ANIMAZIONE PANDEMICA: LUCA, RAYA E GLI ALTRI

Messa così sembra che abbia passato giugno a guardare cartoni su Disney+. Non è stato proprio così, ma insomma, alla fine si avvicina abbastanza alla verità. Anche perché poi per esempio Luca l’ho già visto 5 volte, tre in italiano e due in inglese. Son cose che capitano quando hai una Creatura in casa. Comunque, via alle danze.

LUCA (Enrico Casarosa, 2021)

Cosa dire di Luca se non che è il film estivo perfetto? Un film che inizia con una ventina di minuti “in fondo al mar” che non ti aspetti perché tutti i trailer erano concentrati su Luca bambino umano e sulla cittadina ligure di Portorosso più che sulle profondità del mar Ligure. E ti viene in mente Alla ricerca di Nemo (i banchi di pesci), La Sirenetta (la collezione di oggetti umani), per poi trasformarsi poco a poco in un mix tra Chiamami col tuo nome (solo idealmente, per la scoperta di sé attraverso gli occhi dell’altro), Le avventure di Huckleberry Finn e Pinocchio (esplicitamente citato). Delicato, comico, malinconico, ricco di citazioni disseminate qua e là (la foto di Mastroianni, il poster di La Strada, I soliti ignoti in un televisore, le canzoni che fanno tanto Italia del boom), Luca celebra l’amicizia intensa – è evidentemente un bromance – la scoperta di sé, della diversità, del sentimento vero che ti porta a volere solo il bene dell’altro. OK, in effetti è molto simile a Chiamami col tuo nome. Senza pesche, però. Comunque: mille sono le cose che lasciano a bocca aperta, dalla ricostruzione della cittadina ligure immaginaria eppure così verosimile, i sogni di Luca così vividi eppure così cartooneschi, i disegni dei titoli di coda e alcuni personaggi secondari come la nonna e lo zio dagli abissi (Sacha Baron Coen) protagonista anche dell’immancabile scena post-credits. Il character design fa sembrare tutti i personaggi come pupazzi di plastilina animati in stop motion quando invece è CGI – questa cosa dà un calore particolare al tutto, e tra le nuotate che danno quella sensazione di libertà, il gelato, i temporali e tutto, Luca rappresenta perfettamente l’estate della mente, quella che non dimentichiamo mai. Quella dove abbiamo scoperto tutti l’amicizia. Magari non sarà un capolavoro sorprendente e filosofico come Soul, ma è un film che scalda il cuore. E nella scena finale lo scioglie. Oh, proprio come Chiamami col tuo nome! #recensioniflash

RAYA AND THE LAST DRAGON (Carlos Estrada, Don Hall, 2021)

Qualcuno si ricorda di Atlantis l’impero perduto? Si tratta di un Classico Disney della cosiddetta “epoca sperimentale” un po’ dimenticato, un po’ sottovalutato anche all’uscita (design troppo Gainaxx, storia troppo Nadia e il mistero della pietra azzurra, insomma, dal Giappone non erano contenti). Eppure per me – che comunque sono un amante del musical senza se e senza ma – a suo tempo fu una folgorazione: un film Disney senza canzoni, serio, con tematiche di avventura, mazzate e pericolo vero. Fast forward esattamente a venti anni dopo: Raya e l’ultimo drago rischia di inaugurare una nuova epoca Disney – e di fatto lo fa, siamo già in una New Era dopo il Revival terminato con Oceania. Ma ci pensate, dopo Oceania sono usciti solo due sequel, Raya è la prima storia “nuova” da cinque anni a questa parte. E lo sforzo per ricombinare fiaba, mito, wuxia, carinerie Disney e arti marziali si sente tutto e direi che è abbastanza ben riuscito ed amalgamato. Non sto a dirvi la trama di Raya tanto l’avete visto tutti prima di me perché siete degli impazienti dilapidatori di soldi e non degli oculati risparmiatori come me che col cazzo che spendono soldi oltre l’abbonamento per l’accesso VIP. Raya è come Mulan e Pocahontas più che come Elsa o Moana/Vaiana, il film è un action fantasy abbastanza serio (uno dei registi arriva di Big Hero 6) e rappresenta se vogliamo la compiuta marvellizzazione della Disney – dopo la disneyzzazione della Marvel, ci voleva. Fotografia che credo sinceramente sia la migliore in assoluto vista in un film Disney, film lungo ma con l’impressione che magari alcuni momenti di pausa qua e là avrebbero giovato alla narrazione (un po’ meccanica stile livelli di gioco con boss sempre più pericolosi), combattimenti coreografati alla perfezione, draghi (non Mario) un po’ troppo plush da edicola ma ci sta, anzi immagino sia voluto per il merchandising. La visione familiare è purtroppo funestata dal fatto che il mio sensibile figliuolo vuole le canzoni, i duetti e l’ammmore e ha orrore dei combattimenti, però ha detto “se togliamo tutte le parti dei combattimenti è bello anche se non ci sono le canzoni”. Amante del musical anche lui, capiteci. #recensioniflash

INSIDE (Bo Burnham, 2021)

Credo di aver appena finito di vedere, su Netflix, una delle cose più geniali e coinvolgenti mai viste sul piccolo schermo. Passo indietro. Per me fino ad oggi Bo Burnham era un oscuro regista indipendente che aveva girato nel 2018 un film eccezionale (Eighth Grade) e che più di recente aveva recitato in Promising Young Woman. Non sapevo assolutamente nulla dei suoi trascorsi come youtuber prima e come stand up comedian poi. Dice lui stesso che dopo il suo ultimo comedy tour nel 2016 aveva cominciato a soffrire di attacchi di panico sul palco e che per questo si era dato alla regia, alla recitazione, alla scrittura. A gennaio 2020, dopo un percorso di terapia, si sentiva pronto a tornare sulle scene, ma poi “è successa una cosa divertentissima”. Costretto in casa dal Covid come tutti noi, ma con una bomba inesplosa di talento dentro rispetto a tutti noi, Bo Burnham utilizza l’anno di lockdown per scrivere, girare, musicare, fotografare, interpretare e montare questo Inside. Un film di quasi due ore che è un comedy special sui generis, tutto girato nella stanza di Burham (e si vede chiaramente il suo background da youtuber) e che potrei definire come un misto tra un musical alla Bob Fosse, un film di Lynch, una raccolta di videoclip esilaranti però scritti da Charlie Kaufman, un light show psichedelico, una seduta di autoanalisi bergmaniana. Burham fa ridere in un momento in cui non c’è un cazzo da ridere, analizza tutti i luoghi comuni della contemporaneità (eccezionali i pezzi sull’Instagram delle donne bianche, sulla videochiamata con la madre, sul sexting, sul senso di colpa del maschio bianco etero, su Jeff Bezos, sull’invenzione di Internet, il reaction video del reaction video, la parodia dello streamer di Twitch) e al tempo stesso riesce ad infilare monologhi sulla depressione, i pensieri suicidi, la salute mentale, l’isolamento e non taglia nemmeno i momenti in cui sclera o piange davanti alle videocamere. Salvo poi lanciarsi in pezzi synthpop in cui si riprende l’ombelico in 8K, in un continuo palleggio tra critica della società dello spettacolo e immersione totale in essa, il tutto con una padronanza del suo one man show che mescola luci, proiezioni, musica e monologhi in modo impeccabile, diverso da qualsiasi altro stand up comedian possa venirvi in mente. Inside mi ha fatto pensare molto, più che altro perché risuona con tutte le mie ossessioni e i miei pensieri del periodo e direi che finora è la cosa più vicina allo “spirito del tempo” che potete esperire. #recensioniflash

THE GENTLEMEN (Guy Ritchie, 2020)

Ieri sera, ospite sul mio divano Lorenzo Corvi, abbiamo preso visione di un film che nessuno dei due aveva ancora visto su Prime. Ci siamo subito trovati d’accordo perché – in omaggio alle regole che vogliono l’ospite a proprio agio – io gli ho proposto un qualche film francese un po’ pesantino e del genere che un tempo si sarebbe chiamato cinéma vèrité, ma lui mi ha spiazzato proponendo di vedere qualcosa di molto zarro per “spensierarsi”. Alla fine la convergenza è arrivata con The Gentlemen di Guy Ritchie. Ora, a parte il fatto che un film che presenta degli abiti come quelli in foto va premiato a prescindere e che sto già compulsando Amazon per comprarmi la tuta di Colin Farrell (o anche solo il cardigan smorto di Charlie Hunnam), devo dire che per essere il “solito gangster movie inglese” con una sfilza infinita di personaggi da ricordare e situazioni al limite del grottesco – insomma una roba che sappiamo a memoria dalla metà degli anni ’90 – The Gentlemen è molto godibile. Guy Ritchie è uno di quei registi che soffre del complesso che possiamo chiamare “il mio primo film è un fottuto capolavoro e dopo non sono mai riuscito a fare nulla all’altezza”, ma solo il fatto che dopo Aladdin e King Arthur sia tornato al milieu della mala londinese è qualcosa di buono. Ci sono Hugh Grant che fa il viscido, Matthew McCoso che fa il bello e dannato imprenditore della cannabis, tanta roba, tanti intrecci, poche risate (se voleva essere una gangster comedy). Un po’ freddino e calcolato, alla fine dei conti. Però c’è Michelle Dockery, e ci sono le tute di Colin Farrell. Ah, e immagino che doppiato faccia cagarissimo (in originale la cosa più simpatica sono proprio le voci). #recensioniflash

MEET THE ROBINSONS (Stephen J. Anderson, 2007)

C’è una storia strana e particolare dietro all’unico Classico Disney che non avevo mai visto in vita mia, e che stasera abbiamo deciso di vedere all in the family, quasi 15 anni dopo la sua uscita. Si tratta di Meet the Robinsons, del 2007, e il motivo per cui non l’ho mai veduto è presto detto. Non so quanto abbiate familiarità con le “epoche Disney” (c’è l’età dell’oro, quella d’argento, quella di bronzo, il medioevo Disney, il rinascimento e poi, a partire dal 2000 circa, quella che venne chiamata “età della sperimentazione”). La sperimentazione ha portato inizialmente a dei capolavori (secondo me) che hanno avuto pochissimo successo di pubblico (es. Lilo e Stitch, Le follie dell’imperatore, Atlantis, Koda fratello orso) e infine, nello sclero di inseguire le mode, ad uno dei film animati più orribili di tutti i tempi, Chicken Little. Bruciato da Chicken Little (che fa veramente, ma veramente cagare a spruzzo), mi ero rifiutato di vedere I Robinson – Una famiglia spaziale, terrorizzato dal look vagamente Jetsons del film, dal fatto che tra i doppiatori ci fossero Carlo Conti e Giovanni Muciaccia e non ultimo dal fatto che in quel periodo eravamo tutti per la Pixar, che aveva appena rilasciato Gli Incredibili e si apprestava a sfornare uno dei suoi capolavori assoluti, Ratatouille. Ma ecco arrivare la storia strana dei Robinson. Il film è prodotto da John Lasseter. Ma quindi, mi domando, l’ha prodotto per affossarlo? No! Vado a vedere i dati del box office e I Robinson non è nemmeno criticato male! Cosa è successo? La chiave del film sta nell’altro produttore esecutivo, che è in realtà un soggetto che da fuori ha influenzato Disney, Pixar, Blue Sky, Illumination e molta dell’animazione del nuovo millennio. Si tratta di William Joyce, autore del libro da cui i Robinson è tratto, illustratore notissimo al grande pubblico dallo stile un po’ retrofuturista che era esploso con la serie per bambini Rolie Polie Olie e che solo due anni prima aveva prodotto (e realizzato il character design) per Robots della Blue Sky (infatti i robot dei Robinson sono identici a quelli di Robots, ma questa è un’altra storia). La storia dei Robinson è… diciamo gradevole. Bambino orfano superintelligente inventa cose. Ad un certo punto il tutto si trasforma in una sinistra e psichedelica versione animata di Ritorno al futuro incrociato con Matrix. Il bambino viene trasportato nel futuro e si trova ad interagire con una famiglia di pazzi (i Robinson) e a doversi guardare le spalle da un cattivo delirante in bombetta nera che sembra modellato su Hans Doofenschmirtz (il delizioso scienziato pazzo di Phineas e Ferb). Ci sono mille sottotrame, c’è la ricerca della mamma, il furto di una macchina del tempo, la dominazione del mondo da parte delle bombette robotiche, a un certo punto c’è anche un inseguimento con T-Rex. Troppa roba. Lo slapstick di Le Follie dell’imperatore appiccicato alla lacrima facile di Bianca e Bernie. Ma in un modo tutto sommato originale. L’impressione del 2007 però è ancora viva: il character design, pur essendo anni luce meglio di quello di Chicken Little è assolutamente deludente. Mentre Brad Bird faceva Ratatouille, qui siamo ancora ai livelli di Toy Story 1. Fortunatamente l’anno dopo la Disney si rifà con Bolt, il suo primo vero film BELLO in CGI. I Robinson almeno sono serviti ad imparare qualcosa. #recensioniflash

NOMADLAND, IL RITORNO IN SALA E LE ALTRE STORIE

Questo mese segna un cambio di passo grazie ad un simbolico ritorno in sala per un film che… avevo già visto due volte in streaming. Ma che vi devo dire, valeva la pena. Stagione di Oscar, quindi sono uscite diverse cose interessanti, alcune come sempre sui soliti canali Prime Netflix Disney+, altre un po’ più da “scavare” nel mare magnum dell’Internet. C’è stato tempo e spazio anche per un paio di interessanti rewatch anni ’80. Lieto di presentarvi le rece di maggio, via che si va.

NOMADLAND (Chloé Zhao, 2021)

In queste settimane, complice la solita primavera gelida e piovosa, sto andando praticamente in letargo e il sonno non mi basta mai. C’erano un tot di film che volevo vedere e invece, per un motivo o per l’altro, ne ho visti sempre e solo due. Nel senso che li ho visti tre volte. Uno è Nomadland, che stasera mi appresto a vedere per la terza volta in sala (al Cinema Classico) per dare un segnale a me stesso e al mondo dello spettacolo, ma per vari motivi l’ho già visto due volte su Disney+. Nomadland è un oggetto curioso, una narrazione senza dramma, una sorta di documentario giocato su un alternanza di campi lunghissimi e primissimi piani. Nomadland è l’unico western possibile nel 2021, mi viene da dire. Giocato tutto su una protagonista (Frances McDormand) che nel film è uno dei pochissimi attori professionisti e sul viaggio – esteriore ma anche interiore, così come si conviene al genere “on the road” – che compie verso una piena libertà (più una libertà da che una libertà di, ma insomma, ci siamo capiti). Eppure, nonostante il film parli di persone di mezza età che mollano tutto e vivono nei loro camioncini e roulotte, l’ho trovato una delle cose più appassionanti viste ultimamente. Lo sguardo di Chloe Zhao si tiene sempre laterale, questo si capisce molto bene in molte sequenze. Sarà quello. Comunque mi è piaciuto moltissimo. #recensioniflash

THE MITCHELLS VS THE MACHINES (Mike Rianda / Jeff Rowe, 2021)

Un altro film che ho già visto tre volte (e me ne toccheranno altre mi sa) è I Mitchell contro le macchine, su Netflix. Molto divertente, anche alla terza visione si fa apprezzare, anche perché a questo punto guardi in astratto alcune sperimentazioni nell’animazione, che è un misto di 2D e 3D un po’ come in Spider-Man Into the Spiderverse (stesso team) ma meno riuscito e meno di impatto. Qui è giocato tutto più sulla carineria di una certa estetica da tiktoker / instagrammer / youtuber che piace moltissimo ai bambini ma senza diventare pedante. La trama è il solito canovaccio (anche qui) on the road con la famiglia stile Griswold che fa un viaggio per legare bene e invece guarda un po’ arriva l’apocalisse robotica. Le interazioni dei Mitchell sono spassose e colorate, mentre quelle dei nemici robot sono gelide e hanno un’estetica che da Tron (o meglio da “copertina di album dei Journey”) arriva fino a Matrix e Terminator. Un po’ frenetico e un po’ lungo, ma fa il suo lavoro bene.
#recensioniflash

DEMONI (Lamberto Bava, 1985)

Momento insonnia: cosa c’è di meglio di un rewatch dei miei amatissimi horror anni ‘80? E Demoni di Lamberto Bava, con Natasha Hovey e Urbano Barberini è l’epitome degli anni ‘80, con le spalline e i capelli laccatissimi (poi strappati a scalpo dai demoni), i punk berlinesi drogati, il pappone stile blaxploitation che non c’entra veramente nulla, la recitazione a cazzo di cane, la moto Cagiva in mezzo all’atrio del cinema che non mi ricordavo perché era lì e poi invece era funzionale alla tamarriade del finale e soprattutto la rivelazione che uno dei protagonisti era un giovanissimo Alessandro Palladini di UPAS (rivelazione nella rivelazione: Guido Baldi è il figlio di Macha Méril, attrice godardiana e argentiana). Comunque Sergio Stivaletti qui spaccava di brutto, quello che fa alle facce degli attori con sangue finto, vomitini vari, denti demoniaci e deformazioni varie è da Oscar. Anche il finale shock a sorpresa non lo ricordavo. L’anno dopo (oltre a Demoni 2 con Nancy Brilli) usciva in Italia il primo numero di Dylan Dog. Nostalgia canaglia. #recensioniflash

DEMONI 2… L’INCUBO RITORNA (Lamberto Bava, 1986)

Per fare un po’ il paio ho rivisto anche Demoni 2… L’incubo ritorna, che peraltro è stato uno dei primi film “vietati ai minori” visti al cinema in gruppo con i compagni di classe a far casino con le musiche dei Cult, di Billy Idol e altre simpatiche tamarrate (NB: l’album della colonna sonora del primo film era RCA, questo era direttamente Beggars Banquet). Si difendono ancora bene, come sempre, le creazioni ultrasplatter di Stivaletti, mentre il resto del film è una copia sbiadita (a volte anche con gli stessi attori) del primo film. Laddove c’era la sala cinematografica qui c’è l’home video, con grezzi (ma apprezzati) riferimenti a Cronenberg, Romero, Carpenter e tutto quanto faceva (e fa) body horror. Non si risparmiano nemmeno i cani e i bambini e questo – in un film di questo genere – è molto apprezzabile (nella foto il fastidiosissimo bambino demone). Nancy Brilli scream queen non la ricordavo ma non è così spiacevole. Imbarazzante il finale col parto nello studio televisivo. Credo comunque che di tutta la mini-saga dei Demoni, tutti si ricordino sostanzialmente la festa in casa di Sally, gli amici sandymartoneschi che ballano felici, Sally darkettona che si isola e finalmente la trasformazione in Demone festaiolo sulle note di She Sells Sanctuary. #recensioniflash

THE WOMAN AT THE WINDOW (Joe Wright, 2021)

Ieri sera ho visto questo curioso esperimento hitchcockiano “La donna alla finestra” (già dal titolo, dalle prime inquadrature e dal primo inserto di film-nel-film, spudorato proprio) che devo dire un po’ mi ha incuriosito. Bla bla bla, primo in classifica su Netflix in tutto il mondo, bla bla bla doveva uscire in sala ma poi Covid, le solite cose. Però ci sono Amy Adams, Julianne Moore, Jennifer Jason Leigh, Gary Oldman e mezzo cast di The Falcon and the Winter Soldier. Insomma detta così è una bella storia. E infatti c’è anche il colpo di scena non eccessivamente telefonato (cioè sì, il primo colpo di scena è un po’ telefonato, il secondo meno) e si lascia guardare anche grazie alle sempre impeccabili musiche di Danny Elfman e luci di Bruno Delbonnel. Il film è di Joe Wright al quale non sarà parso vero di poter fare il thrillerone innestandoci però la sua particolare idea di eleganza filmica che consiste in soluzioni ultrateatrali cacciate in gola allo spettatore che però devo dire nel contesto sono abbastanza digeribili. Tutto il film è una pièce teatrale con pochi personaggi e molti spiegoni, ma insomma, non lo butterei via. Se vi piace il genere “Gattara fuori di testa che vede omicidi ovunque e nessuno le crede e poi sorpresona bisognava crederle”, è il film per voi. Amy Adams sempre più animale notturno. Nella foto, James Stewart. #recensioniflash

NOBODY (Ilya Naishuller, 2021)

Se vi capita di vedere Nobody, sappiate che è un film che promette e mantiene. 91 minuti di mazzate secche, una sorta di John Wick più asciutto e meno videogame. E ve lo dice uno che venera John Wick. Ma andiamo con ordine. Voi ve lo vedete questo tizio qua sotto nei panni di un action hero coi controcoglioni? Bob Odenkirk: una scelta quantomeno bizzarra per un film del genere. Eppure funziona alla grande. John Wick è una macchina da guerra. Hutch Mansell pure, ma è un po’ più arruginito e imbolsito, ne prende anche lui parecchie, lavora bene con le armi ma soprattutto a mani nude. Quello che ho trovato impressionante in Nobody è che i combattimenti sono “onesti”. Cioè, riesci a capire e a “fare tuo” ogni calcio, ogni pugno, ogni mascella gomito ginocchio spezzato. Un altro riferimento per me chiave in questo film è quello all’action anni ’80 (per la precisione: Commando). Russi cattivi a iosa, un bodycount inusitato, uno showdown finale con quel tipico piglio da “i cattivi hanno una mira di merda mentre lui precisissimo li fa fuori tutti”. Intendiamoci, tutto valore aggiunto. La trama è… la solita trama (sei venuto a rompere i coglioni alla mia famiglia, io faccio fuori te e tutti i tuoi 237 scagnozzi), ma non si può chiedere altro a questo tipo di film se non di andare dritto per la sua strada senza troppi cazzeggi. I primi cinque minuti dipingono la vita da medioman di Hutch, ma ben presto viene fuori che lui era un ex 007 in prepensionamento. Geniale la figura del vecchio padre (Christopher Lloyd) che si ritaglia il ruolo della spalla che ha i one-liner migliori – i più anni ’80, quantomeno. Ovviamente occhio alla scena post-credits perché sicuro come la merda che diventerà un franchise, e Bob Odenkirk il nostro nuovo, improbabile Liam Neeson / Keanu Reeves. #recensioniflash

PROMISING YOUNG WOMAN (Emerald Fennell, 2021)

Promising Young Woman è un film sinceramente disturbante. Metto le mani avanti, non posso e non voglio dire molto sulla trama. Posso dire che meritava ben più dei premi che ha vinto in giro per il mondo e che se così non è stato probabilmente è per via del carattere complesso e problematico della sceneggiatura e dell’interpretazione di Carey Mulligan. O per il pastiche di generi differenti, che non sempre è gradito: Promising Young Woman parte come una commedia indie dai colori pastello che qua e là fa affiorare un mélo di un’angoscia esistenziale totale misto a quel sottogenere rape & revenge stile I Spit on Your Grave o Hard Candy che però viene rivoltato come un calzino. Cassie (Carey Mulligan) è una donna promettente che ha lasciato la facoltà di medicina (scopriremo poi perché, c’è una backstory che viene svelata poco a poco) e fa questa cosa di fingersi ubriaca persa, farsi abbordare dai classici “bravi ragazzi” che tentano invariabilmente di farsela ma lei non è ubriaca per niente e li mette di fronte al loro squallore umano. Il film è un rimando continuo alla rape culture, al cameratismo da “bro code”, alla mascolinità tossica, al trauma costante che le donne vivono nella società patriarcale e soprattutto uno schiaffo al concetto di “nice guy”, del “ma io non sono così”. Uno schiaffo che fa malissimo e nonostante faccia malissimo io non posso che consigliare a tutti gli amici maschi di vedere il film con attenzione. Non posso parlare dal punto di vista femminile, ovviamente, ma credo che Promising Young Woman sia abbastanza disturbante anche per chi magari certi traumi li ha vissuti. Comunque sia, Cassie cerca vendetta per una violenza accaduta anni prima, e nella sua ricerca di vendetta fa anche cose di cui non va orgogliosa. È una persona traumatizzata, complicata, la sua storia ad un certo punto sembra aprirsi a una vera e propria rom-com, ma non è cosa, ve lo dico. Promising Young Woman è uno di quei film dove ad un certo punto tu non te lo aspetti ma succede qualcosa di talmente inaudito che ti viene voglia di spegnere e chiudere tutto. Eppure ha il coraggio di uno sberleffo finale che è un pugno nei coglioni al patriarcato – uno di quei finali che o lo si ama o lo si odia, ma più probabilmente lo si odia. Avrà anche dei difetti, questo film, però è potente, non conciliante e non assolutorio, e credo mi rimarrà in testa e nello stomaco per molto tempo. Dal punto di vista del puro fomento audiovisivo, c’è una cover super dark di Toxic di Britney Spears in una scena che mi ha fatto saltare dalla sedia. A parte Carey Mulligan immensa, c’è tutto un cast di contorno che funziona benissimo. Pare che la regista Emerald Fennell (la conoscete perché è Camilla Parker Bowles in The Crown) abbia scelto tutti gli attori maschi in base al fatto che fossero famosi per aver recitato sempre ruoli di “bravi ragazzi”. Capirete perché vedendo il film. #recensioniflash

ARMY OF THE DEAD (Zack Snyder, 2021)

Ciao carissimi. Volete vedere Army of the Dead su Netflix? Padronissimi, io però vi risparmio le due ore e mezza (che per Zack Snyder sembrano ancora poche) e vi dico: va benissimo se vi guardate i titoli di testa, godete tantissimo (i suoi migliori dai tempi di Watchmen) e poi spegnete. Oppure andate avanti veloce saltando diciamo una cinquantina di minuti e ricominciate da lì. No, a parte gli scherzi. Quando sei uno bravissimo a fare le scene di azione / tensione / smembramenti / splatter, limitati a fare le scene di azione / tensione / smembramenti / splatter. Qui si è voluto innestare il film di zombie con il sottogenere heist movie, che sulla carta per carità funziona anche, ma poi ci metti un’ora di film a costruire la gang di scassinatori presentando una serie di personaggi unidimensionali che facevi prima a metterli lì e basta, senza tentare dialoghi profondissimi sulle relazioni, linee comiche che non fanno ridere e chissà cos’altro. Grande fomento per la tigre zombie che poi è una trashata venuta pure maluccio in CG. Gli zombie, loro, poracci, sono pure fighi – nell’ottica degli zombie di Snyder, che sono veloci, cattivi e strutturati in gerarchie sociali primitive ma efficaci (c’è pure la storia malata della regina zombie incinta del re zombie). E quindi: è uno Zack Snyder a tutto tondo (fa tutto lui a 360 gradi) che però copia Doomsday, copia 1997 Fuga da New York, copia questo e quello riuscendo ad annegare tutte le cose belle in un delirio di lungaggini inutili. Grazie, eh. #recensioniflash

WILLY’S WONDERLAND (Kevin Lewis, 2021)

A tutti piacciono i film dove Nicolas Cage sclera. Dato questo assunto incontrovertibile, parliamo di Willy’s Wonderland, un NicCageSclero™️ del 2021 che per un cultore dei NicCageScleri™️ non è possibile non vedere. Perché c’è Nic Cage che non dice una parola ma mena di brutto, perché c’è Nic Cage che si sporca tutto di olio nero, perché c’è Nic Cage con gli occhi da pazzo e il bacino svirgolante che gioca a flipper, perché c’è Nic Cage che va in modalità bidello ultraviolento, perché c’è Nic Cage e basta, vorrei dire. Purtroppo però devo segnalarvi che Willy’s Wonderland, nonostante Nic Cage al top delle sue possibilità è veramente un film demmerda. Ma proprio tanto, tanto demmerda. E non è nemmeno “talmente demmerda che fa il giro e diventa bello”, come The Banana Splits Movie (di cui vi ho già parlato e dovreste ricordarlo se siete veri cultori dell’horror pupazzoso). No, questo è proprio demmerda e basta. Ora voi – che magari avete trovato demmerda anche The Banana Splits Movie (il che mi fa dubitare delle vostre facoltà mentali perché, voglio dire, squartamenti selvaggi e “one banana two banana”) – vi chiederete che bisogno c’era di fare un film che è la copia moscia di quello dei Banana Splits. Nessun bisogno, è chiaro. Se non favorire immagini di Nic Cage che beve tipo 8 RedBull nel corso del film e sclera di brutto. Qui ci sono dei pupazzoni animatronici brutti che si dice che ospitino le anime perverse di un gruppo di satanisti tristi dell’Oklahoma che si risvegliano nottetempo per mangiare chi gli capita a tiro. Nella fattispecie Nic Cage e un gruppo di cinque pischelli dementi. Nic ovviamente je mena e tutti gli animatronic fanno una brutta fine tra schizzi di olio per macchine. La cosa buffa se vogliamo paragonarlo alle comiche dell’epoca del muto, è che Nic ha promesso di pulire il posto alla stragrande e ad ogni animatronicidio il posto si sporca di olio per macchine e sangue per cui Nic fa la faccia da Oliver Hardy, sversa gli occhi al cielo e ricomincia daccapo a pulire. E niente, è una meravigliosa stronzata (e peraltro bisogna anche andarsela a cercare fuori dai normali circuiti… perché questo fanno i sacerdoti del culto del NicCageSclero™️). #recensioniflash

SCONTRO DI TITANI E ALTRE COSE TRASH E MENO TRASH

Aprile è stato un mese ricco di visioni, contraddistinto dal super mega monster movie del decennio ma anche da pensosi documentari, scatenati film di animazione, l’occasionale horror che non può mancare, lunghissimi anime dolenti e qualche sprazzo di Oscar. Enjoy.

GODZILLA VS. KONG (Adam Wingard, 2021)

Giornata di ferie babbo/figlio.
Cosa c’è di meglio che alzarsi tardi e spararsi GODZILLA VS. KONG? Credo proprio niente.
L’apoteosi dei mostri grossi, un fomento continuo prevedibilissimo ma realizzato alla stragrande, un fan service di due ore in cui a babbo e figlio non resta che ruggire con Kong e Zilla e urlare in coro FIATELLA ATOMICA! MECHAGODZILLA! IL TESCHIO DI KING GHIDORAH! KONG CHE SI GRATTA IL CULO! Con in più un introduzione e un epilogo in chiave ironica sottolineato da canzoni solari e molto pop sulle quali Kong fa lo splendido (perché lui è amico sincero di una bambina muta, mentre Godzilla è bravo ma non ha tutta questa complessità di sentimenti, quindi non gli rompere il cazzo che poi rade al suolo Hong Kong).
Pare quasi di sentirli, tra un GROARR e un GRAURRR che si dicono:
– Scimmia del cazzo, mollami che abbiamo un problema più grosso!
– Kong… Spacca!
– Kong deve stare fermo perché sta arrivando Mechagodzilla e quello ci fa il culo a tutti e due.
– E allora Kong… prende l’ascia da Manowar e spacca Mechagodzilla!
– Ecco, bravo, facciamo il team up!
Ovviamente gli attori umani sono poco più che figurine, quel che conta è il disastro. E il disastro c’è tutto.
Nel suo genere, il film del decennio. #recensioniflash

WONDER WOMAN 1984 (Patty Jenkins, 2020)

Ho aspettato un po’ a vedere WW84 anche perché tutti dicevate che era una cacata imbarazzante. Ora posso confermare che in linea di massima lo è. Andiamo con ordine: cosa mi aspettavo? Un’ambientazione pesantemente anni ’80, con strizzatine d’occhio continue ai neon, al fluo, alla lacca, alle spalline. Questo viene fuori al massimo nei primi minuti, poi è tutto una citazione, della serie “Vedi? Questa è la breakdance” o “Sequenza a montaggio di Chris Pine in versione Ken moda 1986”. Mi spiego meglio: non un period piece ma un film che “nomina” mode e modi in modo didascalico e incongruente. Mi aspettavo dei villain simpatici e sopra le righe, magari un po’ grotteschi (anni ’80, in una parola) e ci sono dei villain mosci mosci mosci che più mosci di così non ne ho visti mai. Mi aspettavo combattimenti cazzutissimi e invece l’unico veramente cazzuto è quello del trailer che infatti è mille volte meglio del film. Mi aspettavo una colonna sonora a base di hit post punk e new wave invece si erano giocati i soldi per il pezzone dei New Order solo nel trailer (again!). Mi aspettavo che fosse un film che scorreva via come un bicchiere di Cherry Coke e invece scorre via come un bicchiere di acqua del rubinetto tiepida. Però nella scena post credits c’è Linda Carter, e quello per un cinquantenne è tanta roba. #recensioniflash

GRETEL & HANSEL (Oz Perkins, 2020)

Ogni tanto spulcio nelle mie Watchlist (dove ci sono abbondanti film fermi dal 2016) e scovo qualche titolo interessante. Gretel & Hansel (titolo invertito per un motivo valido) è un film vittima del Covid (doveva uscire la scorsa primavera) che va recuperato. Ovviamente si tratta della fiaba dei Grimm, rivisitata ma nemmeno troppo per dare a Gretel (la mia adorata Sophia Lillis) 16 anni e ad Hansel tipo 8. I due bambini vengono cacciati dalla madre, vagano nel bosco e dopo qualche avventura con un cacciatore, un cannibale sui generis e dei funghetti allucinogeni, incontrano la famosa strega. La differenza con la fiaba originale la fa il presunto “seme della stregoneria” che alberga anche in Gretel, che si preoccupa non solo di fare le faccende in casa della inquietantissima strega (Alice Kriege) ma anche di studiare le erbe, gli incantesimi e di avere vividissimi incubi con pezzi di bambini cotti e mangiati. Fino qui tutto bene, c’è una discreta dose di splatter quando serve, ma è tutto molto atmosfera. C’è un prologo in widescreen con una storia demoniaca che pare slegata dal contesto e poi non lo è, e invece tutto il resto del film è girato in un rapporto stranissimo tipo 1:55 a 1, con una fotografia naturalistica, che sfrutta il sole di taglio e le fiamme di candela, propone colori alla Dario Argento e inquadrature alla Jodorowsky, nonché una grande abbondanza di grandangoli, tilt&shift e dutch angles. Gretel & Hansel vuole somigliare un po’ a The VVitch di Eggers, un po’ a Midsommar di Aster, alla fine è una fiaba horror femminista un po’ lenta (e con… poca carne al fuoco, se mi permettete la battuta) ma estremamente godibile per l’occhio. Se parliamo di folk horror, bisogna dire che mai come in questo film i boschi hanno gli occhi… #recensioniflash

THE MASK YOU LIVE IN (Jennifer Siebel, 2015)

Siccome non vi voglio parlare sempre solo di film splatter, oggi vi parlo di un documentario che mi è stato consigliato e che ho visto “a pezzi” perché, ve lo dico, si piange parecchio. Almeno, io piango in quanto preso direttamente in causa, poi vedete voi. The Mask You Live In è un doc del 2015 totalmente dedicato a individuare le cause, la diffusione e le possibili alternative a una cultura della mascolinità tossica che respiriamo intorno a noi. Questo doc mi tocca come uomo, come padre, come ex bambino bullizzato, come educatore, come persona che vuole contribuire a cambiare le cose (non oso definirmi attivista perché è una parola che fa a pugni con la mia pigrizia, ma insomma). Non credo sia necessario mettermi qui a spiegarvi quanto il patriarcato sia dannoso NON SOLO per le femmine (vittime “evidenti” del sistema), MA TANTISSIMO anche per i maschi. Il maschio, da sempre, viene chiuso in una “gabbia” dalla quale è difficilissimo uscire. Ed è una gabbia che nella migliore delle ipotesi porta a non essere in contatto con le proprie emozioni, a mancare di empatia, a non essere capace di entrare in relazione con un’altra persona. Nella peggiore porta a rape culture, sessismo, violenza omicida o suicida. In questo doc ci sono delle testimonianze strazianti di bambini, di adolescenti, di padri, di educatori. A un certo punto diventa “troppo americano” (nel senso che si focalizza su fenomeni prettamente tipici di una società dove alla mascolinità tossica viene abbinata la totale libertà sulle armi), ma al 90% si tratta di un doc che funziona a livello universale. Dovremmo vederlo tutti, ma soprattutto noi genitori di maschietti. Non si trova in giro, ma se me lo chiedete faccio uno strappo e vi mando un WeTransfer. #recensioniflash

PSYCHO GOREMAN (Steven Kostanski, 2020)

Fermi tutti, abbiamo trovato l’horror più pazzo e sanguinoso dell’anno! Psycho Goreman (già il titolo è tutto un programma) è il nuovo film del canadese Steven Kostanski, che già ci aveva regalato una perla come The Void, per tacere di Manborg. Per capire Psycho Goreman, pensate al primissimo Peter Jackson (Braindead in particolare), mescolato con un pizzico di Monty Python, tantissima Troma, molto power metal in versione Tenacious D, una bella spennellata di Capitan Mutanda e Treehouse of Horror dei Simpson quanto basta. Psycho Goreman è un delizioso film per famiglie con teste che esplodono, cuori strappati, arti mozzati, intestini sparsi e tutto quanto fa gore. Mimi e Luke, i bambini protagonisti, litigano costantemente per qualsiasi cosa, in particolare per le loro assurde e incomprensibili partite di palla avvelenata con regole inventate. Mimi è quella cazzuta del duo. Dopo aver sconfitto Luke lo costringe a scavarsi una fossa per essere sepolto vivo, come simpatica penitenza. Solo che Luke scavando incappa nella tomba di un antichissimo demone alieno lì imprigionato. In poche parole, Mimi si impossessa di un artefatto che sigilla la tomba in grado di controllare il demone, che da quel momento non può fare altro che obbedire a lei (non senza aver prima smembrato alcuni malfattori). E tra il demone – ribattezzato Psycho Goreman, PG per gli amici – e la bambina non si sa chi sia più sadico e votato al male. Ma non è finita qui: il risveglio di PG manda in palla una sorta di consiglio galattico con creature degne di Frank Oz (alcuni ricordano molto l’universo di Dark Crystal) che decide di mandare Templar Pandora, un’eroina à la Evangelion a distruggere PG. Il lavoro sulle creature e sugli effetti splatter e gore è ad altissimi livelli nonostante il budget bassissimo. Il film è scritto in modo ovviamente prevedibile ma divertente e ricco di battute e immagini che hanno già generato una valanga di meme (in foto, un amichetto di Mimi trasformato in enorme cervello semovente da PG). Geniale la sequenza in cui i bambini coinvolgono PG nella loro punk band e cantano la loro hit “Frig It” (tipo “vaffanbagno”) mentre PG fa esplodere bambini in bicicletta o scioglie poliziotti dal grilletto facile. Io vi ho avvertito: cercatelo, perché lo adorerete. #recensioniflash

MY OCTOPUS TEACHER (Pippa Ehrlich / James Reed, 2020)

Pole l’omo innamorarsi di un polpo? Questa è la domanda alla base di My Octopus Teacher (Il mio amico in fondo al mare), il documentario in odore di Oscar che trovate su Netflix, visione consigliatissima specie accanto alle Creature in età scolare. Ma non immaginatevi il solito documentario. Questa è una vera e propria storia d’amore: si palpita e si piange. Boy meets piovra, poi c’è il corteggiamento, le coccole, l’osservazione partecipata della vita quotidiana dell’amata, quella volta che uno squalo pigiama (!!!) se l’è quasi mangiata e lui porello voleva intervenire ma sa che non bisogna interferire con la natura e via dicendo fino all’inevitabile finale (i polpi non è che vivano proprio molto a lungo). Oh, insomma lo saprete anche voi che i polpi sono uno degli animali più intelligenti del pianeta. A livello cane, gatto o scimpanzé, pare. Vedere la piovra che si coccola il regista è bellissimo. Riprese eccezionali e poi, come tutti i film che hanno qualcosa in più, è la storia di un cambiamento, di come un uomo ritrova la via, pura e semplice, della natura. E comunque c’è anche una bellissima rivelazione: i polpi giocano. #recensioniflash

ARLO THE ALLIGATOR BOY (Ryan Crego, 2021)

Da poco è uscito su Netflix questo Arlo the Alligator Boy, un lungometraggio di animazione tutto realizzato in remoto durante il lockdown (posso solo immaginare lo sclero) e diretto da un signor nessuno di cui sentiremo parlare, Ryan Crego. Che poi tanto nessuno non è, dato che si è fatto le ossa in Dreamworks per dieci anni prima di arrivare qua. Comunque, Arlo (da non confondersi con il dinosauro Pixar, anche se è altrettanto puccioso) è un ibrido umano/alligatore che vive nelle paludi della Louisiana ma ben presto scopre di essere originario di New York, per cui parte all’avventura per andare a conoscere il padre, incontrando una banda di personaggi squinternati sulla sua strada che ovviamente diventeranno i suoi migliori amici. Ve lo dico, è un prodotto da un lato un po’ derivativo: appena è iniziato ho detto “Vabbè, è Oliver & Company con un alligatore invece di un gatto”, dopo quindici minuti ho detto “Vabbè, è Bianca e Bernie con un alligatore al posto della bambina”, dopo le prime canzoni (ci sono tantissime canzoni, è spudoratamente un musical old school) mi sono detto “Vabbè, è Oceania/Frozen dei poveri”, però pian pianino il mio spirito critico si ricredeva. Perché pur avendo radici fortissime nell’humus Disney/Pixar, questo Arlo è anche sperimentale, underground, ha un character design che è un misto incredibile dei fratelli Fleischer, di segni “europei” come la serie Floopaloo, dell’underground americano che dagli anni ’70 arriva ai più strambi prodotti Cartoon Network (Crego è anche il creatore della serie Sanjay and Craig, una delle più deliranti dello scorso decennio). Se già Arlo è un outsider, i suoi compagni di viaggio sono la fiera del freak e del diverso, in rappresentazione – per dire – di corpi non conformi (la gigantesca Bertie, doppiata da Mary Lambert, cantautrice queer folk) o di generi assolutamente non definibili (Furlecia, una palla di pelo rosa doppiata dal mito assoluto di Queer Eye Jonathan Van Ness). Ma in definitiva com’è ‘sto film? Godibile, anche se lascia diversi buchi di trama. MA… c’è un motivo. Ho scoperto cercando in giro che in pratica questo film è un lungo pilot che precede la prossima serie Netflix “I ❤ Arlo”, e allora… qua in casa c’è già la scimmia che urla. #recensioniflash

LOVE AND MONSTERS (Michael Matthews, 2021)

Ciao raga, ho un attimo di tempo e voglio segnalarvi un po’ di cose. Vado con ordine. C’è un film nuovo su Netflix che si chiama Love and Monsters. Allora, la premessa è molto figa: apocalisse kaiju derivata da fallout radioattivo di missili atomici contro asteroide che stava arrivando sulla terra / umanità costretta a vivere in colonie nel sottosuolo / tizio che è l’unico della sua colonia che non scopa e si impunta di uscire in superficie per andare a cercare la fidanzata da cui si è separato sette anni prima per vedere se ancora ce n’è.
La realizzazione è un po’ meh, più che altro per conclamata antipatia selvaggia di tutti i personaggi del film tranne Michael Rooker che insomma, fa Michael Rooker e non si può proprio dirgli un cazzo. I mostri sono comunque abbastanza fighi e si lasciano guardare. Gli umani li vorresti tutti morti malissimo. Bravissimi il cane e il robot. #recensioniflash

TWO DISTANT STRANGERS (Travon Free / Martin Desmond Roe, 2020)

Two Distant Strangers è il corto che ha vinto il miglior corto ieri notte agli Oscarz, e insomma, è un bel corto. Sta su Netflix e andrebbe visto perché è veramente un bel corto, davvero. Anche se dura 30 minuti e siamo un po’ al limite del medio, resta comunque un corto. Un bel corto. A parte gli scherzi, vi devo dire che un amico mi ha detto “Guardalo, è un bel corto, poi risolve questa cosa del razzismo sistemico con toni da commedia, è figo”. Guardo i primi 15 minuti (cioè metà film, perché come abbiamo detto è un bel corto di 30 minuti) e scrivo un whatsapp al mio amico “Senti il film è figo, ma te c’hai un senso un po’ distorto di cos’è la commedia”. Perché ve lo dico, i primi 15 minuti di Two Distant Strangers sono pesi forte. La storia è quella di un ragazzo nero che si sveglia nel letto di una splendida ragazza, poi esce per tornare a casa sua dal suo cane e viene fermato da un poliziotto bianco violento che lo uccide, poi si risveglia ed esclama “Diamine! Era tutto un sogno!”, allora esce per tornare a casa sua dal suo cane e viene fermato dallo stesso poliziotto bianco violento che lo uccide, poi si risveglia ed esclama “Diamine! Era tutto un sogno dentro un sogno!”, quindi nuovamente esce per tornare a casa sua dal suo cane e viene fermato dal solito poliziotto bianco violento che lo uccide, poi si risveglia ed esclama “Diamine! Era tutto un sogno dentro un sogno dentro un sogno!”… e via così, per 99 volte. A metà del film c’è la svolta commedia, di cui non anticipo nulla se non che girala come vuoi ma non c’è un cazzo da ridere. A un certo punto diventa un FILINO didascalico (vedi foto con macchia di sangue a forma di Africa e corpo in posizione “appeso” dei tarocchi), ma insomma, son contento che ha vinto. Perché è un BEL corto. #recensioniflash

MAQUIA (Mari Okada, 2018)

Sempre per dirvi un’altra cosa angosciantissima che trovate gaiamente su Netflix, c’è da qualche giorno un anime nuovo (è del 2018 ma per noi ignari spettatori è nuovo) Si tratta di “Maquia: Decoriamo la mattina dell’addio con i fiori promessi”. Che uno già dal titolo dovrebbe capire che non è cosa, e invece io mi sacrifico per voi e li guardo tutti. Chiarisco subito: Maquia DLMDACIFP è un ottimo anime fantasy, solo che fa PIANGERONE. O forse sono io che ho l’ormone sballato. Comunque. Maquia è una giovine della stirpe degli Iorph, sorta di elfi separati dal mondo esterno che hanno la capacità di vivere centinaia di anni (tipo che la grande anziana c’ha 450 anni e ne dimostra 28) e che tessono tele chiamate “hibiol” con cui rappresentano la propria vita. Siccome vivono tanto, c’è la stirpe degli umani che regnano su Mezarte che gli ha messo gli occhi addosso per fare una roba alla ratto delle sabine e usare qualche giovane Iorph come utero in affitto per il principe debosciato. Attaccano quindi gli Iorph in sella a degli incredibili dragoni di nome Renato. Cioè, Renato è proprio il nome comune di drago, nell’universo fantasy di Maquia. Quindi arrivano tanti Renato in picchiata ma ne muoiono anche tanti: infatti una delle sottotrame è la potenziale estinzione dei Renati (LOL). Vabbè, i cattivi mezartiani rapiscono Leilia l’amica del cuore di Maquia, che invece riesce a scappare e com’è come non è trova un neonato tra le mani di una madre morta. Decide di prenderlo con sé NONOSTANTE come potrete immaginare gli Iorph vivono tantisssssssimo e gli umani no. Per cui Maquia è condannata a vedere il suo “figlio adottivo” invecchiare e morire mentre lei resterà sempre una splendida quattordicenne. E siamo solo ai primi quindici minuti. Non vi dico altro se non che c’è molta inquietudine, qualche simpatico accenno di pedofilia e incesto (che come sappiamo sono temi molto meno tabu per i giapu rispetto alla nostra cultura) e TANTE LACRIME BASTARDE perché ovviamente andiamo a vedere una storia familiare di almeno tre generazioni intricata peggio di un Garcia Marquez con i personaggi che improvvisamente fanno scatti di crescita di un decennio mentre Maquia è sempre dannatamente uguale a sé stessa. E bon, provateci anche voi. #recensioniflash

IN QUESTO ANGOLO DI MONDO (Hidenori Matsubara, 2016)

L’anime di ieri sera, rimandato da diversi anni, è “In questo angolo di mondo” di Hidenori Matsubara, pluripremiato film del 2016 che nella mia testa appariva un po’ troppo analogo a “Una tomba per le lucciole” per poter essere visto a cuor leggero. Invece devo dire che mentre il film di Takahata (che – non finirò mai di stupirmi – uscì in sala in double feature con “Il mio vicino Totoro”, con una scelta di marketing sconvolgente) è un concentrato di angoscia cosmica e ineluttabilità del destino, questo nuovo racconto sugli anni della guerra nei dintorni di Hiroshima lascia ADDIRITTURA una luce di speranza. Nel film, Suzu è una giovane donna che lavora nei centri di raccolta alghe di Hiroshima, viene chiesta in sposa da un uomo a lei sconosciuto che però la adocchia da quando erano ragazzini, si trasferisce da lui e avvia una vita semplice ancorché faticosa a Kure (paesino di montagna da cui si domina la baia). In uno scandire continuo di date (dagli anni ’30 al 1946) che già capisci dove sta il clou, Suzu ha a che fare con i suoceri, la cognata e la nipote, la gente del villaggio, sempre con quella sua aria svagata e serena, finché la guerra non le gioca uno scherzo atroce (non vi dico quale se no poi mi dite che guardo solo robe orribili) e poi, ovviamente, la bomba atomica – solo suggerita, perché siamo un po’ distanti da Hiroshima, ma impressionante comunque. Il finale, al contrario di quello di Takahata, mostra sì morte e distruzione ma da quella morte nasce anche qualcosa, per fortuna. Lo stile (che poi è anche quello del manga di Fumiyo Kono raccolto in volume omnibus da Panini l’anno scorso, mi pare) è molto interessante, sembra quasi un anime del periodo d’oro Ghibli, nel tratteggio dei personaggi, soprattutto rispetto al lavoro sugli sfondi che invece è modernissimo (nel senso del fotorealismo che tanto piace ad esempio a Makoto Shinkai). E insomma, secondo me è un grande sì. #recensioniflash