Da due anni a questa parte succede raramente che riesca ad andare al cinema (l’unica vera tortura dell’essere ggiovani genitori™, assieme alla frequentazione dei giardinetti). Quando ci vado vorrei sempre andare al Classico, dove guarda caso danno sempre i film più fighi del mondo. Come Microbe et Gasoil, che aspettavo con ansia dalla scorsa estate e che dovreste tutti andare a vedere. Tutti, dico, non solo gli appassionati di quel piccolo genio/folletto francese che risponde al nome di Michel Gondry. Anche perché è il suo film meno Gondry ma al tempo stesso probabilmente il più personale (e poi perché ormai c’è chi fa Gondry quasi meglio di Gondry, vedi Quentin Dupieux).
Gondry è noto per le sue atmosfere surreali, sognanti, per le scenografie deliranti, arrivate all’apoteosi (e allo schiacciamento totale del film) con L’écume des jours tratto da Boris Vian. Ora, chiaro che per tradurre Vian non si può non essere follemente accumulatori e costantemente alla ricerca del calembour visivo, però devo confessare, amici del cinema surreale, che quel film mi aveva stroncato. Se Gondry non esce da questa impasse, mi dicevo, non riuscirà più a colpirmi al cuore come prima. E invece no. Lui ti tira fuori Microbe et Gasoil, un film molto più “semplice” e diretto, una storia di adolescenti e di coming of age (ricordate, cari lettori? Ne avevamo parlato diffusamente qui, qui e qui). Un film chiaramente ammantato di autobiografia (lui stesso è nato e cresciuto a Versailles come i protagonisti del film) e forse meditato a lungo se è vero l’assunto celato nel titolo del suo documentario autobiografico I’ve been twelve forever (“ho dodici anni da sempre”, in pratica la mia anima gemella filmica).

Di tanto in tanto, date le magre finanze, faccio un giro in fumetteria per acquistare qualcosa che mi colpisca positivamente. Leggo poche recensioni e non frequento i grandi festival del fumetto, ma sono più che appassionato dell’arte sequenziale. Perciò, se mi prendo la briga di scrivere di un fumetto, è perché mi ha veramente lasciato qualcosa.
Ho letto da qualche parte che il buon content manager eccelle in post a lista, del tipo “le dieci cose che”, “le cinque volte che”, “i sette indizi che”. Ora, non per vantarmi ma io i post a lista li facevo nel 2002. Poi non so, mi è sembrato che fossero una cosa scema da fare quando non avevi voglia di scrivere nulla di più articolato. E invece.