GIGIONERIA FUORI TEMPO MASSIMO E POCA ALTRA ROBA

Marzo: un mese poco proficuo dal punto di vista delle rece, è passato più che altro in un letargo da pandemia che si è esteso anche a quanto ho visto. La voglia di spegnere il cervello era troppa. Comunque, ecco qua.

IMPETIGORE (Joko Anwar, 2019)

Direi che è un po’ che non parliamo di horror di nicchia, quindi vi racconto di Impetigore, film dell’anno scorso che mi ero segnato dopo averlo visto citato da gentefidata™️ come uno dei film dell’anno. Premessa: Impetigore è un film indonesiano, quindi è parlato in indonesiano e se trovate il torrent lo trovate probabilmente con i sottotitoli inglesi MA questo non vi deve ostacolare, perché siamo di fronte a una perla rara. Il film inizia con una sequenza fantastica (due amiche lavorano in un casello autostradale, un tipo supercreepy passa in auto, poi torna a piedi con un machete per uccidere la casellante più “timida”): poi il film prende tutta un altra piega. Scopriamo che Maya, la protagonista, è figlia senza saperlo di una coppia di ricchi possidenti terrieri in un villaggio sperduto dell’entroterra. Con la sua amica Dini decide di andare a vedere se possono reclamare in eredità l’imponente villazza di famiglia. Ovviamente quando arrivano nel villaggio scatta il terrore perché sono tutti un po’ la versione redneck di un indonesiano tipo di città e fanno le facce bruttissime perché a quanto pare c’è in giro una maledizione che uccide i neonati del villaggio. Insomma, non voglio dirvi di più perché poi ci son di mezzo sgozzamenti, scuoiamenti, antiche maledizioni indonesiane, fantasmi, robe brutte coi bimbi appena nati e cose così. Però – anche se non è che tematicamente ci sia nulla di nuovo – Impetigore ha uno stile ipnotico che ti risucchia dentro. La cosa migliore per me è che il cattivissimo del film è un burattinaio di spettacoli di teatro d’ombre indonesiano, che per un cinefilo malato come me rimanda subito alle origini del cinema, a Lotte Reininger e a tutta quella roba lì. Nonostante quanto ho detto, il sangue non è che scorra a fiumi, molto è solo suggerito, ma l’efficacia c’è tutta. Uniche cadute di stile lo SPIEGONEFINALEINFLASHBACK che rivela le motivazioni della maledizione e il COLPODISCENAFINALE che fa molto horror americano anni ’80. Mi rimane solo la curiosità di capire cosa dovrebbe significare “Impetigore” (impetigine molto gore? boh) visto che il bellissimo titolo originale era Perempuan Tanah Jahanam che faceva molta più paura. #recensioniflash

COMING 2 AMERICA (Craig Brewer, 2021)

Sanremo è servito come “rito collettivo del non pensiamo a nulla almeno per cinque serate e rincoglioniamoci fino alle due del mattino”. Finito Sanremo mi sono sentito spaesato, c’è da tornare alla realtà quotidiana, aiuto! Ed ecco che mi è venuto in mente di guardare Il principe cerca figlio su Prime, hai visto mai che ti dà quello stesso feeling di totale astrazione dalla realtà. E infatti, il nuovo film con Eddie Murphy è esattamente come uno sketch di Fiorello e Amadeus lungo due ore. Uno lo guarderebbe anche incuriosito dal fatto che fai un sequel trent’anni dopo con gli stessi attori dal primo all’ultimo (più qualche nuova leva), ma c’è un grosso ma: manca John Landis. Questo lo si sa anche prima di premere play, ma uno comunque si appiglia a Zamunda, alle mossette del principe (ora re) Akim, ai barbieri, al fatto che magari lo vedi in lingua originale ed è figo. No. È proprio un film brutto. Ma brutto forte, senza un’idea, che va avanti appunto come uno sketch di Sanremo, con le ballerine, qualche simpatico numero musicale (saltano fuori le Salt ‘n Pepa), la gigioneria fuori tempo massimo di Eddie Murphy, Arsenio Hall e Wesley Snipes, tutti impegnati a fare la triste caricatura di sé stessi, un andamento da film Disney anni ’90, nessun graffio per carità… Imbarazzante. Non puoi nemmeno dire che è talmente brutto che fa il giro, è proprio un bicchiere di acqua fresca in faccia che ti scivola via subito, che poi era quello di cui avevo bisogno quella sera. #recensioniflash

YES GOD YES (Karen Maine, 2021)

Sempre a proposito di film un po’ spensierati, stavolta arriva un film bellino. Oddio, io l’ho trovato “bellino”, la redazione del New Yorker lo ha addirittura messo nella lista dei migliori film del 2020, poi vedete voi. Yes, God, Yes è un film con Natasha Dyer (quella di Stranger Things) nel ruolo di una studentessa di una scuola ultra cattolica che scopre le gioie della masturbazione. Detta così sembra una roba alla Alvaro Vitali, ma in realtà il film (che ha la stupendifera durata di 78 minuti, sì, dio, sì) è una commedia delicata del sottogenere “coming of age”, un po’ stralunata e tutta a base di vecchie suore sdentate, giovani preti segaioli, ritiri spirituali per adolescenti dediti più o meno alla castità (c’è anche Alisha Boe di 13 Reasons Why), pratiche sessuali alternative dette e mai praticate e bastoni di scope, vibromassaggiatori cervicali e soprattutto un Nokia 3210 usati in modo creativo. Questo dettaglio del Nokia mi porta a dirvi della cosa più interessante del film, e cioè l’ambientazione nel 2001. Ci sono i computer giganti con lo schermo a tubo catodico, c’è AOL e ci sono tutte le modalità tipiche delle chat del periodo, in pratica l’alba del cybersex. Ribadisco, un film bellino che dura poco e vi farà stare bene. #recensioniflash

THE AUTOPSY OF JANE DOE (Andre Ovredal, 2016)

Notte horror, perché la realtà fa sempre più paura di un qualsiasi film. E quindi scartabello la mia lista di film “ancora da vedere” e trovo The autopsy of Jane Doe su Prime. E vi dirò. Lo promuoverei a pieni voti se non fosse che ha un finale un po’ frettoloso. Ci sono questi due personaggi di medici legali padre e figlio (Brian Cox ed Emile Hirsch, molto credibili) che gestiscono una morgue. Dopo un massacro in città lo sceriffo trova un cadavere inspiegabile tra gli altri, una ragazza nuda senza ferite semisepolta in cantina. C’è ovviamente bisogno del coroner. Il corpo viene portato dai due protagonisti che iniziano l’autopsia (che prende la maggior parte della durata del film). Ovviamente non è una roba per tutti gli stomaci, ma hmm, come dire, è molto esplicito senza essere sanguinolento. Senonché questo cadavere inspiegabile presenta una serie di problematiche, come dire, “interne”, che mettono in gravissimo imbarazzo i due medici. E lì parte la deriva paranormale (già “preparata” da una serie di sottili indizi) che alla fine fa somigliare il film del norvegese Andre Øvredal a uno di quei thriller gotici italiani di inizio anni ’70 – a me ha ricordato molto Nella stretta morsa del ragno di Margheriti, una delle mie prime esperienze horror di quando ero piccino. Comunque, da vedere se vi piace il genere. Il cadavere, per la cronaca, è un’attrice vera (Olwen Kelly), che pare abbia praticato meditazione per rimanere immobile per tutta la durata del film mentre la tagliano in tutti i luoghi e tutti i laghi. #recensioniflash

POV I PRIMI ANNI: UN ESPERIMENTO RIUSCITO?

Facciamo come in quelle recensioni dove si parte dalla fine per poi tornare all’inizio: diciamolo subito, quindi. POV I primi anni, la serie Rai Ragazzi che è iniziata e finita in questo mese di febbraio 2021, è tutto sommato un sì.  Ma devo darvi un minimo di contesto, perché né io, né voi (probabilmente) siamo in target per questa serie TV abbastanza particolare.

POV I primi anni (attenzione a scrivere correttamente tutto il titolo, perché googlando solo POV si potrebbe incorrere in spiacevoli accostamenti a carattere pornografico) è una serie teen che racconta la vita quotidiana di una classe di ragazzi al primo anno del fittizio Liceo Machiavelli di Torino. Fino qui tutto normale. È una serie corale, nel senso che facilmente possiamo contare venti protagonisti le cui storie si intrecciano o procedono parallele (e qui per uno spettatore agé come me scatta subito la voglia di infografica, per capire chi sta con chi, chi vorrebbe stare con chi, chi è parente di chi, un po’ come in Dark o Game of Thrones). L’ambientazione, assolutamente inedita, è quella torinese dell’International Training Centre dell’ILO, sulle rive del Po, dove i giovani protagonisti, i quattro attori adulti (personale scolastico) e la crew sono stati rinchiusi per un mese nell’estate del 2020 a girare come dei forsennati.

La particolarità di POV (d’ora in poi abbrevio, perdonatemi) però sta nell’approccio rivoluzionario alla produzione, alla sceneggiatura, alla regia e al montaggio della serie. Vado a spiegare perché.

Intitolare la serie “POV” fa emergere fin da subito la dichiarazione di intenti comunicativa: la moltiplicazione dei punti di vista. Oltre ad essere una serie corale, POV è una serie dove la narrazione lineare “onnisciente” è frammentata dai punti di vista dei vari protagonisti che si confessano con video selfie su Instagram o riprendendo i compagni di nascosto magari contraddicendo o semplicemente integrando il flusso della narrazione principale. Questa cosa ovviamente non è una peculiarità solo di POV: è una tecnica narrativa consolidata, ma non è così comune trovarla in un prodotto rivolto ai ragazzi. Non è calcata in modo evidente nemmeno in Brugklas, il format originale olandese cui la produzione si è ispirata.

POV prende molto anche dal linguaggio del reality televisivo, fin dalla premessa produttiva: un “gruppo classe” di ragazzi chiusi in un contesto per un mese, senza contatti con l’esterno, a girare la serie. Ma mentre il reality show finge la verità davanti alle telecamere e in realtà ha degli autori, ed è molto “scritto”, in POV il cosiddetto soft scripting (una sceneggiatura light che lascia molto spazio all’improvvisazione degli attori esordienti) è dichiarato fin dall’inizio. Siamo di fronte ad un prodotto di fiction e lo sappiamo, ma risulta “più reale” di un reality. Tra l’altro questo gimmick del gruppo di ragazzi chiuso con la crew nella location unica può anche essere stata una scelta dettata dal Covid: in effetti nei titoli di coda esce sempre la figura di un responsabile Covid, il credit a un service di tamponi e sierologici, un disclaimer sul fatto che i ragazzi non indossano mascherine (e infatti credo che la sfida della seconda stagione starà anche nel declinare le esperienze dei ragazzi con la pandemia, la DAD e tutti i problemi quotidiani di quest’anno).

RAI ha avuto una buona intuizione – e un notevole coraggio – a uscire con POV, il cui confronto immediato è proprio quello con produzioni come Il Collegio (reality Rai), JAMS (un’altra serie Rai Ragazzi molto basata sull’improvvisazione degli adolescenti protagonisti) o SKAM Italia (la serie TimVision/Netflix dai valori produttivi evidentemente più alti ma abbastanza in linea come tematiche). Le differenze però sono interessanti.

SKAM Italia tratta tematiche adolescenziali (che però su SKAM stanno su una fascia di età leggermente più alta), presenta un cast corale (ma più ristretto e focalizzato a ogni stagione su una sola coppia di protagonisti) e usa i linguaggi dei social, l’abbinamento con un canale Instagram etc (l’uso dei social di SKAM però sta più nelle interfacce di Whatsapp, Instagram o Facebook che appaiono a schermo). Rispetto a SKAM, POV è più fluida, meno focalizzata, magari disorienta, ma le storie si dipanano poco a poco. Il reality Il Collegio è – appunto – un reality: le prime puntate di POV puntano vagamente in quella direzione, ma poi emerge chiaramente il carattere di fiction, come dicevo sopra. Inoltre, è chiaro che la tematica social non può entrare in un reality che si basa appunto sull’inserimento di adolescenti di oggi in un contesto scolastico “old skool”. JAMS è la serie più vicina a POV (entrambe di Rai Ragazzi, anche se con due produzioni diverse, Showlab per POV e Stand by Me per JAMS) o meglio: sta a metà tra POV e SKAM. In questo caso il target è la scuola media, i protagonisti sono pochi, come in SKAM, le tematiche trattate sono anche drammatiche (molestie, abusi, bullismo e cyberbullismo), la recitazione è spesso improvvisata ma le redini della narrazione sono saldamente tenute dal regista.

Invece Davide Tosco (il regista di POV, coadiuvato dagli autori Francesco Bigi, Nicola Conversa ed Erica Gallesi) compie questo atto rivoluzionario di lasciare i mezzi di produzione in mano ai ragazzi protagonisti. Tutto in POV concorre alla fruizione veloce, al consumo diretto agli adolescenti, magari direttamente su smartphone (io ad esempio l’ho guardata tutta così, direttamente su RaiPlay, dove correttamente hanno deciso di uscire con 10 episodi a settimana per i binge watchers come me). La durata degli episodi è di 12 minuti – l’ideale per raccontare piccole storie di vita scolastica che accumulandosi fanno conoscere i personaggi: a poco a poco si scoprono le cose, senza affaticare l’attenzione e scaricare troppo la batteria. Il prodotto adolescenziale perfetto: non a caso 12 minuti è la durata tipo, ad esempio, anche delle più note serie animate di Cartoon Network, che il pubblico di POV probabilmente guardava fino a poco tempo prima. Non si può non levarsi il cappello di fronte al montatore (o meglio, spero una squadra di montatori) che ha dovuto elaborare fonti diverse, ciak ripetuti, improvvisati, improvvisi e a volte inspiegabili dettagli di insetti o fogliame (Davide Tosco evidentemente ama molto Lynch e Malick), nonché tutti i video verticali, orizzontali o semplicemente storti forniti dai cellulari dei ragazzi.

POV ha attori esordienti quasi tutti torinesi molto naturali (chi più chi meno, ma si vede molto il miglioramento dagli episodi più vecchi ai più nuovi, sarebbe interessante capire se la serie è stata girata in sequenza). I personaggi di POV rispecchiano molto chiaramente i classici “tipi” che tutti noi abbiamo incontrato al liceo. C’è il bel tenebroso (Benji), il bravo ragazzo tormentato (Manu), entrambi innamorati della classica acqua cheta della classe (Beatrice). Questa ovviamente è solo la linea narrativa principale. Attorno ad essa si sviluppano le altre trame con i contrasti tra gruppi di amiche (Francesca, Letizia, Anna, Selene), improbabili amicizie tra adorabili sfigati (Zack, Giro, Emma) o tra aspiranti influencer social (Katia, Rami). Nel giro di 52 episodi viene usato almeno un paio di volte il topos del “compagno nuovo” (prima Ambra, poi Sick) e naturalmente ci sono i personaggi extra come l’attivista della scuola (Silvio Matteo, accompagnato dalla sua spin doctor Tiana), e altri compagni che si pongono tipicamente nel ruolo di “osservatori” (Leo, Cristina, Pawl) commentando gli eventi a mo’ di coro greco.

Grazie al lavoro degli attori, i temi “importanti” che in POV passano con molta fluidità sono quelli del rapporto con gli altri mediato dai social pervasivi, della ricerca della propria identità (anche di genere, un tema che in RAI Ragazzi non credo sia mai stato trattato), del bullismo, della ludopatia, del body shaming, e di tutte quelle esperienze vecchie e nuove che rendono l’adolescenza un meraviglioso periodo di merda. Suona didascalico? Potete ricredevi subito. Il fatto che POV sia raccontato per più del 50% da riprese traballanti fatte coi cellulari dai ragazzi stessi è garanzia da un lato di sequenze ai limiti dell’imbarazzo (in certi episodi la locura alla Boris regna sovrana), ma dall’altro di un grado di sincerità difficilmente eguagliabile da parte di altri prodotti simili. L’uso dei social come meccanismo narrativo ma anche come tema centrale della trama fa passare anche agli spettatori più giovani un messaggio non banale che forse vale più di molti “corsi di responsabilizzazione” sull’uso di questi strumenti, evidenzia le conseguenze delle azioni a volte sbagliate che si fanno senza l’ipocrisia di pensare che i ragazzi non abbiano in continuazione il cellulare in mano.

Poi, chiaro, non è tutto oro quello che luccica. Verso gli episodi conclusivi, forse proprio a causa di questa “anarchia narrativa” che è la sua cifra stilistica, POV non riesce a tirare bene le fila di tutte le trame che ha messo in campo negli episodi precedenti: si capisce che alcune cose sono un po’ tirate via giusto per concludere e altre – giocabilissime come cliffhanger per una stagione successiva – sono sprecate in un montaggio che non lascia abbastanza tempo per metabolizzare le scelte di campo dei protagonisti.

Non so che dati di audience abbia POV: ovviamente nella mia bolla è una serie assolutamente sconosciuta, ma non ho dubbi che sia abbastanza vista nella fascia 12-15 anni. Basta sbirciare i profili Instagram di autori e attori per capire che una certa base di fan esiste. Gli auguro di aumentarla perché, insomma, POV è una serie teen che si fa guardare anche da un adulto, e questo dovrà pur valere qualcosa.

PARLIAMO DI CLUBHOUSE

Parliamo di Clubhouse? Ma certo, parliamone. Il nuovo social media (in realtà è in giro dal primo lockdown del 2020) è una curiosità, un oggetto strano. Per ora è un’app disponibile solo su iOS (su Android non si sa quando arriverà). Ha un’icona un po’ bizzarra e per nulla intuitiva, un nome che fa subito pensare a Mickey Mouse Clubhouse (lo so, deformazione da papà costretto a guardare le serie Disney) ma soprattutto funziona ad inviti. Cioè, se non c’è qualche anima buona che ti invita, non entri. Aspetti in coda all’ingresso.

E va bene, tutto è legittimo per creare l’hype: su Clubhouse, dalla fine del 2020 a oggi sono sbarcati i VIP, il popolo delle spunte blu, gli early adopter (ehi, ci sono anche io, anche se non mi sentirete spesso). Ho detto “sentirete”? Proprio così: Clubhouse è un social media basato esclusivamente sulla voce. Cioè, immaginatevi una di quelle belle riunioni (di lavoro o meno) su Teams, Zoom, Meet o Webex, ma senza la videocamera. Si sentono solo le voci delle persone. Fico, no? Vuol dire che posso partecipare a degli incontri su Clubhouse anche mentre sto facendo tutt’altro! Beh, sì. Ascoltare riunioni / conversazioni / panel su Clubhouse è un po’ come sentire la radio mentre si cucina, per dire.

Prima ancora di essere “ammesso” puoi scegliere uno username, poi se qualcuno ti invita puoi scegliere gli argomenti di tuo interesse, seguire i tuoi contatti e piombare a caso in chat di gruppo programmate da sconosciuti o magari dai tuoi amici. Nella timeline principale si vedono le conversazioni aperte, quelle programmate e si può – ovviamente – far partire una stanza pubblica o riservata per avviare una bella chiacchierata on line, o un panel, o una conferenza, o un delirio autoreferenziale interrotto dagli amici (si può alzare la mano e parlare come sulle app di videochat, anche se in qualunque stanza io sia entrato c’era sempre casino e gente che si parlava sopra come in un vecchio film di Woody Allen). Non si può commentare, non si può mettere “mi piace”: le notifiche servono solo a dirti che sta per cominciare una conversazione che ti potrebbe interessare, in base ai famosi temi che hai selezionato in partenza.

Se ne sentiva il bisogno? Non saprei dire. Nella timeline dei social media, dopo l’exploit di Snapchat nel 2011 e di TikTok nel 2017 non era più successo nulla di rilevante. Il mercato forse è troppo maturo, e per un decennio (fino al 2010) in cui ogni anno sono spuntate fuori una o più “sorprese” nel campo della comunicazione digitale, il decennio successivo non ha offerto molto su cui dibattere. Quindi, sì: Clubhouse è qualcosa di cui parlare. Ma è anche qualcosa attraverso cui parlare?

Faccio una riflessione: Clubhouse non poteva che nascere (e crescere: ci sono già investimenti per milioni di dollari e la base di utenti attivi ha raggiunto i 2 milioni) in tempi di pandemia. Tempi in cui per soddisfare il bisogno di socialità e confronto è stato necessario aumentare l’uso dei mezzi digitali. Su Clubhouse, quindi, la voce umana viene elevata a unico fattore di engagement (la parola che più piace a noi socialmediacosi). Bisogna stare in casa, molti lavori languono, è il momento buono per la formazione on line e quindi potenzialmente anche per i meeting o i cazzeggi su Clubhouse. Tanto più che nessuno noterà mai se sei in mutande.

Il punto è che Clubhouse ha due problemi, uno – come dire – intrinseco al mezzo e l’altro che sta diventando sempre più evidente man mano che gli utenti aumentano.
Il primo problema sta nel fatto che Clubhouse è necessariamente un medium sincrono (come il telefono, come le chat, come le live su Instagram, Twitch, YouTube o Facebook, come la radio o la televisione, come tutto ciò che ha un palinsesto da seguire). Questo, a mia opinione, è un punto a sfavore.

In due giorni su Clubhouse sono già stato invitato a una decina di riunioni, meeting, aperivoce (il neologismo è sempre in agguato), confronti su temi di lavoro, di piacere, di letteratura, di cinema. Ora, io capisco che siamo tutti creator e che in alcuni ambiti il lavoro langue. Ma io sinceramente non ho tempo e non ho modo di partecipare a questi incontri audio / chat in tempo reale così come non ho tempo e modo di seguire le live sui social, di guardare la televisione o di fare qualsiasi cosa che si svolga a un ora predefinita. Io guardo e ascolto tutto in differita. Di qualche ora quando va bene, di un paio di giorni quando va meno bene. Sono uno splendido cinquantenne il cui lavoro è casomai aumentato con la pandemia (lo stipendio no, ovviamente) che ha un bambino in casa da seguire e tutto ciò che faccio per me lo faccio dopo le 22. E attenzione: Clubhouse non permette di registrare le conversazioni avvenute in una stanza per un ascolto in differita. Per questo motivo, un social come Clubhouse mi lascia – se non indifferente – abbastanza scettico.

Il secondo problema sta cominciando poco a poco a emergere. Sì, va bene, su Clubhouse ci stanno le migliori menti delle generazioni più o meno giovani, puoi chiacchierare con Montemagno o con Camisani Calzolari, puoi infilarti in stanze in lingua inglese e sentire cosa dicono. Ma siamo sicuri che resteremo sempre così educati? Su Clubhouse ci sono stati fin da subito episodi di antisemitismo, razzismo, sessismo. A voce, ovviamente. Nulla viene archiviato su Clubhouse, ma è tranquillamente possibile registrare le conversazioni con applicazioni terze (l’equivalente dello screenshot). Dunque? Crediamo forse che i dementi nazisessisti che popolano gli altri social o che fanno zoombombing non arriveranno prestissimo anche qui? Arriveranno in massa, certo, e allora il problema della moderazione di Clubhouse esploderà, come sta esplodendo in tutti i social da un po’ di anni a questa parte e soprattutto negli ultimi due o tre mesi (peccato che Trump non si era iscritto anche qua, sarebbe stato interessante).

E va bene che sei un social nuovo e scintillante, ma proprio perché sei nato nel 2020 e hai determinate caratteristiche, semplicemente non puoi permetterti di non essere adamantino sulla moderazione delle conversazioni. Fin dall’inizio, lo abbiamo detto, Clubhouse ha avuto quest’aura elitaria per cui ci trovi sopra il rapper di tendenza, l’attore indie, e puoi starli a sentire mentre parlano – magari di argomenti controversi, e magari presentando un punto di vista controverso. Possiamo fare i campioni della libertà di espressione quanto vogliamo, ma siamo sicuri che i termini di servizio di Clubhouse siano meglio strutturati di quelli di Facebook o Twitter? Siamo sicuri che sia semplice ed efficace bloccare un certo tipo di contenuti (audio in questo caso)? O non sarà tutto lasciato alla discrezione dei moderatori di stanza? Ad oggi, nonostante abbia cercato in diversi anfratti dell’app, non esiste alcun documento con i Terms of Service (edit: hanno fatto un post sul loro blog, mah).

Cosa succederà nell’immediato futuro? Probabilmente Clubhouse permetterà ai creator più attivi di monetizzare il loro lavoro tramite abbonamenti a pagamento (modello Twitch, Patreon, etc). Ma attenzione a Twitter, che sta muovendo anche lui i primi passi nemmeno troppo incerti nel magico mondo della creator economy, con l’acquisto di Revue (piattaforma per newsletter tipo Substack) e il prossimo lancio di Spaces, un ambiente di chat vocale proprio come Clubhouse, ma distribuito ad una mole di utenti certamente più ampia e varia e – almeno a parole – con qualche funzionalità in più.

Quantomeno, possiamo dire che Clubhouse si sta candidando a diventare la casa delle più colossali figure di merda del 2021 – perché è inevitabile che ci saranno scandali e “intercettazioni”.

È la natura umana, e probabilmente Clubhouse non ci può fare proprio nulla.