BABBO PRIDE

BABBO PRIDEIo di norma sono un tipo un po’ disadattato, certamente inadeguato, poco propenso all’autocelebrazione interiore. Specialmente poi quando si parla del mestiere più complicato del mondo. No, non il piastrellista. Il genitore. Però ogni tanto gongolo perché ci sono delle piccole cose che mi fanno capire che sto facendo un buon lavoro.
Ad esempio.

1. In casa non è mai entrata un arma giocattolo. Tanto la Creatura sa benissimo come trasformare in arma qualunque oggetto, dal tappo di una bottiglietta d’acqua al pezzo di puzzle incastrato sotto un mobile. Sì, in pratica è un novello Bullseye. Però dai, a parte gli scherzi. Nel mio piccolo mi sembra un impegno cui ho tenuto fede.

2. Sono riuscito a non trasmettere la mia proverbiale indole da orso incazzato in letargo nei confronti del prossimo. Anzi, la Creatura attacca diabolicamente pezze infinite a chiunque trovi nel suo raggio d’azione, dal giornalaio alla vecchina con le sporte della spesa, dagli ubriachi la mattina al bar ai postini in bicicletta. E si incazza se non rispondono ai suoi insistenti saluti.

3. L’educazione. Ho capito di essere riuscito a trasmettere valori fondamentali nel momento in cui a ogni mio rutto ha cominciato a rispondere “Salute, papà”. Perché secondo me una buona educazione è la base della società civile.

4. Ha imparato quelli che considero i tre passi di danza fondamentali: l’headbanging, il gesto tipo “throw your hands in the air like you just don’t care” e le corna accompagnate dall’esclamazione un po’ ruggente “rockandroooooll!” (per la verità non dice ancora bene la “r”, ma ci siamo quasi). Poi li applica a Beyoncé e Rihanna, ma non si può avere tutto subito.
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STORYTELLING CON I DATI

STORYTELLING CON I DATILe infografiche vanno di moda: da diversi anni ormai sono utilizzate in tutti gli ambiti e – quando sono fatte bene – offrono un’esperienza sintetica, arguta e memorizzabile di un argomento complesso. Le infografiche prendono dei numeri che in sé e per sé possono risultare aridi o poco comprensibili e gli fanno raccontare una storia. Quale storia, poi, è tutto da vedere. Inutile nascondersi dietro un dito, anche le infografiche come qualsiasi prodotto culturale possono essere usate a fini di propaganda (il nostro ultimo governo, per dire, ne è assolutamente conscio). Fatta la doverosa premessa, e chiesto scusa ai lettori per l’uso nel titolo dell’odiata parola “storytelling” (purtroppo è un becero tentativo di clickbait per comunicatori e hipster), vorrei con questo post raccontarvi come nasce veramente un’infografica, nella pratica del lavoro quotidiano. Do per scontato quindi che abbiate un’infarinatura sull’argomento, ma se non ce l’avete potete sempre recuperare le mie slide “Comunicare dati con l’infografica“, che al di là della storia e della teoria dovrebbero darvi anche qualche spunto pratico per cimentarvi nella creazione di questo peculiare tipo di comunicazione.

Nella mia esperienza – ma in generale quasi sempre – le infografiche non sono e non possono essere espressione personale di un singolo creativo. Esiste invece un team di lavoro che sviluppa i vari aspetti dell’approccio alla comunicazione. Da un lato abbiamo i produttori o curatori dei dati / delle informazioni (nel mio caso esiste un ufficio studi molto preparato); dall’altro abbiamo i narratori che provano a combinare questi dati in maniera organica e possibilmente coinvolgente per il pubblico di fruitori (nel mio caso esiste un ufficio stampa che si occupa proprio di questo aspetto, la “storia”); infine abbiamo i designer che prendono la narrazione e provano a disporla visivamente in modo da far risaltare sia i dati che le loro correlazioni, creando il “racconto”. […]

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IL BAMBINO CARAMELLA

IL BAMBINO CARAMELLAIl bambino caramella era un bambino speciale. Sembrava un bambino normale, ma nascondeva un dolcissimo segreto: ogni parte del suo corpo era fatta di caramella gelée alla frutta. Le sue guance sapevano di pesca, le sue chiappe di banana, le coscette di lampone, le braccine di fragola e limone. La pancia, esotica, sapeva di cocco e ananas. Ogni ditino delle mani era un bastoncino di zucchero candito, mentre i piedi avevano un caratteristico aroma di melone bianco. Il nasino sapeva di mora selvatica, e le orecchie frizzavano di agrumi. I fianchi sapevano di pera williams e la nuca di uva spina. E i capelli – sono certo che lo indovinerete –  erano finissimo zucchero filato al caramello.

Di certo, comprenderete anche voi che la vita del bambino caramella presentava qualche problema in più rispetto a quella degli altri bambini. Ogni sera tornava a casa senza uno o più pezzi, sempre appiccicoso e un po’ deformato. Perché cosa credete che facessero i suoi compagni (e talvolta anche le maestre) all’asilo? Esatto: non facevano altro che mordicchiarlo, leccarlo e succhiarlo per tutto il tempo!

Ora, al bambino caramella questo non importava poi troppo. Sentiva di essere venuto al mondo per donare gioia a tutti: amici, maestre, nonni, parenti, passanti e tutti quelli che gli volevano bene. Non c’era persona che non volesse un pezzo di lui, anche solo un assaggino: il bambino caramella badava di non diventare troppo appiccicoso e di tornare da mamma e papà ogni sera per far ricrescere i pezzi che gli altri bambini mangiavano. La mamma e il papà cadevano spesso in tentazione anche loro: una succhiatina, un morsino, ma nulla di più, perché il figlio alla sera era molto stanco. Il papà gli faceva il bagno nel miele e lo spolverava di zucchero a velo, la mamma lo riforniva di frutta fresca e infine entrambi lo preparavano per la notte incartandolo in un crepitante rettangolo di carta argentata e coprendolo con fogli di plastica colorata sempre diversi. […]

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