L’OSCURA IMMENSITA’ DELLA MORTE

Tra le altre cose, ho iniziato e finito nel giro di due giorni L’oscura immensità della morte di Massimo Carlotto, spinto dal passaparola degli amici… Posso dire anche da parte mia che rientra nel numero dei libri più interessanti che ho letto in questa prima metà d’anno. Secco, preciso, senza sbavature. Non riesci a smettere di leggerlo. Eppure ti stronca la digestione (se hai mangiato) e ti toglie il sonno (se lo leggi a letto). La storia è quella di un ergastolano malato di tumore che chiede perdono all’uomo cui ha sterminato la famiglia. Da una premessa di per sé intrigante Carlotto fa sprofondare il lettore nelle sabbie mobili del male puro. Cioè, è uno di quei libri che ti fa affacciare sull’abisso. Una ricerca delle radici del male, e una visione del mondo che non vede altro che il male, il dolore e – in definitiva – l’oscura immensità della morte. Di libri che ti fanno stare male ne ho letti in vita mia forse due o tre. Uno era Le 120 giornate di Sodoma (con film annesso); uno era American Psycho (dimentichiamoci del film). Il libro di Carlotto mi pare abbia quel tipo di potenza soffocante che presenta la quotidianità del buio, la normalità delle ossessioni di morte. Il personaggio principale è realmente disturbante perché è molto facile riconoscersi almeno in parte in lui. E questo significa ammettere che il male siamo noi.

AMMANNITI E’ LO STEPHEN KING ITALIANO

Finito Ti prendo e ti porto via, di Niccolò Ammaniti, che non avevo ancora mai letto. Gran narratore, stile particolare, molto aderente alla psicologia dei suoi personaggi. Specialmente coi bambini, Ammaniti sa cogliere tutte le sfumature dell’animo. Lo apprezzo perché riesce a tuffarsi nella sua infanzia, che evidentemente è anche la mia, a pescare quei ricordi da horror scolastico e da violente e oscure passioni amorose. Per dire, può piacere o meno Stephen King: secondo me, per certe sue tematiche, Ammaniti è lo Stephen King italiano… Non so se andrò a vedere Il siero delle vanità, che mi dicono tutti un film fiacco, comunque sia è già apprezzabile il tentativo di (ri)costruire un cinema di genere italiano a partire dalle storie di narratori popolari e potenti. Ora vorrei buttarmi su Massimo Carlotto, che Cassiel mi ha fatto venire una notevole curiosità…

NECROPOLIS

Il numero 212 di Dylan Dog attualmente in edicola, Necropolis, è finalmente degno della migliore stagione del fumetto bonelliano che ormai colleziono un po’ per inerzia un po’ per tenerezza… Consiglio vivamente di leggerlo perché, al di là del finale un po’ di maniera (c’è la tipica retorica dylandoghiana in agguato) è veramente una storia che spacca. Tanto per gradire, poi, è previsto un radiodramma in quattro puntate su RadioDue tratto proprio da questo albo…!