SCONTRO DI TITANI E ALTRE COSE TRASH E MENO TRASH

Aprile è stato un mese ricco di visioni, contraddistinto dal super mega monster movie del decennio ma anche da pensosi documentari, scatenati film di animazione, l’occasionale horror che non può mancare, lunghissimi anime dolenti e qualche sprazzo di Oscar. Enjoy.

GODZILLA VS. KONG (Adam Wingard, 2021)

Giornata di ferie babbo/figlio.
Cosa c’è di meglio che alzarsi tardi e spararsi GODZILLA VS. KONG? Credo proprio niente.
L’apoteosi dei mostri grossi, un fomento continuo prevedibilissimo ma realizzato alla stragrande, un fan service di due ore in cui a babbo e figlio non resta che ruggire con Kong e Zilla e urlare in coro FIATELLA ATOMICA! MECHAGODZILLA! IL TESCHIO DI KING GHIDORAH! KONG CHE SI GRATTA IL CULO! Con in più un introduzione e un epilogo in chiave ironica sottolineato da canzoni solari e molto pop sulle quali Kong fa lo splendido (perché lui è amico sincero di una bambina muta, mentre Godzilla è bravo ma non ha tutta questa complessità di sentimenti, quindi non gli rompere il cazzo che poi rade al suolo Hong Kong).
Pare quasi di sentirli, tra un GROARR e un GRAURRR che si dicono:
– Scimmia del cazzo, mollami che abbiamo un problema più grosso!
– Kong… Spacca!
– Kong deve stare fermo perché sta arrivando Mechagodzilla e quello ci fa il culo a tutti e due.
– E allora Kong… prende l’ascia da Manowar e spacca Mechagodzilla!
– Ecco, bravo, facciamo il team up!
Ovviamente gli attori umani sono poco più che figurine, quel che conta è il disastro. E il disastro c’è tutto.
Nel suo genere, il film del decennio. #recensioniflash

WONDER WOMAN 1984 (Patty Jenkins, 2020)

Ho aspettato un po’ a vedere WW84 anche perché tutti dicevate che era una cacata imbarazzante. Ora posso confermare che in linea di massima lo è. Andiamo con ordine: cosa mi aspettavo? Un’ambientazione pesantemente anni ’80, con strizzatine d’occhio continue ai neon, al fluo, alla lacca, alle spalline. Questo viene fuori al massimo nei primi minuti, poi è tutto una citazione, della serie “Vedi? Questa è la breakdance” o “Sequenza a montaggio di Chris Pine in versione Ken moda 1986”. Mi spiego meglio: non un period piece ma un film che “nomina” mode e modi in modo didascalico e incongruente. Mi aspettavo dei villain simpatici e sopra le righe, magari un po’ grotteschi (anni ’80, in una parola) e ci sono dei villain mosci mosci mosci che più mosci di così non ne ho visti mai. Mi aspettavo combattimenti cazzutissimi e invece l’unico veramente cazzuto è quello del trailer che infatti è mille volte meglio del film. Mi aspettavo una colonna sonora a base di hit post punk e new wave invece si erano giocati i soldi per il pezzone dei New Order solo nel trailer (again!). Mi aspettavo che fosse un film che scorreva via come un bicchiere di Cherry Coke e invece scorre via come un bicchiere di acqua del rubinetto tiepida. Però nella scena post credits c’è Linda Carter, e quello per un cinquantenne è tanta roba. #recensioniflash

GRETEL & HANSEL (Oz Perkins, 2020)

Ogni tanto spulcio nelle mie Watchlist (dove ci sono abbondanti film fermi dal 2016) e scovo qualche titolo interessante. Gretel & Hansel (titolo invertito per un motivo valido) è un film vittima del Covid (doveva uscire la scorsa primavera) che va recuperato. Ovviamente si tratta della fiaba dei Grimm, rivisitata ma nemmeno troppo per dare a Gretel (la mia adorata Sophia Lillis) 16 anni e ad Hansel tipo 8. I due bambini vengono cacciati dalla madre, vagano nel bosco e dopo qualche avventura con un cacciatore, un cannibale sui generis e dei funghetti allucinogeni, incontrano la famosa strega. La differenza con la fiaba originale la fa il presunto “seme della stregoneria” che alberga anche in Gretel, che si preoccupa non solo di fare le faccende in casa della inquietantissima strega (Alice Kriege) ma anche di studiare le erbe, gli incantesimi e di avere vividissimi incubi con pezzi di bambini cotti e mangiati. Fino qui tutto bene, c’è una discreta dose di splatter quando serve, ma è tutto molto atmosfera. C’è un prologo in widescreen con una storia demoniaca che pare slegata dal contesto e poi non lo è, e invece tutto il resto del film è girato in un rapporto stranissimo tipo 1:55 a 1, con una fotografia naturalistica, che sfrutta il sole di taglio e le fiamme di candela, propone colori alla Dario Argento e inquadrature alla Jodorowsky, nonché una grande abbondanza di grandangoli, tilt&shift e dutch angles. Gretel & Hansel vuole somigliare un po’ a The VVitch di Eggers, un po’ a Midsommar di Aster, alla fine è una fiaba horror femminista un po’ lenta (e con… poca carne al fuoco, se mi permettete la battuta) ma estremamente godibile per l’occhio. Se parliamo di folk horror, bisogna dire che mai come in questo film i boschi hanno gli occhi… #recensioniflash

THE MASK YOU LIVE IN (Jennifer Siebel, 2015)

Siccome non vi voglio parlare sempre solo di film splatter, oggi vi parlo di un documentario che mi è stato consigliato e che ho visto “a pezzi” perché, ve lo dico, si piange parecchio. Almeno, io piango in quanto preso direttamente in causa, poi vedete voi. The Mask You Live In è un doc del 2015 totalmente dedicato a individuare le cause, la diffusione e le possibili alternative a una cultura della mascolinità tossica che respiriamo intorno a noi. Questo doc mi tocca come uomo, come padre, come ex bambino bullizzato, come educatore, come persona che vuole contribuire a cambiare le cose (non oso definirmi attivista perché è una parola che fa a pugni con la mia pigrizia, ma insomma). Non credo sia necessario mettermi qui a spiegarvi quanto il patriarcato sia dannoso NON SOLO per le femmine (vittime “evidenti” del sistema), MA TANTISSIMO anche per i maschi. Il maschio, da sempre, viene chiuso in una “gabbia” dalla quale è difficilissimo uscire. Ed è una gabbia che nella migliore delle ipotesi porta a non essere in contatto con le proprie emozioni, a mancare di empatia, a non essere capace di entrare in relazione con un’altra persona. Nella peggiore porta a rape culture, sessismo, violenza omicida o suicida. In questo doc ci sono delle testimonianze strazianti di bambini, di adolescenti, di padri, di educatori. A un certo punto diventa “troppo americano” (nel senso che si focalizza su fenomeni prettamente tipici di una società dove alla mascolinità tossica viene abbinata la totale libertà sulle armi), ma al 90% si tratta di un doc che funziona a livello universale. Dovremmo vederlo tutti, ma soprattutto noi genitori di maschietti. Non si trova in giro, ma se me lo chiedete faccio uno strappo e vi mando un WeTransfer. #recensioniflash

PSYCHO GOREMAN (Steven Kostanski, 2020)

Fermi tutti, abbiamo trovato l’horror più pazzo e sanguinoso dell’anno! Psycho Goreman (già il titolo è tutto un programma) è il nuovo film del canadese Steven Kostanski, che già ci aveva regalato una perla come The Void, per tacere di Manborg. Per capire Psycho Goreman, pensate al primissimo Peter Jackson (Braindead in particolare), mescolato con un pizzico di Monty Python, tantissima Troma, molto power metal in versione Tenacious D, una bella spennellata di Capitan Mutanda e Treehouse of Horror dei Simpson quanto basta. Psycho Goreman è un delizioso film per famiglie con teste che esplodono, cuori strappati, arti mozzati, intestini sparsi e tutto quanto fa gore. Mimi e Luke, i bambini protagonisti, litigano costantemente per qualsiasi cosa, in particolare per le loro assurde e incomprensibili partite di palla avvelenata con regole inventate. Mimi è quella cazzuta del duo. Dopo aver sconfitto Luke lo costringe a scavarsi una fossa per essere sepolto vivo, come simpatica penitenza. Solo che Luke scavando incappa nella tomba di un antichissimo demone alieno lì imprigionato. In poche parole, Mimi si impossessa di un artefatto che sigilla la tomba in grado di controllare il demone, che da quel momento non può fare altro che obbedire a lei (non senza aver prima smembrato alcuni malfattori). E tra il demone – ribattezzato Psycho Goreman, PG per gli amici – e la bambina non si sa chi sia più sadico e votato al male. Ma non è finita qui: il risveglio di PG manda in palla una sorta di consiglio galattico con creature degne di Frank Oz (alcuni ricordano molto l’universo di Dark Crystal) che decide di mandare Templar Pandora, un’eroina à la Evangelion a distruggere PG. Il lavoro sulle creature e sugli effetti splatter e gore è ad altissimi livelli nonostante il budget bassissimo. Il film è scritto in modo ovviamente prevedibile ma divertente e ricco di battute e immagini che hanno già generato una valanga di meme (in foto, un amichetto di Mimi trasformato in enorme cervello semovente da PG). Geniale la sequenza in cui i bambini coinvolgono PG nella loro punk band e cantano la loro hit “Frig It” (tipo “vaffanbagno”) mentre PG fa esplodere bambini in bicicletta o scioglie poliziotti dal grilletto facile. Io vi ho avvertito: cercatelo, perché lo adorerete. #recensioniflash

MY OCTOPUS TEACHER (Pippa Ehrlich / James Reed, 2020)

Pole l’omo innamorarsi di un polpo? Questa è la domanda alla base di My Octopus Teacher (Il mio amico in fondo al mare), il documentario in odore di Oscar che trovate su Netflix, visione consigliatissima specie accanto alle Creature in età scolare. Ma non immaginatevi il solito documentario. Questa è una vera e propria storia d’amore: si palpita e si piange. Boy meets piovra, poi c’è il corteggiamento, le coccole, l’osservazione partecipata della vita quotidiana dell’amata, quella volta che uno squalo pigiama (!!!) se l’è quasi mangiata e lui porello voleva intervenire ma sa che non bisogna interferire con la natura e via dicendo fino all’inevitabile finale (i polpi non è che vivano proprio molto a lungo). Oh, insomma lo saprete anche voi che i polpi sono uno degli animali più intelligenti del pianeta. A livello cane, gatto o scimpanzé, pare. Vedere la piovra che si coccola il regista è bellissimo. Riprese eccezionali e poi, come tutti i film che hanno qualcosa in più, è la storia di un cambiamento, di come un uomo ritrova la via, pura e semplice, della natura. E comunque c’è anche una bellissima rivelazione: i polpi giocano. #recensioniflash

ARLO THE ALLIGATOR BOY (Ryan Crego, 2021)

Da poco è uscito su Netflix questo Arlo the Alligator Boy, un lungometraggio di animazione tutto realizzato in remoto durante il lockdown (posso solo immaginare lo sclero) e diretto da un signor nessuno di cui sentiremo parlare, Ryan Crego. Che poi tanto nessuno non è, dato che si è fatto le ossa in Dreamworks per dieci anni prima di arrivare qua. Comunque, Arlo (da non confondersi con il dinosauro Pixar, anche se è altrettanto puccioso) è un ibrido umano/alligatore che vive nelle paludi della Louisiana ma ben presto scopre di essere originario di New York, per cui parte all’avventura per andare a conoscere il padre, incontrando una banda di personaggi squinternati sulla sua strada che ovviamente diventeranno i suoi migliori amici. Ve lo dico, è un prodotto da un lato un po’ derivativo: appena è iniziato ho detto “Vabbè, è Oliver & Company con un alligatore invece di un gatto”, dopo quindici minuti ho detto “Vabbè, è Bianca e Bernie con un alligatore al posto della bambina”, dopo le prime canzoni (ci sono tantissime canzoni, è spudoratamente un musical old school) mi sono detto “Vabbè, è Oceania/Frozen dei poveri”, però pian pianino il mio spirito critico si ricredeva. Perché pur avendo radici fortissime nell’humus Disney/Pixar, questo Arlo è anche sperimentale, underground, ha un character design che è un misto incredibile dei fratelli Fleischer, di segni “europei” come la serie Floopaloo, dell’underground americano che dagli anni ’70 arriva ai più strambi prodotti Cartoon Network (Crego è anche il creatore della serie Sanjay and Craig, una delle più deliranti dello scorso decennio). Se già Arlo è un outsider, i suoi compagni di viaggio sono la fiera del freak e del diverso, in rappresentazione – per dire – di corpi non conformi (la gigantesca Bertie, doppiata da Mary Lambert, cantautrice queer folk) o di generi assolutamente non definibili (Furlecia, una palla di pelo rosa doppiata dal mito assoluto di Queer Eye Jonathan Van Ness). Ma in definitiva com’è ‘sto film? Godibile, anche se lascia diversi buchi di trama. MA… c’è un motivo. Ho scoperto cercando in giro che in pratica questo film è un lungo pilot che precede la prossima serie Netflix “I ❤ Arlo”, e allora… qua in casa c’è già la scimmia che urla. #recensioniflash

LOVE AND MONSTERS (Michael Matthews, 2021)

Ciao raga, ho un attimo di tempo e voglio segnalarvi un po’ di cose. Vado con ordine. C’è un film nuovo su Netflix che si chiama Love and Monsters. Allora, la premessa è molto figa: apocalisse kaiju derivata da fallout radioattivo di missili atomici contro asteroide che stava arrivando sulla terra / umanità costretta a vivere in colonie nel sottosuolo / tizio che è l’unico della sua colonia che non scopa e si impunta di uscire in superficie per andare a cercare la fidanzata da cui si è separato sette anni prima per vedere se ancora ce n’è.
La realizzazione è un po’ meh, più che altro per conclamata antipatia selvaggia di tutti i personaggi del film tranne Michael Rooker che insomma, fa Michael Rooker e non si può proprio dirgli un cazzo. I mostri sono comunque abbastanza fighi e si lasciano guardare. Gli umani li vorresti tutti morti malissimo. Bravissimi il cane e il robot. #recensioniflash

TWO DISTANT STRANGERS (Travon Free / Martin Desmond Roe, 2020)

Two Distant Strangers è il corto che ha vinto il miglior corto ieri notte agli Oscarz, e insomma, è un bel corto. Sta su Netflix e andrebbe visto perché è veramente un bel corto, davvero. Anche se dura 30 minuti e siamo un po’ al limite del medio, resta comunque un corto. Un bel corto. A parte gli scherzi, vi devo dire che un amico mi ha detto “Guardalo, è un bel corto, poi risolve questa cosa del razzismo sistemico con toni da commedia, è figo”. Guardo i primi 15 minuti (cioè metà film, perché come abbiamo detto è un bel corto di 30 minuti) e scrivo un whatsapp al mio amico “Senti il film è figo, ma te c’hai un senso un po’ distorto di cos’è la commedia”. Perché ve lo dico, i primi 15 minuti di Two Distant Strangers sono pesi forte. La storia è quella di un ragazzo nero che si sveglia nel letto di una splendida ragazza, poi esce per tornare a casa sua dal suo cane e viene fermato da un poliziotto bianco violento che lo uccide, poi si risveglia ed esclama “Diamine! Era tutto un sogno!”, allora esce per tornare a casa sua dal suo cane e viene fermato dallo stesso poliziotto bianco violento che lo uccide, poi si risveglia ed esclama “Diamine! Era tutto un sogno dentro un sogno!”, quindi nuovamente esce per tornare a casa sua dal suo cane e viene fermato dal solito poliziotto bianco violento che lo uccide, poi si risveglia ed esclama “Diamine! Era tutto un sogno dentro un sogno dentro un sogno!”… e via così, per 99 volte. A metà del film c’è la svolta commedia, di cui non anticipo nulla se non che girala come vuoi ma non c’è un cazzo da ridere. A un certo punto diventa un FILINO didascalico (vedi foto con macchia di sangue a forma di Africa e corpo in posizione “appeso” dei tarocchi), ma insomma, son contento che ha vinto. Perché è un BEL corto. #recensioniflash

MAQUIA (Mari Okada, 2018)

Sempre per dirvi un’altra cosa angosciantissima che trovate gaiamente su Netflix, c’è da qualche giorno un anime nuovo (è del 2018 ma per noi ignari spettatori è nuovo) Si tratta di “Maquia: Decoriamo la mattina dell’addio con i fiori promessi”. Che uno già dal titolo dovrebbe capire che non è cosa, e invece io mi sacrifico per voi e li guardo tutti. Chiarisco subito: Maquia DLMDACIFP è un ottimo anime fantasy, solo che fa PIANGERONE. O forse sono io che ho l’ormone sballato. Comunque. Maquia è una giovine della stirpe degli Iorph, sorta di elfi separati dal mondo esterno che hanno la capacità di vivere centinaia di anni (tipo che la grande anziana c’ha 450 anni e ne dimostra 28) e che tessono tele chiamate “hibiol” con cui rappresentano la propria vita. Siccome vivono tanto, c’è la stirpe degli umani che regnano su Mezarte che gli ha messo gli occhi addosso per fare una roba alla ratto delle sabine e usare qualche giovane Iorph come utero in affitto per il principe debosciato. Attaccano quindi gli Iorph in sella a degli incredibili dragoni di nome Renato. Cioè, Renato è proprio il nome comune di drago, nell’universo fantasy di Maquia. Quindi arrivano tanti Renato in picchiata ma ne muoiono anche tanti: infatti una delle sottotrame è la potenziale estinzione dei Renati (LOL). Vabbè, i cattivi mezartiani rapiscono Leilia l’amica del cuore di Maquia, che invece riesce a scappare e com’è come non è trova un neonato tra le mani di una madre morta. Decide di prenderlo con sé NONOSTANTE come potrete immaginare gli Iorph vivono tantisssssssimo e gli umani no. Per cui Maquia è condannata a vedere il suo “figlio adottivo” invecchiare e morire mentre lei resterà sempre una splendida quattordicenne. E siamo solo ai primi quindici minuti. Non vi dico altro se non che c’è molta inquietudine, qualche simpatico accenno di pedofilia e incesto (che come sappiamo sono temi molto meno tabu per i giapu rispetto alla nostra cultura) e TANTE LACRIME BASTARDE perché ovviamente andiamo a vedere una storia familiare di almeno tre generazioni intricata peggio di un Garcia Marquez con i personaggi che improvvisamente fanno scatti di crescita di un decennio mentre Maquia è sempre dannatamente uguale a sé stessa. E bon, provateci anche voi. #recensioniflash

IN QUESTO ANGOLO DI MONDO (Hidenori Matsubara, 2016)

L’anime di ieri sera, rimandato da diversi anni, è “In questo angolo di mondo” di Hidenori Matsubara, pluripremiato film del 2016 che nella mia testa appariva un po’ troppo analogo a “Una tomba per le lucciole” per poter essere visto a cuor leggero. Invece devo dire che mentre il film di Takahata (che – non finirò mai di stupirmi – uscì in sala in double feature con “Il mio vicino Totoro”, con una scelta di marketing sconvolgente) è un concentrato di angoscia cosmica e ineluttabilità del destino, questo nuovo racconto sugli anni della guerra nei dintorni di Hiroshima lascia ADDIRITTURA una luce di speranza. Nel film, Suzu è una giovane donna che lavora nei centri di raccolta alghe di Hiroshima, viene chiesta in sposa da un uomo a lei sconosciuto che però la adocchia da quando erano ragazzini, si trasferisce da lui e avvia una vita semplice ancorché faticosa a Kure (paesino di montagna da cui si domina la baia). In uno scandire continuo di date (dagli anni ’30 al 1946) che già capisci dove sta il clou, Suzu ha a che fare con i suoceri, la cognata e la nipote, la gente del villaggio, sempre con quella sua aria svagata e serena, finché la guerra non le gioca uno scherzo atroce (non vi dico quale se no poi mi dite che guardo solo robe orribili) e poi, ovviamente, la bomba atomica – solo suggerita, perché siamo un po’ distanti da Hiroshima, ma impressionante comunque. Il finale, al contrario di quello di Takahata, mostra sì morte e distruzione ma da quella morte nasce anche qualcosa, per fortuna. Lo stile (che poi è anche quello del manga di Fumiyo Kono raccolto in volume omnibus da Panini l’anno scorso, mi pare) è molto interessante, sembra quasi un anime del periodo d’oro Ghibli, nel tratteggio dei personaggi, soprattutto rispetto al lavoro sugli sfondi che invece è modernissimo (nel senso del fotorealismo che tanto piace ad esempio a Makoto Shinkai). E insomma, secondo me è un grande sì. #recensioniflash

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