LA SATIRA BLACK DI AMERICAN FICTION

American Fiction, dell’esordiente Cord Jefferson è l’ultimo film candidato agli Oscar che vi manca di vedere, e allora vedetelo (si trova su Prime Video). Ah, non fatevi ingannare dal trailer che lo fa sembrare l’ennesimo insulso film comico.

C’è un motivo per cui questo film è piaciuto così tanto in patria, ed è (secondo me) questo: è un film che parla di razza e di stereotipi, di rappresentazione e di senso di colpa bianco, mescolando la satira sociale ad una storia familiare disfunzionale drammatica e comica al tempo stesso e che mantiene sempre il ritmo e il tono giusto mescolando materiali potenzialmente poco mescolabili e aggiungendoci anche un pizzico di metacinematografia.

Vado a spiegarmi illustrando la trama: Thelonious Ellison, detto (ovviamente) Monk, interpretato da un Jeffrey Wright in stato di grazia, è un professore universitario nero che insegna storia della letteratura americana sudista. Il film comincia con lui che scrive alla lavagna il titolo di un libro da analizzare che contiene la parola “nigger”

Una studentessa bianca e woke dice “ma quella è una parola che non si usa, è offensiva e mi mette a disagio”. Lui replica che il libro da studiare è quello, e che cento anni prima quella parola era di uso comune. La studentessa replica che lei proprio non ce la fa a vederla scritta. Lui le dice in sintesi “scusa ma se ci passo sopra io direi che puoi farlo anche tu”. Ovviamente viene sospeso dall’insegnamento.

Avete capito dove si va a parare, il sottile confine tra l’uso di un linguaggio politicamente corretto e la follia di voler in qualche modo censurare il passato. Ma soprattutto il senso di colpa bianco portato al parossismo.

Il tema viene sviluppato in modo veramente gustoso nel momento in cui Monk, scrittore sopraffino che però non pubblica e che ha bisogno di soldi per via delle sue questioni familiari, decide di dare alle case editrici wasp quello che il mercato chiede: un vero romanzo afroamericano.

Che ovviamente è tutto a base di ghetto, spaccio, periferie degradate, gravidanze indesiderate, sgrammaticature e stereotipi portati all’eccesso: tutto quello che Monk odia e disprezza. Lo propone per scherzo firmandolo con lo pseudonimo Stagg R. Leigh (capito la finezza) e ovviamente piace TANTISSIMO.

Da qui in poi, nella parte satirica del film, parte una ridda di situazioni sempre più allucinanti che portano a premi letterari, adattamenti cinematografici e un sempre maggiore scorno e imbarazzo di Monk,

Nella parte “familiare” del film, una serie di personaggi di contorno amabili (nel senso che ci viene voglia di amarli, un po’ come i personaggi di The Holdovers, altra grandissima commedia americana dell’anno scorso) ruotano intorno a Monk. La sorella da cui si era allontanato, il fratello minore gay e in bancarotta, la madre con l’alzheimer (è per i soldi della casa di cura che Monk accetta di scrivere un libro che odia), la governante che si sposa in terza età, la vicina di casa che diventa fidanzata, confidente e che a causa delle tensioni provocate dalla vita lavorativa di Monk si estrania. 

Ci sono diverse scene memorabili nel film, intessute nella storia in modo perfetto (la mia preferita è quando Monk, nei panni di Stagg R. Lee propone di intitolare il suo libro “FUCK” e la direttrice della casa editrice gli dice “sì, è coraggioso, è molto black”).

Ovviamente non vincerà l’Oscar come miglior film, ma tra Jeffrey Wright e Cillian Murphy non avrei dubbi sul miglior attore. Magari vincerà la statuetta per la miglior sceneggiatura non originale (è tratto da un romanzo inedito in Italia), anche se credo che quello sarà il premio di consolazione per The Zone of Interest. Comunque vedetelo, che vale.

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