LA SOCIETÀ DELLA NEVE NON È ALIVE

Ho guardato La società della neve di JA Bayona (sta su Netflix) solo per la curiosità delle nomination agli Oscar, perché per me la storia della squadra di rugby uruguayana che si schiantò sulle Ande nel 1972 è una roba terribile che malsopporto, pur essendo avvezzo a ogni tipo di horror.

C’è da dire che non siamo dalle parti di Alive (il precedente film americano sullo stesso disastro). Qui l’accento è posto meno sulle scelte orribili che i sopravvissuti hanno dovuto compiere e più sulle dinamiche “di squadra”: il film comincia proprio con una partita di rugby in cui si comincia ad intuire la personalità dei vari giocatori (chi è più team player e chi meno).

Poi l’incidente aereo, effettivamente spettacolare e angosciante. Poi la conta dei morti, i primi giorni, tutti narrati dalla voce fuori campo di uno dei personaggi. I soccorsi non arrivano, e occorre prendere quella decisione terribile di cibarsi dei corpi dei defunti. Ci sono dibattiti, alcuni lo fanno, altri no, i compiti si dividono: nella società della neve ci sono anche “i sacerdoti” (i due che tagliano a pezzi i morti lontano dagli sguardi degli altri).

Poi la valanga, una tragedia nella tragedia, il film si fa sempre più claustrofobico e la lista dei morti si allunga sempre più. Poi la spedizione per attraversare la cordigliera, che ha del miracoloso. La cosa più bella è l’inquadratura finale, in cui i sopravvissuti finalmente nutriti, lavati e curati, si ritrovano comunque tutti insieme in una camerata, consci che quell’esperienza li ha cambiati nel profondo e solo tra di loro si potranno capire.

Non so se merita Oscar, ma di certo è un film lineare, non sensazionalistico, piuttosto direi mistico. A margine, è bello sentir parlare uruguayano, che è molto diverso dallo spagnolo “classico”.

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