IL BAMBINO CARAMELLA

IL BAMBINO CARAMELLAIl bambino caramella era un bambino speciale. Sembrava un bambino normale, ma nascondeva un dolcissimo segreto: ogni parte del suo corpo era fatta di caramella gelée alla frutta. Le sue guance sapevano di pesca, le sue chiappe di banana, le coscette di lampone, le braccine di fragola e limone. La pancia, esotica, sapeva di cocco e ananas. Ogni ditino delle mani era un bastoncino di zucchero candito, mentre i piedi avevano un caratteristico aroma di melone bianco. Il nasino sapeva di mora selvatica, e le orecchie frizzavano di agrumi. I fianchi sapevano di pera williams e la nuca di uva spina. E i capelli – sono certo che lo indovinerete –  erano finissimo zucchero filato al caramello.

Di certo, comprenderete anche voi che la vita del bambino caramella presentava qualche problema in più rispetto a quella degli altri bambini. Ogni sera tornava a casa senza uno o più pezzi, sempre appiccicoso e un po’ deformato. Perché cosa credete che facessero i suoi compagni (e talvolta anche le maestre) all’asilo? Esatto: non facevano altro che mordicchiarlo, leccarlo e succhiarlo per tutto il tempo!

Ora, al bambino caramella questo non importava poi troppo. Sentiva di essere venuto al mondo per donare gioia a tutti: amici, maestre, nonni, parenti, passanti e tutti quelli che gli volevano bene. Non c’era persona che non volesse un pezzo di lui, anche solo un assaggino: il bambino caramella badava di non diventare troppo appiccicoso e di tornare da mamma e papà ogni sera per far ricrescere i pezzi che gli altri bambini mangiavano. La mamma e il papà cadevano spesso in tentazione anche loro: una succhiatina, un morsino, ma nulla di più, perché il figlio alla sera era molto stanco. Il papà gli faceva il bagno nel miele e lo spolverava di zucchero a velo, la mamma lo riforniva di frutta fresca e infine entrambi lo preparavano per la notte incartandolo in un crepitante rettangolo di carta argentata e coprendolo con fogli di plastica colorata sempre diversi. […]

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COME HO IMPARATO A NON PREOCCUPARMI E AD AMARE SNAPCHAT

COME HO IMPARATO A NON PREOCCUPARMI E AD AMARE SNAPCHATCome molti quarantenni-e-qualcosa, ho installato la app di Snapchat più per curiosità mediatica che altro. È noto che nella vita di una persona arriva un’età in cui, come diceva Douglas Adams, tutte le innovazioni tecnologiche immesse sul mercato da lì in poi sono “contro l’ordine naturale delle cose“. E Snapchat ha tutte le caratteristiche di uno strumento del demonio. Interfaccia poco comprensibile, curva di apprendimento apparentemente molto lenta, una generalizzata percezione di “strumento che i teenager usano per mandarsi le foto porno che si autodistruggono dopo tre secondi“. Al quarantenne medio rimangono in testa le parole “porno” e “autodistruzione”, et voilà: il giudizio finale (in positivo o in negativo, a seconda di quanto siate attratti dal porno e dai gadget alla James Bond) è servito.

Invece no: il giudizio va rivisto, e vi voglio spiegare perché (mi rivolgo qui ai miei amici matusa, perché ai gggiovani c’è ben poco da spiegare). Ci sono diversi motivi che rendono Snapchat l’applicazione più interessante degli ultimi anni, quella “da tenere d’occhio”. Hanno a che fare con la fruizione dei contenuti, con il futuro del giornalismo, con la percezione del video on line, con la conoscenza del mondo intorno a noi e solo marginalmente con l’evoluzione della comunicazione interpersonale. Ma per capirlo, dobbiamo vedere insieme l’interfaccia di Snapchat, così non avrete più scuse per ignorarlo.

Appena aprite l’app ci troviamo nella finestra di scatto della foto. Si può, ovviamente, scattare una foto usando il pulsante intuitivo in basso. Un tocco scatta, una pressione continua gira un video di massimo 10 secondi. In alto a sinistra il controllo del flash, mentre in alto a destra l’icona della fotocamera permette di passare dall’obiettivo posteriore a quello frontale, per decidere se scattare o meno un selfie (scusate, lo so che ai quarantenni la parola selfie causa un rientro automatico della testa tra le spalle, ma dobbiamo accettarla, almeno in questo contesto). […]

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MICROBO E GASOLINA

MICROBE ET GASOILDa due anni a questa parte succede raramente che riesca ad andare al cinema (l’unica vera tortura dell’essere ggiovani genitori™, assieme alla frequentazione dei giardinetti). Quando ci vado vorrei sempre andare al Classico, dove guarda caso danno sempre i film più fighi del mondo. Come Microbe et Gasoil, che aspettavo con ansia dalla scorsa estate e che dovreste tutti andare a vedere. Tutti, dico, non solo gli appassionati di quel piccolo genio/folletto francese che risponde al nome di Michel Gondry. Anche perché è il suo film meno Gondry ma al tempo stesso probabilmente il più personale (e poi perché ormai c’è chi fa Gondry quasi meglio di Gondry, vedi Quentin Dupieux).

Gondry è noto per le sue atmosfere surreali, sognanti, per le scenografie deliranti, arrivate all’apoteosi (e allo schiacciamento totale del film) con L’écume des jours tratto da Boris Vian. Ora, chiaro che per tradurre Vian non si può non essere follemente accumulatori e costantemente alla ricerca del calembour visivo, però devo confessare, amici del cinema surreale, che quel film mi aveva stroncato. Se Gondry non esce da questa impasse, mi dicevo, non riuscirà più a colpirmi al cuore come prima. E invece no. Lui ti tira fuori Microbe et Gasoil, un film molto più “semplice” e diretto, una storia di adolescenti e di coming of age (ricordate, cari lettori? Ne avevamo parlato diffusamente qui, qui e qui). Un film chiaramente ammantato di autobiografia (lui stesso è nato e cresciuto a Versailles come i protagonisti del film) e forse meditato a lungo se è vero l’assunto celato nel titolo del suo documentario autobiografico I’ve been twelve forever (“ho dodici anni da sempre”, in pratica la mia anima gemella filmica). […]

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