C’MON C’MON, GENITORIALITÀ IN BIANCO E NERO

Parte del mio progetto “recuperiamo i film A24 non ancora visti“, mi è capitato sottomano questo C’mon C’mon del 2021, di Mike Mills con un inedito Joaquin Phoenix in versione “normale”. Cioè un film dove non va in overacting costante, non è truccato abbestia, non interpreta un personaggio “larger than life”. Uno normale. Un giornalista radiofonico che sta realizzando un documentario sulle speranze e le paure dei teenager americani.

C’mon C’mon è un piccolo film in bianco e nero la cui cifra interpretativa sta proprio nel lavoro di Johnny, il personaggio di Phoenix, sempre alle prese con il suo registratore e il suo microfono direzionale. C’mon C’mon è un film sull’ascolto.

Johnny si sta riprendendo dalla morte della madre, è in rapporti non buonissimi con la sorella Viv, che a sua volta si barcamena tra un marito bipolare in crisi e un figlio di 9 anni, Jesse (un bravissimo Woody Norman) che è strambo come possono esserlo solo certi bambini di quell’età.

Per mettere una pezza alla salute mentale del marito, Viv molla Jesse per qualche giorno al fratello. Inizia così un road movie dalle vibe molto simili ad Alice nelle città di Wenders. Johnny, che non ha figli, è costretto a venire a patti con una presenza dirompente nella sua vita e Jesse, libero dalla pesantezza della sua routine familiare, può esprimere emozioni che avrebbe altrimenti represso.

Da zio e nipote, i due sviluppano una complicità più da colleghi / migliori amici, in un film che non cede a sentimentalismi ed è realistico senza cercare di strizzare l’occhio allo spettatore. A un certo punto si sente in colonna sonora The Ostrich di Lou Reed pre-Velvet. Chapeau.

LA RUOTA DELLA FORTUNA DI HAMAGUCHI

Su Mubi forse ancora per un paio di giorni c’è Wheel of Fortune and Fantasy, realizzato da Ryusuke Hamaguchi nello stesso anno di Drive My Car. Laddove però Drive My Car era un filmone di tre ore, qui siamo di fronte a tre cortometraggi da 40 minuti l’uno raccolti sotto un unico emblematico titolo.

Il primo episodio, Magic (or something less reassuring) segue la storia di Meiko e Gumi in taxi: Gumi racconta la sua meravigliosa esperienza con un uomo che, guarda un po’, si rivela essere l’ex di Meiko. Segue un confronto a tre che sarà risolto con un piccolo atto di “magia”.

Nel secondo episodio, Door Wide Open, la matura studentessa Nao cerca di sedurre il professor Segawa leggendogli brani erotici dal suo stesso romanzo. Segawa però non si lascia andare a comportamenti inappropriati (anzi, vuole lasciare la porta dell’ufficio “wide open”). Seguiranno casini.

Nel terzo episodio, Once Again, ambientato inspiegabilmente in un mondo in cui non esiste Internet perché un virus ha bloccato tutti i sistemi informatici, Moka e Nana si incontrano per caso, ognuna delle due è convinta di riconoscere nell’altra la migliore amica dei tempi del liceo, finché emerge che così non è. Segue un esperimento di role playing per permettere alle due donne di “sbloccarsi“.

Hamaguchi basa tutto su tranquille inquadrature e dialoghi spiraleggianti, continui, probabilmente provati e riprovati come a teatro, perché le sequenze senza stacchi sono veramente tante. L’impressione che ne ho derivato è stata molto kieslowskiana (non saprei dire altrimenti), un film sulla forza del caso e sulle soluzioni fantasiose che l’umanità può adottare per far funzionare le relazioni e la comunicazione tra diversi individui.

ROBOT DREAMS, TRA CHAPLIN E ALLEN

Robot Dreams di Pablo Berger ha vinto l’Annie Award e il Festival di Annecy, L’European Film Award come miglior film d’animazione, è stato candidato all’Oscar… e niente, poi lì si è scontrato con dei mostri sacri. Ma è veramente uno dei film animati più belli di sempre.

Intanto è assolutamente internazionale, dato che non si parla. E poi è un “classico”, nel senso che prende moltissime situazioni da film dell’epoca del muto (Chaplin su tutti) e le declina in chiave moderna, ambientando il film in una New York anni ’80 che immerge il tutto in un bagno di nostalgia per Gen-X e Millennial, oltre che richiamare esplicitamente un’estetica da Woody Allen dei tempi d’oro.

In realtà Robot Dreams è un film pensato soprattutto per bambini, ma con easter egg, citazioni e situazioni che possono appassionare gli adulti con riferimenti a Basquiat, alla breakdance, ai Talking Heads, al CBGB e a tutta la cultura dell’East Village dove in effetti si trova la casa di Dog, il protagonista (un cane).

Dog si sente solo, e acquista per corrispondenza un amico robotico da montare. Con lui inizia a divertirsi e a vivere la vita, finché un bel giorno non vanno a Coney Island e il robot rimane un po’ arruginito e senza batteria: non riesce più ad alzarsi dal telo. Da quel momento Dog e Robot sono costretti a separarsi: la spiaggia chiude e riaprirà solo il 1 luglio successivo, unico momento in cui Dog potrà recuperare il suo amico.

Ci riuscirà? Sì e no, come si vedrà nel corso del film che racconta la vita di Dog alla continua ricerca di altre esperienze e i sogni di Robot, sempre immobile sulla spiaggia che anela a ricongiungersi con il suo amico.

Il finale è sorprendente nel suo non essere un vero e proprio lieto fine e insegna anche agli adulti qualcosa di dolceamaro sulle relazioni. Un piccolo capolavoro.