DREAM JOB / JOB NIGHTMARE

Sognare è una delle mie attività preferite. Sono pigro, la vita attiva non mi attira particolarmente, e ho raggiunto un’età per cui sono abbastanza conscio del fatto che non posso cambiare il mondo per renderlo più a misura mia. Purtroppo non ho tutto il tempo che vorrei per sognare ad occhi aperti, attività alla quale posso dedicare soltanto pochi minuti al giorno, quando lascio vagare lo sguardo tra le foglie degli alberi nelle pause pranzo estive (non funziona ugualmente bene con i rami secchi in inverno) o quando visualizzo universi paralleli nei momenti immediatamente precedenti il sonno.

Mi piace dormire a lungo, almeno nei fine settimana, il che è una garanzia di poter passare nel mondo dei sogni un discreto lasso di tempo. E, come dico sempre, meglio un sogno insignificante che un telegiornale ben organizzato. A volte però ci si mette di mezzo la digestione, o la pressione che gli elementi esterni applicano sulla mia mente, causandomi ansie che approfittano del sonno per risvegliarsi. Ed è così che stanotte, complice una devastante grigliata di carne e una settimana lavorativa che mi è sembrato raggiungesse l’apice di una follia organizzativa che negli ultimi due anni è cresciuta come un’onda anomala sempre pronta ad abbattersi su di me, ho sognato moltissimo.

Purtroppo si trattava essenzialmente di sogni legati al lavoro.
La cosa potrebbe anche essere normale, ma per chi – come me – vuole confinare il lavoro in una parentesi funzionale della più ampia manifestazione che chiamiamo “vita”, è decisamente inopportuna e deleteria.

Quando sogni di lavorare, una piccola parte del tuo subconscio vorrebbe farti mugolare “qualcuno mi svegli, sono intrappolato in ufficio”, ma non ci riesci. È come se la tua settimana lavorativa non finisse mai, sei già stanco di lunedì mattina (più stanco, diciamo) e rischi di passare per idiota dicendo al tuo capo con aria paranoica “mi hai inseguito per tutta la notte in un labirinto dalle geometrie non euclidee, adesso che vuoi da me?”. Inoltre, i miei sogni hanno la particolarità di svilupparsi in una struttura a episodi, per cui sembrano non finire mai (o meglio, solitamente si interrompono all’episodio 22 che poi è una sorta di season finale).

Prima di aprire gli occhi stamattina, sono stato, nell’ordine:

  • Nell’ufficio del mio dirigente dove i colleghi ciclostilavano volantini politici e lui portava i pantaloni del completo abbassati alle caviglie, sotto la scrivania, perché “faceva caldo
  • In un dormitorio tipo colonie estive con alcuni colleghi, in letti troppo grandi per noi, dove il dirigente passava, al buio, nel corridoio, dicendoci che se non dormivamo avrebbe licenziato qualcuno
  • In una commissione presieduta dal mio dirigente nella quale lentamente ma impercettibilmente da esaminatore diventavo esaminato
  • in un lungo corridoio luminoso al fondo del quale c’era la bollatrice (ma il corridoio diventava sempre più lungo e la bollatrice sempre più irraggiungibile)

Questo mi fa pensare che non esista un lavoro dei sogni, ma soltanto un lavoro nei sogni.
O piuttosto un lavoro da incubo.
E comunque forse è ora di smetterla di andare in ferie a fine estate.
Ho tutto il tempo di impazzire definitivamente tra il 21 giugno e il 24 agosto.

AFA

L’afa fa sembrare tutto appiccicoso, a partire dalle idee. Mi rimangono incollate all’interno del cranio come chewing-gum masticati e senza più gusto. Se provo a toglierle fanno i filamenti.

Quando non c’è afa tutto passa velocemente. Con l’afa, mi pare, anche. Solo che resta una costante punta di emicrania, qualunque cosa si faccia. Scrivo il post mentre gli avambracci restano appiccicati alla protezione di vetro della scrivania e i polpastrelli inumidiscono di sudore i tasti. Tengo un asciugamano “ospite” (mai capito perché gli asciugamani per il culo nei negozi li chiamano “ospite”) a portata di mano perché non si sa mai, quando grondo troppo potrei averne bisogno.

In questi giorni ho fatto moltissime cose che mi hanno fatto sudare copiosamente. Ad esempio, ieri c’era il CineCamp. E io, con perfetto istinto suicida, mi sono temporaneamente allontanato dal condizionatissimo laboratorio per lanciarmi in una esplorazione pomeridiana di un Palazzo Nuovo deserto. Dopo quindici anni esatti che non ci mettevo più piede. Peccato non aver avuto la macchina fotografica, c’erano scorci degni di De Chirico. Dovrò tornarci. Ma è una sudata. Poi che altro: a lavoro ci si scioglie, e la produttività ne risente. Ho tentato la carta dello sciopero, ma fa caldazza anche non lavorare. Scioperare stanca, insomma. Soprattutto se ti viene in mente di andare alla manifestazione alle 10 del mattino con la foschietta umida e senza una bottiglietta di Gatorade ghiacciato. Bere cose ghiacciate comunque fa male, Emilio Fede lo dice tutti i giorni e mia madre coscienziosamente me lo riporta. Io me ne fotto e infatti sto sempre in bagno a smaltire.

I condizionatori bucano l’ozono e consumano tanta elettricità. Io però sto per cedere e per concludere che me ne fotto anche di quello, mi basta avere una temperatura vivibile, almeno nella casa nuova. Sì perché cambieremo casa. Ma di questo parlerò un’altra volta.

L’afa fa sciogliere tutto, anche l’iniziativa.
Per cui scusatemi, ma penso che concluderò qui.

VICINATO SENZA VELI

La scena: un condominio mediamente ben tenuto in un’area suburbana di quasi-campagna. I protagonisti: due anziani vicini di casa. Uno dei quali, del tutto casualmente, è mia madre. Da quando è vedova, come è normale che sia per una persona completamente inetta ai lavori di idraulica, ferramenta o relativi all’impianto elettrico, mia madre è abituata a chiamare sempre una persona.

Questa persona (lo chiameremo “il vicino tuttofare“) è il classico abitante di tutti i condomini del pianeta, famiglia: vicinus domi, genere: pensionatus, specie: trafficans. Quando c’è un guasto in vista, lui è in prima linea, con l’immarcescibile divisa costituita da bermuda, canottiera a coste, sandalo con calzino bianco e cassetta degli attrezzi. Anche d’inverno. Il vicino tuttofare è una brava persona. Non si può dire che non sia generoso, sempre pronto a correre in aiuto del suo prossimo. Ma è anche molto impiccione e – soprattutto – ci prova.

Mia madre è dell’opinione che non si può chiamare il vicino tuttofare per ogni tubo intasato / cortocircuito / serratura bloccata senza peraltro considerarlo anche come “vicino” tout court, e quindi magari farsi sentire anche solo per un saluto. Ma sbaglia. Il vicino tuttofare, se lo chiami così, pour parler, rivela inevitabilmente il suo lato oscuro.

A sua discolpa, va detto che mia madre sperava di parlare con la moglie del vicino tuttofare. Invece al telefono ha risposto lui.
E in una telefonata di cinque o sei minuti è riuscito a dire, nell’ordine:

  1. che lui e la moglie vivono come separati in casa
  2. che non ha rapporti sessuali da 7 anni
  3. che anche volendo, dopo una non specificata operazione (di lei), non gli è possibile “penetrare la moglie
  4. che lui è a disposizione per QUALSIASI tipo di “lavoretto
  5. che se a volte allunga un po’ le mani con mia madre è perché “c’è la voglia

Considerate che il vicino tuttofare ha da poco compiuto 70 anni (mia madre 73), che si vanta di fare ogni genere di “lavoretti” per diverse vedove del circondario e che non è la prima volta che tenta la mano morta o che chiede di essere ricompensato per le riparazioni casalinghe con “un bacetto”.

La situazione diventa ancora più grottesca se pensiamo che il vicino tuttofare estende la sua iperattività (lavorativa, non sessuale) anche al di fuori dei confini del condominio: le sue velate avances vengono infatti contrappuntate da un riferimento mistico del tipo “so che tu non puoi andare spesso al cimitero, perciò ci tengo a dirti che io ogni settimana tengo pulita la tomba di tuo marito”. Semplicemente geniale.

Ora, mia madre ha tutti i suoi difetti ma almeno in questo caso mi sembra se la gestisca bene: non gli dà corda e lo smonta con due battute di spirito. Però un po’ è inquieta. Immagina già un titolo degno di un tabloid: “Molestava le vedove del quartiere perché non gli era possibile penetrare la moglie: tutti i particolari in cronaca”. E a dirla tutta, non mi sento di darle torto.
Voi come vi comportereste?