare il personaggio principale dal punto di vista di tutti i coprotagonisti, rendendolo naturalmente sfaccettato e interessante. È Aaron Burr, il rivale di una vita, a raccontare la sfigatissima storia del giovane Hamilton. Il padre lo abbandona, la madre muore, lui si trasferisce dal cugino ma questo si impicca, lui riesce a lavorare e nel frattempo si dà a uno studio matto e disperatissimo finché a 19 anni riesce a ottenere un passaggio dai Caraibi (di cui è originario) fino a New York. La intro di Burr (uno dei migliori personaggi, interpretato da Leslie Odom Jr) diventa all’interno del musical il suo “tema portante”, un incedere incalzante in cui si chiede “ma questo Hamilton come fa, cosa lo spinge”? Fin dall’inizio la contrapposizione tra Hamilton e Burr è quella tra passione e opportunismo. Entrano poi in scena anche gli amici di Hamilton (Laurens, Lafayette e Mulligan) e la moglie Eliza, ognuno caratterizzato dalla sua relazione col protagonista (“me, I fought with him, me, I died for him, me, I loved him”…) e viene subito anticipato il tragico finale (“me… I’m the damn fool who shot him”). Miranda canta il bridge famosissimo (“there’s a million things I haven’t done but just you wait…”) e resta per il momento defilato. Per Miranda, che aveva presentato proprio questo pezzo nel 2009 a un poetry slam di fronte agli Obama, Hamilton è l’eroe hip hop per eccellenza, un wordsmith, un maestro di parole appassionato, immigrato, un underdog cioè un personaggio svantaggiato che però poi si rivela il più carismatico. Ascoltare questo pezzo corale vuol già dire entrare nel cuore del musical senza bisogno di introduzioni didascaliche. Pura maestria.

AARON BURR, SIR

E hop! Passiamo alla track #2 “Aaron Burr, Sir”. Un pezzo breve e di raccordo che ha però abbastanza humor, ritmo e flow da essere uno dei più memorabili del primo atto. È il 1776 e il giovane Hamilton si presenta al già laureato Aaron Burr chiedendogli come ha fatto a laurearsi in così breve tempo, obiettivo che anche lui persegue. Parte uno dei tormentoni musicali a venire (il “sir” rispettoso poi sempre più ironico) e si dispiega in una sola efficace frase la regola di vita di Burr (“Talk less, smile more, don’t let them know what you’re against or what you’re for”). Si presentano poi con un freestyle eccezionale i tre compari rivoluzionari: l’esaltato John Laurens, il francese Lafayette (Daveed Diggs, bravissimo) e l’ipersessuato Hercules Mulligan. Il contrasto tra loro e Burr è più che evidente e i tre sono curiosi: chi è questo ragazzo che lo accompagna? Sta per partire il pezzo più rappresentativo e noto di tutto il musical.

MY SHOT

Track #3 ed entriamo nel vivo della questione. “My Shot” è l’inno di Hamilton, il pezzo più rappresentativo e riconoscibile, quello più cantato e tamburellato da tutti. Alexander Hamilton si presenta in pubblico con il ritornello più memorizzabile del musical, “I am not throwing away my shot, I’m just like my country I’m young scrappy and hungry” e stabilisce subito una sorta di identificazione tra lui e gli USA di cui diventerà un padre fondatore per quanto poco ricordato (prima del 2015). Nel pezzo emerge anche l’urgenza politica e personale di Hamilton, che ha sempre saputo di poter morire giovane e che a differenza di Burr, quindi, vive bruciando entrambi i lati della candela. I suoi nuovi amici lo esaltano, ognuno portando il proprio tema in primo piano (l’aiuto francese alla rivoluzione per Lafayette, la liberazione dalla schiavitù per Laurens, l’ascesa sociale per Mulligan) e tutto l’ensemble canta in coro il ritornello dello “shot”, parola ambigua che nella canzone significa “occasione”, ma anche “bicchierino di alcol” o “proiettile”… Val la pena sottolineare anche la scenografia mobile che comincia a rivelare tutte le sue sfaccettature proprio in questo pezzo, in cui dall’osteria dove si trovano i protagonisti pare di vedere già la rivolta per le strade della città (“When are these colonies gonna rise up”). Vi sfido a non muovere il piedino o a non incistarvi.

THE STORY OF TONIGHT

Track #4, “The Story of Tonight”, un pezzo interlocutorio ricalcato sulla falsariga del musical classico di Broadway, con Alexander Hamilton e il suo nuovo gruppo di amici rivoluzionari che alla fine della loro notte di bevute alzano un bicchiere alla libertà, alla rivoluzione, al risveglio delle masse e a un futuro radioso in cui verrà raccontata “la storia di questa notte”. Una bella melodia e un bell’intreccio vocale che vanno a costituire un tema “forte” che ritornerà anche più avanti (in chiave anche più triste e disillusa) ma che fondamentalmente sopportiamo solo per arrivare alla track #5 che è un altro di quei pezzi memorabili che spaccano, sparsi a piene mani in tutto Hamilton…

THE SCHUYLER SISTERS

Track #5, “The Schuyler Sisters” (pron. SCAILER). Questo è un altro dei pezzoni che tutti amano citare e soprattutto amano cantare in improbabili sessioni di singalong sotto la doccia e non. In effetti, è una delle tante cesure nette nell’atmosfera di Hamilton, che dalla dolcezza malinconica del pezzo precedente passa ad un eclettico rap di Burr che declama quanto sono appetitose le ragazze della buona società che vanno a passeggio per Manhattan in cerca di maschioni. E per fare un esempio, prendiamo proprio le figlie di Philip Schuyler: Angelica, Eliza… e Peggy (Schuyler è un politico americano dell’epoca, ma oh, tutta gente che comunque trovate su Wikipedia). Parte il girl power con il tema di Angelica, che è in cerca di “a mind at work”, che ha letto Common Sense di Thomas Paine e che “you want a revolution, I want a revelation, so listen to my declaration”. Si tratta di un pezzo costruito su una base r’n’b molto accattivante, memore di una giovane Beyoncé, per dire, e che esprime ideali validissimi ancor oggi (“all men are created equal”) e presenta le sorelle Schuyler, le cui storie ben presto si intrecceranno con quella di Alexander Hamilton (anche se Burr preferirebbe che si intrecciassero alla sua). Particolare degno di nota, le sorelle sono appetibili in quanto “piene di soldi”, e questo è da tenere a mente per la sofferta dichiarazione che Angelica farà qualche traccia più avanti… Nel film il numero è eccezionale, con tutto l’ensemble che gira per il palco trasformato in una affollata strada di New York (nell’immaginazione, perché la scenografia di Hamilton è sempre la stessa, solo che è mobile e il cast trasporta oggetti di scena mentre balla e il tutto è incredibile da vedere).

FARMER REFUTED

Sempre grandi LOL e ammirazione per la track #6, “Farmer Refuted”. Si tratta di un intermezzo in cui Alexander Hamilton, spalleggiato dai suoi nuovi amici rivoluzionari blasta un oratore pro-Inghilterra sulla pubblica piazza. Si tratta di Samuel Seabury, un ecclesiastico lealista noto avversario di Hamilton anche nella realtà storica, cui Miranda fa fare una figura di merda assoluta, schiantando la sua pomposa oratoria barocca (anche nella musica) con la forza rivoluzionaria del freestyle hip hop. Il pezzo sembra dimenticabile ma è costruito come un canone classico in cui il tema viene ripetuto più volte, decostruito e innestato con il beat di Miranda fino a crollare sotto i colpi dell’hip hop. Questo perché se l’hip hop rappresenta l’America nel musical, la musica barocca (e – vedremo tra breve – il brit pop) rappresenta l’oppressore inglese. Alla fine del pezzo, arriva “a message from the kiiiiiing”…

YOU’LL BE BACK

La Track #7, “You’ll Be Back”, non ha bisogno di presentazioni per i fan del musical in tutto il mondo. Entra Re Giorgio (Jonathan Groff, già noto per essere stato in Glee e per aver doppiato Kristoff di Frozen LOL) e lo show cambia passo, con un pezzo che dalle suggestioni beatlesiane passa per i Kinks e arriva ai Blur o forse meglio ancora ai Pulp. Vabbè. Re Giorgio fa il suo magistrale assolo cantando una canzone d’amore nel ruolo dell’amante abbandonato, ma “when push comes to shove, I will kill your friends and family to remind you of my love”. Uno squilibrato in ermellino che sul palco sale da solo, con lo spotlight su di lui come una vera diva e sputazza in primo piano mentre declama i suoi versi passivo aggressivi. Il tema di Re Giorgio, come molti dei temi di Hamilton (la intro di Burr, il “look around” e il “that would be enough” di Eliza, la conta dei numeri, il brindisi rivoluzionario) ritorna qua e là, sempre legato alle entrate di Groff e sempre con un registro comico / minaccioso che rende simpatico e agghiacciante al tempo stesso il villain principale della storia. Inutile dire che forse è la traccia più cantabile di tutto il gruppo, grazie anche all’appiccicoso “da da dayada, da da da da dayada” del ritornello… moltissimi cuori!

RIGHT HAND MAN

Presentato il Re, non resta che presentare il Generale. Track #8, entra George Washington. Il pezzo ha una sua narrativa efficace nel descrivere la situazione di assedio al porto di New York City, rumori di cannoni, gente che scappa, casino e poi “the moment you were waiting for… here comes the general”! Arriva Washington e il rap assume una dimensione epica (“we are outgunned, outmanned, outnumbered”). Washington è costretto a fare le nozze con i fichi secchi dato che il congresso non gli concede uomini. Hamilton e i suoi intanto fanno delle azioni di disturbo, rubano i cannoni agli inglesi. Washington esprime il suo desiderio, quello di avere un braccio destro fidato. Burr si propone ma dice una parola sbagliata di troppo (“I admire how you keep firing on the british from a distance”, tipico Burr). Hamilton che invece passa per essere un giovanotto molto choosy viene convocato e cooptato in un lampo – ritorna il tema di “My Shot” a significare la grandissima occasione da non perdere. Ed ecco il primo grande avanzamento di carriera di Alexander.

A WINTER’S BALL

Interludio, Track #9 “A Winter’s Ball”. Riprende Burr con il suo tema portante (“How does a bastard, orphan son of a whore…”) ed è sempre più incattivito nei confronti di Alexander Hamilton che si è installato “alla destra del padre” (Washington) e ancora non è abbastanza contento. Siamo nel 1780, le sorelle Schuyler danno un ballo e la sfida è aperta: se riesci a sposartene una sei a posto per la vita (e Hamilton, simpaticamente sbruffone: “Is it a question of if, Burr, or which one?”). Hey, hey, hey… pronti per il secondo pezzo femminile del musical, il primo cantato quasi interamente da Eliza Schuyler, futura moglie del nostro.

HELPLESS

Ed eccoci alla Track #10, “Helpless” (e non siamo nemmeno a un quarto del musical, LOL). Questo è uno dei 4 o 5 hit galattici usciti da Hamilton, ed è il tema d’amore più catchy, quello che Eliza Schuyler (Phillipa Soo nel cast originale) canta palpitando d’amore per Alexander e i suoi begli occhi che basta guardarli e subito “the sky’s the limit”. Ancora una volta atmosfere r’n’b e diretti riferimenti a Beyoncé, Alicia Keys, Ashanti. Helpless è la storia dell’incontro e della promessa di matrimonio di Eliza e Alexander. Angelica (la sorella maggiore) accompagna Alexander a conoscere Eliza che è troppo timida ma ha messo gli occhi su di lui dall’inizio del ballo. Vedremo poi, con un interessante espediente narrativo di “rewind teatrale” che le cose sono più complicate di così. Helpless continua con la proposta di matrimonio al padre di Eliza (la scenografia mobile continua a cambiare senza sosta mentre passano i mesi) e con la dichiarazione di Alexander (non ho nulla ma ti offro questo cervello speciale, sono un orfano ma tu mi fai sentire il valore della famiglia etc). Si chiude con un bel matrimonio in scena e con la ripresa del tema “in New York you can be a new man”. Tutta questa felicità ha però anche un rovescio della medaglia, che viene fuori direttamente al ricevimento per le nozze… Forse Eliza non era la sorella giusta?

SATISFIED

La Track #11, “Satisfied”, è per me nella top 5 dei migliori pezzi del musical, per vari motivi. Si tratta di un pezzo narrativamente importante che rivisita quanto successo nel segmento immediatamente precedente, opera un “rewind” a livello scenico e musicale e innesta sull’incontro di Eliza e Alexander il punto di vista di Angelica Schuyler, la sorella maggiore, che a quanto pare aveva messo gli occhi per prima su Hamilton, ma… c’è una pletora di “ma”. Renée Elise Goldsberry che interpreta Angelica attacca con un brindisi agli sposi mentre sotto passa una scala di piano a salire e a scendere, dolce ma vagamente minacciosa (la usano anche nel trailer). Sì, brindiamo pure, ma c’è qualcosa che brucia. Il vero colpo di fulmine è avvenuto tra lei e Alexander, ma poi lei ha visto lo sguardo di Eliza (“helpless”), ha capito che lui cerca in sostanza un’ascesa sociale e realizza che lei in quanto figlia maggiore ha la responsabilità di elevare lo status della famiglia e non è certo sposando lui che potrebbe farlo. Gli spezzoni di dialogo da “Helpless” entrano in “Satisfied” naturalmente, ma assumono tutto un altro significato. Perciò addio Alexander, anche se ne è perdutamente innamorata. Nel raccontare gli eventi dal suo punto di vista, Angelica rappa veloce come una Nicki Minaj col cuore spezzato, e se il pezzo era già bellissimo in solo ascolto, vederlo ripreso è parecchio coinvolgente.

THE STORY OF TONIGHT (REPRISE)

Track #12, via, e siamo a un quarto del musical. “The Story of Tonight (Reprise)” è – come dice il titolo stesso – la ripresa di “The Story of Tonight”, il tema dell’idealismo giovanile, delle belle speranze e del “cercar la bella morte”. Qui è declinato con un beat più sostenuto e meno archi, proprio perché si tratta delle congratulazioni allo sposo da parte dei suoi virilissimi amici rapper. A un certo punto – attenzione! – entra Burr e si congratula anche lui con Alexander. Lui è colonnello e si sta bombando la moglie di un ufficiale inglese (wow, invidia). Segue consueto dialogo tra Burr e Hamilton della serie “ma perché non segui di più il tuo istinto?”… ed ecco che Burr va a rispondere con un pezzo che forse è il suo assolo migliore.

WAIT FOR IT

“Wait for it”… Track 13! Burr medita in compagnia dell’ensemble sul mistero della vita, dell’amore e della morte. Lo fa con un pezzo che è la quintessenza del pop / r’n’b degli anni ’10 (non a caso nei mixtapes il pezzo è cantato da Usher). In sostanza la vita ha portato Burr ad essere un uomo cauto, che ha la capacità di attendere il successo (“wait for it”). Non si capacita di come invece Hamilton sia una persona che non perde tempo, vive tutto quello che può vivere anche con grande fatica ma con il successo sempre dietro l’angolo. Invidia un po’ il rivale, ma in fondo “if there’se a reason I’m still alive when so many have died, then I’m willing to wait for it”. Lo scheletro del pezzo mostra chiaramente anche la progressione di accordi che accompagna più o meno nascosta tutte le canzoni di Burr (quei tre accordi che restano sempre sospesi e non “chiudono” mai, proprio come la vita di Burr stesso).

STAY ALIVE

Track #14, “Stay Alive”, che ovviamente non ha nulla a che vedere con la febbre del sabato sera… ma un qualcosa a che fare con James Bond! Torna in scena George Washington, siamo in piena guerra, Eliza augura ad Alexander di “restare vivo”, la situazione è difficile, Alexander vorrebbe combattere ma Washington lo tiene fisso come responsabile della comunicazione. Gli viene preferito Lee, un codardo incapace che per mascherare le sue sconfitte dà addosso al generale. Washington lascerebbe tranquillamente cadere la cosa ma Hamilton no. Però non può disobbedire a un ordine diretto, quindi è Laurens che si offre di lavare l’offesa di Lee nel sangue, con un duello. Qui si intrecciano il tema di Washington, già enunciato in “Right Hand Man”, il battito del cuore che dà il senso della tensione e quelle tre note ripetute che sono le stesse del tema di Bond. Siamo di fronte a un momento cruciale…

THE TEN DUEL COMMANDMENTS

Track #15, “The Ten Duel Commandments”. Si tratta di uno dei pezzi più noti del musical, forse anche perché è nota l’ispirazione (da “The Ten Crack Commandments” di Notorious B.I.G.). Ovviamente ai tempi di Hamilton il duello era parte della vita quotidiana e aveva le sue regole che non sto qui a ripetere tanto vi sentite la canzone e vi leggete il testo da soli, spero. Il punto è riconoscere che la progressione numerica ritorna in diversi altri punti dello show e in particolare ogni volta che c’è di mezzo un duello più o meno mortale. Cioè. Questo duello non è mortale, ma quelli dopo lo saranno sempre. Qui Burr e Hamilton fanno da “secondi” ai duellanti Lee e Laurens. Alla fine del pezzo, il colpo di pistola. Laurens ha ferito Lee al fianco.

MEET ME INSIDE

State ascoltando canzone dopo canzone e state leggendo tutto il testo? State ruotando le falangi? Mi auguro di sì, perché siamo alla track #16, “Meet me inside”. Lee è ferito, Laurens e Alexander sono soddisfatti ma poco dopo arriva Washington e si incazza come una iena. In buona sostanza il suo nome è stato macchiato da offese peggiori, lui non è una verginella da difendere e questa storia del duello è stata una grandissima minchiata. Segue cazziatone privato (“meet me inside”) con il contrasto altissimo (sottolineato dal solito “battito” che costituisce il tema di Washington) tra un surrogato di figura paterna e un figlio ribelle. Vince la figura paterna (“Go home Alexander, that’s an order from your commander”). Anche perché, bisogna dire, Eliza sarebbe anche incinta.

THAT WOULD BE ENOUGH

Siamo alla Track #17, “That would be enough”. Dopo “Helpless” il secondo grande assolo di Eliza, che in sostanza chiede ad Alexander (e Lin Manuel Miranda la accontenterà come vedremo) di poter essere “part of the narrative”. Eliza è incinta ed è stata lei a far richiamare il marito, perché potesse conoscere il figlio. La sua speranza è che l’amore e gli affetti familiari siano “abbastanza” per Hamilton, ma come sappiamo bene lui non è mai “satisfied”., quindi ciccia. Una bellissima e triste canzone d’amore, ci sta.

GUNS AND SHIPS

Track #18, “Guns and Ships”. Un interludio ricalcato sullo stesso tema di “Alexander Hamilton” in cui Burr introduce Lafayette allo stesso modo in cui all’inizio del musical introduceva Hamilton. Lafayette ottiene “guns and ships” dal governo francese, ma gli serve di più: gli serve il suo compagno Alexander per guidare le truppe e vincere la battaglia. Ed ecco che la lettera di richiamo viene mandata, la legge Hamilton stesso riprendendo il tema iniziale… Chapeau tra l’altro al flow di Daveed Diggs in questo pezzo, ma il suo stile evolve sempre di più passando dal primo al secondo atto…

HISTORY HAS ITS EYES ON YOU

Track #19, “History Has Its Eyes On You”, personalmente non uno dei miei pezzi favoriti, comunque sia anticipa il tema più “grandioso” del finale del musical, e parla ovviamente di morte e distruzione… C’è Washington che ammonisce Hamilton raccontandogli della prima volta in cui ha avuto il comando di un esercito (tutti morti) e gli dice occhio, che la posterità è lì che ti guarda. Paurissima!

YORKTOWN

Track #20, “Yorktown”. Si tratta di un pezzo centrale, quello della battaglia di Yorktown del 1781. Lafayette ha ottenuto Hamilton a guidare le truppe, il quartetto di amici rivoluzionari è riunito anche se ognuno ha il suo “fronte a cui pensare”: se “My Shot” era la classica canzone “I want”, “Yorktown” è la realizzazione dei desideri. Laurens è in Sud Carolina a combattere la schiavitù, Lafayette arriva a Chesapeake Bay con le navi francesi, Mulligan sta facendo il suo lavoro di controspionaggio e Hamilton è lì per vincere e tornare da Eliza e dal figlio non ancora nato. Come dice il pezzo, uno di quelli che dà la carica, “the world turned upside down”.

WHAT COMES NEXT?

La track #21, “What comes next?” è essenzialmente una ripresa del tema di Re Giorgio (“You’ll be back”). E comunque quel pezzo potrebbe riprendere anche 50 volte che va benissimo così, è bello sempre. Il Re folle qui dice “Awesome, wow”, vi siete liberati dal giogo inglese ma ora capirete quanto è dura governare. Inutile dire che ha abbastanza ragione lui.

DEAR THEODOSIA

La track #22 “Dear Theodosia” è certamente nella mia top 5 dei pezzi preferiti di Hamilton. Palco diviso in due, gioco di luci per un duetto “da lontano” tra Burr e Hamilton, ognuno impegnato a cantare la gioia di un figlio appena nato. Burr canta per Theodosia, la sua bambina, e Hamilton per Philip, che dà un senso nuovo alla sua vita. Entrambi i bambini “will come of age with our young nation”, simbolo di un’America nuova, che la generazione dei padri si impegna a rendere vivibile per i figli. Pensando a come vanno adesso le cose laggiù, un pezzo tristissimo.

NON STOP

Siamo giunti alla track #23, cioè alla fine del primo atto di Hamilton. “Non Stop” è uno del pezzi più esaltanti di Hamilton (ma dovreste ormai aver capito che sono quasi tutti pezzi esaltanti). In quanto finale del primo atto, ritornano un po’ tutti i personaggi e i temi esposti finora, Hamilton con “Alexander Hamilton” e “My Shot”, Angelica con “Satisfied”, Eliza con “Helpless” e “That would be enough”, Washington con “History has its eyes on you”, Burr con “Wait for It”. Il pezzo in sé ha un beat incalzante e un chorus che ripete “why do you write like you’re running out of time?” riferito alla inquietante grafomania di Alexander… Dopo la guerra Hamilton e Burr diventano avvocati a New York, ma Hamilton è super ambizioso, scrive pamphlet, ha una sua idea di come dovrebbe essere la forma di governo ideale e non ha paura di spiattellarla ai quattro venti (con orrore del cautissimo Burr). Chiede l’aiuto di Burr per difendere la riforma della costituzione (Burr rifiuta) e scrive 51 su 85 dei famosi Federalist Papers. Infine, viene chiamato da Washington a far parte del governo come Segretario del Tesoro (posizione da cui partirà nel secondo atto per portare avanti la sua appassionata riforma fiscale)… Lo aspettate con ansia il secondo atto sulla riforma fiscale, eh? No, ma ditelo, ditelo! Dai, provate a guardare almeno il primo atto su Disney+, vi prometto che è anche più figo di come lo descrivo io. Ci risentiamo “on the other side”.

INTERMEZZO. Prendetevi il tempo di andare a far pipì, bere un bicchier d’acqua, prendere un Moment Act per il mal di testa. Sta per cominciare il secondo atto. Ora, sembrerebbe che il secondo atto abbia canzoni meno memorabili del primo, ma fidatevi. Se il primo atto era tutto presentazione di personaggi, allegri scontri tra eserciti, amicizia, amore e matrimoni, figli e lavoro sicuro, il secondo atto ci racconta la caduta di Hamilton. Scandali sessuali, morti importanti, tragedia, lutto, amori che finiscono in merda, amicizie che… anche, finiscono in merda, duelli verbali e non, elezioni, intrighi politici… riforme fiscali! E comunque almeno un paio di outstanding tracks ci sono anche qua. La cosa più rilevante (che non si coglie appieno se si ascoltano solo i pezzi ma che è evidente guardando Hamilton il film) è che molti dei personaggi del primo atto non appaiono più, ed entrano in scena nuovi personaggi, interpretati dagli stessi attori già visti nel primo atto. Schemino facile facile: Daveed Diggs, che interpretava Lafayette, nel secondo atto è Thomas Jefferson. Okieriete Onaodowan, che interpretava Hercules Mulligan, nel secondo atto è James Madison. Jasmine Cephas Jones, che interpretava Peggy Schuyler, nel secondo atto è Maria Reynolds. Anthony Ramos, che interpretava John Laurens, nel secondo atto è Philip, il figlio di Alexander.  La cosa curiosa è che quasi tutti gli attori (a parte Ramos) “cambiano sponda”, diventando nel secondo atto antagonisti storici di Hamilton. Dai, finita la pausa!

WHAT’D I MISS

Siamo nel 1789. Il secondo atto inizia con la track #24, “What’d I Miss?” ed è l’occasione per far entrare in scena il pirotecnico Thomas Jefferson, appena rientrato dalla Francia dove ha lasciato il paese nel caos della Rivoluzione (“but I have to be back in Monticello”). Jefferson è ancora più esuberante di Lafayette (l’attore è lo stesso, Daveed Diggs) e il suo assolo è un misto di show tune classica e vaudeville – lo si vede anche da come si muove e balla sul palco con un misto di movenze da clown e da ballerino di tip tap. Il pezzo è molto narrativo e importante da seguire per capire la posta in gioco. Burr racconta a che punto sta Hamilton (segretario del Tesoro, in predicato per una riforma fiscale molto ambiziosa) e non senza compiacimento riferisce che sta arrivando Jefferson a mettergli i bastoni tra le ruote. Jefferson sembra più interessato ai suoi affari che non al governo, nondimeno Washington lo vuole come segretario di stato nel nuovo “cabinet” (una sorta di consiglio dei ministri). Arriva anche James Madison (un “sudista” come Jefferson) e gli dice che devono ad ogni costo fermare Hamilton e la sua politica economica di interventismo statale. Tutto il ritornello “What’d I Miss?” è un’ironica e spensierata cavalcata di Jefferson, della serie “ma guarda cosa mi sono perso mentre inseguivo le sottane delle dame parigine”…

CABINET BATTLE #1

Nella track #25, “Cabinet Battle #1” si svolge il cuore del dibattito politico dei neonati Stati Uniti, sotto forma di battaglia a colpi di freestyle. Siamo a New York, Washington modera e sul piatto c’è la riforma fiscale di Hamilton: ogni stato dovrà pagare le tasse al governo federale e verrà istituita una banca centrale. Jefferson non è d’accordo, le tasse degli stati del sud rimangono negli stati del sud (“in Virginia we plant seeds in the ground, we create, you just wanna move our money around”) e si permette anche una bella citazione di Grandmaster Flash and the Furious Five. Hamilton ovviamente lo blasta contraddicendo ogni obiezione avanzata, in particolare con la stoccata sulla guerra non combattuta da Jefferson e su quella ancora più pesante a tema schiavitù (“your debts are payed cuz you don’t pay for labor, keep ranting, we know who’s really doing the planting”). Poi però si lascia prendere la mano e passa agli insulti tipo siete delle merde inutili piegatevi a 90 che vi faccio vedere un posto perfetto per il mio piede. Al che Washington sospende la seduta e ordina a Hamilton di andarci cauto e di trovare un compromesso, altrimenti la riforma non verrà votata e lui sarà destituito. Bum! Avreste mai pensato di appassionarvi a un dibattito su un provvedimento economico del 1789?

TAKE A BREAK

La track 26 “Take a break” inizia con una conta (e sappiamo cosa vogliono dire le conte in Hamilton… è un presagio inquietante). Eppure è uno dei pezzi più ariosi e cantabili del gruppo, in cui Angelica ed Eliza si ritrovano per convincere Alexander a staccare un po’ dal suo cazzo di lavoro onnipresente e andare a spassarsela passando l’estate al lago con la famiglia. La conta dell’inizio è cantata (in francese) da Eliza e da Philip, il figlio di 9 anni di Alexander sempre interpretato da Anthony Ramos dato che (non ve l’ho detto prima per non farvi piangere) John Laurens è morto fuori scena. Lo comunica Eliza ad Alexander nell’unica scena parlata di tutto il musical, che non è inclusa nel CD della colonna sonora. Philip sta imparando a rappare come il padre, “Bravo”! E poi, e poi… le lettere che Alexander e Angelica si scambiano, sempre pesantemente sull’orlo del flirt esplicito, con l’analisi delle virgole manco fossimo in piena crisi adolescenziale della serie “cos’avrà voluto dire mandandomi l’emoji della bocca spalancata abbinato all’emoji delle due dita a V?”… E vabbè. È comunque un’occasione per riascoltare le voci eccezionali delle Schuyler Sisters. E in ogni caso Alexander DEVE LAVORARE.

SAY NO TO THIS

Vi avevo promesso lo scandalo sessuale ed eccolo che arriva, IL PRIMO SCANDALO SESSUALE DELLA STORIA AMERICANA (Clinton, sooca)! Intanto: vi ricordate di Peggy Schuyler, tanto caruccia. Ecco, non la vedrete più (ma non è morta, eh). Solo che l’attrice che la interpretava nel primo atto ora interpreta Maria Reynolds, una femme fatale che capita a casa di Hamilton (che è da solo visto che DOVEVA LAVORARE e non poteva andare al lago con la famiglia, mortacci sua) e chiede un aiuto legale, ha il marito che la maltratta. Lui la accompagna a casa, lei “apre le gambe” (oh, il testo dice proprio così) e paf! Hamilton continua a chiedere “how to say no to this”, ma intanto nessuno dice di no, la relazione clandestina va avanti per un mese finché si fa avanti il marito di lei e lo ricatta. Un classico. Il pezzo è molto sensuale, tanto che quasi stona un po’, ma tant’è. Tira più un pelo di Maria Reynolds che una vacanza al lago con moglie, suocero e cognata…

THE ROOM WHERE IT HAPPENS

Siamo alla track #28, “The room where it happens”, uno dei pezzi più famosi e riconoscibili del secondo atto. In pratica questa è la “I want song” di Aaron Burr. Succede che Hamilton ha capito che deve rischiare qualcosa per fare un compromesso e propone a Jefferson e Madison di spostare la capitale degli Stati Uniti da New York a Washington (più vicino alla Virginia insomma) in cambio dell’approvazione della riforma fiscale, grazie alla quale Hamilton ottiene un potere incredibile sulle sorti della nazione. E tutto questo si svolge a porte chiuse, a una cena i cui unici invitati sono Hamilton, Jefferson e Madison. Burr non ci può credere che “no one else was in the room where it happened”, e soprattutto non può credere che il suo atteggiamento cauto (“wait for it”) non paghi, a differenza dell’atteggiamento di Alexander che butta il cuore oltre l’ostacolo, rischia e ottiene esattamente ciò che vuole. È la politica baby, e Burr adesso “wants to be in the room where it happens”, più di ogni altra cosa…

SCHUYLER DEFEATED

Track #29, “Schuyler defeated”, una ripresa del tema delle Schuyler Sisters per raccontare l’affronto di Burr a Hamilton. Che lui comunque non vede assolutamente come un affronto. In pratica Burr fa il trasformista, cambia schieramento politico e si fa eleggere al Senato al posto del padre di Eliza e Angelica. Hamilton la trova una mossa disgustosa, ma Burr dice di aver semplicemente colto un opportunità per la sua ascesa sociale e non vede perché non possono continuare ad essere amici. Son cose, eh.

CABINET BATTLE #2

Nella track #30 abbiamo la “Cabinet battle #2”, sempre tra Hamilton e Jefferson. L’argomento sul tavolo è “aiutare o meno i rivoluzionari francesi mandando truppe”. Jefferson è per il sì, dobbiamo onorare il patto con la Francia. Hamilton è per il no, abbiamo firmato un trattato con un re che ormai è morto. Washington si lascia convincere (“people are rioting”), ma Jefferson la giura a Hamilton e gli ricorda: 1) che il suo amico Lafayette non sarebbe stato contento e 2) che lui non è niente senza il paparino (Washington) alle sue spalle. Oooh, snap!

WASHINGTON ON YOUR SIDE

Il discorso viene portato avanti dalla track #31, “Washington on our side”… in sostanza, come dice il ritornello “it must be nice, it must be nice to have Washington by your side” (tutta invidia). Jefferson, Madison e Burr esprimono tutto il loro disprezzo per Hamilton e il suo modo di parlare, di vestire, di essere. Vedono che il segretario del Tesoro ha sempre più potere e decidono che devono assolutamente trovare del fango da gettargli addosso, qualcosa che lo identifichi subito per quel poco di buono immigrato e arricchito che è (indovinate cosa?)… Il punto più bello è quando i tre si definiscono “Southern motherfuckin’ democratic/republicans” (i partiti allora non erano come quelli di oggi, eh).

ONE LAST TIME

E a proposito di Washington, ecco “One Last Time”, la track #32, l’assolo più soul ed emozionante di Washington. L’ultima volta del titolo è l’ultimo discorso che il presidente chiede a Hamilton di scrivergli, il discorso in cui dichiarerà il suo ritiro dalle scene, per passare gli anni della vecchiaia nella sua tenuta in Virginia. Peraltro anche Jefferson ha dato le dimissioni da segretario di stato… per candidarsi come presidente! E in questo pezzo, in cui Hamilton recita parola per parola il vero discorso di Washington alla nazione, siamo tutti lì a chiederci come cazzo ha fatto Miranda a rendere così emozionante una lettura di un testo di fine diciottesimo secolo. Potenza del soul, e della voce di Christopher Jackson. Per me, uno dei pezzi nella top ten di Hamilton.

I KNOW HIM

Torna Re Giorgio, per un intermezzo simpatico in cui riprende per la terza volta il suo tema britpop: “I know him”, la track #33. Il Re si dimostra incredulo che un leader come Washington possa permettersi di lasciare la sua carica e mandare il paese a elezioni (“I wasn’t aware that was something a person could do”, LOL). E chi arriverà al suo posto? “President John Adams? Good luck!” (segue risatina isterica di Jonathan Groff). Dura poco, ma in scena è esilarante. Da qui in poi, per un paio di pezzi, Re Giorgio si siede in un angolo della scena per ridersela ogni volta che i nostri eroi appaiono sempre più divisi e polarizzati… proprio come aveva predetto lui.

THE ADAMS ADMINISTRATION

Un breve raccordo con ripresa del tema di “Alexander Hamilton”: track #34, “The Adams administration”. Hamilton cade in disgrazia, Jefferson non ha vinto le elezioni ma è comunque vice-presidente, Adams non fa mistero di disprezzare Hamilton, lo chiama “bastardo creolo” dietro le spalle e lo destituisce. Hamilton la tocca piano come è suo solito e lo insulta (“sit down, you fat motherfucker”). Jefferson e Burr decidono che è tempo che tutti sappiano quello che loro sanno… Ma che cosa sanno?

WE KNOW

Quello che sanno emerge appunto nella track #35, “We know”. Jefferson, Madison e Burr hanno notato i passaggi di denaro che Hamilton faceva quando era al Tesoro e intendono denunciarlo per tradimento. Hamilton se la ride: “my papers are orderly”, e confessa la sua relazione extraconiugale e l’estorsione che ne è seguita, dicendo però che ha pagato solo soldi suoi, non delle casse dello stato. Ma i pettegolezzi, si sa, si gonfiano molto spesso…

HURRICANE

Track #36 e Hamilton si trova nell’occhio del ciclone. In “Hurricane” Alexander medita su come dalla sua isola natia è giunto fino a New York, e con la sola forza della scrittura è riuscito a ottenere un lavoro, a ottenere la rivoluzione, a ottenere la donna che amava (beh magari non proprio quella ma quasi), a ottenere una costituzione, una riforma fiscale, e decide di optare ancora una volta per la scrittura, la sua vera arma segreta. Scriverà con onestà tutto quello che è successo e lo renderà pubblico per prendere in contropiede la macchina del fango. In questo modo riuscirà a proteggere la sua “legacy” (il lascito, l’eredità spirituale) che è la cosa che più gli importa (poco male se nel farlo trascinerà nel fango anche la sua famiglia, eh). E quindi…

THE REYNOLDS PAMPHLET

Track #37, “The Reynolds Pamphlet”. Hamilton pubblica la sua confessione col risultato di essere sonoramente perculato da Jefferson, Madison e Burr (“he’s never goin to be president now, one less thing to worry about”) e di distruggere la vita di Eliza (“his poor wife”). Angelica arriva da Londra per aiutare la sorella (e Alexander, tapino, che pensa sia andata lì per lui), insomma, dai. Gli crolla tutto sulla testa. E intanto Eliza che fa…? Riscrive la storia.

BURN

“Burn”, la track #38 è la ballata del cuore spezzato di Eliza, in scena con un secchio dove sta bruciando le lettere di Alexander. Nel testo lei recrimina sul fatto che Alexander sia ossessionato da quello che i concittadini pensano di lui, sulle tante belle parole, sul fatto che “mia sorella me lo aveva detto” (“you have married an Icarus, he’s flown too close to the sun”). La pubblicazione delle lettere di Maria Reynolds ha distrutto la famiglia, e Eliza prende la sua decisione: “I’m erasing myself from the narrative, let future historians wonder how Eliza reacted when you broke her heart”. E insomma, “hai perso ogni diritto sul mio cuore, hai perso ogni diritto sul nostro letto, da domani fai che dormire nel tuo ufficio”. Le solite cose, ma con una voce che viene dal paradiso, quella di Phillipa Soo.

BLOW US ALL AWAY

La track #39, “Blow us all away” è una piccola gemma data a Anthony Ramos per poter spaccare sul palco ancora una volta nel ruolo di Philip, il figlio di Alexander, ora un bellissimo diciannovenne. Testa calda come il padre, Philip cerca un certo George Eacker che ha trascinato nel fango Hamilton e il suo pensiero. Ovviamente Philip vuole lavare l’onta con un bel duello. Il pezzo inizia in modo allegro (“everything is legal in New Jersey”, LOL) e scivola pian piano nell’inquietudine: Philip trova Eacker, lo sfida, Alexander consiglia al figlio di puntare la pistola in alto e sparare il colpo al cielo (nel codice d’onore starebbe a significare “sono soddisfatto così”, e l’opponente dovrebbe fare altrettanto). Al momento del duello, il solito countdown in scala discendente ma al “seven”, un colpo di pistola mette fine al pezzo.

STAY ALIVE (REPRISE)

Il battito del cuore di Philip segna il tempo di “Stay alive (reprise)”, la track #40.  Siamo al punto più tragico del musical, la morte di Philip. Portato tra le braccia di Alexander ed Eliza, il giovane esala il suo ultimo respiro interrompendo a metà una scala musicale sui numeri in francese (quella che da piccolo cantava e suonava con la madre al pianoforte). Straziante, ma non è finita qua. Arriva uno dei pezzi più belli di Hamilton.

IT’S QUIET UPTOWN

Track #41, “It’s quiet uptown”. Questa è in assoluto la canzone di Hamilton che non posso nemmeno iniziare a sentire che mi salgono le lacrime. È la canzone del lutto e del dolore terribile di due genitori che hanno perso il figlio e si trasferiscono “uptown”, a ovest di Harlem, nel quartiere oggi noto come Hamilton Heights. Uptown è tranquillo, Alexander cammina da solo coi capelli ingrigiti mentre tutti sussurrano “che pena”. Alexander e Eliza si prendono per mano, lui le parla usando i suoi temi e il suo linguaggio (riprende “Helpless” e “That would be enough”) mentre il coro fa scendere sempre più lacrime. Alla fine è Angelica a prendere in mano le redini della storia e dipinge Eliza e Alexander, soli: è il momento del perdono. Per me, a livello emotivo, è il punto più alto del musical.

THE ELECTION OF 1800

Stiamo per concludere. La track #42, “The election of 1800” porta avanti la storia di Hamilton e Burr raccontando un momento di grande tensione politica. “Can we get back to politics? Yo!” Jefferson vuole diventare presidente, ma il suo oppositore stavolta è Aaron Burr, che sta finalmente per entrare nella “room where it happens”. Burr è visto come un moderato rispetto a Jefferson, e Madison ha un’idea diabolica: “it would be nice to have Hamilton by your side”. La gente sembra dare la preferenza a Burr, ma le elezioni stanno per risolversi in un sostanziale pareggio. C’è un caustico confronto tra Burr e Hamilton, in cui Burr confessa di aver imparato qualcosa dal rivale: ha deciso di vincere e farà qualsiasi cosa per ottenere la poltrona (rispecchia il pezzo in “The room where it happens” in cui Hamilton dice di aver imparato il “talk less smile more” da Burr). Alla fine, l’endorsement di Hamilton va a Thomas Jefferson (“when all is said and all is done, Jefferson has beliefs, Burr has none”). Burr non riesce nemmeno a ottenere la vicepresidenza e rosica, oh se rosica!

YOUR OBEDIENT SERVANT

Track #43, “Your obedient servant” è un preludio ironico ma sottilmente minaccioso al duello mortale tra Burr e Hamilton, che per ora è combattuto a suon di lettere firmate “your obedient servant, A. Burr / A. Ham”. Burr chiede soddisfazione perché sente che tutto quel che c’è stato nella sua vita di negativo è responsabilità di Hamilton. Alexander non può che sostenere la sua posizione, e cioè che ha sempre detto la verità su che razza di opportunista voltagabbana fosse lo storico rivale. Quindi, duello, all’alba, con le pistole. Peraltro nello stesso posto in cui è morto il figlio Philip (il New Jersey come terra tragica). Brutto, bruttissimo presagio.

BEST OF WIVES AND BEST OF WOMEN

Brevissima la track #44, “Best of wives and best of women” in cui Alexander (che sta scrivendo le sue ultime volontà) prende congedo dalla moglie dicendole che ha “una riunione all’alba”. Siamo agli sgoccioli.

THE WORLD WAS WIDE ENOUGH

La penultima traccia è “The world was wide enough”, che sembra il titolo di un film di Bond e invece è la terribile e triste historia della morte di Hamilton. Seguitemi perché il pezzo sulla scena ha una resa incredibile, molto meglio che non a un semplice ascolto della traccia. Si riprende lo stesso tema di “The ten duel commandments” e Burr racconta dal suo punto di vista tutto quel che succede, mentre l’ensemble conta da “number one” a “number nine”. La descrizione è fredda, chirurgica, si percepisce il distacco quasi irreale che i duellanti mantengono per non soccombere alla paura, alla tristezza o alla compassione. Burr è rancoroso, ma ha paura: non è un gran tiratore. Hamilton è meccanico, depresso. Il fatto che Alexander porti gli occhiali fa pensare a Burr che sia per mirare meglio e ucciderlo al primo colpo. E quindi, al dieci, lo sparo. Il pezzo cambia registro, il punto di vista passa a Hamilton. La scena si immobilizza, come in un bullet time simulato. Un ballerino “prende” il proiettile e ne segue il percorso, lentamente, mentre Hamilton si produce nel suo ultimo monologo. Tutto è parlato (“there is no beat, no melody”) ed è nel suo monologo interiore che, per proteggere la sua legacy, Hamilton decide di “gettare lontano il suo colpo”, cioè di sparare in aria, come il figlio Philip, e di morire nello stesso modo. Il proiettile colpisce, Burr si pente immediatamente, corre dal rivale, ma lo spingono via. Hamilton viene riportato ferito a Manhattan, dove muore tra le braccia di Eliza e Angelica. Burr ritorna al tema malinconico di “Wait for it” e canta “when Alexander aimed at the sky he may have been the first one to die but I’m the one who paid for it”. Con il suo gesto Burr si è condannato da solo ad essere il “cattivo” di questo musical. Ma forse il mondo era grande abbastanza perché ci potessero vivere entrambi…

WHO LIVES WHO DIES WHO TELLS YOUR STORY

Siamo alla fine, track #46, “Who lives, who dies, who tells your story” (un verso citato per la prima volta da Washington, circa un’ora e mezza addietro). È proprio Washington a introdurre l’eulogia per Hamilton, che vede tutto il cast riunito al funerale. Prima i suoi rivali politici ne riconoscono i meriti, poi Angelica: “every other founding father gets to grow old”, e infine Eliza con “I put myself back in the narrative”. Il punto di vista torna il suo, lei vive ancora una cinquantina d’anni in cui cerca di rendere onore all’eredità politica e umana di Alexander. Soprattutto – colpo al cuore, dopo che per tutto il musical si è calcato la mano sulla parola “orphan” – Eliza chiede “can I show you what I’m proudest of?” e ci presenta il suo progetto più caro, l’orfanotrofio, il primo orfanotrofio privato di New York, grazie al quale Eliza può veder crescere centinaia di bambini. Il nostro percorso finisce qui, con la domanda “who tells your story?”, ma sappiamo bene che qualcuno che ha raccontato tutta la storia c’è. È Lin Manuel Miranda, e noi musical geek per questo lo veneriamo come un dio sceso in terra.

 

LISTAGEDDON

Come ogni fine anno sento, non so, come una sensazione di apocalisse incombente. Mi agito e non capisco cosa succeda, poi realizzo: è il mio lato ossessivo compulsivo e compilatore di liste che spinge per uscire. E dice “COOOOOSA siamo a metà dicembre e ancora non hai compilato la tua lista dei migliori filmdischilibrifumetti del 2019? Dovresti fare quella del DECENNIO, come fanno tutti i listaroli degni di questo nome!”.
E insomma, eccoci qua, è di nuovo quel periodo dell’anno.
Fuoco alle polveri, è il Listageddon!

FILM

Non è mai facile. Oddio, quest’anno è abbastanza facile, sono usciti diversi film pompati come capolavori che alla fine sì, insomma… sono dei capolavori. Però mi riservo sempre di vedere qualcosa che esce a fine anno che magari sbaraglia la lista. Comunque, quella ufficiale, in ordine rigorosamente sparso, è questa.

  • Parasite
    La distopia (nemmeno troppo distopica) di Bong Joon-Ho tra commedia, suspence hitchcockiana ed esplosioni di violenza. Movimenti nello spazio, sangue e pioggia.
  • Once Upon a Time in Hollywood
    La nostalgia canaglia secondo Tarantino, due film in uno: il primo elegiaco, il secondo frenetico e – per la seconda volta dopo Inglorious Basterds – il cinema riscrive la storia.
  • The Irishman
    Quando si dice “film testamento”, un fiume di immagini di 4 ore sulla vecchiaia, la morte, la fine delle illusioni, la solitudine. Ah, e ovviamente la mafia.
  • Us
    La lotta di classe secondo Jordan Peele, tra doppelgänger inquietanti e riflessioni sulla società americana del nuovo millennio.
  • The Dead don’t Die
    L’adorabile versione di Jarmusch sugli zombi, con un cast all star e il suo proverbiale humour deadpan.
  • The Favorite
    Sarebbe di fine 2018 ma sta in molte liste del 2019, il film di Lanthimos sulla regina Anna (Olivia Colman). Intrighi a corte, dominazione femminile e conigli.
  • Midsommar
    Seconda prova di Ari Aster, per me superata alla grande. Horror disturbante come pochi, molto psichedelico e senza scampo.
  • Border
    Fantasy urbano svedese (e già questa definizione basterebbe) tratto da Lindqvist che è anche una riflessione sul diverso e l’inclusione sociale.
  • Joker
    Vabbè, Joker.
  • Il primo Re
    Una sorpresona nell’asfittico panorama italiano. Matteo Rovere avrà sempre tutta la mia stima per questo film cupo, violento, atemporale, bastardo, e soprattutto protolatino.

Ci sono sempre poi i film che devo ancora vedere, mannaggia a me, e che sicuramente credo entrerebbero nella mia lista, come JoJo Rabbit, The Lighthouse o Under the Silver Lake. E poi c’è la lista guilty pleasures, il cui podio quest’anno è saldamente occupato da Six Underground, John Wick 3 Parabellum e Shazam!… il primo goduria cinematica di inseguimenti , il secondo di sparatorie, il terzo è il film di supereroi che ho gradito di più nell’ultimo anno. Ovviamente grande escluso The Rise of Skywalker che aspetterò di vedere in VO quanto prima, ma tanto più che un film quello è un evento epocale.

LIBRI

Nel 2019 ho letto più del solito, a volte abbandonando per disaffezione, più spesso divorando pagine sul Kindle (perché lo ammetto, non ho mai voluto cedere ma da un paio d’anni lo spazio in libreria, le occasioni per leggere e soprattutto la presbiopia mi hanno fatto prediligere il formato digitale). Ho letto con gusto anche un sacco di classici, ma qui vi metto i libri del 2019 che ho apprezzato di più.

  • Bianco
    Ellis al suo meglio, caustico ma vero in un saggio sulla società degli anni ’10 che segue la traccia dell’autobiografia.
  • Patria
    Il romanzo fiume di Aramburu che sulla carta non gli davo due lire e invece prende tantissimo (rapporti tra famiglie di assassini e vittime sullo sfondo dell’ETA).
  • Persone normali
    Opera seconda di Sally Rooney, storia di una relazione difficile (anche un po’ malsana) dalle superiori all’università e oltre. Scrittura chirurgica.
  • Sapiens. Da animali a dèi
    Vabbè dai, ho barato: il libro è del 2011 ma io l’ho letto solo quest’anno (nuova edizione: vale?). Il saggio che ho amato di più degli ultimi dieci anni, forse.
  • I testamenti
    Il seguito del Racconto dell’Ancella di Atwood. Tecnicamente devo ancora finirlo, ma direi comunque che è una bomba.
  • L’istituto
    L’ultimo King mi ha sorpreso per potenza narrativa e coinvolgimento emotivo. Ha capito anche lui che il filone “dodicenni con problemi (e poteri paranormali)” tira.
  • La paziente silenziosa
    Un thriller che appare convenzionale e invece parte con un intrigo psicanalitico e chiude con un twist finale alla sciamalàian che lo ha reso la perfetta lettura estiva.
  • Cat person
    La raccolta di racconti di Kristen Roupenian mi ha colpito assai e molte storie ti restano dentro anche dopo mesi. Un must.
  • L’assassinio del commendatore
    L’ultimo Murakami (in due volumi) ti trasporta in un gorgo di psichedelia, arte, mistero e giapponesità con il solito grande stile.
  • Cercami
    Il seguito di Chiamami col tuo nome, stavolta a due voci. Metà del libro dal punto di vista di Elio, metà dal punto di vista di suo padre. Curioso ed emozionante.

Avrei una paccata di roba ancora da leggere, di libri usciti nel 2019, ma vi metto qui quelli che mi paiono più appetibili: La misura del tempo di Gianrico Carofiglio, Faccio la mia cosa di Frankie Hi-Nrg, La fortezza della solitudine di Jonathan Lethem, A tutto gas di Joe Hill, Lo stato dell’unione di Nick Hornby, Siamo riflessi di luce di Samuel Miller.

ALBUM

C’o’ volum’ d’e’ cuffiett’ a vint’ (come dice Liberato), la musica che mi ha accompagnato costantemente a piedi, in bici, in macchina, a casa, al lavoro, e anche in bagno è questa. Cioè ci sarebbe molto di più ma questi dieci sono gli album che ho ascoltato con più piacerone, stuck on repeat.

  • Ghosteen
    Se la gioca come album dell’anno, probabilmente il capolavoro di Nick Cave. Da ascoltare con religioso amore per passare attraverso la fase più profonda del lutto presi per mano da un artista straordinario.
  • Magdalene
    Niente, FKA Twigs non ce la fa a incidere un album meno che eccezionale. Impossibile definirla (per Wikipedia è “Alternative R&B”), è una delle cose più eccitanti uscite nella seconda metà dell’anno.
  • Norman Fucking Rockwell!
    Lana Del Rey ha prodotto anche lei il suo capolavoro, confermandosi la cantautrice americana più influente del millennio.
  • Assume Form
    Il nuovo album di James Blake normalizza un po’ quello che è stato un fenomeno tutto anni ’10 di alternative R&B (ancora!), grime, downtempo ed electro, ma si tratta pur sempre di un campione della produzione contemporanea (ha lavorato con Brian Eno e Stevie Wonder oltre che con Frank Ocean e Bon Iver, mica cazzi).
  • Fear Inoculum
    Il ritorno dei Tool, chevvelodicoaffà.
  • When we all fall asleep where do we go
    Billie Eilish è il fenomeno pop dell’anno, con buona pace di Ariana Grande che sta in tutte le liste e io invece snobbo. Billie è molto più figa.
  • Cuz I Love You
    Oh, a me Lizzo piace assai, mi piace la sua attitudine, la apprezzava anche Prince e ne aveva ben donde. Qui meno rappusa e più funky soul, ma coinvolgente sempre.
  • Liberato
    Vogliamo dire il miglior album italiano dell’anno? Diciamolo pure. Liberato spacca.
  • i,i
    Sempre più ostico Bon Iver, sempre più sperimentale, sempre più affascinante. Gelido.
  • Hype Aura
    L’altra rivelazione italiana (ma già li conoscevamo) alla prova del primo album. Rap emozionale di intelligente derivazione cantautorale. Interessanti.

Per farne stare solo dieci ho escluso Paprika di M¥SS KETA e quel piccolo gioiello trap che è 236451 di Tha Supreme, Days of the Bagnold Summer dei Belle and Sebastian o Sunshine Kitty di Tove Lo e poi, e poi… se guardo alla mia bibbia della musica on line (Pitchfork) mi rendo sempre conto che ci sono un sacco di album fighi che io non avrò mai tempo di ascoltare, ma tant’è.

SERIE TV

Di serie TV ne guardo sempre molte, per anni è stato un lavoro, poi si sa dov’è andato a finire il giornalismo oggi… ma questa è un’altra storia. Vi piazzo qui le dieci serie che più mi hanno entusiasmato tra gli esordi di quest’anno, barando solo una volta e per poco.

  • Fleabag
    Capolavoro assoluto dell’anno. Di quelle serie che ami o odi. Io amo Phoebe Waller Bridge. E ho amato alla follia Fleabag. E ho anche barato perché la prima stagione è uscita nel 2017 ma qui da noi ha fatto il boom quest’anno.
  • Watchmen
    Nella seconda metà dell’anno, la serie su cui non puntavo, e invece. Stimolante a mille, dialoga in modo eccellente con il materiale di riferimento, ponendo domande invece di dare risposte rassicuranti. Puro Lindelof.
  • The Mandalorian
    Impossibile non ri-innamorarsi dell’universo Star Wars vedendo questa serie. Jon Favreau ci ha “rimesso” il cuore. Baby Yoda è puccissimo.
  • His Dark Materials
    Per due decenni ho atteso una versione potente su schermo della trilogia di Pullmann. Adesso è arrivata, ed è bellissima. Per orfani di Game of Thrones (non c’entra un cazzo, ma è fantasy, oh).
  • Unbelievable
    Come dice il titolo. Una miniserie crime tutta al femminile che punta tutto sulla recitazione. Intensa, sorprendente, con un punto di vista decisamente anticlimatico.
  • Chernobyl
    Altra miniserie che quest’anno ha spaccato. Non un docudrama ma una versione fiction (va ricordato). Eppure la storia è vera ed è più tesa di qualsiasi thriller.
  • The Boys
    Lato supereroi, Amazon Prime ha avuto una delle idee migliori, quella di affidare a Eric Kripke l’adattamento di una serie ultrapulp di Garth Ennis. Esilarante.
  • Russian Doll
    Natasha Lyonne, già una delle mattatrici di OITNB, alla sua prima prova di autrice. A me ha convinto assai. Una sorta di Ricomincio da capo mortifero e sarcastico.
  • The Dark Crystal: Age of Resistance
    Un mondo ricreato “come una volta”. I pupazzi di Frank Oz tornano a far spalancare gli occhi in questo prequel del film del 1982.
  • Sex Education
    La serie comedy che ho preferito quest’anno, con un simpatico e imbranato Asa Butterfield alle prese con il liceo e una madre (Gillian Anderson) sessuologa.

A seguire, le cinque serie già ben avviate o che addirittura si sono concluse con maggior gloria nel 2019.

  • Game of Thrones 8
    Si può dire quel che si vuole, ma è stata una conclusione epocale. Non vedremo mai più una serie così.
  • Stranger Things 3
    Non ha ancora fatto il salto dello squalo, e per questo rendiamo tutti grazie. La rievocazione degli eighties non è mai stata così puntigliosa. A causa di Stranger Things adesso abbiamo la nostalgia “di ritorno”.
  • The Crown 3
    Eccezionale serie britannica sulla cosa più britannica di sempre (la corona). In questa stagione si fa apprezzare parecchio Carlo.
  • Derry Girls 2
    Piccola comedy irlandese che lascia il segno. merito dell’entusiasmo contagioso delle giovani protagoniste e dei loro sexyssimi accenti.
  • OITNB 7
    Orange Is The New Black è stato probabilmente il primo grande successo di Netflix quando Netflix non era ancora… beh, Netflix. Anche in questo caso, con le dovute differenze, una conclusione epocale. Si piange assai.

E come sempre, anche qui ce ne sarebbe ancora da vedere… La mia lista è lunga e il tempo è tiranno: What We Do in the Shadows, Pen15, Euphoria, Barry e tutte quelle che ho iniziato e lasciato indietro come Marvelous Mrs. Maisel, Daybreak, Pose, Il regista nudo, tra le altre.

FUMETTI

L’amore di una vita, che nasce forse un po’ prima del cinema (Carl Barks amore di me seienne), ma che ben presto si è intrecciato ad esso. L’arte sequenziale rimane ancora oggi per me una gioia assoluta, specialmente quando, come quest’anno, trovo tante cose di cui godere, in Italia e non.

  • Momenti straordinari con applausi finti
    Gipi, amatissimo Gipi. Quando ero un pischello c’era solo Andrea Pazienza, oggi c’è Gipi. Gipi che scrive e disegna un libro che parla di me, forse perché parla di tutti. Sicuramente il miglior graphic novel dell’anno e se la gioca con La terra dei figli nella produzione dello stesso Gipi. Questo è più nella vena autobiografica, e ci ricorda che siamo tutti dei coglioni.
  • RSDIUG (Roma Sarà Distrutta In Un Giorno)
    La seconda uscita di Recchioni per Feltrinelli è un mix sperimentale di kaiju e romanità, esperimenti pittorici, Frank Miller e Bill Sienkiewicz, una storia corale di distruzione che lascia l’amaro in bocca.
  • La scuola di pizze in faccia del prof. Calcare
    C’è poco da dire, Zerocalcare è un po’ come Joker. O come i Tool, via. Ogni volta che esce un suo libro è festa grande.
  • Le spaventose avventure di Kitaro
    Un grande classico di Shigeru Mizuki (il manga è degli anni ’60) finalmente ristampato da J-Pop: Kitaro è un ragazzo yokai che vive nei cimiteri e ha ogni sorta di avventure: una gioia per gli occhi (quest’anno ci sarebbe già il secondo volume ma io sto indietro e vi linko il primo).
  • Diario della mia scomparsa
    Una autobiografia per immagini, quella di Hideo Azuma (Pollon, Nana Supergirl). Alcolismo, vita da homeless e uno spaccato inedito della società giapponese. Azuma è morto pochi mesi dopo l’uscita del manga.
  • Dylan Dog Oggi sposi / E ora l’apocalisse
    Il “caso mediatico” dell’anno, almeno in Italia, si risolve in due numeri di Dylan Dog sopra la media per scrittura, disegni e significato nell’ambito del mercato fumettistico nazionale. Chapeau a Recchioni e a tutti i disegnatori coinvolti (tanti). Nel link l’edizione in volume del n. 400.
  • Il principe e la sarta
    Jen Wang ci trasporta nella belle époque dove un principe che ama travestirsi stabilisce un rapporto con una sartina dalle idee ambiziose. Inutile dire che è forse il graphic novel più originale letto quest’anno.
  • Melvina
    Rachele Aragno per Bao ci fa entrare in punta di piedi nel mondo di Melvina, preadolescente in viaggio “nell’aldiqua” con tavole acquarellate e un tratto che ricorda Grazia Nidasio.
  • In cucina con Kafka
    Delizioso, delizioso Tom Gauld. Le sue strisce sono sempre portatrici di grandi sorrisi e sogghigni.
  • House of X / Powers of X
    Ammetto che ultimamente leggo pochissimo Marvel e DC, ma questa minisaga di Jonathan Hickman mi è sembrata veramente degna di nota. Stiamo ovviamente parlando dell’ultimo rilancio/reboot dell’universo X-Men.

Da leggere, come sempre, rimangono ancora molte uscite del 2019… Per esempio Corpi estranei di Shintaro Kago, Luna 2069 di Leo Ortolani, Andy di Typex, Rusty Brown di Chris Ware, P. La mia adolescenza trans di Fumettibrutti.

CARTOON/ANIME

Anche (ma non solo) a causa della mia condizione di babbo di seienne, sto macinando animazione come non mai. Il bello è che ci rincorriamo, io da sempre studio il cinema di animazione e mi godo le serie anime e Cartoon Network. Lui, passata la fase Peppa/Masha/Bing/George ora mi segue con entusiasmo anche su cose più adulte (che però guardo rigorosamente con lui, non chiamate il telefono azzurro). Parto con i cinque lungometraggi animati più apprezzati del 2019.

  • Steven Universe Movie
    Rebecca Sugar fa praticamente un giro trionfale dopo 5 stagioni di SU, e ci propone un musical classico con tutti i crismi, godibile da fan e non iniziati e soprattutto con un villain indimenticabile.
  • Klaus
    Animazione tradizionale con un’occhio particolare all’illustrazione di una volta (e con sorprendente blend dei personaggi negli ambienti). Klaus è la storia di Natale “definitiva”, apprezzabile da grandi e piccini.
  • Toy Story 4
    Tutte le volte mi dico “non può essere che a sto giro la spuntino”, e invece la spuntano. Anche il quarto episodio è decisamente sopra la media.
  • Pets 2
    OK, non è magari all’altezza del primo, ma come franchise Pets è tutto sommato una delle cose più divertenti degli ultimi anni, e questo sequel soddisfa comunque.
  • Modest Heroes
    Piccola grande sorpresa dallo studio Ponoc che mette insieme tre mediometraggi totalmente diversi tra loro e li distribuisce con questo titolo. Da vedere assolutamente (su Netflix).

Proseguo con le cinque serie animate più belle (intendo quelle che un adulto può guardare insieme a un bambino con genuino entusiasmo e interesse)

  • Craig of the Creek
    Serie “figlia” di Steven Universe, con tematiche più quotidiane ma trattate sempre in modo surreale grazie all’immaginazione di Craig, Kelsey e JP, i tre protagonisti “ragazzi del ruscello”.
  • Steven Universe Future
    Dopo il film poteva sembrare che non ci fosse più nulla da dire, ma molti nodi devono ancora venire al pettine. La nuova versione di SU ci proietta in un mondo diverso, dove ai vecchi problemi se ne aggiungono di nuovi…
  • Infinity Train
    La sorpresa di quest’anno di Cartoon Network, partita come una miniserie autoconclusiva ma recentemente promossa a “serie antologica”. Surrealismo a volontà (da uno degli autori di Regular Show).
  • She-Ra and the Princesses of Power
    Per gli orfani di Avatar (il design è simile) o per gli amanti delle storie LGBTQI+, a me She-Ra è garbato moltissimo. Molto del merito va alla supervisione di Noelle Stevenson.
  • Victor & Valentino
    La serie “messicana” di Diego Molano è un’altra delle chicche 2019 di Cartoon Network. I due fratellastri del titolo vanno in cerca di avventure soprannaturali e misteriose, raccogliendo un po’ il testimone dell’indimenticato Gravity Falls.

E ora le cinque migliori serie animate che però non dovreste far vedere al vostro bambino di sei anni manco morti.

  • Undone
    Tra le serie “per adulti” la vera sorpresa dell’anno, tutta in rotoscoping e con una struttura narrativa che vi farà uscire di testa.
  • Love Death + Robots
    Cyberpunk fuori tempo massimo, si potrebbe dire, ma molto eccitante. Mecha design impeccabili, ultraviolenza e storie a sorpresa per questa miniserie antologica.
  • Rick & Morty 4
    Il regalo di fine anno… Rick e Morty è una delle serie animate più cool degli ultimi anni per chi ama la fantascienza e il politicamente scorretto.
  • Bojack Horseman 6
    C’è solo metà stagione, per il momento, ma l’hype è altissimo. Si conclude la parabola di Bojack, il cavallo depresso e alcolista, e non saranno rose e fiori.
  • Made in Abyss
    Una serie anime con design chibi che però è un distillato di angoscia e disagio. Se amate il fantasy e non vi disturba un po’ di loli/shota, può essere la vostra tazza di té.

Ancora da vedere… Weathering with you (stupidamente perso agli eventi organizzati in autunno al cinema), Children of the Sea, I Lost My Body, Violet Evergarden (il film).

Se siete arrivati fino qui, complimenti. Vuol dire che a) avete veramente fame di nuovi contenuti culturali da consumare o b) siete ossessivo compulsivi e listaroli come me. Io avrò comunque assolto il mio compito se vi sarete segnati anche solo una cosa da leggere, vedere, ascoltare. Sipario.

P.S.: comunque se non ne avete ancora basta, ci sarebbe la lista dei 100 meme del decennio di Buzzfeed che vi metterà veramente alla prova.

I MIGLIORI ALBUM DELLA MIA VITA

Recentemente avevo fatto un post, breve ma incisivo, tanto da essere ripreso da una delle mie newsletter italiane preferite (Polpette®) sui migliori album del decennio in corso, i tanto vituperati anni ’10. In un impeto di retromania, invece, riprendo qui una serie di interventi estemporanei fatti su Facebook a seguito di coinvolgimento in una di quelle catene di S. Antonio tipiche dei social, che di solito rifuggo come la peste bubbonica ma che nello specifico (liste di album? Pane quotidiano!) mi aveva abbastanza infoiato. Siccome però siamo qui proprio per ristabilire la prevalenza del longform sul post breve ed estemporaneo, ecco che adesso vi beccate 20 album fondamentali del XX secolo (a mio insindacabile giudizio) che non è umanamente possibile non ascoltare. Non siate pigri, per ognuno vi metto il link a Spotify. Magari, se non conoscete qualcosa, può essere una gradita sorpresa. O altrimenti, una passeggiata sul viale dei ricordi, come si suol dire.

TELEVISION – MARQUEE MOON (1979)
A pelle, il primo album che mi viene in mente è Marquee Moon, perché mi ha folgorato come pochi altri album, e dopo questo ascolto (per me avvenuto verso la metà degli anni ’80 su un vinile comprato usato) non sono più stato lo stesso. Post punk americano, chitarre intrecciate melodiche ma nervose e oblique, voce paranoide alla Talking Heads e pezzi esaltanti come Friction, Venus, See No Evil ma soprattutto la monumentale title track che sta al post punk come Bela Lugosi’s Dead dei Bauhaus sta al goth (e che comunque fa tesoro della tradizione rock americana trasfigurandola). Un album che non mi stanco mai di ascoltare ancora oggi. 

DAVID BOWIE – LOW (1977)
A Berlino con Eno (fa anche rima), Bowie concepisce il capolavoro art-rock-ambient-electronica che influenzerà gran parte della new wave a venire, per tacere del post-rock. Ci sono dentro quelle cose stile coro delle voci bulgare nell’atto di tagliarsi le vene, come Warszawa o Weeping Wall, e ci sono gemme brillanti come Speed of Life, Sound and Vision ma soprattutto Always Crashing in the Same Car, che alla fine dei conti è “il” mio pezzo di Bowie. Il mio vinile di Low è consumato. E il vostro?

MASSIVE ATTACK – BLUE LINES (1991)
Correva l’anno millenovecentonovantaerotti, e io entravo in folgorazione per via del fatto che l’hip hop incontrava le frange più oscure del post punk, del reggae e del dub. Echi di Slits e PIL, labirinti sonori ipnotici che sfoceranno in altri capolavori dei Massive e che influenzeranno tutto il trip hop a venire, la voce di Horace Andy, il basso che pompa, Shara Nelson che canta “You can free the world, you can free my mind, just as long as my baby’s safe from harm tonight” e la consapevolezza acuta per la prima volta che si può assemblare un capolavoro prendendo pezzi di basso di qua, break di batteria di là e riscrivere la storia della musica.

PIXIES – SURFER ROSA (1988)
La storia è un po’ strana perché io, darkettone che son io, ero tutto perso nelle atmosfere 4AD di Ivo Watts-Russell, che nel frattempo, sul finire degli ’80, scopre e produce questa band americana con la bassista carismatica, il cantante/songwriter melodico-folle, il chitarrista violento ma con stile. Cosa sentono le mie orecchie? Un’urgenza incredibile, linee melodiche accattivanti, canzoni che parlano di mutilazioni, incesto, follia religiosa, handicap mentali, rabbia punk e pop zuccheroso, con una vena di inquietudine. Per l’album vero e proprio Ivo si affida a Steve Albini (cioè quello che poi produrrà In Utero dei Nirvana)… e che altro dobbiamo dire. Un album del cuore, senza se e senza ma. Contiene anche Where Is My Mind, chevvelodicoaffà.

VELVET UNDERGROUND – THE VELVET UNDERGROUND (1969)
The Velvet Underground, l’album eponimo, quello con copertina nera e foto sfocatona della band. Insomma, il terzo album. Quello del ’69, per capirci. Quello con dentro la tracklist perfetta. Quello che è già Lou Reed ma senza troppa decadenza glam. Quello che è ancora Velvet-sperimentale ma senza insistere troppo sul feedback (a parte i 9 minuti di The Murder Mystery). Quello che è in equilibrio precario tra pulsioni diverse e che per questo motivo resta uno degli album più semplici, potenti e affascinanti della storia del rock. Inizia con Candy Says ed è già beatitudine. Poi c’è Pale Blue Eyes, Jesus e soprattutto I’m Set Free, uno dei pezzi più belli dei VU. E quella piccola delizia finale di After Hours. Tenetevi Nico, preferisco Maureen Tucker…

JESUS AND MARY CHAIN – PSYCHOCANDY (1985)
Questo album ha per me una valenza specifica, è nel mio Guinness personale per diversi motivi. Non ho mai posseduto il vinile originale ma solo una cassetta Maxell C90 logorata dall’uso e a seguire tante versioni digitali dell’album. Ma Psychocandy non è MAI mancato in qualunque walkman, discman, lettore mp3, Zune, Zen, iPod, iPhone, iTunes io abbia mai posseduto. Perché Psychocandy è semplicemente l’album a cui ricorro quando voglio stare bene, e non si tratta di una delle mie band preferite in assoluto, e non si tratta (solo) del fatto che è uscito in un anno per me di grandissimo cambiamento, è piuttosto una sonorità, un feedback morbido, un ronzio che avvolge, un mixaggio sporco e indistinto, un ritmo trascinato che attacca con Just Like Honey e non ti molla più e non distingui forse neanche bene le tracce. Proto-shoegaze di derivazione Velvet immerso in un bagno acido di wall of sound alla Phil Spector: cosa vuoi di più dalla vita?

JOY DIVISION – UNKNOWN PLEASURES (1979)
Io ai Joy Division e a Ian Curtis mi sono avvicinato relativamente tardi. La loro parabola si era rapidamente conclusa mentre io appena scoprivo i Cure, i Bauhaus, Siouxie and the Banshees, Echo & The Bunnymen, Cocteau Twins, Dead Can Dance. Poi niente, è successo che anche i “dark” potevano ballare (si era scoperto con i New Order, no?) e mi sono innamorato di quel basso, di quella batteria secca e metronimica, di quelle tastiere desolate, di quella voce che non era (più) quella di Ian Curtis ma era comunque disperata e cavernosa pur facendoti muovere il culo senza sosta. A quel punto ho dovuto andare alla fonte, ed è stata la folgorazione. Intanto quel vinile ha la copertina credo più iconica mai vista al mondo. E poi che cazzo, inizia con quel ritmo pazzo e velocissimo e quella linea di basso distorto di Disorder e non ti molla più fino alla fine, come una mano stretta alla gola. E non possiamo nemmeno dire che i JD siano “goth” in senso stretto, sono puro post-punk immerso in un distillato di angoscia esistenziale. Per cui, insomma, l’album perfetto. 

VAN MORRISON – ASTRAL WEEKS (1968)
Si tratta di un album che non mi stanco mai di ascoltare, da quando l’ho scoperto per caso intorno alla metà degli anni ’90. Sono rimasto colpito dalla copertina e dal titolo. E quando l’ho ascoltato, poof! non sono più stato lo stesso. Astral Weeks, come lo posso definire… è folk-rock impressionistico da camera, è Bon Iver quarant’anni prima, è un flusso di coscienza con testi pari a Dylan ma se possibile ancora più incomprensibili, cantati con una tale grazia e una tale estasi che ti fanno rimescolare dentro. Leggenda vuole che Morrison timidissimo stesse chiuso in una cabina con la chitarra acustica e i sessionman che suonavano con lui (flauto, sax, basso acustico, batteria, tutti jazzisti peraltro) non lo vedessero mai. Il disco quindi è una jam session improbabile che risulta in un puro gioiello di traccia in traccia, dalla title track agli episodi più intensi come Cyprus Avenue e Madame George. Per Lester Bangs e per Wim Wenders è l’album migliore di tutti i tempi. E chi sono io per contraddirli? 

SMASHING PUMPKINS – SIAMESE DREAM (1993)
C’erano pochi anni ’90 nei primi 8 album e ciò non era bene. Il primo album che mi viene in mente che definisce (forse anche e più a posteriori) i miei anni ’90 è Siamese Dream degli Smashing Pumpkins. Più dei Nirvana, dei Soundgarden, dei Mudhoney e dei Pearl Jam che pure amavo molto. La distorsione qui si accompagna ad un gusto per la melodia catchy che trova in Today uno dei risultati più rappresentativi del decennio. E poi l’album parte con Cherub Rock, che per me è uno degli attacchi migliori del secolo. Produzione di Butch Vig (già con Nirvana e Sonic Youth) e partecipazione di Mike Mills dei REM alle session, Siamese Dream sembra un album positivo, ma è tutto all’insegna della droga, della malattia mentale, della depressione e del suicidio. Perfetto per me.

THE SMITHS – HATFUL OF HOLLOW (1984)
Un album che per me ha una storia particolare. A parte contenere praticamente tutti i miei brani preferiti degli Smiths, da What Difference Does It Make a How Soon Is Now?, da Heaven Knows I’m Miserable Now a Please Please Please Let Me Get What I Want. Nei gloriosi anni ’80 (seconda metà), mi dividevo tra questo album e il primo eponimo The Smiths. Ma mentre The Smiths è un filo monotono come album (ecco, l’ho detto), Hatful of Hollow con la sua caratteristica di raccogliere anche molte versioni alternative di brani già presenti nel primo album eponimo è migliore, più fresco, con un mixaggio più accattivante – erano comunque sessioni per BBC Radio con John Peel, mica pizza e fichi. Curiosità: l’oscuro cantante francese Fabrice Colette è il tizio ritratto in copertina (che le copertine degli Smiths, si sa, sono sempre un po’ una sciarada).

KRAFTWERK – MAN MACHINE (1978)
I Kraftwerk costituiscono un po’ un mondo a parte nella galassia dei miei amori musicali. Credo non ci sia un gruppo importante quanto loro nell’influenzare ormai quasi 40 anni di musica pop. Senza i Kraftwerk con ci sarebbe stato Afrika Bambaataa per come lo conosciamo, non ci sarebbero i Daft Punk, non ci sarebbero gli LCD Soundsystem, e molte altre band di cui non faccio il nome. Ah, non ci sarebbero stati nemmeno i Rockets, buffa band francese che dai Kraftwerk ha preso essenzialmente uno spunto per il look. Comunque. Man Machine è già il settimo album, ma contiene hit stratosferiche come The Robots e The Model e tanto basta. La copertina ha una delle grafiche più belle della storia del rock.

THE STOOGES – THE STOOGES (1969)
No Fun, 1969, I Wanna Be Your Dog. Basta? Senza questo album non ci sarebbe stato il punk, punto e basta. Appena partono i primi accordi senti già la devastazione, la puzza di vicolo marcio, la malattia, il disgusto. Garage rock brutale con un pizzico di psichedelia alla Doors e un altro pizzico di art-rock alla Velvet (John Cale suona in We Will Fall). Uno degli incroci più famosi della storia del rock, da cui è partita molta musica a venire. Fa tenerezza sapere che Iggy è ancora vivo e lotta insieme a noi, sempre incredibilmente uguale a sé stesso, sempre fottutamente punk.

SONIC YOUTH – GOO (1990)
Se Daydream Nation era il White Album del rock alternativo, Goo è il suo Abbey Road. I Sonic Youth sono qui all’esordio per una major dopo aver già prodotto numerosi album ed EP per etichette indipendenti: io li avrei recuperati tutti dopo essere stato folgorato da Goo. Goo ha una delle copertine più fighe della storia del rock. Goo contiene Kool Thing, Dirty Boots, Tunic (Song for Karen) e Mary-Christ. Goo è l’apoteosi dell’alt-rock. Amo tutto quello che Thurston Moore e Kim Gordon hanno combinato negli anni, ma soprattutto amo Goo. I know a secret or two about Goo, she won’t mind if I tell you… My friend Goo just says “hey you”!

WHO – WHO’S NEXT (1971)
Quando si parla di “rock”, io penso sempre a questo album iconico (a partire dalla copertina col monolite pisciato). I Who sono da sempre tra i miei gruppi preferiti, li ascoltavo fin da bambino, ma alle ossessioni narrative e un po’ barocche di Tommy o di Quadrophenia ho sempre preferito Who’s Next, con le epiche aperture e chiusure di Baba O’Riley e Won’t Get Fooled Again e soprattutto con la ballata Behind Blue Eyes che rimane ancora oggi per me uno dei migliori pezzi rock di sempre. Anche qui, come sempre avveniva con Pete Townsend, dietro c’era un concept naufragato (una rock opera mai realizzata dal titolo Lifehouse), ma l’abbandono della gabbia narrativa ha regalato maggiore freschezza a tutti i pezzi dell’album.  

AIR – MOON SAFARI (1998)
Anche questo album entra di diritto nel mio Guinness personale perché dal 1998 non è mai uscito dal mio Winamp/lettore mp3/iPod/iPhone. Moon Safari ci deve sempre essere, per le emergenze, un po’ come Psychocandy. È stato il primo album che ho scaricato in MP3 da Internet, ai tempi in cui la frase chiave dei musicofili sul web era “It really whips the llama’s ass”. I francesini fanno un frullato di elettronica, trip-hop, easy listening, downtempo, jazz, soul, funk, usano moog, mellotron, vocoder. Il risultato è una pietra miliare che aprirà la strada a Groove Armada, Thievery Corporation, Royksopp e compagnia sognante. La Femme d’Argent mi pare ancora oggi una delle opening track più fighe dell’universo conosciuto.

A TRIBE CALLED QUEST – PEOPLE’S INSTINCTIVE TRAVELS AND THE PATHS OF RHYTHM (1990)
Nel mondo dell’hip-hop, per me hanno sempre contato più le crew che non gli artisti solisti. E nessun album (a parte forse l’esordio dei Wu-Tang, vedi sotto) è stato più seminale dell’esordio di A Tribe Called Quest, parte di un collettivo “Native Tongues” (con De La Soul e Jungle Brothers) che promulgava un approccio più morbido, afrocentrico e jazzato al boom-boom-tchak. È l’album di Bonita Applebaum, I Left My Wallet in El Segundo e di Can I Kick It? con il suo sample di Walk on the Wild Side che ancora oggi fa muovere i culi nel mondo. Pharrell, D’Angelo e Kendrick Lamar non esisterebbero senza Q-Tip e compagni, lo sapete, no?

RAGE AGAINST THE MACHINE – RAGE AGAINST THE MACHINE (1992)
C’è questa cosa, che io non sono un grandissimo fan del guitar rock duro, puro e fine a sé stesso. Ma il trattamento che Tom Morello riserva alla sua chitarra in questo album che ha posto le basi per tutti quelli che in seguito si sono definiti “nu-metal” o “crossover” è esaltante. I RATM prendono tutta la rabbia degli MC5 e del rock di protesta e lo distillano in urla animalesche come FREEEEEDOOOOOM o FUCK YOU I WON’T DO WHAT YOU TELL ME. Headbanging a palla, inevitabile. Zack De La Rocha mai più a questi livelli. Quando parte questo album si sente l’elettricità e la tensione nell’aria, c’è poco da fare.

WU-TANG CLAN – ENTER THE WU-TANG (36 CHAMBERS) (1993)
Fin dagli anni ’80 in me convivevano (facendo a volte a pugni) l’anima goth e quella del b-boy. Ma finché si trattava di Bambaataa o di Grandmaster Flash stavo a posto così, era musica per ballare. Con l’avvento dei Wu-Tang e del loro primo, cupissimo album l’hip hop diventa improvvisamente musica da ascoltare, paesaggio sonoro di cui non si può più fare a meno. Spezzoni di film di kung fu in mezzo alla tracklist (non a caso RZA poi collaborerà con Tarantino, maestro delle compilation di questo tipo), questo è l’album di Protect Ya Neck, Shame on a Nigga e C.R.E.A.M., brani che hanno cambiato la storia del genere e hanno influenzato Nas, Notorius BIG e Jay-Z. Tanta, tantissima roba.

DREAM SYNDACATE – THE DAYS OF WINE AND ROSES (1982)
La summa di un movimento, il cosiddetto Paisley Underground, che nei primi ’80 mi prendeva assai, questo album dei Dream Syndacate è perfetto nel suo unire la psichedelia degli anni ’60 all’urgenza del punk instillandoci però anche una bella dose di Velvet Underground (gli assoli di Karl Precoda sono molto White Light / White Heat, pur avendo una propria personalità e riconoscibilità). In questo senso i Dream Syndacate non sembrano quasi un gruppo californiano come i Rain Parade, le Bangles o i Green on Red: il loro album d’esordio rivisita più il lato oscuro del sixties rock. Poi vabbè, ci sono perle come When You Smile, Halloween e la title track che valgono mille ascolti.

THE CURE – SEVENTEEN SECONDS (1980)
Per il grandissimo amore che porto ai Cure, chiudiamo in bellezza con Seventeen Seconds, che esprime al meglio il suono dark e mimimalista che di lì a poco sarebbe andato verso un pozzo di angoscia (Faith) e autodistruzione (Pornography) per poi rinascere sotto forma di pop sghembo (da The Top in poi) e tornare in forma barocca e sovraincisa al termine del decennio (Disintegration). In questo album c’è già tutto, da At Night a Play For Today, all’atmosfera da brivido di The Final Sound. Ma soprattutto c’è A Forest, il pezzo che tutti i bassisti in erba provano a suonare, e la copertina con la foto in motion blur che ha praticamente influenzato tutta la mia percezione della fotografia nei trent’anni a venire (foto scattata da Robert Smith stesso, pare). Una chicca particolare: Frankie Rose ha realizzato un “cover album” di tutto Seventeen Seconds. Credo sia l’unico album ad aver mai subito un trattamento così. Ed è bellissimo.