LA NOIA, LA TRISTEZZA, IL MARKETING: WISH

È arrivato Wish su Disney+ così anche io posso dire “ma che merda è questo 62° Classico Disney”? Una sorta di spot celebrativo per i 100 anni della casa madre, con riferimenti sparsi a tutta la filmografia precedente (nei titoli di coda li vediamo tutti) sotto forma di fiaba classica che però è fumosa, pigra, pasticciata, e dove le uniche cose belle sono gli elementi di contorno (animali e alberi parlanti, gruppo eterogeneo di amici, per fare due esempi) che non vengono sfruttati abbastanza per lasciare invece spazio al noiosissimo contrasto tra una delle eroine Disney più mosce di sempre e un cattivo assolutamente dimenticabile.

Già il concept di base è poco comprensibile: gli abitanti di questo immaginario paese mediterraneo dalle architetture alla Game of Thrones (quindi Dubrovnik, immagino) devono “cedere” i propri sogni al re che li protegge e li custodisce esaudendone solo uno all’anno (ma perché? Boh). La giovane Asha vuole riprendere i sogni della sua famiglia, ma il re che da buono diventa cattivissimo (o forse era già cattivo prima, ma insomma le motivazioni dei personaggi in questo film le hanno lasciate da parte) comincia a crashare i sogni di tutti per creare un bastone magico del potere assoluto. Poi c’è la ribellione, bla bla, e tutti vissero felici e contenti.

Le parti belle sono quelle con la stellina che arriva dal cielo in aiuto di Asha (perché? Esiste forse un consiglio stellare che vuole liberare i sogni? Boh) che è una creatura un po’ alla Studio Ghibli (e infatti funziona). La stellina dà voce agli animali come nella migliore tradizione Disney e la capra Valentino (doppiata in originale da Alan Tudyk, meraviglioso) diventa ben presto il personaggio migliore del film

Se in Disney la smettessero di coinvolgere Jennifer Lee, magari sarebbe venuto fuori un bel film corale di ribellione al sistema: gli amici di Asha sono interessanti, hanno il numero musicale migliore del film (e ci vuole poco, anche le canzoni cercano disperatamente di imitare lo stile Miranda senza riuscirci) e purtroppo sono poco sfruttati. Invece ci toccano il nonno e la mamma (inutilissimi) e gli interminabili dialoghi col re Magnifico (l’ho già detto che è il cattivo più insulso di sempre?)… e vabbè. 

Speriamo nel prossim… ah, no: all’orizzonte ci sono già Oceania 2, Zootropolis 2, Frozen 3 e Frozen 4. Ma una volta queste cose non erano direct to video? Che tristezza.

IL COSTANTE SUCCESSO DI C’È ANCORA DOMANI

C’è ancora domani di Paola Cortellesi sta sbancando sulle piattaforme così come aveva sbancato al botteghino nell’ultimo trimestre 2023. Le ragioni di questo successo per me sono molto chiare

È innegabile che sia un film che coglie pienamente lo spirito del tempo, e non dico solo perché è uscito più o meno in concomitanza del femminicidio di Giulia Cecchettin che ha fatto da “volano” agli incassi (sarebbe ingiusto nei confronti dei meriti del film), ma perché tocca tutta una serie di temi attualissimi (violenza di genere, violenza economica, gender pay gap, patriarcato, relazioni tossiche, familismo amorale) che risuonano con il pubblico.

Visivamente molto interessante nel suo richiamarsi al mélo degli anni ’40 di Raffaello Matarazzo innestando elementi da commedia all’italiana e dal cosiddetto “neorealismo rosa”, il film della Cortellesi è sicuramente un film pop, popolare senza essere nazionalpopolare, postmoderno quanto basta, con diverse ingenuità e sequenze secondo me non molto riuscite che però appartengono, ricordiamoci, ad un’opera prima.

La storia personale si intreccia con la Storia repubblicana, la costruzione del racconto è buona (salvo il pezzo della bomba al bar, assolutamente non preparato e poco credibile), l’uso di una colonna sonora contemporanea a far da contrappunto alle immagini del passato è altalenante (mi sono sembrate un po’ gratuite le sequenze con Concato e Dalla, mentre necessaria alla narrazione quella con Silvestri alla fine). La scelta di innestare elementi di musical soprattutto sulle scene di violenza è un po’ azzardata, molto straniante ma interessante.

Ma C’è ancora domani non è solo un esercizio di stile, ovviamente. Una volta si sarebbe detto che è un film “con un messaggio”. A me non garba molto in generale l’idea di mostrare il passato per parlare del presente perché mi sembra sempre una forzatura. Senza dubbio però, in questo caso, data l’aderenza al modello “di una volta”, Cortellesi è riuscita ad evitare l’effetto fiction RAI che avrebbe funestato una storia simile ma ambientata nel 2023. 

Perché il vero problema è che noi siamo ancora quelli lì, quelli che “i fascisti sì che erano dei signori” e che “le donne le devi menare fortissimo una volta ogni tanto, non sempre”. E infatti il nonno per me è il personaggio chiave del film.

BOUND, IL NEO-NOIR QUEER CHE HA INIZIATO TUTTO

A vedere Bound (che è del 1996) adesso, si capiscono un po’ di cose degli allora fratelli, adesso sorelle Wachowski che sarebbero sfociate in Matrix prima e poi nel resto della loro produzione fino a quel capolavoro di serialità televisiva “imperfetta” che è Sense8.

Bound rientra perfettamente nel revival neo-noir degli anni ’90, anzi prende spunto dallo stesso concept di Blood Simple dei Coen, che già nel 1984 aveva dettato il canone. C’è un pacco di soldi sporchi che è lì apposta per essere rubato, c’è un criminale di mezza tacca (Joe Pantoliano) che deve custodirli, c’è una dark lady (Jennifer Tilly) che vuole rubarli e chiede aiuto a Corky (Gina Gershon) che diventa complice del furto. Solo che, appunto, Corky è una lesbica “butch” che ripara le tubature nel palazzo, e la storia d’amore e di sesso che ne consegue, nel 1996 era una assoluta novità.

Bound incrocia il neo-noir con il thriller erotico (ricordiamo che sono gli anni di Basic Instinct) rinnovando però gli stilemi con inquadrature visivamente ardite che anticipano il cinema del nuovo millennio (zoom onnipresenti, carrellate macro a seguire i cavi telefonici che anticipano gli “operator” di Matrix, un’ossessione per gli abiti di pelle nera, una certa estetizzazione nelle sparatorie).

Quello che emerge in Bound, al di là dell’abbondanza di suspence e colpi di scena nell’ultima mezz’ora, è che si tratta di una storia d’amore queer a lieto fine in un periodo in cui i personaggi queer erano genericamente destinati a una brutta fine o comunque erano sempre tragici. Non qui. Dopo solo tre anni le Wachowski danno vita alla più grande metafora transgender in fantascienza, quindi ci sta.