CRONACA DI UN FALLIMENTO ANNUNCIATO

E’ il sito del momento: chi non ha voglia di incazzarsi per il governo incespicante può spendere qualche santa parola sullo scintillante sito Italia.it… Pure troppo scintillante! Cominciamo dal logo sul quale si sprecano le discussioni già da qualche giorno. Da designer non si può che dire che è un logo raffazzonato. Ci sono almeno quattro font diversi (rappresentano forse il caos della nazione?) e soprattutto c’è il famigerato peperone verde con cui quasi tutti i commentatori sono fin troppo gentili… A rischio di sembrare un maniaco, vorrei farvi notare che quel peperone verde in realtà è un pene ammosciato, il che rappresenta l’Italia mille volte meglio di qualsiasi altra immagine. Il post analitico e molto azzeccato di Estragon ci accompagna poi in tutte le più oscene fasi della navigazione sul sito. Basti dire che  si comincia con un filmato praticamente non skippabile con logo fisso e aria di Rossini in sottofondo. Perché si sa, l’italiano appena può prorompe in un’aria d’opera (sembra di trovarsi proiettati nell’universo della Barzelletta del Fantasma Formaggino). Poi ci sono filmati flash pietosi e un’interfaccia che vuole a tutti i costi scopiazzare quelle tondeggianti e traslucide tipiche del web 2.0 ma che non è accessibile (bella storia)! Tutto sommato niente di nuovo sotto il sole. Migliaia di euro alla Landor (americani, of course) per disegnare il logo del secolo, direi quasi alla pari con la mascotte di Italia ’90 (e pensare che la nostra è la patria di Bruno Munari ed Ettore Sottsass) e milionate di euro a non so chi (sempre a loro?) per realizzare un portale approssimativo. Proporrei di spammare un po’ la casella di mail della Landor così, tanto per dare un po’ di feedback, usando il subject "Your logo sucks". Siamo un paese incredibile… 🙂

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SPOLVERIAMO IL BLOGROLL: LA STORIA DEI BLOG

Dato che ho un po’ spolverato lo scaffale del blogroll, mi rimetto in una breve finestra di tempo libero a spulciare il blog di Luisa Carrada, nei preferiti dal 2003. Il suo post di domenica mi ha riportato alla mente un pensiero che di solito tento di scacciare. Cosa potrebbe pensare di me un potenziale datore di lavoro leggendo le totali minchiate che scrivo? Male, penserebbe… Almeno credo. Però va anche detto che per Luisa il blog è uno strumento professionale, mentre per me è… fondamentalmente un luogo dove cazzeggiare, eventualmente filosofeggiare, trasfigurare i casi miei filtrandoli attraverso il velo degli archetipi junghiani. Resta il fatto che (fortunatamente) la mamma non legge il mio blog, la moglie lo legge solo per assicurarsi di non essere (troppo) sputtanata, i boss si limitano a buttarmi lì ogni tanto "Ma sai che ti ho googlato per caso (per caso!) e ho trovato diverse pagine di risultati?". A parte il mio odio per il termine "googlato", in questi casi sorrido seraficamente e rispondo "Ah sì?" sperando che non mi chiedano conto di qualche frase estrapolata all’improvviso dal mio blog… Un’altra lettura buona e giusta è quella di un recente post di Andrea che mi rifà in pillole la storia dei blog, dividendo addirittura quattro periodi storici. La mia reazione? Paura. Paura perché non ci pensi che ormai tempo quattro o cinque anni, in certi ambiti, e sei già passato dall’Illuminismo al Romanticismo. Anche un po’ di perplessità, perché pur considerandomi una persona normale, nel senso di "nella norma, nella media", non mi pare di rientrare nelle categorie che Andrea storicizza (pur riconoscendole come reali ed effettivamente esistite/esistenti). Blogger "per provare", blogger giornalisti, poi scrittori, poi blogstar, poi gran sacerdoti del web 2.0… Tutto vero. Forse io sono rimasto alla fase 1, pur facendo anche il giornalista, pur avendo una volta ogni morte di papa le mie aspirazioni da scrittore, pur essendo non una blogstar ma una star e basta, pur tentando di interagire con i blogmaghi della tecnica. E forse alla fine mi va bene così. No? 😛

Tag: blog, luisa carrada, axell, paura

SIAMO UNA SETTA DI GEEK AUTOREFERENZIALI?

Di recente leggo su blog di amici e conoscenti un buon numero di considerazioni sul "pericolo autoreferenzialità" di tutte le iniziative sociali legate ai fenomeni più evidenti del web 2.0. In sintesi, mi pare che il punto sia: "stiamo diventando una setta di geek che se le suona e se le canta in totale autonomia e isolamento dal mondo reale", laddove il mondo reale molto spesso non ha idea che esistano i blog, i wiki, Flickr, LinkedIn, le reti sociali, le licenze Creative Commons, Technorati, Ruby on Rails, AJAX, i BarCamp, etc. O meglio, ne ha idea nel momento in cui questi fenomeni "emergono" (nel bene e nel male) sui media tradizionali – ma tornerò più avanti su questo. Ora, mi concentrerei sul concetto di autoreferenzialità che spesso ricorre nelle discussioni sui blog. Se proprio vogliamo essere precisi, un blog autoreferenziale non è un blog che parla di me o dei fatti miei: è un blog che parla di blog. E ci sono blog autoreferenziali di tutto rispetto, come quello (purtroppo chiuso, i neofiti lo apprezzavano molto) di Sergio, quello di Andrea o quello di Giuseppe. Una volta che è stata fatta la scelta (un blog che parla di blogging), va da sé che il risultato è coerente con gli obiettivi. Ma chi leggerà questi blog? I geek ossessionati dai social network i quali, pur essendo l’argomento di notevole interesse generale e – appunto – sociale, sono comunque relativamente pochi. Poi va considerato come ognuno vede il proprio spazio di blogging: io ad esempio non mi azzardo quasi mai a spingermi su questo terreno di riflessione e se lo faccio uso lo spazio dei commenti dei suddetti blog "tematici". Altrimenti mi sembrerebbe (come forse è in questo caso) di scrivere veramente post autoreferenziali. Il problema è diventato più sentito dopo i primi BarCamp, che hanno raccolto entusiastiche adesioni di… un buon numero di geek affascinati dalle mille facce del web 2.0! Nulla di male, almeno ci si conosce tra di noi e si sperimentano quelle carrambate tipo "Maddai, tu sei [nickname]? Finalmente ci conosciamo di persona!"… Peccato però che alla fine, riflettendo a freddo, venga fuori il tipico senso di colpa: al BarCamp c’eravamo solo noi, non c’era nessun "curioso", nessun non-geek, nessun "uomo della strada". Ma non si può avere tutto da un BarCamp: ditemi chi ha voglia di uscire di casa per andare a sentire un gruppo di geek che si parla addosso? A parte gli scherzi, il concetto di BarCamp è eccezionale, il BarCamp divulga ma divulga tecnico e divulga ai già "iniziati". Buona la proposta di Axell che per fare proselitismo, per raggiungere quella che si definisce la "massa critica" degli utenti di reti sociali in Italia, suggerisce di trascinare gli ignari (e gli ignavi) ai vari BarCamp con la promessa che si parlerà anche di argomenti non iniziatici, ma alla fine, secondo me, poco fattibile. Basti dire che il 60% dei lettori di questo blog avrà saltato a piè pari il post perché comprende parole esoteriche come "geek", "BarCamp", "social network" e "massa critica". La gente usa le applicazioni che le fanno comodo nel determinato momento (Flickr, Wikipedia, Twitter, YouTube), senza porsi troppo il problema del loro senso o del loro contesto d’uso. Certo, ci sono blogger influenti (almeno, influenti su di me) ma la loro influenza è limitata a chi legge effettivamente il loro blog, in un circolo vizioso difficile da rompere. Se veramente vogliamo diffondere il verbo, l’unica è comparire in televisione o gestire rubriche su settimanali e quotidiani "nazionalpopolari". Che io divulghi determinati concetti su una testata "tecnologica" non ha alcun senso per il lettore medio. Se invece riesco a parlare di certe cose in un programma TV seguito, la cosa è molto differente. Pensiamo al caso YouTube: tra le varie applicazioni cosiddette 2.0 è la più nota al pubblico, soltanto a causa del video dei liceali che picchiavano il compagno disabile (ovvio: le nuove tecnologie nei vecchi media sono sempre viste come il demonio). Qualcuno spiegherà mai in TV le vere potenzialità di YouTube? Ehm, forse ho scelto il caso sbagliato… :-)) Ad ogni modo, questa può anche essere una provocazione (o un "meme" – ma eviterei di continuare a usare questo gergo geek se vogliamo farci capire da tutti), però alla fine io la vedo così: non è questione di codice o messaggio, è soltanto un problema di canale… tanto per fare una bella semplificazione jakobsoniana!

Tag
: blog, wiki, barcamp, media, divulgazione, geek, autoreferenzialità, web_2.0