PARLIAMO DI CLUBHOUSE

Parliamo di Clubhouse? Ma certo, parliamone. Il nuovo social media (in realtà è in giro dal primo lockdown del 2020) è una curiosità, un oggetto strano. Per ora è un’app disponibile solo su iOS (su Android non si sa quando arriverà). Ha un’icona un po’ bizzarra e per nulla intuitiva, un nome che fa subito pensare a Mickey Mouse Clubhouse (lo so, deformazione da papà costretto a guardare le serie Disney) ma soprattutto funziona ad inviti. Cioè, se non c’è qualche anima buona che ti invita, non entri. Aspetti in coda all’ingresso.

E va bene, tutto è legittimo per creare l’hype: su Clubhouse, dalla fine del 2020 a oggi sono sbarcati i VIP, il popolo delle spunte blu, gli early adopter (ehi, ci sono anche io, anche se non mi sentirete spesso). Ho detto “sentirete”? Proprio così: Clubhouse è un social media basato esclusivamente sulla voce. Cioè, immaginatevi una di quelle belle riunioni (di lavoro o meno) su Teams, Zoom, Meet o Webex, ma senza la videocamera. Si sentono solo le voci delle persone. Fico, no? Vuol dire che posso partecipare a degli incontri su Clubhouse anche mentre sto facendo tutt’altro! Beh, sì. Ascoltare riunioni / conversazioni / panel su Clubhouse è un po’ come sentire la radio mentre si cucina, per dire.

Prima ancora di essere “ammesso” puoi scegliere uno username, poi se qualcuno ti invita puoi scegliere gli argomenti di tuo interesse, seguire i tuoi contatti e piombare a caso in chat di gruppo programmate da sconosciuti o magari dai tuoi amici. Nella timeline principale si vedono le conversazioni aperte, quelle programmate e si può – ovviamente – far partire una stanza pubblica o riservata per avviare una bella chiacchierata on line, o un panel, o una conferenza, o un delirio autoreferenziale interrotto dagli amici (si può alzare la mano e parlare come sulle app di videochat, anche se in qualunque stanza io sia entrato c’era sempre casino e gente che si parlava sopra come in un vecchio film di Woody Allen). Non si può commentare, non si può mettere “mi piace”: le notifiche servono solo a dirti che sta per cominciare una conversazione che ti potrebbe interessare, in base ai famosi temi che hai selezionato in partenza.

Se ne sentiva il bisogno? Non saprei dire. Nella timeline dei social media, dopo l’exploit di Snapchat nel 2011 e di TikTok nel 2017 non era più successo nulla di rilevante. Il mercato forse è troppo maturo, e per un decennio (fino al 2010) in cui ogni anno sono spuntate fuori una o più “sorprese” nel campo della comunicazione digitale, il decennio successivo non ha offerto molto su cui dibattere. Quindi, sì: Clubhouse è qualcosa di cui parlare. Ma è anche qualcosa attraverso cui parlare?

Faccio una riflessione: Clubhouse non poteva che nascere (e crescere: ci sono già investimenti per milioni di dollari e la base di utenti attivi ha raggiunto i 2 milioni) in tempi di pandemia. Tempi in cui per soddisfare il bisogno di socialità e confronto è stato necessario aumentare l’uso dei mezzi digitali. Su Clubhouse, quindi, la voce umana viene elevata a unico fattore di engagement (la parola che più piace a noi socialmediacosi). Bisogna stare in casa, molti lavori languono, è il momento buono per la formazione on line e quindi potenzialmente anche per i meeting o i cazzeggi su Clubhouse. Tanto più che nessuno noterà mai se sei in mutande.

Il punto è che Clubhouse ha due problemi, uno – come dire – intrinseco al mezzo e l’altro che sta diventando sempre più evidente man mano che gli utenti aumentano.
Il primo problema sta nel fatto che Clubhouse è necessariamente un medium sincrono (come il telefono, come le chat, come le live su Instagram, Twitch, YouTube o Facebook, come la radio o la televisione, come tutto ciò che ha un palinsesto da seguire). Questo, a mia opinione, è un punto a sfavore.

In due giorni su Clubhouse sono già stato invitato a una decina di riunioni, meeting, aperivoce (il neologismo è sempre in agguato), confronti su temi di lavoro, di piacere, di letteratura, di cinema. Ora, io capisco che siamo tutti creator e che in alcuni ambiti il lavoro langue. Ma io sinceramente non ho tempo e non ho modo di partecipare a questi incontri audio / chat in tempo reale così come non ho tempo e modo di seguire le live sui social, di guardare la televisione o di fare qualsiasi cosa che si svolga a un ora predefinita. Io guardo e ascolto tutto in differita. Di qualche ora quando va bene, di un paio di giorni quando va meno bene. Sono uno splendido cinquantenne il cui lavoro è casomai aumentato con la pandemia (lo stipendio no, ovviamente) che ha un bambino in casa da seguire e tutto ciò che faccio per me lo faccio dopo le 22. E attenzione: Clubhouse non permette di registrare le conversazioni avvenute in una stanza per un ascolto in differita. Per questo motivo, un social come Clubhouse mi lascia – se non indifferente – abbastanza scettico.

Il secondo problema sta cominciando poco a poco a emergere. Sì, va bene, su Clubhouse ci stanno le migliori menti delle generazioni più o meno giovani, puoi chiacchierare con Montemagno o con Camisani Calzolari, puoi infilarti in stanze in lingua inglese e sentire cosa dicono. Ma siamo sicuri che resteremo sempre così educati? Su Clubhouse ci sono stati fin da subito episodi di antisemitismo, razzismo, sessismo. A voce, ovviamente. Nulla viene archiviato su Clubhouse, ma è tranquillamente possibile registrare le conversazioni con applicazioni terze (l’equivalente dello screenshot). Dunque? Crediamo forse che i dementi nazisessisti che popolano gli altri social o che fanno zoombombing non arriveranno prestissimo anche qui? Arriveranno in massa, certo, e allora il problema della moderazione di Clubhouse esploderà, come sta esplodendo in tutti i social da un po’ di anni a questa parte e soprattutto negli ultimi due o tre mesi (peccato che Trump non si era iscritto anche qua, sarebbe stato interessante).

E va bene che sei un social nuovo e scintillante, ma proprio perché sei nato nel 2020 e hai determinate caratteristiche, semplicemente non puoi permetterti di non essere adamantino sulla moderazione delle conversazioni. Fin dall’inizio, lo abbiamo detto, Clubhouse ha avuto quest’aura elitaria per cui ci trovi sopra il rapper di tendenza, l’attore indie, e puoi starli a sentire mentre parlano – magari di argomenti controversi, e magari presentando un punto di vista controverso. Possiamo fare i campioni della libertà di espressione quanto vogliamo, ma siamo sicuri che i termini di servizio di Clubhouse siano meglio strutturati di quelli di Facebook o Twitter? Siamo sicuri che sia semplice ed efficace bloccare un certo tipo di contenuti (audio in questo caso)? O non sarà tutto lasciato alla discrezione dei moderatori di stanza? Ad oggi, nonostante abbia cercato in diversi anfratti dell’app, non esiste alcun documento con i Terms of Service (edit: hanno fatto un post sul loro blog, mah).

Cosa succederà nell’immediato futuro? Probabilmente Clubhouse permetterà ai creator più attivi di monetizzare il loro lavoro tramite abbonamenti a pagamento (modello Twitch, Patreon, etc). Ma attenzione a Twitter, che sta muovendo anche lui i primi passi nemmeno troppo incerti nel magico mondo della creator economy, con l’acquisto di Revue (piattaforma per newsletter tipo Substack) e il prossimo lancio di Spaces, un ambiente di chat vocale proprio come Clubhouse, ma distribuito ad una mole di utenti certamente più ampia e varia e – almeno a parole – con qualche funzionalità in più.

Quantomeno, possiamo dire che Clubhouse si sta candidando a diventare la casa delle più colossali figure di merda del 2021 – perché è inevitabile che ci saranno scandali e “intercettazioni”.

È la natura umana, e probabilmente Clubhouse non ci può fare proprio nulla.

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