STAMPANDO SI IMPARA

Inizio a pensare di essere sonnambulo. C’è questo sito fresco di pubblicazione, Ilmiolibro.it, che è in buona sostanza una versione semplificata di Lulu.com. Provo a registrarmi, per vedere com’è, e mi dice che pietroizzo è un nick non disponibile. Ma di pietroizzo in Italia ce ne sono solo 29, e non è detto che tutti perdano tempo in rete e/o usino proprio questo nick. Gira e rigira, viene fuori che quel pietroizzo lì sono proprio io! O qualcuno mi ha registrato a mia insaputa, o l’ho fatto io in un momento in cui ero cerebralmente trasmigrato (il che è sempre più frequente, quindi è anche possibile).

Comunque, tornando a Ilmiolibro.it: diciamo che il Gruppo Editoriale l’Espresso la sa abbastanza lunga da tentare di entrare nel mercato con una doppia iniziativa multimediale. Da un lato, in collaborazione con la Scuola Holden, invade le edicole con la pubblicazione in 12 volumi Saper scrivere. Dall’altro tira fuori una community (per ora ancora ai primi vagiti, siamo sui 500 utenti) di lettori/scrittori ansiosi di mettere alla prova ciò che hanno imparato.

Nei confronti dei manuali da edicola sono sempre stato un po’ diffidente, devo ammetterlo. Sono convinto che un paio di reference books (ad esempio sulla correzione di bozze o simili) siano fondamentali, ma che non è un manuale che ti insegna a scrivere. Però… c’è un però. I volumi di Saper scrivere sono agili, coprono tutti gli aspetti della scrittura (creativa, giornalistica, per sceneggiatura, per lavoro) e hanno un DVD annesso che funziona un po’ come un (costoso) workshop Holden nel salotto di casa tua. Può valerne la pena, insomma.

Da qui a Ilmiolibro.it il salto è semplicissimo. Chi non ha romanzi, racconti o saggi nel cassetto? Si sa che l’italiano medio ama moltissimo scrivere e pochissimo leggere. Ma mettiamo da parte la malafede. Ilmiolibro.it è semplice ed immediato. Pur offrendo meno funzionalità di Lulu.com (che ha dalla sua più esperienza e un meritato web 2.0 award) potrebbe penetrare meglio sul mercato italiano: staremo a vedere, dato che non sempre la glocalizzazione dei servizi web ottiene i risultati sperati.

IL PROFUMO DEL FICOFIORONE

Sebbene io sia intimamente convinto che l’omm’ ha da puzza’ (l’uomo deve potersi permettere un discreto e maschio afrore), sono altresì attirato dal mondo dei profumi e delle essenze. Ho il senso dell’olfatto molto sviluppato, il che mi porta ad apprezzare le creazioni artigianali dei nasi francesi, a detestare la folla sui trasporti pubblici italiani, a stordirmi da solo con le mie Adidas.

Per questo, nel ponte, ho deciso di fare una puntata a Grasse, la città dei profumi – la città del Profumo, a dirla tutta. La visita alle varie fabbriche di profumi (Fragonard in particolare), fatta una volta vale per tutte. Ma le rivendite, quelle sono un problema. Tanto FNAC e Virgin Megastore possono per l’occhio e per l’orecchio, tanto può Fragonard per il mio naso. E del resto, se mi chiedete qual è la professione dei miei sogni, quella più ambita e irrealizzabile, risponderei “il naso” (peccato che ci vogliano tipo 11 anni di scuola speciale e una dieta perenne in bianco).

Mentre spruzzavo qua e là profumi ed essenze, ne ho scovato uno nuovo. Linea naturale, packaging dimesso, un po’ nascosto tra la fresia e il caprifoglio. Azzardo una spruzzata sul polso e cado in deliquio. Sono conquistato. Me lo accaparro e una volta fuori me lo spruzzo (con discrezione) nei posti canonici. La Stefi mi osserva con divertita curiosità. Io la guardo e le dico semplicemente “Con questo profumo addosso mi vien voglia di scoparmi da solo” (perché io so sempre come esprimere un concetto con incisività e icasticità).

Ah giusto, non vi ho detto la composizione del profumo. Di base è un’essenza di fico. Ficofiorone, per l’esattezza. E vuoi che un fico come me non abbia il suo bravo profumo al fico? La nota di testa è soprattutto magnolia, le note di cuore sono a base di noce moscata, gelsomino e bergamotto, quelle di fondo sono affidate al ficofiorone. Sembra un gran casino, ma vi assicuro che è ottimo.

Per dire, se mi avvicinate in questi giorni, tenete a bada i vostri ormoni: potreste essere costretti a saltarmi addosso. Anche perché, nella mia odissea olfattiva, ho individuato e acquistato un ottimo antidoto per la puzza di Adidas a base di allume…

STOP THE PIGEON

Una brezza sottile. Rumore di campane. Occhi impastati, immagini a brandelli del solito sogno. I cunicoli, i nascondigli, scappare da qualcosa di oscuro, proteggere qualcuno. Mi giro, mi scopro, appoggio la faccia su un ammasso di cuscini sprimacciati. Rumori attutiti di là. Le ragazze hanno chiuso la porta, per lasciarmi dormire fino all’ora di pranzo. E’ domenica.

Improvvisamente, il primo urlo. Poi, una raffica di “AAAAH!”, “NOOOOOOOO!”, “Il piccioneeee!”, “oddioddioddio che schifoooooo!” intervallati da bestemmie varie, miagolii terrorizzati e rumori di qualcosa che frulla. Mi alzo poco prima che le ragazze urlino “Pietrooooooo!”. Arrivo in cucina nella classica mise domenicale: boxer sformati, bocca allappata, ciabattine giapponesi di legno. Biascico un “Cazzosuccedehhh?” e loro mi indicano l’invasore spaziale.

Un enorme piccione nero è momentaneamente appollaiato sul faretto della cucina. “Minchia, ma è un corvo“, azzardo io. “No, è un piccioneee-eee-eee!” ribattono loro in preda all’isteria. Stefi non riesce più a parlare, rabbrividisce soltanto. Francy, l’amica dottoressa, si affretta a razionalizzare il terrore spiegandomi che il piccione porta malattie, è scortese e maleducato e con ogni probabilità cagherà nel lavandino di cucina e sui fornelli, compromettendo per sempre la nostra salute.

Nel frattempo mi mette in mano un bastone appuntito, ricordo del cammino di Santiago di Compostela (che io non ho mai percorso, ma del resto anche chi me lo ha regalato lo ha fatto in macchina). L’idea sarebbe quella di impalare il piccione e sbarazzarsi del cadavere. “Ok”, dico. “Però prima mi lasciate lavare in pace… Chiudetelo dentro che poi me ne occupo io”. Mentre scatarro e mi lavo la faccia medito sul da farsi. La soluzione finale non fa per me, preferirei rimandare il piccione nel suo habitat naturale, piuttosto che al creatore.

Entro in cucina armato di bastone sacro (il mio personale jesus stick) e provo a stuzzicare la bestia. Il risultato è che il piccione comincia a frullare come un pazzo e a sbattere sulla finestra chiusa, raspando le tende con i suoi piccoli artigli aguzzi. Il bastardo è entrato dalla porta del balcone, ma non ne vuole sapere di uscire da lì. Dovrebbe spostarsi dalla nicchia, svolazzare verso di me e deviare per ritornare all’aperto. Il bastone lo intimorisce, ma non lo convince ad andarsene.

Tento il tutto per tutto con la diplomazia e il dialogo. Gli offro un Dixi. Mi rendo conto ben presto che non verrà a prendere il Dixi dalla mia mano tesa, quindi semino alcuni cornetti di mais sul pavimento indicando la strada per il balcone. Il piccione fa “glu” e non accenna a spostarsi dal suo attuale nascondiglio, tra il bollitore e la bistecchiera. Dei Dixi se ne sbatte altamente. Provo a fare “glu” anche io, non si sa mai. Potrei sedurlo e convincerlo ad andarsene. Povia insegna.

Alla fine mi faccio coraggio, abbandono Dixi e bastone, mi avvicino a mani nude, a rischio frullo di piccione in faccia. Gli apro lentamente la finestra, che per giunta è a compasso (quindi di difficile comprensione per il cervello di un pennuto) e spero che se ne vada. Non se ne va. Riprendo il bastone e azzardo un “glu glu” agitandomi nella sua direzione. Finalmente si appollaia sul bordo della finestra. Dopo pochi secondi capisce che può volare via.

Esce. Fuori da quella casa inospitale dove lo hanno trattato a bastonate e gli hanno offerto cibo indegno. Lontano da quell’uomo in boxer che storpiava il suo linguaggio in modo barbaro. Via da quelle donne isteriche che lo terrorizzavano con i loro strilli. Ma non prima di aver lasciato una copiosa striscia di guano sulle tendine bianche della finestra. Glu.