SCONTRO DI TITANI E ALTRE COSE TRASH E MENO TRASH

Aprile è stato un mese ricco di visioni, contraddistinto dal super mega monster movie del decennio ma anche da pensosi documentari, scatenati film di animazione, l’occasionale horror che non può mancare, lunghissimi anime dolenti e qualche sprazzo di Oscar. Enjoy.

GODZILLA VS. KONG (Adam Wingard, 2021)

Giornata di ferie babbo/figlio.
Cosa c’è di meglio che alzarsi tardi e spararsi GODZILLA VS. KONG? Credo proprio niente.
L’apoteosi dei mostri grossi, un fomento continuo prevedibilissimo ma realizzato alla stragrande, un fan service di due ore in cui a babbo e figlio non resta che ruggire con Kong e Zilla e urlare in coro FIATELLA ATOMICA! MECHAGODZILLA! IL TESCHIO DI KING GHIDORAH! KONG CHE SI GRATTA IL CULO! Con in più un introduzione e un epilogo in chiave ironica sottolineato da canzoni solari e molto pop sulle quali Kong fa lo splendido (perché lui è amico sincero di una bambina muta, mentre Godzilla è bravo ma non ha tutta questa complessità di sentimenti, quindi non gli rompere il cazzo che poi rade al suolo Hong Kong).
Pare quasi di sentirli, tra un GROARR e un GRAURRR che si dicono:
– Scimmia del cazzo, mollami che abbiamo un problema più grosso!
– Kong… Spacca!
– Kong deve stare fermo perché sta arrivando Mechagodzilla e quello ci fa il culo a tutti e due.
– E allora Kong… prende l’ascia da Manowar e spacca Mechagodzilla!
– Ecco, bravo, facciamo il team up!
Ovviamente gli attori umani sono poco più che figurine, quel che conta è il disastro. E il disastro c’è tutto.
Nel suo genere, il film del decennio. #recensioniflash

WONDER WOMAN 1984 (Patty Jenkins, 2020)

Ho aspettato un po’ a vedere WW84 anche perché tutti dicevate che era una cacata imbarazzante. Ora posso confermare che in linea di massima lo è. Andiamo con ordine: cosa mi aspettavo? Un’ambientazione pesantemente anni ’80, con strizzatine d’occhio continue ai neon, al fluo, alla lacca, alle spalline. Questo viene fuori al massimo nei primi minuti, poi è tutto una citazione, della serie “Vedi? Questa è la breakdance” o “Sequenza a montaggio di Chris Pine in versione Ken moda 1986”. Mi spiego meglio: non un period piece ma un film che “nomina” mode e modi in modo didascalico e incongruente. Mi aspettavo dei villain simpatici e sopra le righe, magari un po’ grotteschi (anni ’80, in una parola) e ci sono dei villain mosci mosci mosci che più mosci di così non ne ho visti mai. Mi aspettavo combattimenti cazzutissimi e invece l’unico veramente cazzuto è quello del trailer che infatti è mille volte meglio del film. Mi aspettavo una colonna sonora a base di hit post punk e new wave invece si erano giocati i soldi per il pezzone dei New Order solo nel trailer (again!). Mi aspettavo che fosse un film che scorreva via come un bicchiere di Cherry Coke e invece scorre via come un bicchiere di acqua del rubinetto tiepida. Però nella scena post credits c’è Linda Carter, e quello per un cinquantenne è tanta roba. #recensioniflash

GRETEL & HANSEL (Oz Perkins, 2020)

Ogni tanto spulcio nelle mie Watchlist (dove ci sono abbondanti film fermi dal 2016) e scovo qualche titolo interessante. Gretel & Hansel (titolo invertito per un motivo valido) è un film vittima del Covid (doveva uscire la scorsa primavera) che va recuperato. Ovviamente si tratta della fiaba dei Grimm, rivisitata ma nemmeno troppo per dare a Gretel (la mia adorata Sophia Lillis) 16 anni e ad Hansel tipo 8. I due bambini vengono cacciati dalla madre, vagano nel bosco e dopo qualche avventura con un cacciatore, un cannibale sui generis e dei funghetti allucinogeni, incontrano la famosa strega. La differenza con la fiaba originale la fa il presunto “seme della stregoneria” che alberga anche in Gretel, che si preoccupa non solo di fare le faccende in casa della inquietantissima strega (Alice Kriege) ma anche di studiare le erbe, gli incantesimi e di avere vividissimi incubi con pezzi di bambini cotti e mangiati. Fino qui tutto bene, c’è una discreta dose di splatter quando serve, ma è tutto molto atmosfera. C’è un prologo in widescreen con una storia demoniaca che pare slegata dal contesto e poi non lo è, e invece tutto il resto del film è girato in un rapporto stranissimo tipo 1:55 a 1, con una fotografia naturalistica, che sfrutta il sole di taglio e le fiamme di candela, propone colori alla Dario Argento e inquadrature alla Jodorowsky, nonché una grande abbondanza di grandangoli, tilt&shift e dutch angles. Gretel & Hansel vuole somigliare un po’ a The VVitch di Eggers, un po’ a Midsommar di Aster, alla fine è una fiaba horror femminista un po’ lenta (e con… poca carne al fuoco, se mi permettete la battuta) ma estremamente godibile per l’occhio. Se parliamo di folk horror, bisogna dire che mai come in questo film i boschi hanno gli occhi… #recensioniflash

THE MASK YOU LIVE IN (Jennifer Siebel, 2015)

Siccome non vi voglio parlare sempre solo di film splatter, oggi vi parlo di un documentario che mi è stato consigliato e che ho visto “a pezzi” perché, ve lo dico, si piange parecchio. Almeno, io piango in quanto preso direttamente in causa, poi vedete voi. The Mask You Live In è un doc del 2015 totalmente dedicato a individuare le cause, la diffusione e le possibili alternative a una cultura della mascolinità tossica che respiriamo intorno a noi. Questo doc mi tocca come uomo, come padre, come ex bambino bullizzato, come educatore, come persona che vuole contribuire a cambiare le cose (non oso definirmi attivista perché è una parola che fa a pugni con la mia pigrizia, ma insomma). Non credo sia necessario mettermi qui a spiegarvi quanto il patriarcato sia dannoso NON SOLO per le femmine (vittime “evidenti” del sistema), MA TANTISSIMO anche per i maschi. Il maschio, da sempre, viene chiuso in una “gabbia” dalla quale è difficilissimo uscire. Ed è una gabbia che nella migliore delle ipotesi porta a non essere in contatto con le proprie emozioni, a mancare di empatia, a non essere capace di entrare in relazione con un’altra persona. Nella peggiore porta a rape culture, sessismo, violenza omicida o suicida. In questo doc ci sono delle testimonianze strazianti di bambini, di adolescenti, di padri, di educatori. A un certo punto diventa “troppo americano” (nel senso che si focalizza su fenomeni prettamente tipici di una società dove alla mascolinità tossica viene abbinata la totale libertà sulle armi), ma al 90% si tratta di un doc che funziona a livello universale. Dovremmo vederlo tutti, ma soprattutto noi genitori di maschietti. Non si trova in giro, ma se me lo chiedete faccio uno strappo e vi mando un WeTransfer. #recensioniflash

PSYCHO GOREMAN (Steven Kostanski, 2020)

Fermi tutti, abbiamo trovato l’horror più pazzo e sanguinoso dell’anno! Psycho Goreman (già il titolo è tutto un programma) è il nuovo film del canadese Steven Kostanski, che già ci aveva regalato una perla come The Void, per tacere di Manborg. Per capire Psycho Goreman, pensate al primissimo Peter Jackson (Braindead in particolare), mescolato con un pizzico di Monty Python, tantissima Troma, molto power metal in versione Tenacious D, una bella spennellata di Capitan Mutanda e Treehouse of Horror dei Simpson quanto basta. Psycho Goreman è un delizioso film per famiglie con teste che esplodono, cuori strappati, arti mozzati, intestini sparsi e tutto quanto fa gore. Mimi e Luke, i bambini protagonisti, litigano costantemente per qualsiasi cosa, in particolare per le loro assurde e incomprensibili partite di palla avvelenata con regole inventate. Mimi è quella cazzuta del duo. Dopo aver sconfitto Luke lo costringe a scavarsi una fossa per essere sepolto vivo, come simpatica penitenza. Solo che Luke scavando incappa nella tomba di un antichissimo demone alieno lì imprigionato. In poche parole, Mimi si impossessa di un artefatto che sigilla la tomba in grado di controllare il demone, che da quel momento non può fare altro che obbedire a lei (non senza aver prima smembrato alcuni malfattori). E tra il demone – ribattezzato Psycho Goreman, PG per gli amici – e la bambina non si sa chi sia più sadico e votato al male. Ma non è finita qui: il risveglio di PG manda in palla una sorta di consiglio galattico con creature degne di Frank Oz (alcuni ricordano molto l’universo di Dark Crystal) che decide di mandare Templar Pandora, un’eroina à la Evangelion a distruggere PG. Il lavoro sulle creature e sugli effetti splatter e gore è ad altissimi livelli nonostante il budget bassissimo. Il film è scritto in modo ovviamente prevedibile ma divertente e ricco di battute e immagini che hanno già generato una valanga di meme (in foto, un amichetto di Mimi trasformato in enorme cervello semovente da PG). Geniale la sequenza in cui i bambini coinvolgono PG nella loro punk band e cantano la loro hit “Frig It” (tipo “vaffanbagno”) mentre PG fa esplodere bambini in bicicletta o scioglie poliziotti dal grilletto facile. Io vi ho avvertito: cercatelo, perché lo adorerete. #recensioniflash

MY OCTOPUS TEACHER (Pippa Ehrlich / James Reed, 2020)

Pole l’omo innamorarsi di un polpo? Questa è la domanda alla base di My Octopus Teacher (Il mio amico in fondo al mare), il documentario in odore di Oscar che trovate su Netflix, visione consigliatissima specie accanto alle Creature in età scolare. Ma non immaginatevi il solito documentario. Questa è una vera e propria storia d’amore: si palpita e si piange. Boy meets piovra, poi c’è il corteggiamento, le coccole, l’osservazione partecipata della vita quotidiana dell’amata, quella volta che uno squalo pigiama (!!!) se l’è quasi mangiata e lui porello voleva intervenire ma sa che non bisogna interferire con la natura e via dicendo fino all’inevitabile finale (i polpi non è che vivano proprio molto a lungo). Oh, insomma lo saprete anche voi che i polpi sono uno degli animali più intelligenti del pianeta. A livello cane, gatto o scimpanzé, pare. Vedere la piovra che si coccola il regista è bellissimo. Riprese eccezionali e poi, come tutti i film che hanno qualcosa in più, è la storia di un cambiamento, di come un uomo ritrova la via, pura e semplice, della natura. E comunque c’è anche una bellissima rivelazione: i polpi giocano. #recensioniflash

ARLO THE ALLIGATOR BOY (Ryan Crego, 2021)

Da poco è uscito su Netflix questo Arlo the Alligator Boy, un lungometraggio di animazione tutto realizzato in remoto durante il lockdown (posso solo immaginare lo sclero) e diretto da un signor nessuno di cui sentiremo parlare, Ryan Crego. Che poi tanto nessuno non è, dato che si è fatto le ossa in Dreamworks per dieci anni prima di arrivare qua. Comunque, Arlo (da non confondersi con il dinosauro Pixar, anche se è altrettanto puccioso) è un ibrido umano/alligatore che vive nelle paludi della Louisiana ma ben presto scopre di essere originario di New York, per cui parte all’avventura per andare a conoscere il padre, incontrando una banda di personaggi squinternati sulla sua strada che ovviamente diventeranno i suoi migliori amici. Ve lo dico, è un prodotto da un lato un po’ derivativo: appena è iniziato ho detto “Vabbè, è Oliver & Company con un alligatore invece di un gatto”, dopo quindici minuti ho detto “Vabbè, è Bianca e Bernie con un alligatore al posto della bambina”, dopo le prime canzoni (ci sono tantissime canzoni, è spudoratamente un musical old school) mi sono detto “Vabbè, è Oceania/Frozen dei poveri”, però pian pianino il mio spirito critico si ricredeva. Perché pur avendo radici fortissime nell’humus Disney/Pixar, questo Arlo è anche sperimentale, underground, ha un character design che è un misto incredibile dei fratelli Fleischer, di segni “europei” come la serie Floopaloo, dell’underground americano che dagli anni ’70 arriva ai più strambi prodotti Cartoon Network (Crego è anche il creatore della serie Sanjay and Craig, una delle più deliranti dello scorso decennio). Se già Arlo è un outsider, i suoi compagni di viaggio sono la fiera del freak e del diverso, in rappresentazione – per dire – di corpi non conformi (la gigantesca Bertie, doppiata da Mary Lambert, cantautrice queer folk) o di generi assolutamente non definibili (Furlecia, una palla di pelo rosa doppiata dal mito assoluto di Queer Eye Jonathan Van Ness). Ma in definitiva com’è ‘sto film? Godibile, anche se lascia diversi buchi di trama. MA… c’è un motivo. Ho scoperto cercando in giro che in pratica questo film è un lungo pilot che precede la prossima serie Netflix “I ❤ Arlo”, e allora… qua in casa c’è già la scimmia che urla. #recensioniflash

LOVE AND MONSTERS (Michael Matthews, 2021)

Ciao raga, ho un attimo di tempo e voglio segnalarvi un po’ di cose. Vado con ordine. C’è un film nuovo su Netflix che si chiama Love and Monsters. Allora, la premessa è molto figa: apocalisse kaiju derivata da fallout radioattivo di missili atomici contro asteroide che stava arrivando sulla terra / umanità costretta a vivere in colonie nel sottosuolo / tizio che è l’unico della sua colonia che non scopa e si impunta di uscire in superficie per andare a cercare la fidanzata da cui si è separato sette anni prima per vedere se ancora ce n’è.
La realizzazione è un po’ meh, più che altro per conclamata antipatia selvaggia di tutti i personaggi del film tranne Michael Rooker che insomma, fa Michael Rooker e non si può proprio dirgli un cazzo. I mostri sono comunque abbastanza fighi e si lasciano guardare. Gli umani li vorresti tutti morti malissimo. Bravissimi il cane e il robot. #recensioniflash

TWO DISTANT STRANGERS (Travon Free / Martin Desmond Roe, 2020)

Two Distant Strangers è il corto che ha vinto il miglior corto ieri notte agli Oscarz, e insomma, è un bel corto. Sta su Netflix e andrebbe visto perché è veramente un bel corto, davvero. Anche se dura 30 minuti e siamo un po’ al limite del medio, resta comunque un corto. Un bel corto. A parte gli scherzi, vi devo dire che un amico mi ha detto “Guardalo, è un bel corto, poi risolve questa cosa del razzismo sistemico con toni da commedia, è figo”. Guardo i primi 15 minuti (cioè metà film, perché come abbiamo detto è un bel corto di 30 minuti) e scrivo un whatsapp al mio amico “Senti il film è figo, ma te c’hai un senso un po’ distorto di cos’è la commedia”. Perché ve lo dico, i primi 15 minuti di Two Distant Strangers sono pesi forte. La storia è quella di un ragazzo nero che si sveglia nel letto di una splendida ragazza, poi esce per tornare a casa sua dal suo cane e viene fermato da un poliziotto bianco violento che lo uccide, poi si risveglia ed esclama “Diamine! Era tutto un sogno!”, allora esce per tornare a casa sua dal suo cane e viene fermato dallo stesso poliziotto bianco violento che lo uccide, poi si risveglia ed esclama “Diamine! Era tutto un sogno dentro un sogno!”, quindi nuovamente esce per tornare a casa sua dal suo cane e viene fermato dal solito poliziotto bianco violento che lo uccide, poi si risveglia ed esclama “Diamine! Era tutto un sogno dentro un sogno dentro un sogno!”… e via così, per 99 volte. A metà del film c’è la svolta commedia, di cui non anticipo nulla se non che girala come vuoi ma non c’è un cazzo da ridere. A un certo punto diventa un FILINO didascalico (vedi foto con macchia di sangue a forma di Africa e corpo in posizione “appeso” dei tarocchi), ma insomma, son contento che ha vinto. Perché è un BEL corto. #recensioniflash

MAQUIA (Mari Okada, 2018)

Sempre per dirvi un’altra cosa angosciantissima che trovate gaiamente su Netflix, c’è da qualche giorno un anime nuovo (è del 2018 ma per noi ignari spettatori è nuovo) Si tratta di “Maquia: Decoriamo la mattina dell’addio con i fiori promessi”. Che uno già dal titolo dovrebbe capire che non è cosa, e invece io mi sacrifico per voi e li guardo tutti. Chiarisco subito: Maquia DLMDACIFP è un ottimo anime fantasy, solo che fa PIANGERONE. O forse sono io che ho l’ormone sballato. Comunque. Maquia è una giovine della stirpe degli Iorph, sorta di elfi separati dal mondo esterno che hanno la capacità di vivere centinaia di anni (tipo che la grande anziana c’ha 450 anni e ne dimostra 28) e che tessono tele chiamate “hibiol” con cui rappresentano la propria vita. Siccome vivono tanto, c’è la stirpe degli umani che regnano su Mezarte che gli ha messo gli occhi addosso per fare una roba alla ratto delle sabine e usare qualche giovane Iorph come utero in affitto per il principe debosciato. Attaccano quindi gli Iorph in sella a degli incredibili dragoni di nome Renato. Cioè, Renato è proprio il nome comune di drago, nell’universo fantasy di Maquia. Quindi arrivano tanti Renato in picchiata ma ne muoiono anche tanti: infatti una delle sottotrame è la potenziale estinzione dei Renati (LOL). Vabbè, i cattivi mezartiani rapiscono Leilia l’amica del cuore di Maquia, che invece riesce a scappare e com’è come non è trova un neonato tra le mani di una madre morta. Decide di prenderlo con sé NONOSTANTE come potrete immaginare gli Iorph vivono tantisssssssimo e gli umani no. Per cui Maquia è condannata a vedere il suo “figlio adottivo” invecchiare e morire mentre lei resterà sempre una splendida quattordicenne. E siamo solo ai primi quindici minuti. Non vi dico altro se non che c’è molta inquietudine, qualche simpatico accenno di pedofilia e incesto (che come sappiamo sono temi molto meno tabu per i giapu rispetto alla nostra cultura) e TANTE LACRIME BASTARDE perché ovviamente andiamo a vedere una storia familiare di almeno tre generazioni intricata peggio di un Garcia Marquez con i personaggi che improvvisamente fanno scatti di crescita di un decennio mentre Maquia è sempre dannatamente uguale a sé stessa. E bon, provateci anche voi. #recensioniflash

IN QUESTO ANGOLO DI MONDO (Hidenori Matsubara, 2016)

L’anime di ieri sera, rimandato da diversi anni, è “In questo angolo di mondo” di Hidenori Matsubara, pluripremiato film del 2016 che nella mia testa appariva un po’ troppo analogo a “Una tomba per le lucciole” per poter essere visto a cuor leggero. Invece devo dire che mentre il film di Takahata (che – non finirò mai di stupirmi – uscì in sala in double feature con “Il mio vicino Totoro”, con una scelta di marketing sconvolgente) è un concentrato di angoscia cosmica e ineluttabilità del destino, questo nuovo racconto sugli anni della guerra nei dintorni di Hiroshima lascia ADDIRITTURA una luce di speranza. Nel film, Suzu è una giovane donna che lavora nei centri di raccolta alghe di Hiroshima, viene chiesta in sposa da un uomo a lei sconosciuto che però la adocchia da quando erano ragazzini, si trasferisce da lui e avvia una vita semplice ancorché faticosa a Kure (paesino di montagna da cui si domina la baia). In uno scandire continuo di date (dagli anni ’30 al 1946) che già capisci dove sta il clou, Suzu ha a che fare con i suoceri, la cognata e la nipote, la gente del villaggio, sempre con quella sua aria svagata e serena, finché la guerra non le gioca uno scherzo atroce (non vi dico quale se no poi mi dite che guardo solo robe orribili) e poi, ovviamente, la bomba atomica – solo suggerita, perché siamo un po’ distanti da Hiroshima, ma impressionante comunque. Il finale, al contrario di quello di Takahata, mostra sì morte e distruzione ma da quella morte nasce anche qualcosa, per fortuna. Lo stile (che poi è anche quello del manga di Fumiyo Kono raccolto in volume omnibus da Panini l’anno scorso, mi pare) è molto interessante, sembra quasi un anime del periodo d’oro Ghibli, nel tratteggio dei personaggi, soprattutto rispetto al lavoro sugli sfondi che invece è modernissimo (nel senso del fotorealismo che tanto piace ad esempio a Makoto Shinkai). E insomma, secondo me è un grande sì. #recensioniflash

GIGIONERIA FUORI TEMPO MASSIMO E POCA ALTRA ROBA

Marzo: un mese poco proficuo dal punto di vista delle rece, è passato più che altro in un letargo da pandemia che si è esteso anche a quanto ho visto. La voglia di spegnere il cervello era troppa. Comunque, ecco qua.

IMPETIGORE (Joko Anwar, 2019)

Direi che è un po’ che non parliamo di horror di nicchia, quindi vi racconto di Impetigore, film dell’anno scorso che mi ero segnato dopo averlo visto citato da gentefidata™️ come uno dei film dell’anno. Premessa: Impetigore è un film indonesiano, quindi è parlato in indonesiano e se trovate il torrent lo trovate probabilmente con i sottotitoli inglesi MA questo non vi deve ostacolare, perché siamo di fronte a una perla rara. Il film inizia con una sequenza fantastica (due amiche lavorano in un casello autostradale, un tipo supercreepy passa in auto, poi torna a piedi con un machete per uccidere la casellante più “timida”): poi il film prende tutta un altra piega. Scopriamo che Maya, la protagonista, è figlia senza saperlo di una coppia di ricchi possidenti terrieri in un villaggio sperduto dell’entroterra. Con la sua amica Dini decide di andare a vedere se possono reclamare in eredità l’imponente villazza di famiglia. Ovviamente quando arrivano nel villaggio scatta il terrore perché sono tutti un po’ la versione redneck di un indonesiano tipo di città e fanno le facce bruttissime perché a quanto pare c’è in giro una maledizione che uccide i neonati del villaggio. Insomma, non voglio dirvi di più perché poi ci son di mezzo sgozzamenti, scuoiamenti, antiche maledizioni indonesiane, fantasmi, robe brutte coi bimbi appena nati e cose così. Però – anche se non è che tematicamente ci sia nulla di nuovo – Impetigore ha uno stile ipnotico che ti risucchia dentro. La cosa migliore per me è che il cattivissimo del film è un burattinaio di spettacoli di teatro d’ombre indonesiano, che per un cinefilo malato come me rimanda subito alle origini del cinema, a Lotte Reininger e a tutta quella roba lì. Nonostante quanto ho detto, il sangue non è che scorra a fiumi, molto è solo suggerito, ma l’efficacia c’è tutta. Uniche cadute di stile lo SPIEGONEFINALEINFLASHBACK che rivela le motivazioni della maledizione e il COLPODISCENAFINALE che fa molto horror americano anni ’80. Mi rimane solo la curiosità di capire cosa dovrebbe significare “Impetigore” (impetigine molto gore? boh) visto che il bellissimo titolo originale era Perempuan Tanah Jahanam che faceva molta più paura. #recensioniflash

COMING 2 AMERICA (Craig Brewer, 2021)

Sanremo è servito come “rito collettivo del non pensiamo a nulla almeno per cinque serate e rincoglioniamoci fino alle due del mattino”. Finito Sanremo mi sono sentito spaesato, c’è da tornare alla realtà quotidiana, aiuto! Ed ecco che mi è venuto in mente di guardare Il principe cerca figlio su Prime, hai visto mai che ti dà quello stesso feeling di totale astrazione dalla realtà. E infatti, il nuovo film con Eddie Murphy è esattamente come uno sketch di Fiorello e Amadeus lungo due ore. Uno lo guarderebbe anche incuriosito dal fatto che fai un sequel trent’anni dopo con gli stessi attori dal primo all’ultimo (più qualche nuova leva), ma c’è un grosso ma: manca John Landis. Questo lo si sa anche prima di premere play, ma uno comunque si appiglia a Zamunda, alle mossette del principe (ora re) Akim, ai barbieri, al fatto che magari lo vedi in lingua originale ed è figo. No. È proprio un film brutto. Ma brutto forte, senza un’idea, che va avanti appunto come uno sketch di Sanremo, con le ballerine, qualche simpatico numero musicale (saltano fuori le Salt ‘n Pepa), la gigioneria fuori tempo massimo di Eddie Murphy, Arsenio Hall e Wesley Snipes, tutti impegnati a fare la triste caricatura di sé stessi, un andamento da film Disney anni ’90, nessun graffio per carità… Imbarazzante. Non puoi nemmeno dire che è talmente brutto che fa il giro, è proprio un bicchiere di acqua fresca in faccia che ti scivola via subito, che poi era quello di cui avevo bisogno quella sera. #recensioniflash

YES GOD YES (Karen Maine, 2021)

Sempre a proposito di film un po’ spensierati, stavolta arriva un film bellino. Oddio, io l’ho trovato “bellino”, la redazione del New Yorker lo ha addirittura messo nella lista dei migliori film del 2020, poi vedete voi. Yes, God, Yes è un film con Natasha Dyer (quella di Stranger Things) nel ruolo di una studentessa di una scuola ultra cattolica che scopre le gioie della masturbazione. Detta così sembra una roba alla Alvaro Vitali, ma in realtà il film (che ha la stupendifera durata di 78 minuti, sì, dio, sì) è una commedia delicata del sottogenere “coming of age”, un po’ stralunata e tutta a base di vecchie suore sdentate, giovani preti segaioli, ritiri spirituali per adolescenti dediti più o meno alla castità (c’è anche Alisha Boe di 13 Reasons Why), pratiche sessuali alternative dette e mai praticate e bastoni di scope, vibromassaggiatori cervicali e soprattutto un Nokia 3210 usati in modo creativo. Questo dettaglio del Nokia mi porta a dirvi della cosa più interessante del film, e cioè l’ambientazione nel 2001. Ci sono i computer giganti con lo schermo a tubo catodico, c’è AOL e ci sono tutte le modalità tipiche delle chat del periodo, in pratica l’alba del cybersex. Ribadisco, un film bellino che dura poco e vi farà stare bene. #recensioniflash

THE AUTOPSY OF JANE DOE (Andre Ovredal, 2016)

Notte horror, perché la realtà fa sempre più paura di un qualsiasi film. E quindi scartabello la mia lista di film “ancora da vedere” e trovo The autopsy of Jane Doe su Prime. E vi dirò. Lo promuoverei a pieni voti se non fosse che ha un finale un po’ frettoloso. Ci sono questi due personaggi di medici legali padre e figlio (Brian Cox ed Emile Hirsch, molto credibili) che gestiscono una morgue. Dopo un massacro in città lo sceriffo trova un cadavere inspiegabile tra gli altri, una ragazza nuda senza ferite semisepolta in cantina. C’è ovviamente bisogno del coroner. Il corpo viene portato dai due protagonisti che iniziano l’autopsia (che prende la maggior parte della durata del film). Ovviamente non è una roba per tutti gli stomaci, ma hmm, come dire, è molto esplicito senza essere sanguinolento. Senonché questo cadavere inspiegabile presenta una serie di problematiche, come dire, “interne”, che mettono in gravissimo imbarazzo i due medici. E lì parte la deriva paranormale (già “preparata” da una serie di sottili indizi) che alla fine fa somigliare il film del norvegese Andre Øvredal a uno di quei thriller gotici italiani di inizio anni ’70 – a me ha ricordato molto Nella stretta morsa del ragno di Margheriti, una delle mie prime esperienze horror di quando ero piccino. Comunque, da vedere se vi piace il genere. Il cadavere, per la cronaca, è un’attrice vera (Olwen Kelly), che pare abbia praticato meditazione per rimanere immobile per tutta la durata del film mentre la tagliano in tutti i luoghi e tutti i laghi. #recensioniflash

POV I PRIMI ANNI: UN ESPERIMENTO RIUSCITO?

Facciamo come in quelle recensioni dove si parte dalla fine per poi tornare all’inizio: diciamolo subito, quindi. POV I primi anni, la serie Rai Ragazzi che è iniziata e finita in questo mese di febbraio 2021, è tutto sommato un sì.  Ma devo darvi un minimo di contesto, perché né io, né voi (probabilmente) siamo in target per questa serie TV abbastanza particolare.

POV I primi anni (attenzione a scrivere correttamente tutto il titolo, perché googlando solo POV si potrebbe incorrere in spiacevoli accostamenti a carattere pornografico) è una serie teen che racconta la vita quotidiana di una classe di ragazzi al primo anno del fittizio Liceo Machiavelli di Torino. Fino qui tutto normale. È una serie corale, nel senso che facilmente possiamo contare venti protagonisti le cui storie si intrecciano o procedono parallele (e qui per uno spettatore agé come me scatta subito la voglia di infografica, per capire chi sta con chi, chi vorrebbe stare con chi, chi è parente di chi, un po’ come in Dark o Game of Thrones). L’ambientazione, assolutamente inedita, è quella torinese dell’International Training Centre dell’ILO, sulle rive del Po, dove i giovani protagonisti, i quattro attori adulti (personale scolastico) e la crew sono stati rinchiusi per un mese nell’estate del 2020 a girare come dei forsennati.

La particolarità di POV (d’ora in poi abbrevio, perdonatemi) però sta nell’approccio rivoluzionario alla produzione, alla sceneggiatura, alla regia e al montaggio della serie. Vado a spiegare perché.

Intitolare la serie “POV” fa emergere fin da subito la dichiarazione di intenti comunicativa: la moltiplicazione dei punti di vista. Oltre ad essere una serie corale, POV è una serie dove la narrazione lineare “onnisciente” è frammentata dai punti di vista dei vari protagonisti che si confessano con video selfie su Instagram o riprendendo i compagni di nascosto magari contraddicendo o semplicemente integrando il flusso della narrazione principale. Questa cosa ovviamente non è una peculiarità solo di POV: è una tecnica narrativa consolidata, ma non è così comune trovarla in un prodotto rivolto ai ragazzi. Non è calcata in modo evidente nemmeno in Brugklas, il format originale olandese cui la produzione si è ispirata.

POV prende molto anche dal linguaggio del reality televisivo, fin dalla premessa produttiva: un “gruppo classe” di ragazzi chiusi in un contesto per un mese, senza contatti con l’esterno, a girare la serie. Ma mentre il reality show finge la verità davanti alle telecamere e in realtà ha degli autori, ed è molto “scritto”, in POV il cosiddetto soft scripting (una sceneggiatura light che lascia molto spazio all’improvvisazione degli attori esordienti) è dichiarato fin dall’inizio. Siamo di fronte ad un prodotto di fiction e lo sappiamo, ma risulta “più reale” di un reality. Tra l’altro questo gimmick del gruppo di ragazzi chiuso con la crew nella location unica può anche essere stata una scelta dettata dal Covid: in effetti nei titoli di coda esce sempre la figura di un responsabile Covid, il credit a un service di tamponi e sierologici, un disclaimer sul fatto che i ragazzi non indossano mascherine (e infatti credo che la sfida della seconda stagione starà anche nel declinare le esperienze dei ragazzi con la pandemia, la DAD e tutti i problemi quotidiani di quest’anno).

RAI ha avuto una buona intuizione – e un notevole coraggio – a uscire con POV, il cui confronto immediato è proprio quello con produzioni come Il Collegio (reality Rai), JAMS (un’altra serie Rai Ragazzi molto basata sull’improvvisazione degli adolescenti protagonisti) o SKAM Italia (la serie TimVision/Netflix dai valori produttivi evidentemente più alti ma abbastanza in linea come tematiche). Le differenze però sono interessanti.

SKAM Italia tratta tematiche adolescenziali (che però su SKAM stanno su una fascia di età leggermente più alta), presenta un cast corale (ma più ristretto e focalizzato a ogni stagione su una sola coppia di protagonisti) e usa i linguaggi dei social, l’abbinamento con un canale Instagram etc (l’uso dei social di SKAM però sta più nelle interfacce di Whatsapp, Instagram o Facebook che appaiono a schermo). Rispetto a SKAM, POV è più fluida, meno focalizzata, magari disorienta, ma le storie si dipanano poco a poco. Il reality Il Collegio è – appunto – un reality: le prime puntate di POV puntano vagamente in quella direzione, ma poi emerge chiaramente il carattere di fiction, come dicevo sopra. Inoltre, è chiaro che la tematica social non può entrare in un reality che si basa appunto sull’inserimento di adolescenti di oggi in un contesto scolastico “old skool”. JAMS è la serie più vicina a POV (entrambe di Rai Ragazzi, anche se con due produzioni diverse, Showlab per POV e Stand by Me per JAMS) o meglio: sta a metà tra POV e SKAM. In questo caso il target è la scuola media, i protagonisti sono pochi, come in SKAM, le tematiche trattate sono anche drammatiche (molestie, abusi, bullismo e cyberbullismo), la recitazione è spesso improvvisata ma le redini della narrazione sono saldamente tenute dal regista.

Invece Davide Tosco (il regista di POV, coadiuvato dagli autori Francesco Bigi, Nicola Conversa ed Erica Gallesi) compie questo atto rivoluzionario di lasciare i mezzi di produzione in mano ai ragazzi protagonisti. Tutto in POV concorre alla fruizione veloce, al consumo diretto agli adolescenti, magari direttamente su smartphone (io ad esempio l’ho guardata tutta così, direttamente su RaiPlay, dove correttamente hanno deciso di uscire con 10 episodi a settimana per i binge watchers come me). La durata degli episodi è di 12 minuti – l’ideale per raccontare piccole storie di vita scolastica che accumulandosi fanno conoscere i personaggi: a poco a poco si scoprono le cose, senza affaticare l’attenzione e scaricare troppo la batteria. Il prodotto adolescenziale perfetto: non a caso 12 minuti è la durata tipo, ad esempio, anche delle più note serie animate di Cartoon Network, che il pubblico di POV probabilmente guardava fino a poco tempo prima. Non si può non levarsi il cappello di fronte al montatore (o meglio, spero una squadra di montatori) che ha dovuto elaborare fonti diverse, ciak ripetuti, improvvisati, improvvisi e a volte inspiegabili dettagli di insetti o fogliame (Davide Tosco evidentemente ama molto Lynch e Malick), nonché tutti i video verticali, orizzontali o semplicemente storti forniti dai cellulari dei ragazzi.

POV ha attori esordienti quasi tutti torinesi molto naturali (chi più chi meno, ma si vede molto il miglioramento dagli episodi più vecchi ai più nuovi, sarebbe interessante capire se la serie è stata girata in sequenza). I personaggi di POV rispecchiano molto chiaramente i classici “tipi” che tutti noi abbiamo incontrato al liceo. C’è il bel tenebroso (Benji), il bravo ragazzo tormentato (Manu), entrambi innamorati della classica acqua cheta della classe (Beatrice). Questa ovviamente è solo la linea narrativa principale. Attorno ad essa si sviluppano le altre trame con i contrasti tra gruppi di amiche (Francesca, Letizia, Anna, Selene), improbabili amicizie tra adorabili sfigati (Zack, Giro, Emma) o tra aspiranti influencer social (Katia, Rami). Nel giro di 52 episodi viene usato almeno un paio di volte il topos del “compagno nuovo” (prima Ambra, poi Sick) e naturalmente ci sono i personaggi extra come l’attivista della scuola (Silvio Matteo, accompagnato dalla sua spin doctor Tiana), e altri compagni che si pongono tipicamente nel ruolo di “osservatori” (Leo, Cristina, Pawl) commentando gli eventi a mo’ di coro greco.

Grazie al lavoro degli attori, i temi “importanti” che in POV passano con molta fluidità sono quelli del rapporto con gli altri mediato dai social pervasivi, della ricerca della propria identità (anche di genere, un tema che in RAI Ragazzi non credo sia mai stato trattato), del bullismo, della ludopatia, del body shaming, e di tutte quelle esperienze vecchie e nuove che rendono l’adolescenza un meraviglioso periodo di merda. Suona didascalico? Potete ricredevi subito. Il fatto che POV sia raccontato per più del 50% da riprese traballanti fatte coi cellulari dai ragazzi stessi è garanzia da un lato di sequenze ai limiti dell’imbarazzo (in certi episodi la locura alla Boris regna sovrana), ma dall’altro di un grado di sincerità difficilmente eguagliabile da parte di altri prodotti simili. L’uso dei social come meccanismo narrativo ma anche come tema centrale della trama fa passare anche agli spettatori più giovani un messaggio non banale che forse vale più di molti “corsi di responsabilizzazione” sull’uso di questi strumenti, evidenzia le conseguenze delle azioni a volte sbagliate che si fanno senza l’ipocrisia di pensare che i ragazzi non abbiano in continuazione il cellulare in mano.

Poi, chiaro, non è tutto oro quello che luccica. Verso gli episodi conclusivi, forse proprio a causa di questa “anarchia narrativa” che è la sua cifra stilistica, POV non riesce a tirare bene le fila di tutte le trame che ha messo in campo negli episodi precedenti: si capisce che alcune cose sono un po’ tirate via giusto per concludere e altre – giocabilissime come cliffhanger per una stagione successiva – sono sprecate in un montaggio che non lascia abbastanza tempo per metabolizzare le scelte di campo dei protagonisti.

Non so che dati di audience abbia POV: ovviamente nella mia bolla è una serie assolutamente sconosciuta, ma non ho dubbi che sia abbastanza vista nella fascia 12-15 anni. Basta sbirciare i profili Instagram di autori e attori per capire che una certa base di fan esiste. Gli auguro di aumentarla perché, insomma, POV è una serie teen che si fa guardare anche da un adulto, e questo dovrà pur valere qualcosa.