FISSO INTENSAMENTE IN CHECCHESSIA

Distratto (lat. distractus, p. p. di distrahere) – Tratto in parti diverse; e metaf. detto di persona rivolta intieramente con l’animo, con l’attenzione, co’ sentimenti ad alcuni pensieri; fisso intensamente in checchessia (grazie a etimo.it).

Questa è la mia condizione naturale. Ed è un grosso problema. Se è vero che la felicità si ottiene soltanto rinunciando alla centralità del pensiero e lasciando andare il proprio ego per trasformarsi da goccia in oceano, il fatto di avere in testa sempre mille cose ostacola il processo di aderenza alla realtà, al qui e ora. Cioè, lasciar fluire la vita è una cosa. Lasciar fluire i pensieri è un’altra. Specie se ti perdi ad inseguirli.

Vediamo tre esempi di situazioni reali in cui io sono “tratto in parti diverse”.
1) Qualunque situazione implichi la guida di un veicolo (a rischio sbaglio strada o peggio)
2) Qualunque situazione implichi un’attesa per qualcosa (a rischio perdita diritto al posto in coda)
3) Qualunque conversazione affronti argomenti che nel dato momento non mi interessano (a rischio figura di merda)

Non è per niente facile sfuggire alla catena di verbi modali che si snoda costantemente nel mio cervello. Ma diciamo che per la maggior parte della giornata costituiscono un fastidioso rumore di fondo. Quando invece voglio riposare (e lo faccio almeno una volta al giorno per almeno trenta minuti, è importante) il coro dei voglio devo posso diventa più insistente, e il flusso dei pensieri si traveste da libro di Joyce, sviluppandosi dietro i miei occhi chiusi come un rotolo infinito di carta stampata.

In quei momenti, veramente, vorrei scrivere quello che penso. In quei momenti la mia distrazione diventa protagonista. Solo che sto riposando.

E quando riposo non riesco a fare nient’altro.

QUANTO MALE FA LA RELIGIONE?

Io il catechismo, lo confesso, non me lo ricordo. Cioè, se proprio mi costringi a fare mente locale, qualcosa mi sovviene, ma sono solo flash di un parroco burroso (fortunatamente non pedofilo) che sorrideva molto e insisteva sul concetto “dio è amore” che in sé e per sé – e per relazione transitiva tra i termini – è anche laicamente condivisibile. Vengo da una famiglia molto religiosa, il che naturalmente ha fatto sì che diventassi assolutamente agnostico, per quanto sensibile a tutto quanto vi è di spirituale nell’uomo. E vado subito a spiegarvi quanto male fa la religione alle persone, prendendo l’esempio di mia madre, che tuttora, alla veneranda età di 70 anni, risente profondamente dei traumi inflitti dalla chiesa negli anni ’50.

Quali traumi, direte voi? E’ presto detto. Crescere in un paesino non era tutto rose e fiori. Il catechismo consisteva in immagini delle fiamme dell’inferno e liste infinite di peccati veniali e peccati mortali. Il sacramento della confessione era visto come una vera e propria “confessione sotto tortura“, e se dimenticavi qualcosa lo dovevi segnare su un libretto nero con le pagine bordate rosso sangue e ricordarti di dirlo la volta successiva (pena la perdizione dell’anima). In generale qualunque cosa “faceva piangere gesù”. La comunione andava presa senza masticare l’ostia, senza farla appiccicare al palato, digiuni dalla sera precedente (pena le solite fiamme più umiliazione pubblica in chiesa con controllo a bocca aperta se c’erano frammenti di ostia tra i denti o sul palato).

Logico che una ragazzina ultrasensibile, già profondamente nevrotica, nata nel pieno della guerra e terrorizzata dal dio degli eserciti provasse un enorme senso di nausea e voglia di correre in bagno ogni volta che si presentava l’occasione di un sacramento. Logico che, presa dal terrore, rigurgitasse l’ostia appena ricevuta. Altrettanto logico che venisse prontamente immobilizzata ed esorcizzata, perché solo il demonio poteva aver causato un tale abominio. Il fatto che questa cosa la facesse strillare di paura era solo un’altra prova che Satana era sempre in agguato e prediligeva i teneri virgulti cattolici.

Ora: di acqua sotto i ponti ne è passata molta, e la chiesa ha trovato mille altri modi più subdoli e meno da controriforma per plagiare le persone. Per chi però proviene dal background teologico di mia madre, l’essere religiosi vuol dire un po’ essere come la madre di Carrie nell’omonimo romanzo di Stephen King. Poi ci si stupisce che io sia diventato anticlericale. A me sembra già tanto l’aver (ri)conquistato una dimensione spirituale personale non inquinata dalle minchiate cattoliche. E intanto si avvicina la Pasqua di N.S., e la mamma come tutti gli anni inizia a temere i forconi