IL BLUES DELLA MATERNA

IL BLUES DELLA MATERNACome siamo arrivati a questo punto? Non lo so. I mesi passano: la Creatura, che già sei mesi fa correva con le forbici in mano, oggi parla correttamente tre lingue (italiano, inglese e hindi), si incazza se il suo hamburger non è a cottura media, sceglie con estrema concentrazione i video da guardare su YouTube (per l’appunto, in italiano, inglese o hindi), sa contare fino a sei senza che nessuno glielo abbia insegnato e insomma fa tutte quelle cose che ci inducono a pensare che una legione di demoni guidi le sue azioni. Tradotto in termini meno coloriti, ha il suo bel caratterino e non ha la minima intenzione di smussarlo per venire incontro a noi.

Detto ciò, le giornate passano veloci come il paesaggio fuori dal finestrino di un Frecciarossa e pesanti come le borse del mercato dopo due settimane che non fai la spesa. Alzati, docciati, sveglialo, litiga per la colazione, litiga per vestirlo, scaraventati giù in strada, macchina, seggiolino, nido, a lavorare. Poi esci, prendilo, litiga per tornare a casa, inseguilo per la strada, fallo giocare ai giardinetti se non si gela, immobilizzalo sul passeggino, prepara cena, litiga per farlo mangiare, un po’ di cartoni, pigiama, denti, libro, altro libro, ancora libro, spegnere luce, nanna, litiga per farlo dormire, addormentati anche tu con lui.

Ora però entra in scena un nuovo spauracchio: la scuola materna. Tutti i genitori che hanno i figli tra i due e i tre anni non parlano d’altro: bisogna scegliere la scuola materna. E bisogna sceglierla con criterio. Si apre un mondo nuovo: si parla di mense, di moduli di iscrizione, di borsellini elettronici, di circoscrizioni, di open day (poi mi dite dove cazzo trovate il tempo di andare agli open day che li fanno sempre in orario di lavoro), di graduatorie, di preferenze, di aree verdi, di maestre competenti e/o incompetenti, di POF, di econome (figure mitiche che credo esistano solo in questo ambito lavorativo) di rappresentanti di classe, di gruppi whatsapp di genitori, di psicomotricità. E a me viene l’orticaria.

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I MIGLIORI DEL 2015 (SECONDO ME)

I MIGLIORI DEL 2015I migliori cosa? Niente, il solito. I libri che fortunosamente son riuscito a leggere, i film che clandestinamente sono riuscito a vedere, la musica e le serie televisive che hanno accompagnato la mia vita attiva e quella spalmato sul divano (il mio negotium e il mio otium ahahahah se non faccio sfoggio di cultura qua, dove altro?)… Non prendetela come una lista “il meglio dell’anno” perché questo presupporrebbe che io in effetti riesca (cosa improbabilissima) a vedere più di 10 film, leggere più di 10 libri contando anche i graphic novel o assimilare più di 10 album nuovi in un anno. Però di una cosa vi posso assicurare: quello che riporto qui è roba che a me è veramente piaciuta, altrimenti non ve lo direi. Quindi, se vi fidate un minimo del word of mouth, ecco qua.

Partiamo subito dal lato letterario: i libri che ho letto con maggior piacere. Non è tutta roba recente, è ovvio. Tante volte recupero roba che sta sul comodino da secoli. Prevalentemente stiamo sul fumetto o illustrazione di qualità. Ma ci sono due fiumi di parole che mi hanno trascinato nel 2015: una è l’esplorazione sul cristianesimo delle origini di Carrère e l’altro, più easy per l’estate, la tetralogia di Stroud (un recuperone fantasy veramente di pregio).

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IO SONO TUO PADRE

originalA questo punto, dato il titolo e l’immagine di accompagnamento, penserete di leggere l’ennesimo post della giornata su Star Wars e su quanto era più fico Darth Vader rispetto a Kylo Ren, e via discorrendo. Invece no. Si tratta solo di un becero espediente cattura clic per portarvi a leggere una cosa completamente diversa. O quasi.

In realtà mi gira in testa da qualche giorno, questo post. È legato in qualche modo alla figura di mio padre. Riflettevo sul fatto che non è facile essere gli apripista nella vita. Cioè, essere il primo del giro di amici che va a convivere, il primo che si sposa, cercare di mantenere il passo con gli altri eventualmente ri-tarando molte relazioni. Una delle cose peggiori su cui sono stato apripista nella vita è stato restare orfano di padre prima del tempo.

In questi ultimi mesi diversi amici hanno perso un genitore. Chi dopo una lunga malattia, chi improvvisamente. Chi con grande dolore e chi quasi con un senso di sollievo. Chi con rabbia e chi con perdono. Quando una persona che mi è vicina a vario titolo perde un genitore, da un lato è come se si riaprisse un po’ una ferita vecchia ormai di quasi dieci anni. Dall’altro ho sempre una imbarazzante sensazione, come se improvvisamente un corridore rimasto parecchio indietro rispetto a me mi raggiungesse. Vorrei dire, in modo forse un po’ troppo leggero, una sensazione stile “benvenuto nel club” – un club che finora aveva come unico membro me stesso, un club di cui non avrei mai voluto far parte, ma che ultimamente si è un tantino ripopolato.

Ecco, questo post è per tutte le persone che sono entrate forzatamente in questo club. Accomodatevi, le poltrone sono comode, le pareti sono piene di trofei e si può bere un brandy e fumare un sigaro abbandonandosi ai ricordi. Perché alla fine è tutto quello che abbiamo per mantenerli vivi, questi genitori scomparsi. I ricordi nostri e quelli delle persone che li conoscevano, che spesso ai funerali o qualche tempo dopo vengono a raccontarti cose insospettabili che aggiungono sfaccettature nuove alla vita di una persona.

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