SETTIMANA WORKAHOLICA

L’oroscopo dell’Internazionale mi dice che questa, per me, è la settimana dell’arcobaleno rovesciato. Qualsiasi cosa voglia dire quel simpatico scoppiato di Brezsny, questa sta diventando decisamente la settimana del lavoro estemporaneo. Intendiamoci, anche io come il buon vecchio JM Barrie, penso che “niente è veramente lavoro a meno che non preferiate fare qualcos’altro“. Però la mia amata pigrizia si sta sentendo molto trascurata, sappiatelo. Sta lì, in un angolino della sala (vicino al ficus, è il suo posto preferito) e non fa che borbottare perché non può buttarsi a corpo morto su di me come fa di solito.

Ho cominciato con la piccola rivoluzione del nuovo CV qui dentro, nella pagina apposita. Crediateci o meno, c’è gente che ignora Linked In e va in giro a scaricarsi curriculum in PDF! E siccome il mio era più o meno aggiornato, ma riportava ancora informazioni valide nel 1997 (e ovviamente non più oggi), è scattata l’operazione curriculum europeo. Che oggi van di moda quelli. Così siamo a posto, e sarà la volta buona che non fate più clic sulla bustina di Gmail per propormi sviluppo di applicazioni in Director, programmazione in Javascript o robe simili che già facevo a stento una dozzina d’anni fa…

Poi, che altro. Beh, mi sono imbarcato in una nuova collana di DVD. Alcuni di voi magari hanno già in casa qualche mio booklet: basta aver acquistato in edicola DVD della serie Elvis Collection, I Classici del Cinema Fantastico, o Blu-Ray Collection, per fare qualche esempio. Ecco, magari vi hanno fatto schifo e avete pensato “ma chi li cura questi obbrobri?” – li curo io. E da questo mese curerò anche i booklet delle prime due serie di Heroes che usciranno a breve in edicola. Quindi se comprate quei DVD (ma non credo, perché avrete già scaricato tutti gli episodi) sappiate che potreste leggere qualcosa di mio, e che un commentino è sempre gradito.

Sul fronte della presenza (e della prestanza) fisica, sono stato precettato per una puntatona di Blogbar alla FNAC di Torino (il 22/11) dal prode Pasteris, che ha organizzato tutto per mettere me e Mario alla berlina di fronte a gente con ogni probabilità molto più competente di noi sul tema della fotografia digitale. A parte gli scherzi, si parlerà di fotocamere, inquadrature, fotoritocco, condivisione, Flickr, Adobe Lightroom, composizione e perché no… anche del tema che sta a cuore più di ogni altro: il bilanciamento del bianco! Ci sarebbe stato anche un mio intervento al conference/party di Fabrizio Vespa programmaticamente intitolato Blog vs. Facebook, ma ragazzi, dovete chiedermelo almeno 20 giorni prima se mi volete a parlare… Che qui tra il lavoro e la famiglia non si capisce più un cazzo!

Infine, il mai dimenticato amore per Sergio e la sua creatura in perenne evoluzione (parlo di Apogeo on line, eh, non di Giorgio). Io e Sergio ci prendiamo spesso a testate, nel senso del brainstorming. Vediamo se riusciremo a produrre qualcosa di nuovo, anche se dubito di poter superare le imprese del killer di blogger con qualsiasi articolo “serio” mi venga proposto. In ogni caso, qui a Torino (anzi proprio qui al piano di sotto mentre scrivo) è in corso la View Conference. Una buona occasione per ripartire con una piccola storia digitale, che includerà – e qui mi tremano i polsi – una brevissima intervista a Will Wright (quello di Sim City, The Sims e Spore, in pratica l’occupante virtuale di anni del mio tempo libero).

Direi che per una settimana è sufficiente, come autopromozione è abbastanza sfacciata… Siamo a posto, no?
Andate con dio.

LA FINANZA CREATIVA DEI BABACIU

Babaciu, s.m.: pupazzi (vagamente dispregiativo). Animati o meno, antropomorfi o meno, spesso di peluche ma a volte di plastica o altri materiali, i babaciu sono parte integrante della cultura popolare piemontese. Es. “A toa età, ‘t’ses anco lì a gioghé coi babaciu?”

In una nebbiosa regressione infantile, l’unica cosa che riesco a fare, in questi giorni, è giocare coi babaciu. Non i peluche propriamente detti, no… Quelli son nascosti in cantina da anni, e poi son quasi tutti di proprietà di Stefi. Il mio babaciu preferito me lo hanno fatto sparire alle superiori. Era una bambola tipo la Pigotta (ma meno figa di legno) che ricordo benissimo di aver tenuto nel mio letto fino alle medie, poi non mi è chiara quale sia stata la sua fine. Se è per quello anche l’orso Cecco Beppe me lo hanno buttato nella spazzatura prima di iniziare le elementari. Son traumi indelebili.

Comunque, no. Non parlavo di quei babaciu. Facciamo i seri, i tecnologici, i moderni. Parlo di quelli di Pet Society, uno dei tormentoni social di Facebook, che si è radicato nella mia mente come una canzone di Cremonini. Cioè, lo vorresti estirpare, ma non ci riesci. Perché Cremonini è subdolo, e così i babaciu di Pet Society. Il giochino, di per sé, è una semplificazione di Animal Crossing (altra bella droga elettronica). Si tratta in un certo senso di simulatori di alienazione. Non sei abbastanza alienato nella vita normale? Prova a rendere alienato un personaggio babacioso e molto kawaii.

Il babaciu, per definizione, vive in un dorato mondo di fantasia. A meno che non faccia parte del gruppo degli Happy Tree Friends, conduce una vita tranquilla in sobborghi dove ti aspetteresti di incontrare Jessica Fletcher a ogni angolo di strada. Eppure la sua casa è spoglia, il suo stomaco è vuoto e a dirla tutta non si diverte neanche un po’. Scatta l’istinto di protezione (scatta per tutti gli esserini kawaii, a maggior ragione se li hai creati tu). E tu lavi, giochi, nutri il babaciu. Soprattutto, ti intrufoli nelle case dei babaciu degli altri per baciarli, abbracciarli, raccontargli barzellette oscene, ballare insieme.

Ed è qui che scatta il meccanismo che dà assuefazione. Più ti dedichi a orge di strusciamenti, baci e sudorazioni multiple, più guadagni soldi. E i soldi ti servono per comprare cibo, mobili, tappezzeria (le pareti tinteggiate delle case dei babaciu sono orribili, sappiatelo), infissi, vestiti, etc. Io sono arrivato al punto di lavare i babaciu degli altri, che puzzano e sono circondati di mosche a causa dell’incuria dei loro padroni, per guadagnare qualche soldo in più. Soldi che mi serviranno per comprare il divano firmato Salvador Dalì!

Ecco, se da un lato questo passatempo non fa altro che replicare un’economia basata sull’inesauribile spirale di produzione e consumo – un’economia che stiamo cercando di contrastare nella vita reale, ma che sposiamo compulsivamente quando si tratta di babaciu – d’altra parte è innegabile che ci sia un fascino perverso nel fatto che non occorre lavorare per guadagnare. Basta fare il puttano. E io non potrei immaginare un mondo migliore di quello dove, per avere uno stipendio mensile, sia sufficiente limonare allegramente con tutti, abbracciarsi ad ogni angolo di strada e sparare a raffica battute sull’attuale governo.

L’unica cosa, ecco… Forse non mi metterei a fare il bidé ai passanti.

CANEMUCCA MEETS CASAIZZO

Il silenzio di questi giorni era dovuto al mio temporaneo allontanamento da qualsivoglia periferica telecomunicante. Sono stato a Formia. La città delle mie vacanze bambine e adolescenziali. La città dei fuochi d’artificio perenni. La città ancora romana ma quasi quasi anche un po’ napoletana. Dalla scorsa domenica, anche la città dove vive Marco ‘Makkox’ Dambrosio.

Io, il Dambrosio, lo volevo conoscere da diverso tempo. Come molti altri, sono stato colpito dalle vignette che realizzava nel lontano 2007 per conto di Sofi, e da lì mi sono andato a rileggere a ritroso quanto mi ero perso. Per me, il Dambrosio, è il più promettente fumettista vivente, o almeno quello capace di trasmettermi qualcosa anche quando scarabocchia con la Bic su un foglio di carta igienica (son sicuro che ha mezzi molto più tecnologici, ma a me piace immaginarmelo così).

Ed è in questo contesto di immaginazione sfrenata, che ho incontrato Makkox. Perché ci sono dei miti da sfatare, su di lui. Intanto non è filiforme e non ha un becco arancione. Non guida una Citroen DS (l’auto che associavo al suo personaggio). Non ha intorno a sé tutte le linee cinetiche che credevo. La prima sorpresa arriva alle nove del mattino di domenica. Makkox è mattiniero (addio all’immagine bohémienne dell’artista tormentato che lavora di notte con rum e sigarette). Non c’è un’epica bevuta in una malfamata taverna del porto, ma un’epica colazione a suon di cappucci e bombe alla crema in un’assolato dehor autunnale. La differenza che passa tra un Omero e un Luigi Pulci, se vogliamo fare un po’ di sfoggio di cultura (e comunque ho sempre preferito il Morgante all’Iliade)…

Makkox arriva con l’Audi TT e si presenta in modo aggressivo, vestito vagamente (lui, ragazzo degli ’80) da Top Gun. Si stupisce della mia altezza e della mia mole (mi immaginava piccolo e furbetto come Sofi o come Zoro). Mi scruta da dietro i suoi occhiali scuri, che un po’ intimidiscono. Poi li toglie, e vedo che ha gli occhi miti e sorridenti! Marco ‘Makkox’ Dambrosio SORRIDE! Perché è vero che i suoi personaggi fanno ammazzare dalle risate (quando non ti pugnalano alle spalle), ma la sua fotina su Facebook lascia immaginare un artista patito e incazzoso.

Non è patito per niente. Nemmeno incazzoso. Oddio, probabilmente se si incazza fa paura, ma vederlo mentre si sbriciola addosso lo zucchero delle bombe alla crema non fa presagire nulla di allarmante. Mentre parliamo di arte, di vita, di fumetti, di cinema, di editoria, di Kubrick, di Formia e del mercato immobiliare lo osservo. Mi ricorda moltissimo qualcuno, ma non so dire chi. Ancora adesso penso al suo sguardo, tranquillo ma penetrante (è uno di quelli che scrutano, il Dambrosio) e mi dico “cazzo, chi mi ricorda, chi mi ricorda”… E vabbé.

Quando cita Robert Crumb l’impulso è di crollare carponi davanti a lui e adorarlo. Ma le colazioni non durano molto, e ognuno di noi deve tornare ai propri cazzi (con la promessa di rivedersi alla prossima discesa mia). Per il resto, è stato il solito viavai di burocrazia, svuotamento casa, scatoloni, parenti e milleseicento chilometri macinati. Ma il fatto di aver dato un volto di carne al mio eroe di carta (anzi di pixel) ha illuminato il weekend.

Rimango comunque dell’idea che la Audi è figa, ma che la Citroen DS sarebbe meglio.
Non è che adesso, solo perché la guida la Littizzetto in uno spot, è diventata una macchina da froci. No?