ESPERIMENTI DI FANTASCIENZA URBANA

Volete farvi un’idea di come sarà Torino tra una cinquantina d’anni o più? Nessun problema. Tenete d’occhio Citypedia – l’enciclopedia della città del futuro: potreste scoprire che il futuro non è poi così brutto come lo si dipinge. O non così fulgido, a seconda dei casi. Perché Citypedia, nelle intenzioni e nella pratica, è un esperimento di fantascienza urbana. Chi vuole può compilare una voce dell’enciclopedia (ce ne sono ancora molte disponibili, dal balòn alla sindone, passando per i murazzi e il quadrilatero), contribuendo ad una visione corale di futuro – utopico o distopico, vedete voi.

Torino non è nuova a questo tipo di idee, e chi ha visto il corto Afterville di Gaglione e Resinaro (curiosamente residenti a San Donato Milanese) lo sa. Nel futuro a Torino succederà di tutto. Alieni, devianze da capitalismo 4.0, regimi totalitari, ambientalismo estremo e weird science d’accatto. E per chi ama esprimersi solo con le immagini c’è Torinoquidomani, il concorso fotografico sulla città dei desideri cui possono partecipare solo i gggiovani tra i 6 e i 35 anni (quindi io sono già fuori, gne gne).

Comunque alla fin fine l’idea è stuzzicante. In mezzo a Citypedia ci sono anche io. Per ora ho compilato la voce “Töret“. Adesso aspetto di vedere cosa combineranno i miei amici blogger, poeti, santi e navigatori (tutti rigorosamente torinesi e proiettati nell’utopia)…

AMORI CRONOLOGICAMENTE DISORIENTATI

Quando leggi un libro che ti colpisce al punto di farti piangere mentre alle due del mattino continui imperterrito a leggere per finire le ultime venti pagine (e al tempo stesso non vorresti mai finirlo), ci possono essere due spiegazioni. O sei un insonne dall’equilibrio emotivo molto fragile, o il best seller che tieni in mano ha veramente meritato il successo che ha avuto. Nel mio caso valgono un po’ tutte e due le cose, con una preponderanza del secondo motivo. E in ogni caso La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo è un piccolo capolavoro.

Mi risulta difficile pensare ad un altro romanzo che riesca ad unire in modo così naturale fantascienza e romanzo d’amore. Dove per naturale intendo che non spinge troppo né sul lato scientifico-nerd, né sul lato melodrammatico. La materia è trattata in modo realistico e “quotidiano”: la tragedia c’è eccome, ed è tutta nella vita disperata di Henry, un uomo “cronologicamente disorientato” che talvolta, come in preda ad un attacco epilettico, si ritrova in un punto qualsiasi del suo passato o del suo futuro.

E’ in questo modo che il protagonista conosce la moglie quando lui ha 38 anni e lei 6, che riesce a vedere la figlia non ancora nata, che rivive costantemente l’incidente mortale che ha causato la morte della madre, e che in generale sparisce quando meno se lo aspettano amici e parenti. Il romanzo è narrato a due voci, quella di Henry e quella di Clare, eterna Penelope e futura (o passata) moglie. L’intreccio è appassionante, la caratterizzazione dei personaggi anche. Non starò a dilungarmi sulla trama, perché c’è un forte rischio di spoiler.

L’autrice Audrey Niffenegger è al primo romanzo, ma è un’artista abbastanza nota nel campo dell’illustrazione: non può che incuriosirmi il fatto che si ispiri per i suoi graphic novel al mitico Edward Gorey che tanto amavo da piccolo. Manco a dirlo (le premesse c’erano tutte) il libro diventerà un film in uscita nel 2008, con un cast da calci nei denti su cui spicca Eric Bana (l’attore più inespressivo del pianeta dopo Nicholas Cage) nel ruolo di Henry.

Quando si legge un libro così non si può che ringraziare la botta di culo che te lo ha fatto notare in libreria. O, nel mio caso, la persona che me lo ha regalato. Attraverso la sua sensibilità ho letto il libro, pensando a lei ho pianto per le disavventure dei protagonisti. Ecco, questo libro oltre che meraviglioso da leggere è anche un must da regalare, se volete fare un’impressione devastante e diventare indimenticabili… 🙂

NO, EMANUELE NO!

E’ arrivato il momento di scoprire le mie carte di italiano medio. Non mento quando dico che guardo poco la televisione. Ci sono solo un pugno di programmi che guardo con assiduità. Un posto al sole all’ora di cena (è un po’ come la collezione di Dylan Dog, non è facile smettere quando sei un fan della primissima ora). Passepartout la domenica a pranzo (perché Philippe Daverio è il mio vero grande mito culturale) e Che tempo che fa la domenica a cena (più che altro per via di Luciana Littizzetto). Le Iene quando capita. E adesso, lo confesso, da otto settimane si è aggiunto X-Factor.

Di X-Factor, format inglese trasportato da noi con altissimo rischio “Amici”, apprezzo soprattutto la scarsa indulgenza in lacrime, polemiche tra i partecipanti, retorica della mamma e della fidanzata (anche se un paio di volte ci hanno provato, specie con i concorrenti campani). Uno show tutto sommato godibile, che nel corso della programmazione ha trovato la quadra dei tempi giusti, con un conduttore perfettamente medio e assolutamente invisibile (in questo Facchinetti è bravissimo, chiunque può pensare di essere più bravo di lui) e tre giudici dalla chimica esplosiva.

Tanto detesto la Ventura, alfiere del nazionalpopolare probabilmente piazzata in giuria proprio per evitare che X-Factor fosse un programma intelligente fino in fondo, quanto adoro la Maionchi, che è diventata la zia che avrei sempre voluto avere, quella che ti parla di musica e ti manda a cagare in un colpo solo. E poi naturalmente Morgan che gioca a fare il personaggio, il fratello maggiore dei musicisti, passando le sue innominabili (in televisione) pillole di cultura tra filosofia, letteratura greca e musicologia.

Tutto bene, insomma. Uno show da guardare in compagnia per commentare le esibizioni e ridere alle spalle dei cantanti più scialbi. Tutto bene fino a quando per la seconda volta il deus ex machina del “pubblico a casa” ha tentato (giustamente) di buttar fuori l’insulso Emanuele, il rocker da oratorio con la chitarra di Linus. Fin dall’inizio, tra tutti, mi è sembrato sospetto. E adesso è ancora lì, a scapito dei 6/8 – i Manhattan Transfer de noartri, che avevano certamente un po’ rotto i coglioni ma che sono mille volte più dotati.

Vabbe’, io mi sono scoperto e mi sono sfogato. E voi, cosa ne pensate? Non dite che non lo guardate, non ci credo. E se è vero vi consiglio almeno una fugace visione. Si ride parlando di musica pop, non è poi così male.