LO SPETTRO DELLA DIVERSITÀ

Di seguito c’è una serie di pensieri a volte confusi che devo buttare giù per fermarli, vedere se riesco a dargli un filo logico. Per esprimere quello che voglio dire sarò costretto a ricorrere anche a parolacce, insulti e termini poco politicamente corretti. Serve all’esposizione, sapete.

Spesso mio figlio mi chiede perché non ci si ama tutti al mondo. Una di quelle belle domande da bambino, che ti mettono in crisi. Già. Perché? Fino a qualche tempo fa, cinico e misantropo quale sono, ho sempre ritenuto che la condizione di natura fosse quella hobbesiana di homo homini lupus, cane mangia cane, mors tua vita mea. E che solo dopo un estenuante percorso di educazione, studio e repressione dei naturali istinti omicidi le persone potessero (se lo volevano) diventare “buone”, amorevoli, empatiche, rispettose. Ritenevo anche che il percorso di automiglioramento fosse una goccia nell’oceano di guerra, violenza e sopraffazione che è la razza umana. Ma una goccia che serviva.

Oggi, quando mi trovo a spiegare a mio figlio che ci sono persone cattive, che opprimono altre persone in vari modi e con varia intensità, non sono più così sicuro delle mie precedenti convinzioni. Prima pensavo che i bambini nascessero “cattivi”, cioè capaci di tutto per autoaffermare il proprio totale egoismo a scapito dell’altro, e che il percorso di educazione fosse un lungo viaggio verso la “raffinatezza” dell’uomo, sgrossando le parti “bestiali”. Non penso più in questo modo. Nell’ultimo anno in particolare, dentro di me c’è stata come una rivoluzione copernicana.

Oggi sono convinto che i bambini nascano “buoni”, ossia con una infinita capacità di dare e ricevere amore (certo, sono bambini, il loro egoismo è innegabile ma non c’è cattiveria gratuita), e che il loro percorso di educazione sia nel migliore dei casi un processo maieutico per “tirar fuori” in modo sempre più esplicito le buone qualità che già hanno innate. Nel peggiore (e purtroppo più comune) dei casi, una consapevole e sistematica “tarpatura” di queste buone qualità che trasformano il bambino in un uomo impaurito, arrabbiato, non in contatto con le sue emozioni, poco empatico, egoista e determinato a prevaricare i suoi simili.

Questa cosa la percepisco anche quando mi vengono raccontati piccoli episodi scolastici di bullismo (ad esempio, se chiamano mio figlio “ciccione”). Un commento estremamente comune ad una situazione del genere – un commento che io per primo avrei fatto fino a qualche tempo fa – è: “Ma certo, i bambini sono dei bastardi, la loro cattiveria è innata per cui tendono a comportarsi male tra loro”. Il commento che oggi farei è piuttosto: che esempio hanno dato i genitori ai loro figli che usano termini come “ciccione” in prima elementare? O “frocio”, “puttana”, “handicappato”, “negro”, “ebreo”, “pezzente”, “cessa”, e via dicendo dalla seconda elementare in su?

È questo il punto su cui dovremmo soffermarci, un problema che i bambini non percepiscono, perché per loro il mondo è COME DOVREBBE ESSERE. La diversità è l’assoluta normalità. Non c’è nessun problema se io sono ricco e tu povero, se a me piacciono le persone del mio stesso sesso e a te no, se io sono bello o brutto, magro o grasso, se ho un colore della pelle diverso o pratico una religione sconosciuta. Ma noi questo problema ce lo abbiamo ben stampato in testa. E in alcuni casi ci facciamo un punto d’onore di passare questa visione del mondo ai nostri figli, perché è comodo perpetuare la dominazione di un gruppo su un altro. Posso essere l’uomo più sfigato del mondo (e credetemi, nella maggior parte dei casi queste persone sono solo degli sfigati), ma troverò sempre qualcuno da opprimere.

Il gruppo dominante è chiaro da secoli: maschi bianchi etero di mezza età, in salute, più o meno ricchi, di bell’aspetto, possibilmente cristiani. Non c’è altro modo che partire da qui, da noi (a parte la riccanza, sto in pieno nel gruppo pure io). Gli altri gruppi, i gruppi in qualche modo oppressi, stanno già lavorando per cambiare le cose, per mettere sotto gli occhi di tutti le storture del sistema. Ma siamo noi a doverci sforzare di più per dare l’esempio.

A dover spiegare perché le donne guadagnano di meno a parità di lavoro. Che non esistono lavori o giochi “da femmine” e lavori o giochi “da maschi”. A rendere conto del perché molte donne vengono uccise da uomini che proclamano di amarle. A dover spiegare perché ci sono persone che provano paura e rabbia nei confronti di persone dal colore della pelle diverso. E le guerre, le torture e i genocidi che questa visione si porta dietro. A dover spiegare che è normale che si possano amare uomini, donne, persone transgender e che i matrimoni tra persone dello stesso sesso non sono una cosa eccezionale (per i nostri figli non lo sono, ma per i loro genitori a volte sì). Che fare la guerra a chi è più povero di noi non ci rende più ricchi. Che gli anziani, i malati o i disabili vanno aiutati e supportati e non ignorati o peggio picchiati, torturati o uccisi.

Per questo io provo una rabbia sorda anche solo a sentire un body shaming potenzialmente innocuo come “ciccione” (non è innocuo, ma facciamo finta che sia così, e comunque a quanto pare mio figlio non l’ha sentito).  L’ignoranza sempre più diffusa è la piaga da contrastare, e questo non è un cazzo facile. Quando ero piccolo io, quaranta anni fa, era normale chiamare “mongoloide” un compagno, o insultare le persone in base al loro (presunto) orientamento sessuale o dire di una ragazza che era una “zoccola” perché scopriva troppi centimetri di pelle.

Oggi se scoprissi che mio figlio usa certe parole gli farei la lectio magistralis (che poi è una cosa che ho imparato anche io negli anni): STRONZA sì, PUTTANA mai. PEZZO DI MERDA sì, FROCIO mai. Se vuoi insultare una persona perché ti ha causato un forte disagio devi riferirti al comportamento, non alla persona. E se invece vuoi insultare una persona per il puro gusto di farla stare male perché ha qualcosa di “diverso” da te, la vera merda sei tu. Con buona pace della cacca, che viene sempre tirata in ballo quando c’è da insultare qualcuno.

Il mondo di oggi è sempre più complesso, stratificato e fluido di quello di 50 anni fa, e se non lo vogliamo capire noi ci sarà sempre un pericoloso scollamento tra la realtà dei nostri figli e quella nella nostra testa. Abbiamo sempre più bisogno di spettri e sempre meno di binarismi per spiegarlo. I binarismi, peraltro, erano già inadatti a spiegare il mondo mezzo secolo fa e chiunque abbia superato con un certo successo l’adolescenza dovrebbe sapere che non esistono solo il bianco e il nero ma anche le famose sfumature di grigio.

Quando ero piccolo io, le mie brave discriminazioni le ho subite. Perché non ero conforme al canone di peso, bellezza o genere. Perché ero un bambino che giocava con le bambole, perché vestivo strano, perché ero un adolescente che si truccava, perché “andavo in giro mascherato” anche se non era carnevale. Perché non giocavo a calcio ma stavo con le femmine, o comunque in generale facevo cose considerate “da maschio” e cose considerate “da femmina” in ugual misura. Mi hanno sempre definito strano e mi sono sempre sentito strano, inadeguato a quello che probabilmente ci si aspettava da me.

Ho dovuto raggiungere l’anzyanità e studiare un po’ meglio le questioni riguardanti l’identità di genere per capire che anche questa mia caratteristica è semplicemente parte di uno dei tanti “spettri” che definiscono in maniera meravigliosa e sempre diversa ogni essere umano. Che puoi essere maschio ed etero ma non posizionarti – nella definizione di te che è nella tua testa – in una casella specifica uomo/donna e accogliere in egual misura caratteristiche dell’uno e dell’altro polo. Che anche l’identità di genere, come tutte le cose della vita, è una questione non binaria. Ma non lo dico per incasellarmi in una definizione, non è quello il punto, non ne ho bisogno e grazie al cielo sono sempre stato a posto con me stesso e me ne sono sempre fregato del giudizio altrui. Ma solo perché ho avuto una famiglia e dei buoni amici che mi hanno passato questa capacità.

E come quello del genere c’è lo spettro della neurodiversità, un altro concetto tutto interiore che difficilmente viene compreso perché non è immediatamente visibile come le sfumature di colore della pelle di una persona. Eppure dobbiamo saper distinguere un introverso da una persona che veleggia più verso l’autismo funzionale, e sono capacità che vanno raffinate col tempo e non vanno assolutamente trascurate, per poter vivere un mondo di relazioni sane e consapevoli. [Mentre scrivevo mi sono preso una pausa per fare il test sul Quoziente dello Spettro Autistico e ho totalizzato 25 su 50: da 25 in su sono le persone che cominciano ad avere dei tratti autistici, che bello].

In definitiva, non ricordo nemmeno più cosa volevo dire con questo lungo post. Sicuramente dovevo vomitare una palla di pelo, di certo era una cosa legata al ruolo di padre di figlio maschio nel ventunesimo secolo. Un filo logico forse non c’è, ma quello che so è che bisogna seminare amore.

Intolleranza e discriminazione?
Rispondiamo baciandoci in bocca.
E magari anche con un “Me ne frego” :-D