LO SPETTRO DELLA DIVERSITÀ

Di seguito c’è una serie di pensieri a volte confusi che devo buttare giù per fermarli, vedere se riesco a dargli un filo logico. Per esprimere quello che voglio dire sarò costretto a ricorrere anche a parolacce, insulti e termini poco politicamente corretti. Serve all’esposizione, sapete.

Spesso mio figlio mi chiede perché non ci si ama tutti al mondo. Una di quelle belle domande da bambino, che ti mettono in crisi. Già. Perché? Fino a qualche tempo fa, cinico e misantropo quale sono, ho sempre ritenuto che la condizione di natura fosse quella hobbesiana di homo homini lupus, cane mangia cane, mors tua vita mea. E che solo dopo un estenuante percorso di educazione, studio e repressione dei naturali istinti omicidi le persone potessero (se lo volevano) diventare “buone”, amorevoli, empatiche, rispettose. Ritenevo anche che il percorso di automiglioramento fosse una goccia nell’oceano di guerra, violenza e sopraffazione che è la razza umana. Ma una goccia che serviva.

Oggi, quando mi trovo a spiegare a mio figlio che ci sono persone cattive, che opprimono altre persone in vari modi e con varia intensità, non sono più così sicuro delle mie precedenti convinzioni. Prima pensavo che i bambini nascessero “cattivi”, cioè capaci di tutto per autoaffermare il proprio totale egoismo a scapito dell’altro, e che il percorso di educazione fosse un lungo viaggio verso la “raffinatezza” dell’uomo, sgrossando le parti “bestiali”. Non penso più in questo modo. Nell’ultimo anno in particolare, dentro di me c’è stata come una rivoluzione copernicana.

Oggi sono convinto che i bambini nascano “buoni”, ossia con una infinita capacità di dare e ricevere amore (certo, sono bambini, il loro egoismo è innegabile ma non c’è cattiveria gratuita), e che il loro percorso di educazione sia nel migliore dei casi un processo maieutico per “tirar fuori” in modo sempre più esplicito le buone qualità che già hanno innate. Nel peggiore (e purtroppo più comune) dei casi, una consapevole e sistematica “tarpatura” di queste buone qualità che trasformano il bambino in un uomo impaurito, arrabbiato, non in contatto con le sue emozioni, poco empatico, egoista e determinato a prevaricare i suoi simili.

Questa cosa la percepisco anche quando mi vengono raccontati piccoli episodi scolastici di bullismo (ad esempio, se chiamano mio figlio “ciccione”). Un commento estremamente comune ad una situazione del genere – un commento che io per primo avrei fatto fino a qualche tempo fa – è: “Ma certo, i bambini sono dei bastardi, la loro cattiveria è innata per cui tendono a comportarsi male tra loro”. Il commento che oggi farei è piuttosto: che esempio hanno dato i genitori ai loro figli che usano termini come “ciccione” in prima elementare? O “frocio”, “puttana”, “handicappato”, “negro”, “ebreo”, “pezzente”, “cessa”, e via dicendo dalla seconda elementare in su?

È questo il punto su cui dovremmo soffermarci, un problema che i bambini non percepiscono, perché per loro il mondo è COME DOVREBBE ESSERE. La diversità è l’assoluta normalità. Non c’è nessun problema se io sono ricco e tu povero, se a me piacciono le persone del mio stesso sesso e a te no, se io sono bello o brutto, magro o grasso, se ho un colore della pelle diverso o pratico una religione sconosciuta. Ma noi questo problema ce lo abbiamo ben stampato in testa. E in alcuni casi ci facciamo un punto d’onore di passare questa visione del mondo ai nostri figli, perché è comodo perpetuare la dominazione di un gruppo su un altro. Posso essere l’uomo più sfigato del mondo (e credetemi, nella maggior parte dei casi queste persone sono solo degli sfigati), ma troverò sempre qualcuno da opprimere.

Il gruppo dominante è chiaro da secoli: maschi bianchi etero di mezza età, in salute, più o meno ricchi, di bell’aspetto, possibilmente cristiani. Non c’è altro modo che partire da qui, da noi (a parte la riccanza, sto in pieno nel gruppo pure io). Gli altri gruppi, i gruppi in qualche modo oppressi, stanno già lavorando per cambiare le cose, per mettere sotto gli occhi di tutti le storture del sistema. Ma siamo noi a doverci sforzare di più per dare l’esempio.

A dover spiegare perché le donne guadagnano di meno a parità di lavoro. Che non esistono lavori o giochi “da femmine” e lavori o giochi “da maschi”. A rendere conto del perché molte donne vengono uccise da uomini che proclamano di amarle. A dover spiegare perché ci sono persone che provano paura e rabbia nei confronti di persone dal colore della pelle diverso. E le guerre, le torture e i genocidi che questa visione si porta dietro. A dover spiegare che è normale che si possano amare uomini, donne, persone transgender e che i matrimoni tra persone dello stesso sesso non sono una cosa eccezionale (per i nostri figli non lo sono, ma per i loro genitori a volte sì). Che fare la guerra a chi è più povero di noi non ci rende più ricchi. Che gli anziani, i malati o i disabili vanno aiutati e supportati e non ignorati o peggio picchiati, torturati o uccisi.

Per questo io provo una rabbia sorda anche solo a sentire un body shaming potenzialmente innocuo come “ciccione” (non è innocuo, ma facciamo finta che sia così, e comunque a quanto pare mio figlio non l’ha sentito).  L’ignoranza sempre più diffusa è la piaga da contrastare, e questo non è un cazzo facile. Quando ero piccolo io, quaranta anni fa, era normale chiamare “mongoloide” un compagno, o insultare le persone in base al loro (presunto) orientamento sessuale o dire di una ragazza che era una “zoccola” perché scopriva troppi centimetri di pelle.

Oggi se scoprissi che mio figlio usa certe parole gli farei la lectio magistralis (che poi è una cosa che ho imparato anche io negli anni): STRONZA sì, PUTTANA mai. PEZZO DI MERDA sì, FROCIO mai. Se vuoi insultare una persona perché ti ha causato un forte disagio devi riferirti al comportamento, non alla persona. E se invece vuoi insultare una persona per il puro gusto di farla stare male perché ha qualcosa di “diverso” da te, la vera merda sei tu. Con buona pace della cacca, che viene sempre tirata in ballo quando c’è da insultare qualcuno.

Il mondo di oggi è sempre più complesso, stratificato e fluido di quello di 50 anni fa, e se non lo vogliamo capire noi ci sarà sempre un pericoloso scollamento tra la realtà dei nostri figli e quella nella nostra testa. Abbiamo sempre più bisogno di spettri e sempre meno di binarismi per spiegarlo. I binarismi, peraltro, erano già inadatti a spiegare il mondo mezzo secolo fa e chiunque abbia superato con un certo successo l’adolescenza dovrebbe sapere che non esistono solo il bianco e il nero ma anche le famose sfumature di grigio.

Quando ero piccolo io, le mie brave discriminazioni le ho subite. Perché non ero conforme al canone di peso, bellezza o genere. Perché ero un bambino che giocava con le bambole, perché vestivo strano, perché ero un adolescente che si truccava, perché “andavo in giro mascherato” anche se non era carnevale. Perché non giocavo a calcio ma stavo con le femmine, o comunque in generale facevo cose considerate “da maschio” e cose considerate “da femmina” in ugual misura. Mi hanno sempre definito strano e mi sono sempre sentito strano, inadeguato a quello che probabilmente ci si aspettava da me.

Ho dovuto raggiungere l’anzyanità e studiare un po’ meglio le questioni riguardanti l’identità di genere per capire che anche questa mia caratteristica è semplicemente parte di uno dei tanti “spettri” che definiscono in maniera meravigliosa e sempre diversa ogni essere umano. Che puoi essere maschio ed etero ma non posizionarti – nella definizione di te che è nella tua testa – in una casella specifica uomo/donna e accogliere in egual misura caratteristiche dell’uno e dell’altro polo. Che anche l’identità di genere, come tutte le cose della vita, è una questione non binaria. Ma non lo dico per incasellarmi in una definizione, non è quello il punto, non ne ho bisogno e grazie al cielo sono sempre stato a posto con me stesso e me ne sono sempre fregato del giudizio altrui. Ma solo perché ho avuto una famiglia e dei buoni amici che mi hanno passato questa capacità.

E come quello del genere c’è lo spettro della neurodiversità, un altro concetto tutto interiore che difficilmente viene compreso perché non è immediatamente visibile come le sfumature di colore della pelle di una persona. Eppure dobbiamo saper distinguere un introverso da una persona che veleggia più verso l’autismo funzionale, e sono capacità che vanno raffinate col tempo e non vanno assolutamente trascurate, per poter vivere un mondo di relazioni sane e consapevoli. [Mentre scrivevo mi sono preso una pausa per fare il test sul Quoziente dello Spettro Autistico e ho totalizzato 25 su 50: da 25 in su sono le persone che cominciano ad avere dei tratti autistici, che bello].

In definitiva, non ricordo nemmeno più cosa volevo dire con questo lungo post. Sicuramente dovevo vomitare una palla di pelo, di certo era una cosa legata al ruolo di padre di figlio maschio nel ventunesimo secolo. Un filo logico forse non c’è, ma quello che so è che bisogna seminare amore.

Intolleranza e discriminazione?
Rispondiamo baciandoci in bocca.
E magari anche con un “Me ne frego” :-D

 

HITLER, IL KAISER, I CONIGLI E LE MUCCHE

Gennaio è stato un mese in cui ho visto pochi film, più che altro perché mi si sono moltiplicati i lavori sotto il culo e di conseguenza non ho avuto più tempo né di leggere né di vedere cose. Mi sono limitato ai due film “evento” di inizio anno, già in forte odore di Oscar ed entrambi centrati su storie di guerra, che è un genere che a casa mia si pratica poco, perché ho sempre preferito fare l’amore (o mettere dei fiori nei miei cannoni, insomma, avete capito ve’).
Daje, allora.

JOJO RABBIT (Taika Waititi, 2019)
Dannato Taika Waititi, tu mi vuoi morto. Ho visto praticamente tutti i tuoi film, mi fido che sei un ottimo regista di bambini (Boy e Hunt for the Wilderpeople lo confermano), so che se vuoi mi fai ammazzare dalle risate (What We Do in the Shadows, Flight of the Conchords e sì, anche Thor Ragnarok sono lì a dimostrarlo). Come giustamente dice l’Adolf Hitler del tuo film, “falli sentire a proprio agio e poi quando meno se lo aspettano accoltellali al cuore”. Ecco, appunto. Jojo Rabbit parte con un montaggio di immagini da Triumph des Willens accompagnate da I Want to Hold Your Hand dei Beatles (ma ovviamente nella versione tedesca). E già lì ti senti male, perché ti scatta il piedino ritmico e intanto ti viene la nausea. Devo dirlo, a me piacciono i film che stanno sempre sul filo della rovina più totale. Jojo Rabbit è uno di questi. In tutte le scene da sghignazzo stai a disagio perché c’è sempre sotto qualcosa di malato, ma tutto sta in un equilibrio perfetto. È una miscela esplosiva di orrore, violenza, comicità sgangherata, tenerezza, piccoli movimenti del cuore. Non è un cazzo facile tenere insieme tutto questo. Non è un cazzo facile farmi sbottare di risate e qualche minuto dopo farmi piangere in silenzio (due volte, e non mi capitava da diversi anni al cinema, anche se sono superemotivo). E infatti se devo dirla tutta, in alcuni momenti c’è una spinta sull’acceleratore del volemose bene che deve funzionare da collante per tenere tutto insieme. Ma Jojo Rabbit è uno di quei film cui perdoni anche qualche piccolo difetto. Production design e costumi degni di un Wes Anderson in fase paranoia perfezionistica, intere scene che buttano un occhio a Chaplin e uno a Mel Brooks (occhio al momento topico dei multipli Heil Hitler), un protagonista che a dieci anni sa trasmettere con uno sguardo e un’inclinazione della testa diecimila emozioni, un cast di supporto perfetto (criticano la mia amata Scarlett, ma io l’ho trovata molto in botta). Tutto per dimostrare la tesi dei versi di Rilke alla fine del film: “Let everything happen to you / Beauty and terror / Just keep going / No feeling is final”. E a proposito di finale, dannato Taika Waititi, il colpo al cuore di Bowie… maledetto ruffiano. #recensioniflash

1917 (Sam Mendes, 2019)
1917: cosa ne devo pensare? Non è un film de panza, questo va detto subito. Non è nemmeno tanto un film di menare o comunque di sparare. È un film di immagini e di movimento, di quadri e di profondità, di ambienti e di pedinamenti. Seguiamo i due sfigatissimi protagonisti (uno era il povero Tommen di Game of Thrones, l’altro appariva in 11.22.63) in una missione suicida: portare un importante messaggio oltre le linee nemiche. Ma la storia – il “cosa” – non importa, è solo un pretesto. Facile dire che tutto il film è un sontuoso videogame. Nel piano sequenza virtualmente ininterrotto di 1917 c’è l’assegnazione della missione, il percorso a ostacoli, ogni tanto un break come nelle scene di interludio tra un livello e l’altro di un FPS. In ogni break c’è una star di livello che fa un discorsetto, tipo Colin Firth, Mark Strong, Benedict Cumberbatch o Andrew Scott (sua l’interpretazione più coinvolgente). Si resta conquistati dal production design (cadaveri che affiorano ovunque, cavalli morti, mucche vive, filo spinato, arti amputati, mosche, sangue, fumo, fiamme, cenere, fango e merda) e ovviamente dalla Tecnica con la T majuscola che francamente distrae un po’ dall’immersione totale che forse Mendes cercava di offrirci. Ci sono scene memorabili, come quella del dormitorio tedesco sotterraneo (che è una trappola), del fienile diroccato (che pure è una trappola), dell’edificio sulla riva del fiume (trappolissima), della città distrutta sotto le luci livide dei bombardamenti (trappolandia). Intendiamoci, 1917 ha i suoi bei momenti di tensione e più di un jump scare, ma tutto è sempre ricondotto a un formalismo che lascia un po’ interdetti. Risulta chiaro (anche dalla scelta di due protagonisti semi sconosciuti) che il punto è spogliare di ogni eroismo lo schifo della guerra e mostrare più che altro la paura, la fuga, l’ansia e la depressione. Peccato che anche questa tesi venga contraddetta da una delle sequenze finali (che io tra me e me ho battezzato “la sequenza Chariots of Fire”) che è francamente imbarazzante, come imbarazzanti sono certi dialoghi (almeno in italiano, purtroppo stasera il cinema non proiettava in VO). Quindi in definitiva, mi è piaciuto? Sì, mi è piaciuto di testa, l’ho apprezzato come si apprezza un’opera d’arte classica, una dimostrazione di virtuosismo narrativo. Ma non mi ha coinvolto. Virtuosismo per virtuosismo, ridatemi They Shall Not Grow Old di Peter Jackson. #recensioniflash

UN’OVERDOSE DI ADAM DRIVER

L’ultima raccolta del 2019 con le #recensioniflash di dicembre, come sempre tiene nascoste un paio di chicche – in particolare la chicca inedita e divisiva che questo mese è nientepopodimeno che Star Wars: Rise of Skywalker (diciamo subito nella intro che il vero nuovo Star Wars è The Mandalorian così tagliamo la testa al Sarlacc e bona lè). C’è molto Adam Driver, questo mese: Adam Driver che canta, Adam Driver che piange, Adam Driver che si incazza, Adam Driver sotto la pioggia, Adam Driver che fuma. Adam Driver esce dalle fottute pareti. Auguri.

FRANCES HA (Noah Baumbach, 2012)
Esce Marriage Story di Noah Baumbach e questo mi offre il fianco per parlarvi di un film di Baumbach che non avevo ancora visto e che mi ha colpito molto, Frances Ha. Dovrei fare la premessa doverosa che io apprezzo molto Baumbach e nulla di quanto potrei scrivere deve essere inteso come attacco personale o simili. Comunque. Frances Ha è un distillato di temi baumbachiani (fremo solo nell’aver scritto questa parola), dalla irritante approssimazione nel “lasciarsi vivere” della protagonista e dei suoi amici all’arguto e frenetico citazionismo nei confronti della nouvelle vague francese che lui evidentemente adora. Il conflitto generazionale (oggi va di moda dire tra genxers e millennial) solitamente evidente in altri suoi film come Greenberg o While We’re Young dove il genxer di turno era l’attore feticcio Ben Stiller, qui è meno evidente, anche perché in scena ci sono quasi solo i millennial (con gli attori feticcio Greta Gerwig e Adam Driver, tra gli altri). La Gerwig è Frances, aspirante ballerina che non riesce a realizzare i suoi sogni, alle prese con BFF, fidanzato, coinquilini e una strisciante depressione e senso di inconcludenza, che alla fine riuscirà in qualche modo a trovare una sua dimensione. Non conta tanto la storia quanto una serie di sequenze che citano direttamente Léos Carax (Frances corre scompostamente sulle note di Modern Love di Bowie come in Mauvais Sang) o Truffaut (Frances corre scompostamente sulle note della colonna sonora di Les 400 Coups di Jean Constantin). Corre parecchio, Frances. Quando non corre si scioglie nel cazzeggio sulle note degli Hot Chocolate o dei T.Rex. Serpeggia una certa impressione di perdita di tempo vedendo il film, ma alla fine non è così, in un certo senso (non saprei dire quale) è soddisfacente. L’inquadratura finale giustifica il titolo. #recensioniflash

THE BANANA SPLIT MOVIE (Danishka Esterhazy, 2019)
C’è un antidoto perfetto all’odioso spirito natalizio che informa di sé tutto il mese di dicembre. Questo antidoto è l’horror nella sua variante più slasher, più splatter, più cattiva e demenziale. Ora, seguitemi. Cosa c’è di più perverso di prendere i Banana Split (quei Banana Split, quelli di na na na nannanannà nannannà na na na na na) e trasformarli in killer assetati di sangue pronti a decapitare, smembrare, investire, schiacciare e martellare gli (antipaticissimi, va detto) spettatori del loro live show? Poco, infatti. Il film è rated R in USA, il che lo rende la prima e unica produzione Hanna-Barbera per soli adulti. Il tasso di sangue è ben oltre il livello di guardia, ma si ride parecchio nonostante il disagio. Come dite? Prevale il disagio? Beh, questione di punti di vista… #recensioniflash

UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK (Woody Allen, 2019)
L’ultimo Woody Allen è così leggero, così impalpabile, così effervescente, così confortevole… che mi sono appisolato per il 90% del minutaggio. #recensioniflash

MARRIAGE STORY (Noah Baumbach, 2019)
Marriage Story. Bello. Cioè. Bellino? Soddisfacente nel suo genere? Il trio lui/lei/il regista sulla carta per me è ottimale. Il trascinamento per due ore e passa di un remake anticlimatico di Kramer vs. Kramer un po’ meno. Comunque ci sono diversi bei momenti, si piangiucchia e si ridacchia, Adam Driver è un meme vivente, tutto è sostanzialmente portato avanti come un vecchio film di Woody Allen ma senza le battute. In pratica è un film a tesi sulla decisione se sia meglio NY o LA come città in cui vivere. Comunque se arrivate alla fine c’è Adam Driver che CANTA. E niente, quella scena vale tutto il film. #recensioniflash

THE LIGHTHOUSE (Robert Eggers, 2019)
Inizia e finisce in una nebbia che riempie lo schermo, The Lighthouse. Il secondo film di Robert Eggers va in direzione ancora più estrema rispetto a The Witch e propone un incubo soffocante, alcolico e salmastro, girato in bianco e nero e 4:3 su pellicola vintage. La storia, minimale, è quella di due guardiani di un faro nel Maine della seconda metà dell’800. Uno è più anziano (Willem Dafoe), l’altro più giovane (Robert Pattinson). In scena ci sono sempre solo loro due, con l’eccezione di un gabbiano malvagio e una sirena che non è chiaro se sia vera o un’allucinazione. Entrambi i guardiani nascondono un oscuro segreto, ma anche il faro stesso nasconde sicuramente un oscuro segreto, così come anche la scogliera nasconde un oscuro segreto e probabilmente anche il capanno degli attrezzi. A un certo punto del film i due, a causa di una tempesta senza precedenti, rimangono senza viveri ma con una generosa scorta di alcolici. Da lì in poi tutto risulta governato dalle logiche del delirio. C’è molto Poe, molto Lovecraft e molto Melville in questo horror “antico”. Ci sono tentacoli, branchie, disturbanti vagine squamate e inquietanti scene di masturbazione (di Pattinson: lui è bravissimo in queste cose, ricordiamoci per esempio l’esame prostatico in macchina in Cosmopolis). Verso la fine l’orrore tracima quasi fuori dallo schermo, lo spettatore resta ammaliato ma sinceramente non ha capito un cazzo. Comunque bellissimo, eh, non vorrei portarvi fuori strada. #recensioniflash

FROZEN 2 – IL SEGRETO DI ARENDELLE (J. Lee / C. Buck, 2019)
Si poteva sfuggire a Frozen 2? No, non si poteva. Sono sei anni che Elsa e Anna ci frantum… ehm, popolano il nostro immaginario, e mi sembrava persino strano che non avessero optato per un sequel già qualche anno fa. Comunque, Frozen 2. In supersintesi, bella storia, musiche deludenti, un filo schizofrenico. Mi spiego meglio. Trovo apprezzabile l’espansione del “mondo di Frozen” al di là del borgo di Arendelle e ad una mitologia magari non originalissima ma efficace, grande occasione peraltro per far risaltare sequenze di animazione molto valide (il passaggio del mare nero verso il ghiacciaio di Ahtohallan su tutte). Anche la scelta di evitare storie d’amore per Elsa e concentrarla sulla ricerca di sé stessa è significativa (il lato sentimentale qui è limitato alla gag ricorrente di Kristoff che vorrebbe proporsi ad Anna). Eppure nel suo svilupparsi, il film è incostante per via della (legittima) intenzione di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ossia piacere ai grandi e ai piccini. Tutte le parti con Olaf, sebbene eccezionali prese in sé – i riassuntoni di Olaf, compreso quello nella scena dopo i titoli di coda sono le parti più memorabili di Frozen 2 – spezzano il ritmo del film integrandosi poco con la storia principale. E poi diciamolo, le canzoni non sono assolutamente memorabili, né orecchiabili. Può darsi forse in VO, ma l’ottimo lavoro che Ermavilo da 50 anni continua a fare sui film Disney qui ha perso un po’ di colpi a livello di metrica e comprensibilità del testo. Imbarazzante il momento musicale di Kristoff con la ballata eighties che si risolve in un videoclippone animato in stile A-Ha (per un attimo ho captato una svolta gay in Kristoff, ma alla fine non è stato così). Detto ciò, ottimo lavoro sui simboli, il design dei fondali e soprattutto i costumi di Anna ed Elsa. Meno gradevole almeno per me il character design, sempre troppo leccato (c’è una tonnellata di acqua nel film e né Elsa né Anna sembrano mai troppo fradice o ferite o stanche). #recensioniflash

STAR WARS THE RISE OF SKYWALKER (JJ Abrams, 2019)
La premessa è doverosa, sono un moderato fan di Star Wars. Nel senso che non ci perdo il sonno, ma li guardo volentieri. C’è anche un’altra premessa da fare: sono una di quelle persone che non capiscono le parentele. Se in una conversazione mi dite “hai presente la cognata di mio cugino, quello dalla parte di nonno paterno, sai quella che aveva il padre azzoppato”… Ecco, io ho smesso di seguirvi a “cognata”. Perciò, va da sé, io degli Skywalker e dei Palpatine (LOL “Palpatine” mi ha sempre suscitato grandissima ilarità) non capisco una mezza fava. Ciò detto, i 142 minuti di questo nono film scorrono via veloci, pure troppo. Il sospetto è che JJ abbia inanellato combattimenti fighissimi, inseguimenti fighissimi, esplosioni fighissime, onde anomale fighissime, templi oscuri fighissimi e flotte da guerra fighissime al solo scopo di non farci pensare a cose tipo “Ma Snoke non era il supremo essere malvagio?” o “Ma come diamine ha fatto Palpatine a sopravvivere?” o “Ma quindi ‘sti genitori di Rey?” o “Ma come fa l’X-Wing di Luke a funzionare dopo anni sott’acqua?” o “Ma quindi Finn ama Rey e lei ama Ren?” o – soprattutto – “Cosa cazzo è la diade della forza?”. Sospetto più che legittimo, capisco bene i detrattori del film (che peraltro erano già incazzati con The Last Jedi perché troppo poco canonico, con The Force Awakens perché troppo uguale alla trilogia originale, con la trilogia prequel perché troppo banale e improntata esclusivamente allo sfruttamento commerciale e ai pupazzi di Jar Jar Binks, con Return of the Jedi perché c’erano gli Ewoks e via discorrendo). Però dai, questo nono film, a più di 40 anni di distanza dal momento “X” in cui siamo entrati nella galassia lontana lontana si fa guardare, ci trasporta nel regno della meraviglia, a patto di mettersi le mani sulle orecchie e urlare LALALALALA NON TI SENTO a ogni WTF che appare lampeggiando sullo schermo. Poi, oh. Adam Driver bagnato per quasi metà film, il naso di Adam Driver bagnato in primissimo piano, luci psichedeliche da Rob Zombie per tutte le scene con Palpatine, Carrie Fisher che rivive e poi rimuore, la rivincita di Chewbacca, i Porg che fanno capolino, mancherebbe giusto Baby Yoda per dare un maggior senso di compiutezza al tutto. S’è già detto, se vogliamo una storia secca, tirata e plausibile, abbiamo The Mandalorian. Con Rise of Skywalker siamo nel territorio del mito. E il mito non sempre è così intelligibile. #recensioniflash