MICROBO E GASOLINA

MICROBE ET GASOILDa due anni a questa parte succede raramente che riesca ad andare al cinema (l’unica vera tortura dell’essere ggiovani genitori™, assieme alla frequentazione dei giardinetti). Quando ci vado vorrei sempre andare al Classico, dove guarda caso danno sempre i film più fighi del mondo. Come Microbe et Gasoil, che aspettavo con ansia dalla scorsa estate e che dovreste tutti andare a vedere. Tutti, dico, non solo gli appassionati di quel piccolo genio/folletto francese che risponde al nome di Michel Gondry. Anche perché è il suo film meno Gondry ma al tempo stesso probabilmente il più personale (e poi perché ormai c’è chi fa Gondry quasi meglio di Gondry, vedi Quentin Dupieux).

Gondry è noto per le sue atmosfere surreali, sognanti, per le scenografie deliranti, arrivate all’apoteosi (e allo schiacciamento totale del film) con L’écume des jours tratto da Boris Vian. Ora, chiaro che per tradurre Vian non si può non essere follemente accumulatori e costantemente alla ricerca del calembour visivo, però devo confessare, amici del cinema surreale, che quel film mi aveva stroncato. Se Gondry non esce da questa impasse, mi dicevo, non riuscirà più a colpirmi al cuore come prima. E invece no. Lui ti tira fuori Microbe et Gasoil, un film molto più “semplice” e diretto, una storia di adolescenti e di coming of age (ricordate, cari lettori? Ne avevamo parlato diffusamente qui, qui e qui). Un film chiaramente ammantato di autobiografia (lui stesso è nato e cresciuto a Versailles come i protagonisti del film) e forse meditato a lungo se è vero l’assunto celato nel titolo del suo documentario autobiografico I’ve been twelve forever (“ho dodici anni da sempre”, in pratica la mia anima gemella filmica).

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E LA CHIAMANO ESTATE

E LA CHIAMANO ESTATEDi tanto in tanto, date le magre finanze, faccio un giro in fumetteria per acquistare qualcosa che mi colpisca positivamente. Leggo poche recensioni e non frequento i grandi festival del fumetto, ma sono più che appassionato dell’arte sequenziale. Perciò, se mi prendo la briga di scrivere di un fumetto, è perché mi ha veramente lasciato qualcosa.

E la chiamano estate (ruffianeggiante traduzione italiana del titolo originale This One Summer – qui il “book trailer” animato) è uno di questi casi. Divorato in un paio d’ore di tranquillità, va lasciato riposare per rileggerlo con più calma, apprezzando meglio alcune sfumature alla luce delle rivelazioni finali.

Intendiamoci subito, non è uno di quei graphic novel dove succede di tutto e dove ci sono mille cose da spoilerare. Jillian e Mariko Tamaki (due cugine canadesi) hanno sviluppato in 320 pagine di tavole in “bianco e blu” una piccola epica dell’adolescenza femminile, in cui la vita di due amiche in una località di villeggiatura procede in modo indolente tra una bibita e una chiacchiera, tra un gioco sulla spiaggia e una passeggiata serale, nell’ansia (ma non troppa) di diventare grandi noleggiando film horror da guardare sotto le coperte o spiando i ragazzi e le ragazze più grandi mentre parlano di sesso.

Quando ho preso in mano il volume di Bao Publishing (18 euro), per prima cosa l’ho sfogliato velocemente. “Bianco e blu” (in realtà quasi più violetto) mi ha fatto pensare a qualcosa di struggente, un ricordo indefinito. Poi ho visto i blurb sul retro con raccomandazioni di Craig Thompson, Daniel Handler e Vera Brosgol – hanno funzionato. Data l’origine canadese, poi, pensavo si potesse trattare di qualcosa di simile a Brian Lee O’Malley: diciamo subito di no, non c’entra nulla con Scott Pilgrim Vs. The World, per quanto Alla deriva avesse una simile tematica adolescenziale.

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5 COSE CHE DIMORANO NEI COMODINI

5 COSE CHE DIMORANO NEI COMODINIHo letto da qualche parte che il buon content manager eccelle in post a lista, del tipo “le dieci cose che”, “le cinque volte che”, “i sette indizi che”. Ora, non per vantarmi ma io i post a lista li facevo nel 2002. Poi non so, mi è sembrato che fossero una cosa scema da fare quando non avevi voglia di scrivere nulla di più articolato. E invece.

Viene fuori che i post a lista sono tra le cose più lette dell’Internet perché in un flash danno al lettore medio che ha quei tre o quattro minuti durante la sua evacuazione quotidiana la possibilità di leggere qualcosa di curioso. Ecco, sì, le liste devono essere liste curiose. Ripenso a quante liste curiose ho scritto, in preda ad un’inutile ansia classificatoria. In alcuni casi ero arrivato a 20, 25 item. Roba che nemmeno Rolling Stone.

Ora ci riprovo, col preciso intento di essere a) virale, b) sintetico, c) non classificatorio.

Perciò eccovi la lista – rigorosamente in ordine sparso – delle cinque cose che dimorano nel mio comodino da notte, nella malcelata speranza che voi, leggendo questo post, vi sentiate spinti a dirmi quali sono le vostre cinque cose più strane che tenete nel comodino. Se vi state chiedendo perché il comodino, la risposta è molto semplice. Il comodino da notte è la versione adulta del junk drawer tipico di ogni preadolescente, quel cassetto segreto in cui c’è di tutto alla rinfusa, e in cui ogni pezzo di spazzatura è un tesoro inestimabile. Allora, si parte. Anzi no, fermi un attimo. Ho appena guardato nel mio comodino e ho realizzato che devo barare. Non saranno cinque cose ma cinque categorie di cose.

Così riesco praticamente a infilarci dentro tutto.
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