POV I PRIMI ANNI: UN ESPERIMENTO RIUSCITO?

Facciamo come in quelle recensioni dove si parte dalla fine per poi tornare all’inizio: diciamolo subito, quindi. POV I primi anni, la serie Rai Ragazzi che è iniziata e finita in questo mese di febbraio 2021, è tutto sommato un sì.  Ma devo darvi un minimo di contesto, perché né io, né voi (probabilmente) siamo in target per questa serie TV abbastanza particolare.

POV I primi anni (attenzione a scrivere correttamente tutto il titolo, perché googlando solo POV si potrebbe incorrere in spiacevoli accostamenti a carattere pornografico) è una serie teen che racconta la vita quotidiana di una classe di ragazzi al primo anno del fittizio Liceo Machiavelli di Torino. Fino qui tutto normale. È una serie corale, nel senso che facilmente possiamo contare venti protagonisti le cui storie si intrecciano o procedono parallele (e qui per uno spettatore agé come me scatta subito la voglia di infografica, per capire chi sta con chi, chi vorrebbe stare con chi, chi è parente di chi, un po’ come in Dark o Game of Thrones). L’ambientazione, assolutamente inedita, è quella torinese dell’International Training Centre dell’ILO, sulle rive del Po, dove i giovani protagonisti, i quattro attori adulti (personale scolastico) e la crew sono stati rinchiusi per un mese nell’estate del 2020 a girare come dei forsennati.

La particolarità di POV (d’ora in poi abbrevio, perdonatemi) però sta nell’approccio rivoluzionario alla produzione, alla sceneggiatura, alla regia e al montaggio della serie. Vado a spiegare perché.

Intitolare la serie “POV” fa emergere fin da subito la dichiarazione di intenti comunicativa: la moltiplicazione dei punti di vista. Oltre ad essere una serie corale, POV è una serie dove la narrazione lineare “onnisciente” è frammentata dai punti di vista dei vari protagonisti che si confessano con video selfie su Instagram o riprendendo i compagni di nascosto magari contraddicendo o semplicemente integrando il flusso della narrazione principale. Questa cosa ovviamente non è una peculiarità solo di POV: è una tecnica narrativa consolidata, ma non è così comune trovarla in un prodotto rivolto ai ragazzi. Non è calcata in modo evidente nemmeno in Brugklas, il format originale olandese cui la produzione si è ispirata.

POV prende molto anche dal linguaggio del reality televisivo, fin dalla premessa produttiva: un “gruppo classe” di ragazzi chiusi in un contesto per un mese, senza contatti con l’esterno, a girare la serie. Ma mentre il reality show finge la verità davanti alle telecamere e in realtà ha degli autori, ed è molto “scritto”, in POV il cosiddetto soft scripting (una sceneggiatura light che lascia molto spazio all’improvvisazione degli attori esordienti) è dichiarato fin dall’inizio. Siamo di fronte ad un prodotto di fiction e lo sappiamo, ma risulta “più reale” di un reality. Tra l’altro questo gimmick del gruppo di ragazzi chiuso con la crew nella location unica può anche essere stata una scelta dettata dal Covid: in effetti nei titoli di coda esce sempre la figura di un responsabile Covid, il credit a un service di tamponi e sierologici, un disclaimer sul fatto che i ragazzi non indossano mascherine (e infatti credo che la sfida della seconda stagione starà anche nel declinare le esperienze dei ragazzi con la pandemia, la DAD e tutti i problemi quotidiani di quest’anno).

RAI ha avuto una buona intuizione – e un notevole coraggio – a uscire con POV, il cui confronto immediato è proprio quello con produzioni come Il Collegio (reality Rai), JAMS (un’altra serie Rai Ragazzi molto basata sull’improvvisazione degli adolescenti protagonisti) o SKAM Italia (la serie TimVision/Netflix dai valori produttivi evidentemente più alti ma abbastanza in linea come tematiche). Le differenze però sono interessanti.

SKAM Italia tratta tematiche adolescenziali (che però su SKAM stanno su una fascia di età leggermente più alta), presenta un cast corale (ma più ristretto e focalizzato a ogni stagione su una sola coppia di protagonisti) e usa i linguaggi dei social, l’abbinamento con un canale Instagram etc (l’uso dei social di SKAM però sta più nelle interfacce di Whatsapp, Instagram o Facebook che appaiono a schermo). Rispetto a SKAM, POV è più fluida, meno focalizzata, magari disorienta, ma le storie si dipanano poco a poco. Il reality Il Collegio è – appunto – un reality: le prime puntate di POV puntano vagamente in quella direzione, ma poi emerge chiaramente il carattere di fiction, come dicevo sopra. Inoltre, è chiaro che la tematica social non può entrare in un reality che si basa appunto sull’inserimento di adolescenti di oggi in un contesto scolastico “old skool”. JAMS è la serie più vicina a POV (entrambe di Rai Ragazzi, anche se con due produzioni diverse, Showlab per POV e Stand by Me per JAMS) o meglio: sta a metà tra POV e SKAM. In questo caso il target è la scuola media, i protagonisti sono pochi, come in SKAM, le tematiche trattate sono anche drammatiche (molestie, abusi, bullismo e cyberbullismo), la recitazione è spesso improvvisata ma le redini della narrazione sono saldamente tenute dal regista.

Invece Davide Tosco (il regista di POV, coadiuvato dagli autori Francesco Bigi, Nicola Conversa ed Erica Gallesi) compie questo atto rivoluzionario di lasciare i mezzi di produzione in mano ai ragazzi protagonisti. Tutto in POV concorre alla fruizione veloce, al consumo diretto agli adolescenti, magari direttamente su smartphone (io ad esempio l’ho guardata tutta così, direttamente su RaiPlay, dove correttamente hanno deciso di uscire con 10 episodi a settimana per i binge watchers come me). La durata degli episodi è di 12 minuti – l’ideale per raccontare piccole storie di vita scolastica che accumulandosi fanno conoscere i personaggi: a poco a poco si scoprono le cose, senza affaticare l’attenzione e scaricare troppo la batteria. Il prodotto adolescenziale perfetto: non a caso 12 minuti è la durata tipo, ad esempio, anche delle più note serie animate di Cartoon Network, che il pubblico di POV probabilmente guardava fino a poco tempo prima. Non si può non levarsi il cappello di fronte al montatore (o meglio, spero una squadra di montatori) che ha dovuto elaborare fonti diverse, ciak ripetuti, improvvisati, improvvisi e a volte inspiegabili dettagli di insetti o fogliame (Davide Tosco evidentemente ama molto Lynch e Malick), nonché tutti i video verticali, orizzontali o semplicemente storti forniti dai cellulari dei ragazzi.

POV ha attori esordienti quasi tutti torinesi molto naturali (chi più chi meno, ma si vede molto il miglioramento dagli episodi più vecchi ai più nuovi, sarebbe interessante capire se la serie è stata girata in sequenza). I personaggi di POV rispecchiano molto chiaramente i classici “tipi” che tutti noi abbiamo incontrato al liceo. C’è il bel tenebroso (Benji), il bravo ragazzo tormentato (Manu), entrambi innamorati della classica acqua cheta della classe (Beatrice). Questa ovviamente è solo la linea narrativa principale. Attorno ad essa si sviluppano le altre trame con i contrasti tra gruppi di amiche (Francesca, Letizia, Anna, Selene), improbabili amicizie tra adorabili sfigati (Zack, Giro, Emma) o tra aspiranti influencer social (Katia, Rami). Nel giro di 52 episodi viene usato almeno un paio di volte il topos del “compagno nuovo” (prima Ambra, poi Sick) e naturalmente ci sono i personaggi extra come l’attivista della scuola (Silvio Matteo, accompagnato dalla sua spin doctor Tiana), e altri compagni che si pongono tipicamente nel ruolo di “osservatori” (Leo, Cristina, Pawl) commentando gli eventi a mo’ di coro greco.

Grazie al lavoro degli attori, i temi “importanti” che in POV passano con molta fluidità sono quelli del rapporto con gli altri mediato dai social pervasivi, della ricerca della propria identità (anche di genere, un tema che in RAI Ragazzi non credo sia mai stato trattato), del bullismo, della ludopatia, del body shaming, e di tutte quelle esperienze vecchie e nuove che rendono l’adolescenza un meraviglioso periodo di merda. Suona didascalico? Potete ricredevi subito. Il fatto che POV sia raccontato per più del 50% da riprese traballanti fatte coi cellulari dai ragazzi stessi è garanzia da un lato di sequenze ai limiti dell’imbarazzo (in certi episodi la locura alla Boris regna sovrana), ma dall’altro di un grado di sincerità difficilmente eguagliabile da parte di altri prodotti simili. L’uso dei social come meccanismo narrativo ma anche come tema centrale della trama fa passare anche agli spettatori più giovani un messaggio non banale che forse vale più di molti “corsi di responsabilizzazione” sull’uso di questi strumenti, evidenzia le conseguenze delle azioni a volte sbagliate che si fanno senza l’ipocrisia di pensare che i ragazzi non abbiano in continuazione il cellulare in mano.

Poi, chiaro, non è tutto oro quello che luccica. Verso gli episodi conclusivi, forse proprio a causa di questa “anarchia narrativa” che è la sua cifra stilistica, POV non riesce a tirare bene le fila di tutte le trame che ha messo in campo negli episodi precedenti: si capisce che alcune cose sono un po’ tirate via giusto per concludere e altre – giocabilissime come cliffhanger per una stagione successiva – sono sprecate in un montaggio che non lascia abbastanza tempo per metabolizzare le scelte di campo dei protagonisti.

Non so che dati di audience abbia POV: ovviamente nella mia bolla è una serie assolutamente sconosciuta, ma non ho dubbi che sia abbastanza vista nella fascia 12-15 anni. Basta sbirciare i profili Instagram di autori e attori per capire che una certa base di fan esiste. Gli auguro di aumentarla perché, insomma, POV è una serie teen che si fa guardare anche da un adulto, e questo dovrà pur valere qualcosa.

PARLIAMO DI CLUBHOUSE

Parliamo di Clubhouse? Ma certo, parliamone. Il nuovo social media (in realtà è in giro dal primo lockdown del 2020) è una curiosità, un oggetto strano. Per ora è un’app disponibile solo su iOS (su Android non si sa quando arriverà). Ha un’icona un po’ bizzarra e per nulla intuitiva, un nome che fa subito pensare a Mickey Mouse Clubhouse (lo so, deformazione da papà costretto a guardare le serie Disney) ma soprattutto funziona ad inviti. Cioè, se non c’è qualche anima buona che ti invita, non entri. Aspetti in coda all’ingresso.

E va bene, tutto è legittimo per creare l’hype: su Clubhouse, dalla fine del 2020 a oggi sono sbarcati i VIP, il popolo delle spunte blu, gli early adopter (ehi, ci sono anche io, anche se non mi sentirete spesso). Ho detto “sentirete”? Proprio così: Clubhouse è un social media basato esclusivamente sulla voce. Cioè, immaginatevi una di quelle belle riunioni (di lavoro o meno) su Teams, Zoom, Meet o Webex, ma senza la videocamera. Si sentono solo le voci delle persone. Fico, no? Vuol dire che posso partecipare a degli incontri su Clubhouse anche mentre sto facendo tutt’altro! Beh, sì. Ascoltare riunioni / conversazioni / panel su Clubhouse è un po’ come sentire la radio mentre si cucina, per dire.

Prima ancora di essere “ammesso” puoi scegliere uno username, poi se qualcuno ti invita puoi scegliere gli argomenti di tuo interesse, seguire i tuoi contatti e piombare a caso in chat di gruppo programmate da sconosciuti o magari dai tuoi amici. Nella timeline principale si vedono le conversazioni aperte, quelle programmate e si può – ovviamente – far partire una stanza pubblica o riservata per avviare una bella chiacchierata on line, o un panel, o una conferenza, o un delirio autoreferenziale interrotto dagli amici (si può alzare la mano e parlare come sulle app di videochat, anche se in qualunque stanza io sia entrato c’era sempre casino e gente che si parlava sopra come in un vecchio film di Woody Allen). Non si può commentare, non si può mettere “mi piace”: le notifiche servono solo a dirti che sta per cominciare una conversazione che ti potrebbe interessare, in base ai famosi temi che hai selezionato in partenza.

Se ne sentiva il bisogno? Non saprei dire. Nella timeline dei social media, dopo l’exploit di Snapchat nel 2011 e di TikTok nel 2017 non era più successo nulla di rilevante. Il mercato forse è troppo maturo, e per un decennio (fino al 2010) in cui ogni anno sono spuntate fuori una o più “sorprese” nel campo della comunicazione digitale, il decennio successivo non ha offerto molto su cui dibattere. Quindi, sì: Clubhouse è qualcosa di cui parlare. Ma è anche qualcosa attraverso cui parlare?

Faccio una riflessione: Clubhouse non poteva che nascere (e crescere: ci sono già investimenti per milioni di dollari e la base di utenti attivi ha raggiunto i 2 milioni) in tempi di pandemia. Tempi in cui per soddisfare il bisogno di socialità e confronto è stato necessario aumentare l’uso dei mezzi digitali. Su Clubhouse, quindi, la voce umana viene elevata a unico fattore di engagement (la parola che più piace a noi socialmediacosi). Bisogna stare in casa, molti lavori languono, è il momento buono per la formazione on line e quindi potenzialmente anche per i meeting o i cazzeggi su Clubhouse. Tanto più che nessuno noterà mai se sei in mutande.

Il punto è che Clubhouse ha due problemi, uno – come dire – intrinseco al mezzo e l’altro che sta diventando sempre più evidente man mano che gli utenti aumentano.
Il primo problema sta nel fatto che Clubhouse è necessariamente un medium sincrono (come il telefono, come le chat, come le live su Instagram, Twitch, YouTube o Facebook, come la radio o la televisione, come tutto ciò che ha un palinsesto da seguire). Questo, a mia opinione, è un punto a sfavore.

In due giorni su Clubhouse sono già stato invitato a una decina di riunioni, meeting, aperivoce (il neologismo è sempre in agguato), confronti su temi di lavoro, di piacere, di letteratura, di cinema. Ora, io capisco che siamo tutti creator e che in alcuni ambiti il lavoro langue. Ma io sinceramente non ho tempo e non ho modo di partecipare a questi incontri audio / chat in tempo reale così come non ho tempo e modo di seguire le live sui social, di guardare la televisione o di fare qualsiasi cosa che si svolga a un ora predefinita. Io guardo e ascolto tutto in differita. Di qualche ora quando va bene, di un paio di giorni quando va meno bene. Sono uno splendido cinquantenne il cui lavoro è casomai aumentato con la pandemia (lo stipendio no, ovviamente) che ha un bambino in casa da seguire e tutto ciò che faccio per me lo faccio dopo le 22. E attenzione: Clubhouse non permette di registrare le conversazioni avvenute in una stanza per un ascolto in differita. Per questo motivo, un social come Clubhouse mi lascia – se non indifferente – abbastanza scettico.

Il secondo problema sta cominciando poco a poco a emergere. Sì, va bene, su Clubhouse ci stanno le migliori menti delle generazioni più o meno giovani, puoi chiacchierare con Montemagno o con Camisani Calzolari, puoi infilarti in stanze in lingua inglese e sentire cosa dicono. Ma siamo sicuri che resteremo sempre così educati? Su Clubhouse ci sono stati fin da subito episodi di antisemitismo, razzismo, sessismo. A voce, ovviamente. Nulla viene archiviato su Clubhouse, ma è tranquillamente possibile registrare le conversazioni con applicazioni terze (l’equivalente dello screenshot). Dunque? Crediamo forse che i dementi nazisessisti che popolano gli altri social o che fanno zoombombing non arriveranno prestissimo anche qui? Arriveranno in massa, certo, e allora il problema della moderazione di Clubhouse esploderà, come sta esplodendo in tutti i social da un po’ di anni a questa parte e soprattutto negli ultimi due o tre mesi (peccato che Trump non si era iscritto anche qua, sarebbe stato interessante).

E va bene che sei un social nuovo e scintillante, ma proprio perché sei nato nel 2020 e hai determinate caratteristiche, semplicemente non puoi permetterti di non essere adamantino sulla moderazione delle conversazioni. Fin dall’inizio, lo abbiamo detto, Clubhouse ha avuto quest’aura elitaria per cui ci trovi sopra il rapper di tendenza, l’attore indie, e puoi starli a sentire mentre parlano – magari di argomenti controversi, e magari presentando un punto di vista controverso. Possiamo fare i campioni della libertà di espressione quanto vogliamo, ma siamo sicuri che i termini di servizio di Clubhouse siano meglio strutturati di quelli di Facebook o Twitter? Siamo sicuri che sia semplice ed efficace bloccare un certo tipo di contenuti (audio in questo caso)? O non sarà tutto lasciato alla discrezione dei moderatori di stanza? Ad oggi, nonostante abbia cercato in diversi anfratti dell’app, non esiste alcun documento con i Terms of Service (edit: hanno fatto un post sul loro blog, mah).

Cosa succederà nell’immediato futuro? Probabilmente Clubhouse permetterà ai creator più attivi di monetizzare il loro lavoro tramite abbonamenti a pagamento (modello Twitch, Patreon, etc). Ma attenzione a Twitter, che sta muovendo anche lui i primi passi nemmeno troppo incerti nel magico mondo della creator economy, con l’acquisto di Revue (piattaforma per newsletter tipo Substack) e il prossimo lancio di Spaces, un ambiente di chat vocale proprio come Clubhouse, ma distribuito ad una mole di utenti certamente più ampia e varia e – almeno a parole – con qualche funzionalità in più.

Quantomeno, possiamo dire che Clubhouse si sta candidando a diventare la casa delle più colossali figure di merda del 2021 – perché è inevitabile che ci saranno scandali e “intercettazioni”.

È la natura umana, e probabilmente Clubhouse non ci può fare proprio nulla.

ANIMAZIONE DURANTE LE FESTE

Ecco tutte le #recensioniflash di dicembre, contraddistinte da un abnorme consumo di film di animazione un po’ perché con un bimbo in casa è inevitabile, un po’ perché sì, l’animazione è da sempre il mio genere preferito oltre all’horror e al musical – i tre generi che più di ogni altro si staccano completamente dalle leggi della fisica, della logica e della natura. La realtà è sopravvalutata, noi vogliamo solo la fantasia. Ma comunque ci sono almeno due film artsy in bianco e nero che fanno parte del listone di fine anno in altissime posizioni tra i film migliori del 2020.

CALAMITY (Rémy Chayé, 2020)

A Torino è di nuovo tempo di Festival. Dopo il TFF (tanti anni fa noto come “Cinema Giovani”) arriva il SottoDiciotto Film Festival (sempre su MyMovies in streaming, ma gratis, ripeto GRATIS). Questo è il vero festival dei giovanissimi, e infatti è popolato da corti realizzati da studenti di scuole medie e superiori, film d’animazione e film per famiglie. Io e la Creatura inauguriamo stasera con Calamity – Une enfance de Martha Jane Cannary, già vincitore del miglior film ad Annecy a giugno, dove però avevo visto solo un estratto di pochi minuti e un corposo backstage (i produttori, che teneri, pensavano di farlo uscire in sala di lì a poco). Calamity è un film bellissimo e “rinfrescante”, quanto può esserlo un lungometraggio di animazione che non è né Disney/Pixar/Dreamworks, né un anime. La tecnica, la grafica, le linee, il disegno, i colori, l’animazione stessa, sono qualcosa di inedito per chi è abituato all’animazione mainstream. In tutto ciò Calamity è comunque un film di animazione tradizionale che però racconta una storia potente, quella di Calamity Jane. O meglio di una bambina che da grande diventerà Calamity Jane. Siamo nel 1863 e il convoglio di carri di cui fa parte la famiglia Cannary è diretto in Oregon. Il set è quello del western più classico, la colonna sonora (bellissima, peraltro, un folk bluegrass orchestrale che fa pensare a tratti a Morricone) accompagna immagini di praterie, cavalli, bufali, canyon, fiumi in piena, accampamenti. In tutto ciò si muove Martha Jane, una bambina che – a causa di una serie di “incidenti” familiari – prende gusto ad imparare le cose “da maschi”: Mette i pantaloni, cavalca, impara a usare il lazo e a guidare il carro, rendendosi sempre più invisa a tutta la comunità che sembra uscita da The Handmaid’s Tale, ma ehi, siamo nel 1863. Martha Jane per fare la lotta con un ragazzo si taglia i capelli corti (per non farsi afferrare dalla chioma) e poi per una serie di equivoci viene accusata di furto e scappa per rincorrere quello che crede essere il vero ladro. In quattro mesi da sola incontra amici, nemici, mentori e impara a cavarsela da sola e ad autoaffermarsi travestendosi via via da garzone, minatore, ragazza “bene”, soldato, e facendo confondere, incazzare e anche innamorare quelli che incrociano la sua strada. Alla fine diventa una leader accettata da tutta la comunità (la stessa comunità che all’inizio del film la schifava in quanto femmina). Nota folkloristica: il film non è doppiato perciò è in francese coi sottotitoli. Abbiamo ormai fatto un piccolo passo avanti, nel senso che i sottotitoli brevi la Creatura li legge al volo, per quelli lunghi pretende ancora lo chuchotage paterno che gli fa la traduzione simultanea nell’orecchio. Adesso quindi ha imparato “Tête de bouse” (testa di cacca) ed è rimasto deliziato dal fatto che i pionieri raccoglievano appunto le bouses dai campi per usarle come combustibile nei falò notturni. Recuperatelo che vale la pena. #recensioniflash #sottodiciotto

SWEET THING (Alexandre Rockwell, 2020)

Il Sottodiciotto prosegue con due film per me inediti di Alexander Rockwell. Sì, volevo vedere Mank su Netflix, ma il problema dei film festival on line è che ti tengono su i film per una finestra di ore molto ristretta, quindi. E poi io di Alexander Rockwell conoscevo solo In The Soup e l’episodio di Four Rooms (quello che tutti si ricordano di Tarantino e Rodriguez ma c’erano anche Rockwell e Sanders). Comunque. Una folgorazione. Lo so che lo dico spesso, ma è così, fatevene una ragione. Ieri c’erano disponibili Little Feet del 2013 e Sweet Thing di quest’anno, il suo ultimo film. Bisogna parlarne insieme perché in un certo senso sono l’uno il seguito dell’altro. Ma bisogna partire dall’inzio. Rockwell è un regista indipendente di quelli puri, cinefili, che vogliono girare in pellicola e che sono alle prese con una cronica mancanza di mone. Entrambi i film li ha finanziati con Kickstarter, per dire. Beh l’ultimo è prodotto anche dalla ex moglie, Jennifer Beals, e da Sam Rockwell, che non è parente ma amico… Vabbè, divago. Little Feet del 2013 è un piccolo (64 minuti) film che Rockwell ha deciso di fare in completa autonomia dopo un ultimo tentativo di “film commerciale” del quale non era rimasto soddisfatto. Tutto in famiglia: lui regista, la figlia Lana (all’epoca 10 anni) sceneggiatrice e protagonista, il figlio Nico (all’epoca 4 anni) coprotagonista. È la storia di due bambini orfani di madre e con il padre (sempre Rockwell) che lavora tantissimo per mantenerli e non si vede quasi mai. I bambini hanno due pesci rossi, quando uno di questi muore decidono di portare l’altro nel fiume e poi al mare “per fargli conoscere tanti amici e non farlo stare depresso”. Vengono aiutati da un vicino di casa messicano e organizzano un viaggio on the road tra Echo Park e Venice Beach un po’ a piedi, un po’ in bus, con una colonna sonora meravigliosa e un bianco e nero che urla “cinema indie anni ’80 ’90” da ogni inquadratura (infatti ogni volta che nel film compaiono cose di oggi come cellulari, codici QR o cose così fanno un effetto straniante). Sette anni dopo e con qualche soldo in più, Rockwell torna con Sweet Thing, un pratica un sequel/reboot/remake un po’ più gonfiato e un po’ più drammatizzato della stessa storia. Capolavoro. Lana adesso ha 17 anni e Nico 11, vedere gli attori (bravissimi) ora cresciuti fa un po’ l’effetto Boyhood e un po’ l’effetto Antoine Doinel (e non è un mistero che Rockwell si ispiri moltissimo a Truffaut e che abbia una certa ossessione anche per Jean Vigo). Si tratta sempre dell’epopea di due fratelli con padre anziano e in qualche modo incapacitato e mamma assente (stavolta perché ha lasciato la famiglia e si è messa con un buzzurro, e l’attrice è la vera madre dei ragazzi nonché moglie attuale di Rockwell). Quando il padre va in rehab, Lana (che qui si chiama Billie in omaggio a Billie Holiday che appare in qualche scena da sogno) e Nico devono stare dalla madre, ma il nuovo compagno della madre è veramente poco raccomandabile. Tematiche pesantissime affrontate con la leggerezza e la resilienza dei bambini, che – anche qui – con l’aiuto di un vicino di casa (uno strepitoso Jabari Watkins) riusciranno a fuggire e tornare infine dal padre dopo molte disavventure. Al sottodiciotto Rockwell presentava i suoi film parlando soprattutto del suo amore per Buster Keaton. Diciamo che si vede tutto. Recuperateli in ogni modo possibile. #recensioniflash

WOLFWALKERS (Tomm Moore, 2020)

Buongiorno, sono Pietro e sono qui per parlarvi del miglior film di animazione del 2020, uscito solo da pochi giorni e disponibile su AppleTV o se no <cough>su YTS<cough>. Si tratta di WolfWalkers, di Tomm Moore (acclamato regista di The Secret of Kells e The Song of the Sea). Avrete già capito che si tratta di Irlanda, si tratta di leggende tradizionali e si tratta di animazione tradizionale 2D dai tratti spigolosi simili a una xilografia e dalle linee di contorno sfumate, mobili ed espressive. Ma WolfWalkers è ancora più bello dei film precedenti. Forte di una palette di colori autunnale coerente per tutto il film e di una musica che come sempre è manna dal cielo per gli amanti dell’Irlanda, il film – basato sulla leggenda delle “donne che corrono con i lupi” – affronta temi importanti e profondi, al tempo stesso accompagnandoci in un viaggio ipercinetico e sinestetico tra suoni, vibrazioni, odori, lampi di luce e di buio. Siamo nel 1630: Robyn è figlia di un cacciatore, Maebh è figlia di una wolfwalker. Dovrebbero essere naturalmente nemiche, ma diventeranno inseparabili. A causa di un morso di Maebh anche Robyn assume la capacità di mutare in lupo durante il sonno, e scopre la tremenda trama del Lord Protector di Kilkenny: a maggior gloria del Signore, egli vuole abbattere tutta la foresta (e con essa la tana dei lupi) e trasformare le terre in campi coltivati. A tal scopo ha catturato la madre di Maebh e vuole sterminare tutti i lupi. Lord Protector è un cattivo della misura di Frollo nel Gobbo di Notre Dame, per capirci, e il padre di Robyn, che non capisce tutte queste storie di wolfwalker e bambine lupo serve il suo padrone ciecamente, chiedendo anche alla figlia di sottomettersi. Alla fine sarà lui stesso a ribellarsi all’ordine costituito, ma non diciamo come. WolfWalkers fa pensare come atmosfera un po’ al sottovalutato classico Disney Red e Toby, un po’ a Wolf Children di Mamoru Hosoda, è una gioia assoluta per gli occhi e per le orecchie ed è un film perfetto da vedere in compagnia di grandi e piccini. Non perdetelo, ché magari esce anche in sala (si spera). #recensioniflash

MANK (David Fincher, 2020)

E alla fine ho visto anche Mank, il nuovo film di David Fincher su Netflix, che poi tanto nuovo non è se pensiamo che Fincher senior scrisse questa sceneggiatura negli anni ’90 ed è dal 1997 che il figlio David tenta di portarla in sala. Ora, fughiamo subito un dubbio: Mank è bellissimo, uno dei film migliori visti quest’anno. Ma Mank è anche un film estremamente impegnativo che richiede – a mio avviso, poi confutatemi pure – una certa preparazione sia sulla storia del cinema come arte che sulla storia del cinema come industria con un suo impatto politico e sociale. Non guasta anche essere un tantino versati in storia americana in generale. Perché dico questo? Non voglio intimorire il potenziale spettatore, ma affrontare un film di più di due ore che si immerge completamente nell’estetica anni ’30-’40 che è l’oggetto del suo racconto, presentato in un bianco e nero a range dinamico altissimo, con un sonoro adattato agli standard dell’epoca e magari non capire una mazza di quello che viene raccontato e di chi è chi può essere un problema. Io stesso pensavo di rivederlo almeno un’altra volta per capire meglio. Non tanto per la storia di Quarto potere (la principale linea narrativa di Mank è quella di Herman Mankiewicz che nel 1940 scrive il suo capolavoro, la sceneggiatura di Citizen Kane di Orson Welles), quanto per la questione degli anni ’30 in cui Mankiewicz lavorava come sceneggiatore per Louis B. Mayer, Irving Thalberg e una serie di personaggi famosi dell’epoca, per il suo rapporto di amore/odio con William Randolph Hearst, che sarà la base del personaggio di Charles Foster Kane in Quarto potere, per le sfumature politiche relative alle elezioni californiane del 1934 e di come il cinema abbia coscientemente interferito con esse. A un “profano”, Mank sembrerà un film diretto magistralmente, con grandi prove d’attore, ma un po’ freddo e respingente. Lo spettatore “informato” lo troverà un labirinto di rimandi incrociati e – comunque – un perfetto ingranaggio che come in un rapporto della parte con il tutto rappresenta la “macchina cinema” nel suo complesso. Ah, e poi c’è anche la spiegazione più bella di cosa potrebbe voler dire “Rosebud” nel film di Welles. #recensioniflash

SOUL (Pete Docter, 2020)

OK, quindi: Soul di Pete Docter, su Disney+.
Pete Docter è un po’ il Frank Capra della Pixar, e Soul in un certo senso è il perfetto film di Natale nella misura in cui lo è anche La vita è meravigliosa (rivisitazione della vita dal punto di vista di un anima fuori dal corpo). Un risultato per molti versi eccezionale che mette in mano al regista di Up e Inside Out il film più ambizioso finora realizzato da Pixar (non riesco a immaginare il pitch per questo film, della serie “è la storia di un musicista jazz sfigato di mezza età che cade in un tombino e finisce in una dimensione parallela”… vabbè). Allora, leviamoci subito la trama: Joe Gardner (Jamie Foxx) è il musicista di cui accennavo. La sua vita è dipinta come tendenzialmente scialba finché non ha l’occasione di suonare live con una sassofonista di prima categoria. Joe è talmente eccitato e distratto che cade in un tombino, muore e finisce su una “scala per l’aldilà” (decisamente simile a quella di Scala al Paradiso di Powell e Pressburger, il che fa capire che i riferimenti di Docter sono sottilmente e fottutamente cinefili). Joe però non ci sta, vuole tornare a vivere per suonare il suo grande concerto e così si ritrova per caso in una sorta di limbo in cui stanno le anime novelle che ancora devono formarsi una personalità, viene accoppiato a 22 (Tina Fey, un’anima che non ha alcun interesse a vivere sulla terra in forma umana) e da lì si sviluppano le disavventure incrociate dei due, tra una classica dinamica da buddy movie e una serie di gag che – dal punto di vista puramente comico e di animazione – elevano Soul a livello dei migliori Pixar (penso ad esempio a Ratatouille).
Soul è ovviamente cerchiobottista come tutti i film Pixar, nel senso che per contratto deve essere accattivante per bambini e adulti. Solo che stavolta si spinge molto di più sul lato adulto, con la messa in scena di un METAFORONE™️ che a volte risulta un po’ farraginoso. Ma, come in Tenet, non dobbiamo concentrarci sui dettagli, solo andare con il flow. E che flow. Il film è in molti punti un’improvvisazione jazz, la colonna sonora è di tutto rispetto (scommetto che non vedremo mai più Trent Reznor e Atticus Ross comparire nei titoli di coda di un film Pixar) e per la parte jazz dietro ci sono personaggi del calibro di Herbie Hancock. Solo per dire. Il problema – se di problema vogliamo proprio parlare – è che Soul sembra tre mediometraggi (con stili e obiettivi diversi) compressi in un film unico, e a tratti la magia non riesce. C’è il film “adulto” sulla vita di Joe a New York, con il piglio di una commedia anni ’80-’90 di quelle con Eddie Murphy (parolacce escluse). C’è il film onirico con le anime dell’antemondo e i guardiani bidimensionali e picassiani, tutto fuzzy e coloratissimo, con incursioni nella psichedelia beatlesiana (tutte le parti con il veliero delle anime “in trance”). E c’è il buddy movie di Joe e 22 che tornano sulla terra in un modo che non sveliamo, ma che porta alle gag migliori del film e che secondo me alla fine è quello che funziona meglio. Insomma, per me Soul soddisfa, stupisce e incanta, ma ogni tanto (solo ogni tanto) ti chiedi se abbia veramente un’anima. Ah poi vabbè c’è il MESSAGGIO™️ che la vita non deve avere uno scopo, deve solo essere vissuta. Perfetto, ma tanto i bambini se ne fottono, e io magari mi leggo Yogananda invece di sentirlo da Pete Docter. #recensioniflash

TROLLS WORLD TOUR (Walt Dohrn e David P. Smith, 2020)

Perdonatemi, sono le feste, siamo in zona rossa, ho dovuto vedere Trolls World Tour che nel primo lockdown ero riuscito ad evitare nonostante come Mulan e come Tenet fosse uno dei film chiave per capire il futuro del cinema (LOL). Comunque sia.
Se vi ha fatto cagare Trolls vi farà cagarissimo Trolls World Tour. Se invece il film originale per voi aveva un suo perché (e in effetti è il film più gaio della storia del cinema di animazione), forse troverete qualcosa di interessante (almeno visivamente) in Trolls World Tour. La regina Poppy e il suo potenziale fidanzato costantemente friendzonato Branch scoprono che il loro regno è solo UNO dei tantissimi regni di troll che confinano con loro. Loro sono i Pop Trolls ma (tenetevi forte) ci sono anche i Techno Trolls, gli Hard Rock Trolls, i Country Trolls, i Funk Trolls, i Classical Trolls, gli Smooth Jazz Trolls, gli Yodel Trolls, i K-Pop Trolls e ovviamente i Reggaeton Trolls. Non capisco perché non ci fossero i Cool Jazz Trolls ma va beh. Comunque ogni tribù ha la sua musica e odia quella degli altri, la regina Barb degli Hard Rock Trolls vuole conquistare tutti i regni in gran stile Mad Max Fury Road mentre Poppy ovviamente vuole unire tutti in un abbraccio universale di arcobaleni e gayezza. Indovinate chi vince. Semplice semplice, molto colorato, Trolls World Tour è pieno di musica e di strizzate d’occhio (la regina dei Country è Kelly Clarkson, il re dei Funk è George Clinton) e di cagate allucinanti (l’Hip Hop è visto “semplicemente” come una sottobranca del Funk che va bene ma… boh. L’unica cosa è che il ruolo di cattivi del film io l’avrei dato ai Reggaeton Trolls, perché è la loro la musica che sta contagiando ogni genere e rompendo il cazzo a livello globale. Detto ciò, auguri. #recensioniflash