HITLER, IL KAISER, I CONIGLI E LE MUCCHE

Gennaio è stato un mese in cui ho visto pochi film, più che altro perché mi si sono moltiplicati i lavori sotto il culo e di conseguenza non ho avuto più tempo né di leggere né di vedere cose. Mi sono limitato ai due film “evento” di inizio anno, già in forte odore di Oscar ed entrambi centrati su storie di guerra, che è un genere che a casa mia si pratica poco, perché ho sempre preferito fare l’amore (o mettere dei fiori nei miei cannoni, insomma, avete capito ve’).
Daje, allora.

JOJO RABBIT (Taika Waititi, 2019)
Dannato Taika Waititi, tu mi vuoi morto. Ho visto praticamente tutti i tuoi film, mi fido che sei un ottimo regista di bambini (Boy e Hunt for the Wilderpeople lo confermano), so che se vuoi mi fai ammazzare dalle risate (What We Do in the Shadows, Flight of the Conchords e sì, anche Thor Ragnarok sono lì a dimostrarlo). Come giustamente dice l’Adolf Hitler del tuo film, “falli sentire a proprio agio e poi quando meno se lo aspettano accoltellali al cuore”. Ecco, appunto. Jojo Rabbit parte con un montaggio di immagini da Triumph des Willens accompagnate da I Want to Hold Your Hand dei Beatles (ma ovviamente nella versione tedesca). E già lì ti senti male, perché ti scatta il piedino ritmico e intanto ti viene la nausea. Devo dirlo, a me piacciono i film che stanno sempre sul filo della rovina più totale. Jojo Rabbit è uno di questi. In tutte le scene da sghignazzo stai a disagio perché c’è sempre sotto qualcosa di malato, ma tutto sta in un equilibrio perfetto. È una miscela esplosiva di orrore, violenza, comicità sgangherata, tenerezza, piccoli movimenti del cuore. Non è un cazzo facile tenere insieme tutto questo. Non è un cazzo facile farmi sbottare di risate e qualche minuto dopo farmi piangere in silenzio (due volte, e non mi capitava da diversi anni al cinema, anche se sono superemotivo). E infatti se devo dirla tutta, in alcuni momenti c’è una spinta sull’acceleratore del volemose bene che deve funzionare da collante per tenere tutto insieme. Ma Jojo Rabbit è uno di quei film cui perdoni anche qualche piccolo difetto. Production design e costumi degni di un Wes Anderson in fase paranoia perfezionistica, intere scene che buttano un occhio a Chaplin e uno a Mel Brooks (occhio al momento topico dei multipli Heil Hitler), un protagonista che a dieci anni sa trasmettere con uno sguardo e un’inclinazione della testa diecimila emozioni, un cast di supporto perfetto (criticano la mia amata Scarlett, ma io l’ho trovata molto in botta). Tutto per dimostrare la tesi dei versi di Rilke alla fine del film: “Let everything happen to you / Beauty and terror / Just keep going / No feeling is final”. E a proposito di finale, dannato Taika Waititi, il colpo al cuore di Bowie… maledetto ruffiano. #recensioniflash

1917 (Sam Mendes, 2019)
1917: cosa ne devo pensare? Non è un film de panza, questo va detto subito. Non è nemmeno tanto un film di menare o comunque di sparare. È un film di immagini e di movimento, di quadri e di profondità, di ambienti e di pedinamenti. Seguiamo i due sfigatissimi protagonisti (uno era il povero Tommen di Game of Thrones, l’altro appariva in 11.22.63) in una missione suicida: portare un importante messaggio oltre le linee nemiche. Ma la storia – il “cosa” – non importa, è solo un pretesto. Facile dire che tutto il film è un sontuoso videogame. Nel piano sequenza virtualmente ininterrotto di 1917 c’è l’assegnazione della missione, il percorso a ostacoli, ogni tanto un break come nelle scene di interludio tra un livello e l’altro di un FPS. In ogni break c’è una star di livello che fa un discorsetto, tipo Colin Firth, Mark Strong, Benedict Cumberbatch o Andrew Scott (sua l’interpretazione più coinvolgente). Si resta conquistati dal production design (cadaveri che affiorano ovunque, cavalli morti, mucche vive, filo spinato, arti amputati, mosche, sangue, fumo, fiamme, cenere, fango e merda) e ovviamente dalla Tecnica con la T majuscola che francamente distrae un po’ dall’immersione totale che forse Mendes cercava di offrirci. Ci sono scene memorabili, come quella del dormitorio tedesco sotterraneo (che è una trappola), del fienile diroccato (che pure è una trappola), dell’edificio sulla riva del fiume (trappolissima), della città distrutta sotto le luci livide dei bombardamenti (trappolandia). Intendiamoci, 1917 ha i suoi bei momenti di tensione e più di un jump scare, ma tutto è sempre ricondotto a un formalismo che lascia un po’ interdetti. Risulta chiaro (anche dalla scelta di due protagonisti semi sconosciuti) che il punto è spogliare di ogni eroismo lo schifo della guerra e mostrare più che altro la paura, la fuga, l’ansia e la depressione. Peccato che anche questa tesi venga contraddetta da una delle sequenze finali (che io tra me e me ho battezzato “la sequenza Chariots of Fire”) che è francamente imbarazzante, come imbarazzanti sono certi dialoghi (almeno in italiano, purtroppo stasera il cinema non proiettava in VO). Quindi in definitiva, mi è piaciuto? Sì, mi è piaciuto di testa, l’ho apprezzato come si apprezza un’opera d’arte classica, una dimostrazione di virtuosismo narrativo. Ma non mi ha coinvolto. Virtuosismo per virtuosismo, ridatemi They Shall Not Grow Old di Peter Jackson. #recensioniflash

UN’OVERDOSE DI ADAM DRIVER

L’ultima raccolta del 2019 con le #recensioniflash di dicembre, come sempre tiene nascoste un paio di chicche – in particolare la chicca inedita e divisiva che questo mese è nientepopodimeno che Star Wars: Rise of Skywalker (diciamo subito nella intro che il vero nuovo Star Wars è The Mandalorian così tagliamo la testa al Sarlacc e bona lè). C’è molto Adam Driver, questo mese: Adam Driver che canta, Adam Driver che piange, Adam Driver che si incazza, Adam Driver sotto la pioggia, Adam Driver che fuma. Adam Driver esce dalle fottute pareti. Auguri.

FRANCES HA (Noah Baumbach, 2012)
Esce Marriage Story di Noah Baumbach e questo mi offre il fianco per parlarvi di un film di Baumbach che non avevo ancora visto e che mi ha colpito molto, Frances Ha. Dovrei fare la premessa doverosa che io apprezzo molto Baumbach e nulla di quanto potrei scrivere deve essere inteso come attacco personale o simili. Comunque. Frances Ha è un distillato di temi baumbachiani (fremo solo nell’aver scritto questa parola), dalla irritante approssimazione nel “lasciarsi vivere” della protagonista e dei suoi amici all’arguto e frenetico citazionismo nei confronti della nouvelle vague francese che lui evidentemente adora. Il conflitto generazionale (oggi va di moda dire tra genxers e millennial) solitamente evidente in altri suoi film come Greenberg o While We’re Young dove il genxer di turno era l’attore feticcio Ben Stiller, qui è meno evidente, anche perché in scena ci sono quasi solo i millennial (con gli attori feticcio Greta Gerwig e Adam Driver, tra gli altri). La Gerwig è Frances, aspirante ballerina che non riesce a realizzare i suoi sogni, alle prese con BFF, fidanzato, coinquilini e una strisciante depressione e senso di inconcludenza, che alla fine riuscirà in qualche modo a trovare una sua dimensione. Non conta tanto la storia quanto una serie di sequenze che citano direttamente Léos Carax (Frances corre scompostamente sulle note di Modern Love di Bowie come in Mauvais Sang) o Truffaut (Frances corre scompostamente sulle note della colonna sonora di Les 400 Coups di Jean Constantin). Corre parecchio, Frances. Quando non corre si scioglie nel cazzeggio sulle note degli Hot Chocolate o dei T.Rex. Serpeggia una certa impressione di perdita di tempo vedendo il film, ma alla fine non è così, in un certo senso (non saprei dire quale) è soddisfacente. L’inquadratura finale giustifica il titolo. #recensioniflash

THE BANANA SPLIT MOVIE (Danishka Esterhazy, 2019)
C’è un antidoto perfetto all’odioso spirito natalizio che informa di sé tutto il mese di dicembre. Questo antidoto è l’horror nella sua variante più slasher, più splatter, più cattiva e demenziale. Ora, seguitemi. Cosa c’è di più perverso di prendere i Banana Split (quei Banana Split, quelli di na na na nannanannà nannannà na na na na na) e trasformarli in killer assetati di sangue pronti a decapitare, smembrare, investire, schiacciare e martellare gli (antipaticissimi, va detto) spettatori del loro live show? Poco, infatti. Il film è rated R in USA, il che lo rende la prima e unica produzione Hanna-Barbera per soli adulti. Il tasso di sangue è ben oltre il livello di guardia, ma si ride parecchio nonostante il disagio. Come dite? Prevale il disagio? Beh, questione di punti di vista… #recensioniflash

UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK (Woody Allen, 2019)
L’ultimo Woody Allen è così leggero, così impalpabile, così effervescente, così confortevole… che mi sono appisolato per il 90% del minutaggio. #recensioniflash

MARRIAGE STORY (Noah Baumbach, 2019)
Marriage Story. Bello. Cioè. Bellino? Soddisfacente nel suo genere? Il trio lui/lei/il regista sulla carta per me è ottimale. Il trascinamento per due ore e passa di un remake anticlimatico di Kramer vs. Kramer un po’ meno. Comunque ci sono diversi bei momenti, si piangiucchia e si ridacchia, Adam Driver è un meme vivente, tutto è sostanzialmente portato avanti come un vecchio film di Woody Allen ma senza le battute. In pratica è un film a tesi sulla decisione se sia meglio NY o LA come città in cui vivere. Comunque se arrivate alla fine c’è Adam Driver che CANTA. E niente, quella scena vale tutto il film. #recensioniflash

THE LIGHTHOUSE (Robert Eggers, 2019)
Inizia e finisce in una nebbia che riempie lo schermo, The Lighthouse. Il secondo film di Robert Eggers va in direzione ancora più estrema rispetto a The Witch e propone un incubo soffocante, alcolico e salmastro, girato in bianco e nero e 4:3 su pellicola vintage. La storia, minimale, è quella di due guardiani di un faro nel Maine della seconda metà dell’800. Uno è più anziano (Willem Dafoe), l’altro più giovane (Robert Pattinson). In scena ci sono sempre solo loro due, con l’eccezione di un gabbiano malvagio e una sirena che non è chiaro se sia vera o un’allucinazione. Entrambi i guardiani nascondono un oscuro segreto, ma anche il faro stesso nasconde sicuramente un oscuro segreto, così come anche la scogliera nasconde un oscuro segreto e probabilmente anche il capanno degli attrezzi. A un certo punto del film i due, a causa di una tempesta senza precedenti, rimangono senza viveri ma con una generosa scorta di alcolici. Da lì in poi tutto risulta governato dalle logiche del delirio. C’è molto Poe, molto Lovecraft e molto Melville in questo horror “antico”. Ci sono tentacoli, branchie, disturbanti vagine squamate e inquietanti scene di masturbazione (di Pattinson: lui è bravissimo in queste cose, ricordiamoci per esempio l’esame prostatico in macchina in Cosmopolis). Verso la fine l’orrore tracima quasi fuori dallo schermo, lo spettatore resta ammaliato ma sinceramente non ha capito un cazzo. Comunque bellissimo, eh, non vorrei portarvi fuori strada. #recensioniflash

FROZEN 2 – IL SEGRETO DI ARENDELLE (J. Lee / C. Buck, 2019)
Si poteva sfuggire a Frozen 2? No, non si poteva. Sono sei anni che Elsa e Anna ci frantum… ehm, popolano il nostro immaginario, e mi sembrava persino strano che non avessero optato per un sequel già qualche anno fa. Comunque, Frozen 2. In supersintesi, bella storia, musiche deludenti, un filo schizofrenico. Mi spiego meglio. Trovo apprezzabile l’espansione del “mondo di Frozen” al di là del borgo di Arendelle e ad una mitologia magari non originalissima ma efficace, grande occasione peraltro per far risaltare sequenze di animazione molto valide (il passaggio del mare nero verso il ghiacciaio di Ahtohallan su tutte). Anche la scelta di evitare storie d’amore per Elsa e concentrarla sulla ricerca di sé stessa è significativa (il lato sentimentale qui è limitato alla gag ricorrente di Kristoff che vorrebbe proporsi ad Anna). Eppure nel suo svilupparsi, il film è incostante per via della (legittima) intenzione di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ossia piacere ai grandi e ai piccini. Tutte le parti con Olaf, sebbene eccezionali prese in sé – i riassuntoni di Olaf, compreso quello nella scena dopo i titoli di coda sono le parti più memorabili di Frozen 2 – spezzano il ritmo del film integrandosi poco con la storia principale. E poi diciamolo, le canzoni non sono assolutamente memorabili, né orecchiabili. Può darsi forse in VO, ma l’ottimo lavoro che Ermavilo da 50 anni continua a fare sui film Disney qui ha perso un po’ di colpi a livello di metrica e comprensibilità del testo. Imbarazzante il momento musicale di Kristoff con la ballata eighties che si risolve in un videoclippone animato in stile A-Ha (per un attimo ho captato una svolta gay in Kristoff, ma alla fine non è stato così). Detto ciò, ottimo lavoro sui simboli, il design dei fondali e soprattutto i costumi di Anna ed Elsa. Meno gradevole almeno per me il character design, sempre troppo leccato (c’è una tonnellata di acqua nel film e né Elsa né Anna sembrano mai troppo fradice o ferite o stanche). #recensioniflash

STAR WARS THE RISE OF SKYWALKER (JJ Abrams, 2019)
La premessa è doverosa, sono un moderato fan di Star Wars. Nel senso che non ci perdo il sonno, ma li guardo volentieri. C’è anche un’altra premessa da fare: sono una di quelle persone che non capiscono le parentele. Se in una conversazione mi dite “hai presente la cognata di mio cugino, quello dalla parte di nonno paterno, sai quella che aveva il padre azzoppato”… Ecco, io ho smesso di seguirvi a “cognata”. Perciò, va da sé, io degli Skywalker e dei Palpatine (LOL “Palpatine” mi ha sempre suscitato grandissima ilarità) non capisco una mezza fava. Ciò detto, i 142 minuti di questo nono film scorrono via veloci, pure troppo. Il sospetto è che JJ abbia inanellato combattimenti fighissimi, inseguimenti fighissimi, esplosioni fighissime, onde anomale fighissime, templi oscuri fighissimi e flotte da guerra fighissime al solo scopo di non farci pensare a cose tipo “Ma Snoke non era il supremo essere malvagio?” o “Ma come diamine ha fatto Palpatine a sopravvivere?” o “Ma quindi ‘sti genitori di Rey?” o “Ma come fa l’X-Wing di Luke a funzionare dopo anni sott’acqua?” o “Ma quindi Finn ama Rey e lei ama Ren?” o – soprattutto – “Cosa cazzo è la diade della forza?”. Sospetto più che legittimo, capisco bene i detrattori del film (che peraltro erano già incazzati con The Last Jedi perché troppo poco canonico, con The Force Awakens perché troppo uguale alla trilogia originale, con la trilogia prequel perché troppo banale e improntata esclusivamente allo sfruttamento commerciale e ai pupazzi di Jar Jar Binks, con Return of the Jedi perché c’erano gli Ewoks e via discorrendo). Però dai, questo nono film, a più di 40 anni di distanza dal momento “X” in cui siamo entrati nella galassia lontana lontana si fa guardare, ci trasporta nel regno della meraviglia, a patto di mettersi le mani sulle orecchie e urlare LALALALALA NON TI SENTO a ogni WTF che appare lampeggiando sullo schermo. Poi, oh. Adam Driver bagnato per quasi metà film, il naso di Adam Driver bagnato in primissimo piano, luci psichedeliche da Rob Zombie per tutte le scene con Palpatine, Carrie Fisher che rivive e poi rimuore, la rivincita di Chewbacca, i Porg che fanno capolino, mancherebbe giusto Baby Yoda per dare un maggior senso di compiutezza al tutto. S’è già detto, se vogliamo una storia secca, tirata e plausibile, abbiamo The Mandalorian. Con Rise of Skywalker siamo nel territorio del mito. E il mito non sempre è così intelligibile. #recensioniflash

LISTAGEDDON

Come ogni fine anno sento, non so, come una sensazione di apocalisse incombente. Mi agito e non capisco cosa succeda, poi realizzo: è il mio lato ossessivo compulsivo e compilatore di liste che spinge per uscire. E dice “COOOOOSA siamo a metà dicembre e ancora non hai compilato la tua lista dei migliori filmdischilibrifumetti del 2019? Dovresti fare quella del DECENNIO, come fanno tutti i listaroli degni di questo nome!”.
E insomma, eccoci qua, è di nuovo quel periodo dell’anno.
Fuoco alle polveri, è il Listageddon!

FILM

Non è mai facile. Oddio, quest’anno è abbastanza facile, sono usciti diversi film pompati come capolavori che alla fine sì, insomma… sono dei capolavori. Però mi riservo sempre di vedere qualcosa che esce a fine anno che magari sbaraglia la lista. Comunque, quella ufficiale, in ordine rigorosamente sparso, è questa.

  • Parasite
    La distopia (nemmeno troppo distopica) di Bong Joon-Ho tra commedia, suspence hitchcockiana ed esplosioni di violenza. Movimenti nello spazio, sangue e pioggia.
  • Once Upon a Time in Hollywood
    La nostalgia canaglia secondo Tarantino, due film in uno: il primo elegiaco, il secondo frenetico e – per la seconda volta dopo Inglorious Basterds – il cinema riscrive la storia.
  • The Irishman
    Quando si dice “film testamento”, un fiume di immagini di 4 ore sulla vecchiaia, la morte, la fine delle illusioni, la solitudine. Ah, e ovviamente la mafia.
  • Us
    La lotta di classe secondo Jordan Peele, tra doppelgänger inquietanti e riflessioni sulla società americana del nuovo millennio.
  • The Dead don’t Die
    L’adorabile versione di Jarmusch sugli zombi, con un cast all star e il suo proverbiale humour deadpan.
  • The Favorite
    Sarebbe di fine 2018 ma sta in molte liste del 2019, il film di Lanthimos sulla regina Anna (Olivia Colman). Intrighi a corte, dominazione femminile e conigli.
  • Midsommar
    Seconda prova di Ari Aster, per me superata alla grande. Horror disturbante come pochi, molto psichedelico e senza scampo.
  • Border
    Fantasy urbano svedese (e già questa definizione basterebbe) tratto da Lindqvist che è anche una riflessione sul diverso e l’inclusione sociale.
  • Joker
    Vabbè, Joker.
  • Il primo Re
    Una sorpresona nell’asfittico panorama italiano. Matteo Rovere avrà sempre tutta la mia stima per questo film cupo, violento, atemporale, bastardo, e soprattutto protolatino.

Ci sono sempre poi i film che devo ancora vedere, mannaggia a me, e che sicuramente credo entrerebbero nella mia lista, come JoJo Rabbit, The Lighthouse o Under the Silver Lake. E poi c’è la lista guilty pleasures, il cui podio quest’anno è saldamente occupato da Six Underground, John Wick 3 Parabellum e Shazam!… il primo goduria cinematica di inseguimenti , il secondo di sparatorie, il terzo è il film di supereroi che ho gradito di più nell’ultimo anno. Ovviamente grande escluso The Rise of Skywalker che aspetterò di vedere in VO quanto prima, ma tanto più che un film quello è un evento epocale.

LIBRI

Nel 2019 ho letto più del solito, a volte abbandonando per disaffezione, più spesso divorando pagine sul Kindle (perché lo ammetto, non ho mai voluto cedere ma da un paio d’anni lo spazio in libreria, le occasioni per leggere e soprattutto la presbiopia mi hanno fatto prediligere il formato digitale). Ho letto con gusto anche un sacco di classici, ma qui vi metto i libri del 2019 che ho apprezzato di più.

  • Bianco
    Ellis al suo meglio, caustico ma vero in un saggio sulla società degli anni ’10 che segue la traccia dell’autobiografia.
  • Patria
    Il romanzo fiume di Aramburu che sulla carta non gli davo due lire e invece prende tantissimo (rapporti tra famiglie di assassini e vittime sullo sfondo dell’ETA).
  • Persone normali
    Opera seconda di Sally Rooney, storia di una relazione difficile (anche un po’ malsana) dalle superiori all’università e oltre. Scrittura chirurgica.
  • Sapiens. Da animali a dèi
    Vabbè dai, ho barato: il libro è del 2011 ma io l’ho letto solo quest’anno (nuova edizione: vale?). Il saggio che ho amato di più degli ultimi dieci anni, forse.
  • I testamenti
    Il seguito del Racconto dell’Ancella di Atwood. Tecnicamente devo ancora finirlo, ma direi comunque che è una bomba.
  • L’istituto
    L’ultimo King mi ha sorpreso per potenza narrativa e coinvolgimento emotivo. Ha capito anche lui che il filone “dodicenni con problemi (e poteri paranormali)” tira.
  • La paziente silenziosa
    Un thriller che appare convenzionale e invece parte con un intrigo psicanalitico e chiude con un twist finale alla sciamalàian che lo ha reso la perfetta lettura estiva.
  • Cat person
    La raccolta di racconti di Kristen Roupenian mi ha colpito assai e molte storie ti restano dentro anche dopo mesi. Un must.
  • L’assassinio del commendatore
    L’ultimo Murakami (in due volumi) ti trasporta in un gorgo di psichedelia, arte, mistero e giapponesità con il solito grande stile.
  • Cercami
    Il seguito di Chiamami col tuo nome, stavolta a due voci. Metà del libro dal punto di vista di Elio, metà dal punto di vista di suo padre. Curioso ed emozionante.

Avrei una paccata di roba ancora da leggere, di libri usciti nel 2019, ma vi metto qui quelli che mi paiono più appetibili: La misura del tempo di Gianrico Carofiglio, Faccio la mia cosa di Frankie Hi-Nrg, La fortezza della solitudine di Jonathan Lethem, A tutto gas di Joe Hill, Lo stato dell’unione di Nick Hornby, Siamo riflessi di luce di Samuel Miller.

ALBUM

C’o’ volum’ d’e’ cuffiett’ a vint’ (come dice Liberato), la musica che mi ha accompagnato costantemente a piedi, in bici, in macchina, a casa, al lavoro, e anche in bagno è questa. Cioè ci sarebbe molto di più ma questi dieci sono gli album che ho ascoltato con più piacerone, stuck on repeat.

  • Ghosteen
    Se la gioca come album dell’anno, probabilmente il capolavoro di Nick Cave. Da ascoltare con religioso amore per passare attraverso la fase più profonda del lutto presi per mano da un artista straordinario.
  • Magdalene
    Niente, FKA Twigs non ce la fa a incidere un album meno che eccezionale. Impossibile definirla (per Wikipedia è “Alternative R&B”), è una delle cose più eccitanti uscite nella seconda metà dell’anno.
  • Norman Fucking Rockwell!
    Lana Del Rey ha prodotto anche lei il suo capolavoro, confermandosi la cantautrice americana più influente del millennio.
  • Assume Form
    Il nuovo album di James Blake normalizza un po’ quello che è stato un fenomeno tutto anni ’10 di alternative R&B (ancora!), grime, downtempo ed electro, ma si tratta pur sempre di un campione della produzione contemporanea (ha lavorato con Brian Eno e Stevie Wonder oltre che con Frank Ocean e Bon Iver, mica cazzi).
  • Fear Inoculum
    Il ritorno dei Tool, chevvelodicoaffà.
  • When we all fall asleep where do we go
    Billie Eilish è il fenomeno pop dell’anno, con buona pace di Ariana Grande che sta in tutte le liste e io invece snobbo. Billie è molto più figa.
  • Cuz I Love You
    Oh, a me Lizzo piace assai, mi piace la sua attitudine, la apprezzava anche Prince e ne aveva ben donde. Qui meno rappusa e più funky soul, ma coinvolgente sempre.
  • Liberato
    Vogliamo dire il miglior album italiano dell’anno? Diciamolo pure. Liberato spacca.
  • i,i
    Sempre più ostico Bon Iver, sempre più sperimentale, sempre più affascinante. Gelido.
  • Hype Aura
    L’altra rivelazione italiana (ma già li conoscevamo) alla prova del primo album. Rap emozionale di intelligente derivazione cantautorale. Interessanti.

Per farne stare solo dieci ho escluso Paprika di M¥SS KETA e quel piccolo gioiello trap che è 236451 di Tha Supreme, Days of the Bagnold Summer dei Belle and Sebastian o Sunshine Kitty di Tove Lo e poi, e poi… se guardo alla mia bibbia della musica on line (Pitchfork) mi rendo sempre conto che ci sono un sacco di album fighi che io non avrò mai tempo di ascoltare, ma tant’è.

SERIE TV

Di serie TV ne guardo sempre molte, per anni è stato un lavoro, poi si sa dov’è andato a finire il giornalismo oggi… ma questa è un’altra storia. Vi piazzo qui le dieci serie che più mi hanno entusiasmato tra gli esordi di quest’anno, barando solo una volta e per poco.

  • Fleabag
    Capolavoro assoluto dell’anno. Di quelle serie che ami o odi. Io amo Phoebe Waller Bridge. E ho amato alla follia Fleabag. E ho anche barato perché la prima stagione è uscita nel 2017 ma qui da noi ha fatto il boom quest’anno.
  • Watchmen
    Nella seconda metà dell’anno, la serie su cui non puntavo, e invece. Stimolante a mille, dialoga in modo eccellente con il materiale di riferimento, ponendo domande invece di dare risposte rassicuranti. Puro Lindelof.
  • The Mandalorian
    Impossibile non ri-innamorarsi dell’universo Star Wars vedendo questa serie. Jon Favreau ci ha “rimesso” il cuore. Baby Yoda è puccissimo.
  • His Dark Materials
    Per due decenni ho atteso una versione potente su schermo della trilogia di Pullmann. Adesso è arrivata, ed è bellissima. Per orfani di Game of Thrones (non c’entra un cazzo, ma è fantasy, oh).
  • Unbelievable
    Come dice il titolo. Una miniserie crime tutta al femminile che punta tutto sulla recitazione. Intensa, sorprendente, con un punto di vista decisamente anticlimatico.
  • Chernobyl
    Altra miniserie che quest’anno ha spaccato. Non un docudrama ma una versione fiction (va ricordato). Eppure la storia è vera ed è più tesa di qualsiasi thriller.
  • The Boys
    Lato supereroi, Amazon Prime ha avuto una delle idee migliori, quella di affidare a Eric Kripke l’adattamento di una serie ultrapulp di Garth Ennis. Esilarante.
  • Russian Doll
    Natasha Lyonne, già una delle mattatrici di OITNB, alla sua prima prova di autrice. A me ha convinto assai. Una sorta di Ricomincio da capo mortifero e sarcastico.
  • The Dark Crystal: Age of Resistance
    Un mondo ricreato “come una volta”. I pupazzi di Frank Oz tornano a far spalancare gli occhi in questo prequel del film del 1982.
  • Sex Education
    La serie comedy che ho preferito quest’anno, con un simpatico e imbranato Asa Butterfield alle prese con il liceo e una madre (Gillian Anderson) sessuologa.

A seguire, le cinque serie già ben avviate o che addirittura si sono concluse con maggior gloria nel 2019.

  • Game of Thrones 8
    Si può dire quel che si vuole, ma è stata una conclusione epocale. Non vedremo mai più una serie così.
  • Stranger Things 3
    Non ha ancora fatto il salto dello squalo, e per questo rendiamo tutti grazie. La rievocazione degli eighties non è mai stata così puntigliosa. A causa di Stranger Things adesso abbiamo la nostalgia “di ritorno”.
  • The Crown 3
    Eccezionale serie britannica sulla cosa più britannica di sempre (la corona). In questa stagione si fa apprezzare parecchio Carlo.
  • Derry Girls 2
    Piccola comedy irlandese che lascia il segno. merito dell’entusiasmo contagioso delle giovani protagoniste e dei loro sexyssimi accenti.
  • OITNB 7
    Orange Is The New Black è stato probabilmente il primo grande successo di Netflix quando Netflix non era ancora… beh, Netflix. Anche in questo caso, con le dovute differenze, una conclusione epocale. Si piange assai.

E come sempre, anche qui ce ne sarebbe ancora da vedere… La mia lista è lunga e il tempo è tiranno: What We Do in the Shadows, Pen15, Euphoria, Barry e tutte quelle che ho iniziato e lasciato indietro come Marvelous Mrs. Maisel, Daybreak, Pose, Il regista nudo, tra le altre.

FUMETTI

L’amore di una vita, che nasce forse un po’ prima del cinema (Carl Barks amore di me seienne), ma che ben presto si è intrecciato ad esso. L’arte sequenziale rimane ancora oggi per me una gioia assoluta, specialmente quando, come quest’anno, trovo tante cose di cui godere, in Italia e non.

  • Momenti straordinari con applausi finti
    Gipi, amatissimo Gipi. Quando ero un pischello c’era solo Andrea Pazienza, oggi c’è Gipi. Gipi che scrive e disegna un libro che parla di me, forse perché parla di tutti. Sicuramente il miglior graphic novel dell’anno e se la gioca con La terra dei figli nella produzione dello stesso Gipi. Questo è più nella vena autobiografica, e ci ricorda che siamo tutti dei coglioni.
  • RSDIUG (Roma Sarà Distrutta In Un Giorno)
    La seconda uscita di Recchioni per Feltrinelli è un mix sperimentale di kaiju e romanità, esperimenti pittorici, Frank Miller e Bill Sienkiewicz, una storia corale di distruzione che lascia l’amaro in bocca.
  • La scuola di pizze in faccia del prof. Calcare
    C’è poco da dire, Zerocalcare è un po’ come Joker. O come i Tool, via. Ogni volta che esce un suo libro è festa grande.
  • Le spaventose avventure di Kitaro
    Un grande classico di Shigeru Mizuki (il manga è degli anni ’60) finalmente ristampato da J-Pop: Kitaro è un ragazzo yokai che vive nei cimiteri e ha ogni sorta di avventure: una gioia per gli occhi (quest’anno ci sarebbe già il secondo volume ma io sto indietro e vi linko il primo).
  • Diario della mia scomparsa
    Una autobiografia per immagini, quella di Hideo Azuma (Pollon, Nana Supergirl). Alcolismo, vita da homeless e uno spaccato inedito della società giapponese. Azuma è morto pochi mesi dopo l’uscita del manga.
  • Dylan Dog Oggi sposi / E ora l’apocalisse
    Il “caso mediatico” dell’anno, almeno in Italia, si risolve in due numeri di Dylan Dog sopra la media per scrittura, disegni e significato nell’ambito del mercato fumettistico nazionale. Chapeau a Recchioni e a tutti i disegnatori coinvolti (tanti). Nel link l’edizione in volume del n. 400.
  • Il principe e la sarta
    Jen Wang ci trasporta nella belle époque dove un principe che ama travestirsi stabilisce un rapporto con una sartina dalle idee ambiziose. Inutile dire che è forse il graphic novel più originale letto quest’anno.
  • Melvina
    Rachele Aragno per Bao ci fa entrare in punta di piedi nel mondo di Melvina, preadolescente in viaggio “nell’aldiqua” con tavole acquarellate e un tratto che ricorda Grazia Nidasio.
  • In cucina con Kafka
    Delizioso, delizioso Tom Gauld. Le sue strisce sono sempre portatrici di grandi sorrisi e sogghigni.
  • House of X / Powers of X
    Ammetto che ultimamente leggo pochissimo Marvel e DC, ma questa minisaga di Jonathan Hickman mi è sembrata veramente degna di nota. Stiamo ovviamente parlando dell’ultimo rilancio/reboot dell’universo X-Men.

Da leggere, come sempre, rimangono ancora molte uscite del 2019… Per esempio Corpi estranei di Shintaro Kago, Luna 2069 di Leo Ortolani, Andy di Typex, Rusty Brown di Chris Ware, P. La mia adolescenza trans di Fumettibrutti.

CARTOON/ANIME

Anche (ma non solo) a causa della mia condizione di babbo di seienne, sto macinando animazione come non mai. Il bello è che ci rincorriamo, io da sempre studio il cinema di animazione e mi godo le serie anime e Cartoon Network. Lui, passata la fase Peppa/Masha/Bing/George ora mi segue con entusiasmo anche su cose più adulte (che però guardo rigorosamente con lui, non chiamate il telefono azzurro). Parto con i cinque lungometraggi animati più apprezzati del 2019.

  • Steven Universe Movie
    Rebecca Sugar fa praticamente un giro trionfale dopo 5 stagioni di SU, e ci propone un musical classico con tutti i crismi, godibile da fan e non iniziati e soprattutto con un villain indimenticabile.
  • Klaus
    Animazione tradizionale con un’occhio particolare all’illustrazione di una volta (e con sorprendente blend dei personaggi negli ambienti). Klaus è la storia di Natale “definitiva”, apprezzabile da grandi e piccini.
  • Toy Story 4
    Tutte le volte mi dico “non può essere che a sto giro la spuntino”, e invece la spuntano. Anche il quarto episodio è decisamente sopra la media.
  • Pets 2
    OK, non è magari all’altezza del primo, ma come franchise Pets è tutto sommato una delle cose più divertenti degli ultimi anni, e questo sequel soddisfa comunque.
  • Modest Heroes
    Piccola grande sorpresa dallo studio Ponoc che mette insieme tre mediometraggi totalmente diversi tra loro e li distribuisce con questo titolo. Da vedere assolutamente (su Netflix).

Proseguo con le cinque serie animate più belle (intendo quelle che un adulto può guardare insieme a un bambino con genuino entusiasmo e interesse)

  • Craig of the Creek
    Serie “figlia” di Steven Universe, con tematiche più quotidiane ma trattate sempre in modo surreale grazie all’immaginazione di Craig, Kelsey e JP, i tre protagonisti “ragazzi del ruscello”.
  • Steven Universe Future
    Dopo il film poteva sembrare che non ci fosse più nulla da dire, ma molti nodi devono ancora venire al pettine. La nuova versione di SU ci proietta in un mondo diverso, dove ai vecchi problemi se ne aggiungono di nuovi…
  • Infinity Train
    La sorpresa di quest’anno di Cartoon Network, partita come una miniserie autoconclusiva ma recentemente promossa a “serie antologica”. Surrealismo a volontà (da uno degli autori di Regular Show).
  • She-Ra and the Princesses of Power
    Per gli orfani di Avatar (il design è simile) o per gli amanti delle storie LGBTQI+, a me She-Ra è garbato moltissimo. Molto del merito va alla supervisione di Noelle Stevenson.
  • Victor & Valentino
    La serie “messicana” di Diego Molano è un’altra delle chicche 2019 di Cartoon Network. I due fratellastri del titolo vanno in cerca di avventure soprannaturali e misteriose, raccogliendo un po’ il testimone dell’indimenticato Gravity Falls.

E ora le cinque migliori serie animate che però non dovreste far vedere al vostro bambino di sei anni manco morti.

  • Undone
    Tra le serie “per adulti” la vera sorpresa dell’anno, tutta in rotoscoping e con una struttura narrativa che vi farà uscire di testa.
  • Love Death + Robots
    Cyberpunk fuori tempo massimo, si potrebbe dire, ma molto eccitante. Mecha design impeccabili, ultraviolenza e storie a sorpresa per questa miniserie antologica.
  • Rick & Morty 4
    Il regalo di fine anno… Rick e Morty è una delle serie animate più cool degli ultimi anni per chi ama la fantascienza e il politicamente scorretto.
  • Bojack Horseman 6
    C’è solo metà stagione, per il momento, ma l’hype è altissimo. Si conclude la parabola di Bojack, il cavallo depresso e alcolista, e non saranno rose e fiori.
  • Made in Abyss
    Una serie anime con design chibi che però è un distillato di angoscia e disagio. Se amate il fantasy e non vi disturba un po’ di loli/shota, può essere la vostra tazza di té.

Ancora da vedere… Weathering with you (stupidamente perso agli eventi organizzati in autunno al cinema), Children of the Sea, I Lost My Body, Violet Evergarden (il film).

Se siete arrivati fino qui, complimenti. Vuol dire che a) avete veramente fame di nuovi contenuti culturali da consumare o b) siete ossessivo compulsivi e listaroli come me. Io avrò comunque assolto il mio compito se vi sarete segnati anche solo una cosa da leggere, vedere, ascoltare. Sipario.

P.S.: comunque se non ne avete ancora basta, ci sarebbe la lista dei 100 meme del decennio di Buzzfeed che vi metterà veramente alla prova.