ANIMAZIONE DURANTE LE FESTE

Ecco tutte le #recensioniflash di dicembre, contraddistinte da un abnorme consumo di film di animazione un po’ perché con un bimbo in casa è inevitabile, un po’ perché sì, l’animazione è da sempre il mio genere preferito oltre all’horror e al musical – i tre generi che più di ogni altro si staccano completamente dalle leggi della fisica, della logica e della natura. La realtà è sopravvalutata, noi vogliamo solo la fantasia. Ma comunque ci sono almeno due film artsy in bianco e nero che fanno parte del listone di fine anno in altissime posizioni tra i film migliori del 2020.

CALAMITY (Rémy Chayé, 2020)

A Torino è di nuovo tempo di Festival. Dopo il TFF (tanti anni fa noto come “Cinema Giovani”) arriva il SottoDiciotto Film Festival (sempre su MyMovies in streaming, ma gratis, ripeto GRATIS). Questo è il vero festival dei giovanissimi, e infatti è popolato da corti realizzati da studenti di scuole medie e superiori, film d’animazione e film per famiglie. Io e la Creatura inauguriamo stasera con Calamity – Une enfance de Martha Jane Cannary, già vincitore del miglior film ad Annecy a giugno, dove però avevo visto solo un estratto di pochi minuti e un corposo backstage (i produttori, che teneri, pensavano di farlo uscire in sala di lì a poco). Calamity è un film bellissimo e “rinfrescante”, quanto può esserlo un lungometraggio di animazione che non è né Disney/Pixar/Dreamworks, né un anime. La tecnica, la grafica, le linee, il disegno, i colori, l’animazione stessa, sono qualcosa di inedito per chi è abituato all’animazione mainstream. In tutto ciò Calamity è comunque un film di animazione tradizionale che però racconta una storia potente, quella di Calamity Jane. O meglio di una bambina che da grande diventerà Calamity Jane. Siamo nel 1863 e il convoglio di carri di cui fa parte la famiglia Cannary è diretto in Oregon. Il set è quello del western più classico, la colonna sonora (bellissima, peraltro, un folk bluegrass orchestrale che fa pensare a tratti a Morricone) accompagna immagini di praterie, cavalli, bufali, canyon, fiumi in piena, accampamenti. In tutto ciò si muove Martha Jane, una bambina che – a causa di una serie di “incidenti” familiari – prende gusto ad imparare le cose “da maschi”: Mette i pantaloni, cavalca, impara a usare il lazo e a guidare il carro, rendendosi sempre più invisa a tutta la comunità che sembra uscita da The Handmaid’s Tale, ma ehi, siamo nel 1863. Martha Jane per fare la lotta con un ragazzo si taglia i capelli corti (per non farsi afferrare dalla chioma) e poi per una serie di equivoci viene accusata di furto e scappa per rincorrere quello che crede essere il vero ladro. In quattro mesi da sola incontra amici, nemici, mentori e impara a cavarsela da sola e ad autoaffermarsi travestendosi via via da garzone, minatore, ragazza “bene”, soldato, e facendo confondere, incazzare e anche innamorare quelli che incrociano la sua strada. Alla fine diventa una leader accettata da tutta la comunità (la stessa comunità che all’inizio del film la schifava in quanto femmina). Nota folkloristica: il film non è doppiato perciò è in francese coi sottotitoli. Abbiamo ormai fatto un piccolo passo avanti, nel senso che i sottotitoli brevi la Creatura li legge al volo, per quelli lunghi pretende ancora lo chuchotage paterno che gli fa la traduzione simultanea nell’orecchio. Adesso quindi ha imparato “Tête de bouse” (testa di cacca) ed è rimasto deliziato dal fatto che i pionieri raccoglievano appunto le bouses dai campi per usarle come combustibile nei falò notturni. Recuperatelo che vale la pena. #recensioniflash #sottodiciotto

SWEET THING (Alexandre Rockwell, 2020)

Il Sottodiciotto prosegue con due film per me inediti di Alexander Rockwell. Sì, volevo vedere Mank su Netflix, ma il problema dei film festival on line è che ti tengono su i film per una finestra di ore molto ristretta, quindi. E poi io di Alexander Rockwell conoscevo solo In The Soup e l’episodio di Four Rooms (quello che tutti si ricordano di Tarantino e Rodriguez ma c’erano anche Rockwell e Sanders). Comunque. Una folgorazione. Lo so che lo dico spesso, ma è così, fatevene una ragione. Ieri c’erano disponibili Little Feet del 2013 e Sweet Thing di quest’anno, il suo ultimo film. Bisogna parlarne insieme perché in un certo senso sono l’uno il seguito dell’altro. Ma bisogna partire dall’inzio. Rockwell è un regista indipendente di quelli puri, cinefili, che vogliono girare in pellicola e che sono alle prese con una cronica mancanza di mone. Entrambi i film li ha finanziati con Kickstarter, per dire. Beh l’ultimo è prodotto anche dalla ex moglie, Jennifer Beals, e da Sam Rockwell, che non è parente ma amico… Vabbè, divago. Little Feet del 2013 è un piccolo (64 minuti) film che Rockwell ha deciso di fare in completa autonomia dopo un ultimo tentativo di “film commerciale” del quale non era rimasto soddisfatto. Tutto in famiglia: lui regista, la figlia Lana (all’epoca 10 anni) sceneggiatrice e protagonista, il figlio Nico (all’epoca 4 anni) coprotagonista. È la storia di due bambini orfani di madre e con il padre (sempre Rockwell) che lavora tantissimo per mantenerli e non si vede quasi mai. I bambini hanno due pesci rossi, quando uno di questi muore decidono di portare l’altro nel fiume e poi al mare “per fargli conoscere tanti amici e non farlo stare depresso”. Vengono aiutati da un vicino di casa messicano e organizzano un viaggio on the road tra Echo Park e Venice Beach un po’ a piedi, un po’ in bus, con una colonna sonora meravigliosa e un bianco e nero che urla “cinema indie anni ’80 ’90” da ogni inquadratura (infatti ogni volta che nel film compaiono cose di oggi come cellulari, codici QR o cose così fanno un effetto straniante). Sette anni dopo e con qualche soldo in più, Rockwell torna con Sweet Thing, un pratica un sequel/reboot/remake un po’ più gonfiato e un po’ più drammatizzato della stessa storia. Capolavoro. Lana adesso ha 17 anni e Nico 11, vedere gli attori (bravissimi) ora cresciuti fa un po’ l’effetto Boyhood e un po’ l’effetto Antoine Doinel (e non è un mistero che Rockwell si ispiri moltissimo a Truffaut e che abbia una certa ossessione anche per Jean Vigo). Si tratta sempre dell’epopea di due fratelli con padre anziano e in qualche modo incapacitato e mamma assente (stavolta perché ha lasciato la famiglia e si è messa con un buzzurro, e l’attrice è la vera madre dei ragazzi nonché moglie attuale di Rockwell). Quando il padre va in rehab, Lana (che qui si chiama Billie in omaggio a Billie Holiday che appare in qualche scena da sogno) e Nico devono stare dalla madre, ma il nuovo compagno della madre è veramente poco raccomandabile. Tematiche pesantissime affrontate con la leggerezza e la resilienza dei bambini, che – anche qui – con l’aiuto di un vicino di casa (uno strepitoso Jabari Watkins) riusciranno a fuggire e tornare infine dal padre dopo molte disavventure. Al sottodiciotto Rockwell presentava i suoi film parlando soprattutto del suo amore per Buster Keaton. Diciamo che si vede tutto. Recuperateli in ogni modo possibile. #recensioniflash

WOLFWALKERS (Tomm Moore, 2020)

Buongiorno, sono Pietro e sono qui per parlarvi del miglior film di animazione del 2020, uscito solo da pochi giorni e disponibile su AppleTV o se no <cough>su YTS<cough>. Si tratta di WolfWalkers, di Tomm Moore (acclamato regista di The Secret of Kells e The Song of the Sea). Avrete già capito che si tratta di Irlanda, si tratta di leggende tradizionali e si tratta di animazione tradizionale 2D dai tratti spigolosi simili a una xilografia e dalle linee di contorno sfumate, mobili ed espressive. Ma WolfWalkers è ancora più bello dei film precedenti. Forte di una palette di colori autunnale coerente per tutto il film e di una musica che come sempre è manna dal cielo per gli amanti dell’Irlanda, il film – basato sulla leggenda delle “donne che corrono con i lupi” – affronta temi importanti e profondi, al tempo stesso accompagnandoci in un viaggio ipercinetico e sinestetico tra suoni, vibrazioni, odori, lampi di luce e di buio. Siamo nel 1630: Robyn è figlia di un cacciatore, Maebh è figlia di una wolfwalker. Dovrebbero essere naturalmente nemiche, ma diventeranno inseparabili. A causa di un morso di Maebh anche Robyn assume la capacità di mutare in lupo durante il sonno, e scopre la tremenda trama del Lord Protector di Kilkenny: a maggior gloria del Signore, egli vuole abbattere tutta la foresta (e con essa la tana dei lupi) e trasformare le terre in campi coltivati. A tal scopo ha catturato la madre di Maebh e vuole sterminare tutti i lupi. Lord Protector è un cattivo della misura di Frollo nel Gobbo di Notre Dame, per capirci, e il padre di Robyn, che non capisce tutte queste storie di wolfwalker e bambine lupo serve il suo padrone ciecamente, chiedendo anche alla figlia di sottomettersi. Alla fine sarà lui stesso a ribellarsi all’ordine costituito, ma non diciamo come. WolfWalkers fa pensare come atmosfera un po’ al sottovalutato classico Disney Red e Toby, un po’ a Wolf Children di Mamoru Hosoda, è una gioia assoluta per gli occhi e per le orecchie ed è un film perfetto da vedere in compagnia di grandi e piccini. Non perdetelo, ché magari esce anche in sala (si spera). #recensioniflash

MANK (David Fincher, 2020)

E alla fine ho visto anche Mank, il nuovo film di David Fincher su Netflix, che poi tanto nuovo non è se pensiamo che Fincher senior scrisse questa sceneggiatura negli anni ’90 ed è dal 1997 che il figlio David tenta di portarla in sala. Ora, fughiamo subito un dubbio: Mank è bellissimo, uno dei film migliori visti quest’anno. Ma Mank è anche un film estremamente impegnativo che richiede – a mio avviso, poi confutatemi pure – una certa preparazione sia sulla storia del cinema come arte che sulla storia del cinema come industria con un suo impatto politico e sociale. Non guasta anche essere un tantino versati in storia americana in generale. Perché dico questo? Non voglio intimorire il potenziale spettatore, ma affrontare un film di più di due ore che si immerge completamente nell’estetica anni ’30-’40 che è l’oggetto del suo racconto, presentato in un bianco e nero a range dinamico altissimo, con un sonoro adattato agli standard dell’epoca e magari non capire una mazza di quello che viene raccontato e di chi è chi può essere un problema. Io stesso pensavo di rivederlo almeno un’altra volta per capire meglio. Non tanto per la storia di Quarto potere (la principale linea narrativa di Mank è quella di Herman Mankiewicz che nel 1940 scrive il suo capolavoro, la sceneggiatura di Citizen Kane di Orson Welles), quanto per la questione degli anni ’30 in cui Mankiewicz lavorava come sceneggiatore per Louis B. Mayer, Irving Thalberg e una serie di personaggi famosi dell’epoca, per il suo rapporto di amore/odio con William Randolph Hearst, che sarà la base del personaggio di Charles Foster Kane in Quarto potere, per le sfumature politiche relative alle elezioni californiane del 1934 e di come il cinema abbia coscientemente interferito con esse. A un “profano”, Mank sembrerà un film diretto magistralmente, con grandi prove d’attore, ma un po’ freddo e respingente. Lo spettatore “informato” lo troverà un labirinto di rimandi incrociati e – comunque – un perfetto ingranaggio che come in un rapporto della parte con il tutto rappresenta la “macchina cinema” nel suo complesso. Ah, e poi c’è anche la spiegazione più bella di cosa potrebbe voler dire “Rosebud” nel film di Welles. #recensioniflash

SOUL (Pete Docter, 2020)

OK, quindi: Soul di Pete Docter, su Disney+.
Pete Docter è un po’ il Frank Capra della Pixar, e Soul in un certo senso è il perfetto film di Natale nella misura in cui lo è anche La vita è meravigliosa (rivisitazione della vita dal punto di vista di un anima fuori dal corpo). Un risultato per molti versi eccezionale che mette in mano al regista di Up e Inside Out il film più ambizioso finora realizzato da Pixar (non riesco a immaginare il pitch per questo film, della serie “è la storia di un musicista jazz sfigato di mezza età che cade in un tombino e finisce in una dimensione parallela”… vabbè). Allora, leviamoci subito la trama: Joe Gardner (Jamie Foxx) è il musicista di cui accennavo. La sua vita è dipinta come tendenzialmente scialba finché non ha l’occasione di suonare live con una sassofonista di prima categoria. Joe è talmente eccitato e distratto che cade in un tombino, muore e finisce su una “scala per l’aldilà” (decisamente simile a quella di Scala al Paradiso di Powell e Pressburger, il che fa capire che i riferimenti di Docter sono sottilmente e fottutamente cinefili). Joe però non ci sta, vuole tornare a vivere per suonare il suo grande concerto e così si ritrova per caso in una sorta di limbo in cui stanno le anime novelle che ancora devono formarsi una personalità, viene accoppiato a 22 (Tina Fey, un’anima che non ha alcun interesse a vivere sulla terra in forma umana) e da lì si sviluppano le disavventure incrociate dei due, tra una classica dinamica da buddy movie e una serie di gag che – dal punto di vista puramente comico e di animazione – elevano Soul a livello dei migliori Pixar (penso ad esempio a Ratatouille).
Soul è ovviamente cerchiobottista come tutti i film Pixar, nel senso che per contratto deve essere accattivante per bambini e adulti. Solo che stavolta si spinge molto di più sul lato adulto, con la messa in scena di un METAFORONE™️ che a volte risulta un po’ farraginoso. Ma, come in Tenet, non dobbiamo concentrarci sui dettagli, solo andare con il flow. E che flow. Il film è in molti punti un’improvvisazione jazz, la colonna sonora è di tutto rispetto (scommetto che non vedremo mai più Trent Reznor e Atticus Ross comparire nei titoli di coda di un film Pixar) e per la parte jazz dietro ci sono personaggi del calibro di Herbie Hancock. Solo per dire. Il problema – se di problema vogliamo proprio parlare – è che Soul sembra tre mediometraggi (con stili e obiettivi diversi) compressi in un film unico, e a tratti la magia non riesce. C’è il film “adulto” sulla vita di Joe a New York, con il piglio di una commedia anni ’80-’90 di quelle con Eddie Murphy (parolacce escluse). C’è il film onirico con le anime dell’antemondo e i guardiani bidimensionali e picassiani, tutto fuzzy e coloratissimo, con incursioni nella psichedelia beatlesiana (tutte le parti con il veliero delle anime “in trance”). E c’è il buddy movie di Joe e 22 che tornano sulla terra in un modo che non sveliamo, ma che porta alle gag migliori del film e che secondo me alla fine è quello che funziona meglio. Insomma, per me Soul soddisfa, stupisce e incanta, ma ogni tanto (solo ogni tanto) ti chiedi se abbia veramente un’anima. Ah poi vabbè c’è il MESSAGGIO™️ che la vita non deve avere uno scopo, deve solo essere vissuta. Perfetto, ma tanto i bambini se ne fottono, e io magari mi leggo Yogananda invece di sentirlo da Pete Docter. #recensioniflash

TROLLS WORLD TOUR (Walt Dohrn e David P. Smith, 2020)

Perdonatemi, sono le feste, siamo in zona rossa, ho dovuto vedere Trolls World Tour che nel primo lockdown ero riuscito ad evitare nonostante come Mulan e come Tenet fosse uno dei film chiave per capire il futuro del cinema (LOL). Comunque sia.
Se vi ha fatto cagare Trolls vi farà cagarissimo Trolls World Tour. Se invece il film originale per voi aveva un suo perché (e in effetti è il film più gaio della storia del cinema di animazione), forse troverete qualcosa di interessante (almeno visivamente) in Trolls World Tour. La regina Poppy e il suo potenziale fidanzato costantemente friendzonato Branch scoprono che il loro regno è solo UNO dei tantissimi regni di troll che confinano con loro. Loro sono i Pop Trolls ma (tenetevi forte) ci sono anche i Techno Trolls, gli Hard Rock Trolls, i Country Trolls, i Funk Trolls, i Classical Trolls, gli Smooth Jazz Trolls, gli Yodel Trolls, i K-Pop Trolls e ovviamente i Reggaeton Trolls. Non capisco perché non ci fossero i Cool Jazz Trolls ma va beh. Comunque ogni tribù ha la sua musica e odia quella degli altri, la regina Barb degli Hard Rock Trolls vuole conquistare tutti i regni in gran stile Mad Max Fury Road mentre Poppy ovviamente vuole unire tutti in un abbraccio universale di arcobaleni e gayezza. Indovinate chi vince. Semplice semplice, molto colorato, Trolls World Tour è pieno di musica e di strizzate d’occhio (la regina dei Country è Kelly Clarkson, il re dei Funk è George Clinton) e di cagate allucinanti (l’Hip Hop è visto “semplicemente” come una sottobranca del Funk che va bene ma… boh. L’unica cosa è che il ruolo di cattivi del film io l’avrei dato ai Reggaeton Trolls, perché è la loro la musica che sta contagiando ogni genere e rompendo il cazzo a livello globale. Detto ciò, auguri. #recensioniflash

ULTIMATE LIST PANDEMIC EDITION

Fan delle liste di fine anno? Perfetto. Detrattore delle liste di fine anno? Fottesega, le liste arrivano. Le liste travolgono. Le liste lasciano macerie.

Due parole di spiegazione sull’immagine che accompagna questo lungo post (mettiti comodo, ne avrai per un po’). Si tratta di un dettaglio del Codex Mexicanus, un agile volumetto che un gruppo di intellettuali aztechi decise di compilare qualche decennio dopo l’invasione spagnola, per raccogliere tutte le informazioni in loro possesso su questi strani “cristiani” e per testimoniare la storia e la civiltà azteca prima del collasso dovuto (anche) alle epidemie di malattie sconosciute. Non so, stavo pensando a come l’arte ci può in qualche modo salvare dalla pandemia e mi è venuto fuori questo.
Appropriato, no?
Andiamo a incominciare.

BEST MOVIES

JOJO RABBIT
Il primo film che ho visto quest’anno, resta il più amato. La satira toccante di Taika Waititi sul nazismo, supportata da attori (adulti e bambini) efficaci e ben diretti.

SWEET THING
Uno degli ultimi film visti quest’anno, capolavoro indie cassavetesiano (se si può usare questo aggettivo) di Alexandre Rockwell. Anche qui attori bambini molto in palla.

I’M THINKING OF ENDING THINGS
Charlie Kaufman ci ha regalato questo incubo surreale e labirintico su una storia d’amore tutta “mentale”, uno dei migliori film dell’anno.

MANK
David Fincher propone una riflessione sul cinema degli anni ’30 e ’40 mimetizzandosi completamente in quel mondo (un backstage romanzato di Quarto Potere che dice molto sulla macchina cinema).

WOLFWALKERS
Capolavoro arrivato a fine anno, il film di Tomm Moore prosegue il discorso sulle leggende irlandesi avviato con The Secret of Kells e ci regala una storia avvincente e profonda su due bambine-lupo.

A MACHINE TO LIVE IN
Il miglior documentario visto quest’anno, sulla città di Brasilia: si comporta come un film di fantascienza filosofico e ha delle punte di surrealismo estremo.

FAVOLACCE
Il miglior film italiano dell’anno, sognante, misterioso, dolorosissimo. Il sadismo, la passività, la disperazione. Bambini annichiliti. Fratelli D’Innocenzo bravissimi.

THE COLOR OUT OF SPACE
Nicholas Cage sbrocca nel nuovo film (dopo 12 anni!) di Richard Stanley tratto da Lovecraft (e ho detto tutto). Ah, no, gli alpaca!

WEATHERING WITH YOU
Il nuovo anime di Makoto Shinkai è un noir/fantastico/quotidiano che convince pur essendo meno ruffiano e “popolare” di Your Name.

PENINSULA
Quasi un sequel di Train to Busan, uno dei film asiatici più apprezzati quest’anno. Action / Horror con gli zombie coreani che – sia sa – sono velocissimi e snodatissimi.

FRIED BARRY
La rivelazione trash del Torino Film Festival, un trip psichedelico e disgustoso di un’ora e mezza su un alieno che prende possesso del corpo di un eroinomane. Imperdibile.

MOVING ON
Sempre dal TFF, un delicato film coreano che racconta storie familiari di lutti e quotidianità con un piglio che richiama alla mente Ozu.

DA 5 BLOODS
L’ipertrofico film di Spike Lee sui 5 G.I. di colore che vanno a ricercare un tesoro nascosto in Vietnam. Avventuroso, politico, è l’ultima interpretazione del compianto Chadwick Boseman.

CALAMITY
Animazione francese al suo top per la storia della bambina Martha Jane Cannary, da adulta conosciuta come Calamity Jane. Empowerment al femminile, vecchio west e ottima colonna sonora.

HAMILTON
L’outsider. Film di riprese in teatro che aggiunge una dimensione cinetica alla rappresentazione già fuori scala del più famoso musical degli ultimi anni. Coinvolgente.

BEST TV SERIES

THE MIDNIGHT GOSPEL
La serie animata da Pendleton Ward basata sul podcast di Duncan Trussell. Psichedelia, filosofia, chiacchiere e illuminazioni zen.

LOVECRAFT COUNTRY
Una delle serie più interessanti dell’anno, che coniuga orrore lovecraftiano e denuncia sociale. Non a caso prodotta da Jordan Peele e JJ Abrams

THE MANDALORIAN S2
Le avventure di Mando continuano ad essere la cosa più bella uscita dall’universo narrativo di Star Wars in almeno un decennio. Semplicità, coerenza, spade laser.

THE QUEEN’S GAMBIT
Miniserie che ha tutto al suo posto per piacere a tutti. Buona regia, sceneggiatura, recitazione, forse un po’ troppo leccata, ma interessante.

THE PROMISED NEVERLAND
La serie anime che mi ha colpito di più nel 2020, attendo con ansia il seguito. Bambini, orfanotrofio, demoni che si nutrono di bambini, istitutrici malefiche, fughe ed evasioni. Meraviglioso.

THE OUTSIDER
Da Stephen King, la serie HBO come da tradizione cupa e livida, molto azzeccata anche se ogni volta che si sente dire “El Cuco” scappa un po’ da ridere.

STEVEN UNIVERSE FUTURE
L’epilogo della saga di Rebecca Sugar esplora cosa succede all’eroe dopo il trionfo. Non sono tutte rose e fiori, e la miniserie animata esplora disagio psichico, accettazione di sé e traumi infantili.

TIGER KING
La serie documentaria dell’anno. Come sia possibile appassionarmi a personaggi così resta tuttora un mistero per me. Eppure da Tiger King si riesce a capire molto dell’America.

ON MY BLOCK S3
Serie molto sottostimata di Netflix che unisce teen drama e comedy, ambientata nei sobborghi di L.A. Dovrebbe essere la stagione conclusiva, purtroppo (finale un po’ tirato via): speravo in una quarta.

PEN15 S2
Sempre più cringe le avventure di Maya e Anna, le due tredicenni (interpretate però dai loro alter ego trentenni) in cerca di un posto nella durissima vita della junior high. Su Hulu.

COBRA KAI S2
Slowburner prima su YouTube poi su Netflix: Cobra Kai è tutto ciò che un cinquantenne di oggi può volere da una serie tv che riprende i suoi anni ’80 e li ripropone in un contesto “da cinquantenni”. Mazzate e nostalgia, cosa volere di più?

NORMAL PEOPLE
La serie Hulu tratta dal romanzo culto di Sally Rooney è spaccacuore tanto quanto il libro: la storia tra Marianne e Connell dalla high school al Trinity College è una lente di ingrandimento sulle relazioni sentimentali che non si vedeva da tempo.

SEX EDUCATION S2
Tra le serie comedy viste quest’anno certamente una delle migliori, grazie anche all’alchimia tra i personaggi interpretati da Asa Butterfield e Gillian Anderson. Il figlio nerd della sessuologa che fa da counselor ai compagni di scuola è sempre più nei casini…

LOCKE & KEY
Simpatico fantasy horror per famiglie che ha contrassegnato l’inizio del mio 2020, quando ancora non si parlava di lockdown.

BEST ALBUMS

FETCH THE BOLT CUTTERS
Fiona Apple in modalità “uragano creativo” durante il lockdown ha prodotto certamente l’album dell’anno e uno dei suoi più memorabili.

A HERO’S DEATH
La rinascita del post punk (dopo un album d’esordio già folgorante) a cura degli irlandesi Fontaines D.C. Epico.

MISS COLOMBIA
Electronica e Cumbia: Lido Pimienta sa come mescolarle e offrirci una delle migliori sorprese del 2020.

SET MY HEART ON FIRE IMMEDIATELY
Perfume Genius al suo quinto album si riconferma un degno erede di quel modo di scrivere canzoni che è anche di Antony / Anohni.

ULTRA MONO
Sempre post punk, sempre chitarroni, sempre più fighi. Gli Idles sono quelli che quest’anno mi hanno dato parecchia carica.

THE ASCENSION
Un Sufjan Stevens al suo meglio, che dall’electro ricca di glitch sonori riesce a tirar fuori il suo album più pop.

FUTURE NOSTALGIA
Parlando di pop, quest’anno nulla eguaglia il lavoro di Dua Lipa, che partendo dalle sue influenze più evidenti (Madonna, Daft Punk) e con l’aiuto di una produzione ineccepibile sforna una serie di canzoni che rimarranno nelle orecchie a lungo…

MISS ANTHROPOCENE
Grimes confeziona un quarto album con risultati altalenanti ma molto interessante nella commistione di pop, electro, ambient e dance-rock. A volte un po’ pesante, ma godibile.

3.15.20
L’album del lockdown per Childish Gambino, uscito proprio con la prima ondata del Covid, è un caleidoscopio di ritmi e beat da capogiro. In particolare “algoritmi” :-)

1995
L’album “perduto” di Kruder e Dorfmeister è costituito da tracce realizzate appunto nel 1995. Eppure, suona come una cosa di oggi, ed è uno dei dischi più belli dell’anno.

AFTER HOURS
The Weeknd esce con un concept album che è l’epitome del pop / urban / elettronico del decennio, immerso in luci da Las Vegas e tematiche pulp.

FOLKLORE
Taylor Swift durante il lockdown ha pubblicato due album (questo è il primo) che in qualche modo ribaltano la percezione di diva pop che negli ultimi anni l’ha accompagnata. Songwriting pulito, atmosfere rarefatte, una sorpresa.

THE SLOW RUSH
I Tame Impala proseguono nel loro pastiche psichedelico da camera, con un album meno interessante dei precedenti ma sciolto, fluente, soft. Comunque molto godibile.

BIR TAWIL
Lo so, avrei dovuto mettere Bloody Vinyl 3 come exploit italiano dell’anno, ma la più recente fatica di Dargen D’Amico (uscita proprio a dicembre) mi riconcilia con i beat nostrani e mi fa riscoprire un po’ di spirito hip hop e di STILE a palla.

MAP OF THE SOUL: 7
Il paradigma del K-pop ormai assurto a fenomeno mondiale nel concept album dei coreani BTS, ormai più famosi di Gesù Cristo. Un prodotto confezionato ad arte, un po’ ipertrofico ma interessante.

BEST BOOKS

IL BUIO OLTRE LA SIEPE
Il classico di Harper Lee. Non lo avevo mai letto, ne ho trovato una prima edizione italiana su una bancarella, e me ne sono innamorato. Completa la visione del film.

MANUALE PER RAGAZZE RIVOLUZIONARIE
Il saggio “vecchio” (nel senso che adesso ce n’è uno nuovo) di Giulia Blasi sul patriarcato e come combatterlo. Un manuale che dovrebbero leggere tutti indipendentemente dal genere e dall’età.

VIVERE MILLE VITE
Saggio autobiografico/filosofico di Lorenzo Fantoni a tema videogames. Leggibile a sprazzi o tutto d’un fiato, comunque affascinante – anche per chi non è molto addentro al tema.

ANDRÀ TUTTO BENE
La raccolta delle vignette su Instagram di Leo Ortolani legate alla pandemia, al lockdown è fondamentale per capire l’Italia del 2020.

Andrà tutto bene di [Leo Ortolani]

SCHELETRI
Chevvelodicoaffà, l’ultimo di Zerocalcare è una spanna sopra i precedenti. Sarà per il filtro “thriller” che Zero ha applicato al suo consueto autobiografismo. Più sangue, più droga, più violenza, ma sempre nelle corde del fumettista di Rebibbia.

Scheletri di [Zerocalcare]

NEL CONTAGIO
Il libello (che bella parola) di Paolo Giordano è il degno compagno (serio) delle vignette di Ortolani. Molto lucido.

SVUOTA IL CARRELLO 
Il saggio di Gianluca Diegoli che fa capire il marketing anche alle capre (come me) e funziona sia da agile manuale per i marketer in erba, sia da strumento di difesa per il consumatore consapevole.

A PROPOSITO DI NIENTE
L’autobiografia di Woody Allen. Che insomma, a me è piaciuta.

MERCEDES
Il graphic novel di Daniel Cuello che ha vinto il premio Micheluzzi legge la società odierna attraverso la lente di un personaggio “odioso”, una donna di potere caduta in disgrazia.

Mercedes di [Daniel Cuello]

OPERETTE MORALI
Il classico che non ti aspetti, l’unico libro che vale veramente la pena leggere in questo 2020. Leopardi is the way.

BEST OF WEB / SOCIAL / NEWSLETTER

PUBLIC DOMAIN REVIEW
La newsletter sorprendente del 2020, ricevo via mail immagini e grafiche sensazionali di due o tre secoli fa.
https://publicdomainreview.org

CORONAVIRUS DAL POST
La newsletter del Post ha segnato il 2020 con aggiornamenti puntuali, corretti, esplicativi e mai ansiogeni sulla pandemia.
https://ilpost.us8.list-manage.com/subscribe

DECADE 77-87
Una delle pagine Facebook che amo di più, ogni giorno propone clip commentati di canzoni post punk / new wave / goth / electro / industrial / synthpop scelte in quel range temporale.
https://www.facebook.com/decadeclub77

POLPETTE
La newsletter del Vanz non è una novità del 2020 ma mi piace citarla perché è diventata un appuntamento molto atteso (ambiente, clima, Asia, nerdate varie).
https://vanz.substack.com

DRUSILLA FOER
I video di Drusilla su Facebook Watch sono una delle cose che ha reso più leggero il 2020.
https://www.facebook.com/drusilla.foer

VENTENNI PAPERONI
Per me è diventato in pochi giorni dal lancio un sito di riferimento: si parte da Disney e dai trivia legati a fumetti e animazione per leggere il mondo contemporaneo.
https://www.ventennipaperoni.com

BE UNSOCIAL
Il gruppo / pagina / ora anche newsletter dell’antropologa digitale Alice Avallone offre sempre spunti interessanti per analizzare il sistema dei media digitali.
https://www.facebook.com/beunsocial.it

PRACTICAL EFFECTS GROUP
Uno dei rarissimi gruppi Facebook cui mi sono iscritto, e uno dei migliori. Ci sono sempre dei backstage dedicati agli effetti prostetici da urlo.
https://www.facebook.com/groups/165380038268

GOLDEN AGE OF ILLUSTRATION ARCHIVE
Il secondo gruppo Facebook imprescindibile cui mi sono iscritto quest’anno, il nome dice più o meno tutto.
https://www.facebook.com/groups/423796811729266

151EG
Seguo poco gli youtuber in generale, ma seguo moltissimo 151EG. Un produttore seriale di video a tema animazione dalla cultura sterminata e dall’approccio molto onesto.
https://www.youtube.com/user/151eg

C’È POSTA PER CASTO
Immanuel Casto è un personaggio che seguo da anni, ma nel 2020 ha lanciato questo format di posta del cuore (un po’ stile Dan Savage su Internazionale) che spacca.
https://www.twitch.tv/immanuel__casto

KOSELIG
Altra newsletter che seguo da anni ma mi piace ricordare perché nel 2020 è diventata più agile e più necessaria, Koselig di Mafe De Baggis (comunicazione, digital, libri, acquisti).
https://mafedebaggis.us1.list-manage.com/subscribe

HELLA NETWORK
Come dice il nome, un network di professionist* della comunicazione dedit* a smontare l’intreccio tra comunicazione e patriarcato. Dalla loro pagina Facebook, diversi spunti interessanti per il lavoro del giornalista / copywriter.
https://www.facebook.com/HellaNetwork

EXTRACOLAS
La newsletter di Emiliano Colasanti. Lui di musica ci capisce sul serio. E anche quando racconta i cazzi suoi è illuminante.
https://extracolas.substack.com

ARCHIVIO STORICO LA STAMPA
Uno dei miei siti di riferimento, sembrava dovesse sparire a fine 2020 ma è di pochi giorni fa la notizia del salvataggio. Siamo tutti molto grati.
http://www.archiviolastampa.it

Poi ci sarebbero mille altri libri, dischi, film, serie tv, siti, newsletter e pagine da citare che magari non mi sono venuti in mente, o che non ho fatto in tempo a vedere, o che magari sono usciti dopo il 15 dicembre e quindi finiranno d’ufficio nel listone 2021. Intanto però direi che di roba da recuperare ne avete, sempre che vi fidiate del vostro amichevole blogger di quartiere.

MY OWN PRIVATE TORINO FILM FESTIVAL

Novembre è mese di Torino Film Festival, e quest’anno, data la situazione che ormai tutti conosciamo e di cui non abbiamo più un cazzo di voglia di parlare, il festival si è svolto on line. Ovviamente nella mia vita, dal 1982 ad oggi, ho mancato pochissime edizioni “dal vivo”, ritagliandomi un qualche percorso di visione tra una sala torinese e l’altra. Mettendomi dal punto di vista di uno spettatore qualsiasi, però, non posso evitare di ripetere la stessa solfa che ho tirato fuori per Annecy, per Pordenone e per tutti i festival che quest’anno per la prima volta ho potuto “vedermi da casa”. Sì, la sala, l’esperienza collettiva e tutto il resto, ma io così riesco a vedere a prezzi contenuti film che magari non verrebbero mai distribuiti. Quindi ben venga il ritorno in sala ma non perdiamoci l’asset dell’edizione digitale. Andranno modulati i prezzi e le occasioni di visione, ma – io spero – non si tornerà più indietro e i festival saranno d’ora in poi sempre *anche* digitali. Detto ciò, ecco le #recensioniflash di novembre, totalmente #TFF38 edition!

THE DARK AND THE WICKED (Bryan Bertino, 2020)

#TFF38 cominciato col botto. Di un film come The Dark and The Wicked, quando finiscono i titoli di coda, si può solo dire a mezza voce “porca puttana”, e cercare subito di fare qualcosa di completamente diverso che ti scrolli di dosso la sensazione di angoscia maligna che questo horror ti appiccica addosso. Nell’ultimo decennio c’è stato un manipolo di horror “eccezionali”, come Babadook, Hereditary, Us, It Follows, The Witch. Film che non ti lasciano stare e che tornano da te anche dopo settimane o mesi che li hai visti. Scommetto sui miei incubi che il film di Bryan Bertino sarà uno di questi. La storia in breve: due fratelli tornano in una fattoria del Texas per assistere il padre morente e stare vicino alla madre. Quest’ultima si comporta in modo assai strano e diventa subito chiaro che sulla casa aleggia una presenza demoniaca. Non dico altro per non spoilerare, ma il male trasuda da ogni inquadratura (ovviamente impercettibili rotazioni di quadro, angolazioni assurde, lentissimi carrelli in avanti, apparizioni nell’ombra e tutto l’armamentario che il regista di horror deve sapere padroneggiare) e la sensazione è quella di assistere a una tragedia annunciata che fa mancare l’aria e fa drizzare peli che non sapevi nemmeno di avere. Perciò: bellissimo. Non perdetevelo. #recensioniflash

WILDFIRE (Cathy Brady, 2019)

Il mio #TFF38 prosegue con Wildfire di Cathy Brady. Uno studio psicologico su due sorelle, l’Irlanda, il confine, l’IRA, le bombe, la Brexit, il trauma collettivo e il trauma personale (un film di traumi grossi come una casa). Kelly torna dalla sorella Lauren dopo essere scomparsa per due anni. La causa di tutto è la morte della madre (suicidio? Incidente? Si capirà solo alla fine). Si parla molto di follia, di ereditarietà della follia e si recita molto sopra le righe (probabilmente inevitabile). Alla fine la rivelazione che il film è dedicato a una delle due attrici protagoniste, morta di cancro alla fine delle riprese. Questo sembra quasi mettere in prospettiva il modo in cui la storia viene messa in scena nel film. Si fanno i conti col passato personale e nazionale. Magari non è molto nelle mie corde, ma per un lungometraggio di esordio è tanta roba. #recensioniflash

LAS NINAS (Pilar Palomero, 2020)

Il mio #TFF38 prosegue con Las Ninas di Pilar Palomero, un’opera prima in concorso che ben rappresenta l’indomita anima “Cinema Giovani” del festival. È il racconto di un passaggio dall’infanzia all’adolescenza nei primi anni ‘90: Celia, la bambina protagonista, vive in un mondo schizofrenico. Studia in un collegio di suore ma quando esce trova una Spagna che tende a modernizzarsi e affrancarsi dal retaggio cattolico e franchista. L’arrivo di una nuova compagna da Barcellona la aiuta a definire la sua identità in contrapposizione alle compagne, alla madre single (che ha una storia misteriosa di cui non vuol parlare con la figlia) e alla società. Il film procede per accumulo di scene che possono sembrare già viste ma solo perché sono esperienze universali – in questo senso il film può funzionare a qualsiasi latitudine: la prima sigaretta, il primo rossetto, il gioco “non ho mai”, le ripicche con le amiche stronze, il sesso come tabù a scuola e a casa ma reso esplicito in pubblicità, canzoni, giornali, televisione. È un percorso di formazione per riuscire a trovare (anche letteralmente, come è chiaro dal finale) la propria voce nel mondo. #recensioniflash

MICKEY ON THE ROAD (Mian Mian Lu, 2020)

Dal #TFF38 arriva anche Mickey on the Road, un film taiwanese molto interessante che – a fronte della mia sostanziale ignoranza di cinema cinese, che ho praticato poco e solo per nomi di spicco – mi ha colpito molto. A differenza del cinema giapponese o coreano, chissà perché sono sempre stato portato a pensare che il cinema cinese per quanto sontuoso dovesse sempre avere una certa patina di noia. Non è così, ovviamente, e il mio pregiudizio probabilmente viene dal fatto di aver scelto male i film cinesi che ho visto in passato. Mickey on the Road è la storia di Mickey e Gin Gin, due ragazze – una mascolina e ribelle praticante di arti marziali nel tempio e una go go dancer per le discoteche con i capelli rosa fluo – che vanno alla ricerca di una presenza maschile “mancante”. Per Gin Gin è il fidanzato e per Mickey il padre che ha abbandonato lei e la madre depressa. Entrambi gli uomini si sono trasferiti a Guangzhou, nel continente. Parte il road movie coloratissimo (diciamo “al neon”, con una fotografia che fa molto Danny Boyle) e le due ragazze passeranno da una situazione all’altra, dalla leggerezza al disagio, fino a incontrare l’oggetto del proprio desiderio e – ovviamente – disilludersi. Nemmeno troppo velato il metaforone del viaggio tra le due Cine, quella “vera” di Taiwan e quella ormai dissolta nel capitalismo del continente, ma molto godibile il percorso di crescita delle due protagoniste pur con qualche scena mélo / estetizzante di troppo. Comunque una gioia per gli occhi. #recensioniflash

MOVING ON (Yoon Dan-bi, 2019)

Nella doppietta di ieri al #TFF38 spicca Moving on, esordio coreano di Yoon Dan bi (e sono 3 esordi di 3 registe che vedo finora, con Wildfire e Las Ninas). Il cinema coreano nella percezione dei “non praticanti” equivale a film di zombi oppure Parasite? Moving on è qui per smentire il pregiudizio. Accolto in patria come uno dei migliori film del 2019, Moving on racconta una “non storia” familiare, nel senso che succede poco o nulla ma c’è un’accorta messa in scena di rapporti familiari sottili. L’adolescente Okju e il fratellino Dongju sono costretti a vivere a casa dell’anziano nonno una volta che il padre si separa dalla madre. Ben presto in casa arriva anche la sorella del padre, anche lei in rotta di collisione col marito. Questo nuovo, strano e “forzato” nucleo familiare tira avanti come può, tra silenzi e litigate continue, tra un supporto al nonno anziano e una passeggiata, tra lo studio e il lavoro che manca, in una casa che – come in Parasite – è coprotagonista del film (le ultime inquadrature, piene di solitudine e di assenza, sono dedicate a lei). Un film familiare che è universale nella sua classicità e che ricorda tanto il Kore’Eda di Affari di famiglia quanto, in alcune inquadrature di convivialità o di vita familiare, direttamente Yasujiro Ozu. Da vedere. #recensioniflash

A MACHINE TO LIVE IN (Yoni Goldstein, Meredith Zielke, 2020)

Il documentario che non ti aspetti al #TFF38 è A Machine to Live In, di Yoni Goldstein e Meredith Zielke. Mi sono affrettato a prenotarmi perché io sono un fan malatissimo di Brasilia, la “capitale artificale” del Brasile. Brasilia è in assoluto una delle città al mondo che più di ogni altra desidero vedere toccare annusare, l’incubo di un architetto modernista nel quale perdermi. Perciò, non potevo esimermi. E qui, la sorpresa. A Machine to Live In (la città come organismo artificiale, un concetto di Le Corbusier che ha ispirato anche il demiurgo di Brasilia Oscar Niemeyer) è un documentario quantomeno fuori dagli schemi. Inizia con rumori industriali e inquietanti versi animali, prosegue infilando una sequela di inquadrature fisse su architetture impossibili e cemento armato bianco con piccoli dettagli umani o automobili in movimento, con una voce fuori campo pesantemente filtrata in modo da risultare degna di un album dei Nine Inch Nails che recita il commento audio a volte intrecciandosi in modo sfasato con una seconda voce che dice essenzialmente le stesse cose, in un assalto audiovisivo che non riesco a descrivere se non con la formula Herzog + Antonioni + Rocha + Jodorowsky. Si insiste molto su questa architettura “senza spigoli e senza ombre” e su come sia possibile (o impossibile) la vita a Brasilia citando passaggi della scrittrice Clarice Lispector, ascoltando cori di voci bianche che – per quelli che mi sono sembrati dieci minuti buoni in inquadratura fissa – cantano un qualche inno brasiliano, facendosi trascinare da visioni in 4K veicolate da droni, gimbal e rendering 3D. Brasilia è un’utopia, una pista per l’atterraggio degli UFO, il posto dove è nato l’esperanto (assistiamo anche a una lezione di esperanto, toh), il posto dove c’è più cataratta al mondo, dato che l’architettura bianchissima e spoglia riflette all’infinito i raggi UV. Pare che i registi siano andati ogni estate a Brasilia per otto anni (il mio sogno, ripeto) per accaparrarsi il materiale per costruire il documentario. Un sogno/incubo surrealista meglio di un film di fantascienza e – azzardo – forse il film migliore tra quelli visti finora – ma è proprio un altro campionato. #recensioniflash

FRIED BARRY (Ryan Kruger, 2020)

Stamattina non posso cominciare se prima non vi parlo di Fried Barry, visione “after midnight” di stanotte al #TFF38. Fried Barry è l’esordio nel lungometraggio di Ryan Kruger, ed è tratto da un corto omonimo di 3 minuti del 2017: la prima cosa che può venire in mente è che funzionava meglio come cortometraggio. Fried Barry è chiaramente un film insensato e gonfiato di scene slegate tra loro per il puro gusto della provocazione che ha fatto e farà incazzare abbestia moltissimi spettatori (ho in mente un cospicuo numero di amici che – se fossimo andati in sala insieme a vederlo – mi avrebbero aggredito con un “MA COSA CAZZO MI HAI PORTATO A VEDERE”). Eppure, chiariamo ogni dubbio: io con Fried Barry mi sono divertito come non succedeva da anni (beh, oddio, Mandy con Nicholas Cage mi ha dato le stesse vibrazioni, per dire). In questo glorioso filmaccio trucido e psichedelico, introdotto da una sequenza in cui un censore ci spiega perché il film è vietato ai minori di 18 anni e perché in nessun caso dovremmo mostrarlo a un minore, seguiamo Barry “il bruciato”, un eroinomane di Cape Town, Sudafrica mentre vaga per la città, si buca e si cala gli acidi. A un certo punto Barry viene rapito dagli alieni (sequenza indescrivibile con sonde anali, buccali e un catetere alieno nel pisello) e viene rimandato sulla terra come un involucro umano che ospita l’alieno che vuole sperimentare la vita sulla terra. Da lì in poi si spinge sul pedale della follia e del grottesco. Barry (l’attore con una faccia che non si può dimenticare, Gary Green) è ridotto a un “Barry-abito” (cit.) e passa da un rave in discoteca all’ingestione di quantità esagerate di droga, da situazioni di sesso selvaggio a pestaggi, con le parentesi comiche della moglie che lo cerca disperatamente e che trova – non sapendo nulla – che il Barry alieno sia più gentile e amorevole del Barry umano. A un certo punto assistiamo a una scena di body horror estremo (una prostituta che ha fatto sesso con il Barry alieno partorisce lì sui due piedi un clone di lui), poi improvvisamente il film vira sul thriller e il Barry alieno salva un gruppo di bambini rapiti da un non meglio identificato killer pedofilo. Sangue a fiumi, luci assurde, ritmo e stile da videoclip di Aphex Twin, un’ode all’estetica Zef (la sottocultura del “brutto, sporco e cattivo ma con stile” che negli ultimi 10-15 anni va per la maggiore in Sudafrica) che non smette mai un attimo di pompare adrenalina e musica electro-industrial-dubstep-salcazzo. Un film assolutamente inutile, trash, grottesco e sopra le righe. Quindi, un film bellissimo 😃 #recensioniflash

UN SOUPÇON D’AMOUR (Paul Vecchiali, 2020)

Volendo far mostra a me stesso di essere uno spettatore eclettico e onnivoro, ho messo in lista tra le mie visioni del #TFF38 anche Un soupçon d’amour di Paul Vecchiali. Un po’ per il titolo, che è una roba che urla mélo francese da ogni lettera, e un po’ per Paul Vecchiali che secondo me è sempre stato un po’ sottovalutato e insomma adesso che ha novanta anni suonati vuoi non vedere il suo ultimo film? Ecco, vabbè. Magari potevo giocarmela diversamente. Non che sia un brutto film, eh. Però immaginatevi questo. Vecchiali (a suo tempo definito da Truffaut l’unico erede di Jean Renoir) dedica il suo film a Douglas Sirk. Che figata, penso io, aspettandomi inquadrature turgide, schizzi di emozioni represse che scoppiano, scene madri. Ecco, no. Vecchiali dall’alto dei suoi novant’anni è uno di quelli che piazza la cinepresa e la lascia lì. In tutto il film ci sono pochissimi stacchi (anche negli interminabili dialoghi, invece di usare il campo contro campo lui rimane su un attore anche mentre parla l’altro, dando luogo a un effetto di straniamento quasi godardiano). I movimenti di macchina si contano sulle dita di una mano, e quando ci sono fanno un effetto “Boris” che levati, tipo: [Campo medio] “Ma cosa starà facendo?” – [Zoom a schiaffo sul primo piano del personaggio parlante] “…Non lo so…”. Quindi: un film estremamente statico, di scavo sui primi piani e sui dialoghi, francamente per me un po’ soporifero salvo il plot twist finale che vi rivelerò perché tanto non lo vedrete mai, al TFF non è più disponibile e di certo nessuno lo distribuirà in Italia. QUINDI RAGA SPOILER, NON LEGGETE OLTRE SE VI DA FASTIDIO ANCHE SOLO IL CONCETTO DI SPOILER. La storia è quella di Isabelle, una grandissima attrice di teatro che rinuncia alla parte da protagonista in Andromaca di Racine perché vuole stare accanto al figlio dodicenne Jérome, malato di brutta malattia. Attorno a lei girano tutti quelli della troupe, il regista, il marito primo attore, la sostituta che si scopa (si scopava? si scoperà?) il marito, un prete, una maestra di paese. Isabelle si abbandona al dolore e ai ricordi, le scene sono totalmente slegate tra loro e non si capisce mai se siamo nel presente, in un flashback o nell’immaginazione di lei. A 47 secondi dalla fine del film, la rivelazione: “Isabelle, ma che cazzo dici, nostro figlio è morto da 20 anni”! Parte improvvisamente una immotivata e assordante musica hitchcockiana e Isabelle dice “Ma va’, adesso te lo chiamo: Jéroooome, Jérome vieni qui”! La voce di Jérome dice “Arrivo, mamma!” e il marito di Isabelle fa la faccia basita. Fine. Vabbè, comunque. #recensioniflash

THE OAK ROOM (Cody Calahan, 2020)

The Oak Room, al #TFF38. Sapete quando ci sono quei film che non devi in nessun modo rivelare il finale perché altrimenti si rovina tutto, tipo I soliti sospetti, Seven, Il sesto senso. Ecco, The Oak Room è uno di quelli. Un thriller molto ben costruito ma un po’ poco comprensibile che acquista tutto il suo senso nei due minuti finali. Ovviamente bisogna essere ATTENTISSIMI nei 90 minuti precedenti, altrimenti non si coglie appieno la rivelazione (motivo per cui io – che sono un po’ cecato e facile alla narcolessia – ho dovuto rivederlo due volte per capire bene). Sì perché The Oak Room è un film teatrale, fatto esclusivamente di dialoghi (e di un po’ di azione e splatter nel sottofinale). Dialoghi che vengono portati avanti per il 95% del film in un bar buio, di notte, prossimo alla chiusura. In pratica è già molto se si riesce a vedere il labiale degli attori o a distinguere gli occhi. Tutto fa atmosfera, comunque, e la cosa più interessante è la riflessione metanarrativa sul raccontare storie come merce di scambio e come passaporto per la salvezza. In The Oak Room un ragazzo (RJ Mitte, il figlio di Walter in Breaking Bad) entra in un bar prima della chiusura, si capisce dalle parole che scambia col barista ostile che quest’ultimo era amico del padre ormai morto, e che i due hanno una questione in sospeso. Il ragazzo racconta una storia che si svolge in un altro bar poco lontano da lì, chiamato “The Oak Room”. Il protagonista di questa storia nella storia, ambientata in un altro bar, a un certo punto racconta una storia anche lui. Ma poi anche il barista del primo bar interrompe e racconta una storia, in cui uno dei personaggi improvvisamente racconta una storia. Insomma è tutto un inception di storie clamorosamente slegate tra loro ma che poi sono accomunate da qualcosa di sconvolgente che viene rivelato solo alla fine. Comunque, non abbiate paura della noia: è un film che tiene incollati alla sedia e ha una discreta dose di ultraviolenza concentrata tutta in pochi minuti che placherà i fan delle mazzate e del sangue. Speriamo lo distribuiscano presto, è una vera curiosità. #recensioniflash

EL ELEMENTO ENIGMÀTICO (Alejandro Fadel, 2020) / THE PHILOSOPHY OF HORROR (Péter Lichter, Bori Máté, 2020)

Ultimo spettacolo per il mio #TFF38: è d’uopo qualcosa di assolutamente sperimentale. C’è sempre, al TFF, quella proiezione che ti chiedi “chi cazzo me lo ha fatto fare”, ma alla fine resti lì ipnotizzato. Quest’anno è il caso della doppietta “El elemento enigmàtico” + “The philosophy of horror: a symphony on film theory”. Il primo è un film cileno di 40 minuti che contiene se va bene una cinquantina di inquadrature (fatevi il conto, vuol dire che ogni inquadratura dura 20 o 30 secondi, quando nella norma del cinema contemporaneo un’inquadratura di due o tre secondi ci sembra già interminabile). Queste inquadrature sono quasi tutte immagini fisse e abbaglianti di paesaggi innevati. Dopo una decina di minuti così cominci a notare che nei paesaggi innevati ci sono tre minuscoli omini vestiti tipo astronauti. Dopo un’altra decina di minuti (in cui gli unici suoni sono il vento, la neve e una musica drone/ambient un po’ alienante) gli astronauti iniziano a parlare del concetto di libertà e se la libertà esista veramente. Ma in realtà NON parlano. Leggiamo solo dei sottotitoli colorati (ogni colore corrisponde a uno dei tre astronauti), ma il sonoro è sempre solo vento, sciabolate di musica elettronica e scricchiolii vari. A un certo punto (dopo appunto 40 minuti) gli astronauti in qualche modo si vaporizzano e inizia a piovere. Fine del film. Vaaaaaaa bene.
In realtà io sono qui per “The philosophy of horror”, che è tratto da un saggio di Noel Carroll sull’estetica del cinema di paura, e mi aspetto un documentario sul mio genere preferito. Stolto me! Il film (60 minuti) inizia con una OUVERTURE ORCHESTRALE accompagnata da blob nerastri che sfumano l’uno nell’altro. Poi partono dei brani scritti in piccolo a tutto schermo che riportano parti del libro (a tratti ritornano punteggiando il film come se fossero incipit di capitoli). Il film in sé è la riproposizione di alcuni spezzoni di Nightmare on Elm Street e Nightmare on Elm Street 2: Freddy’s Revenge in cui la pellicola è stata bruciacchiata / dipinta / sfregiata / ricolorata / sbollentata / graffiata. La visione diventa così un’aggressione audiovisiva stroboscopica (anche qui con musica ambient/drone ossessiva a palla per tutti i 60 minuti) in cui vediamo solo facce che urlano, lame che graffiano, facce pressoché irriconoscibili (ma sappiamo che ci sono Heather Langenkamp, John Saxon, Johnny Depp) intervallate da riflessioni sull’emozione della paura. A un certo punto c’è anche un INTERVALLO, nel caso al malcapitato spettatore venga voglia di andare a far pipì o prendersi le patatine. Comunque, ripeto. Non c’è TFF senza un film – in questo caso una doppietta – come questa. Ma forse io non ho più l’età per il cinema sperimentale. #recensioniflash