L’ORA BLU

PioggiaMi piace uscire solo
quando è l’ora blu.
Non amo il sole di marzo.
Amo la pioggia
quella con i tuoni
e i fulmini bianchi contro il cielo.
Passeggio con indosso
una maglietta grigio blu.
La maglietta si bagna un po’
per via della pioggia
piccole monetine scure
dove cadono le gocce.
Ma io ho un ombrello blu
con le astine rotte
pende da una parte
ma ripara quel tanto che basta.
Mi piace passeggiare
nell’ora blu.
La luce si disperde
il che è un bene
perché posso guardarmi intorno
e vedere realmente le cose.
E poi incontro le persone blu
mi fanno un cenno d’intesa
mentre vado in cerca
dell’unica cosa che ha senso cercare
nei momenti blu:
un gelato gusto puffo.
E davvero
non è mai molto facile
da trovare.

LA MIA MOTO

Oggi ho rimesso in strada la moto. Lo so, lo avevo già fatto. Durante l’inverno ogni tanto faccio qualche giro in pista, per riscaldarla.
La “pista” sarebbe il sottopassaggio di corso Spezia, dove non va mai nessuno, specialmente la domenica, e dove si può tirare a manetta e fare qualche giro in tondo.

La moto è un po’ acciaccata, ma bisogna ammetterlo, per essere una moto che tra qualche anno diventerà “storica” è bastato tirare un pochino l’aria ed è partita subito, nonostante fosse ferma in pratica dallo scorso novembre. Certo, non è stato facile tenerla accesa. Ho dovuto fare una mezza dozzina di circospetti giri dell’isolato per essere sicuro che non mi abbandonasse nel sottopassaggio – quella sarebbe stata una situazione imbarazzante, soprattutto perché per uscirne a spinta bisogna affrontare una salita interminabile.

E magicamente sono subito riapparsi i doloretti alle mani, causati da frizione e freno un po’ duri, e quel disagio alle spalle e al fondo schiena tanto familiare. In fondo sono nel mezzo del cammin della mia vita, e ho una stazione della metro proprio sotto casa: chi me lo fa fare di andare in moto? Non so. L’inverno sembrerebbe finito, e la moto torna nei miei pensieri come sempre. La guardo, vedo tutti gli acciacchi che ha. Il parafango storto, la marmitta bucata, la forcella un po’ storta, gli specchietti uno diverso dall’altro, la targa sempre in procinto di cadere, il fanale posteriore assurdamente “rientrato” e storto da un lato… Eppure è la mia moto. Mi rappresenta: è un cruiser addomesticato, poco potente ma affidabile, un po’ poltrona un po’ zattera di salvataggio, tanto dignitosa quanto raffazzonata.

Ma soprattutto, prima era la moto di mio padre: una delle poche cose di lui che tengo sempre con me. Anche quando penso che è ora di cambiarla, non penso mai di rivenderla. Piuttosto metterei via i soldi per comprare questa, o quest’altra. Ma non nego che se avessi soldi da buttare, vorrei trovare un’officina di quelle che ti pimpano le due ruote. Sarebbe una personalizzazione basata sul telaio originale… Niente di che: cambierei marmitta, specchietti, manubrio, carena e sellino. La marmitta la farei cromatissima ed enorme, perché con la crisi di mezza età si sa che a noi uomini ci piacciono i sostitutivi del pene. Gli specchietti li farei cromatissimi anche quelli ma con inserti in gomma nera, molto cattivi. Il manubrio lo farei a chopper… no, non esageriamo. Al massimo ci potrei mettere delle strisce di cuoio che pendono. Carena nera opaca, con inserti bianchi minimalisti. Sellino il più possibile simile alla moda del 1940. Che, ci scommetto, piacerebbe un casino anche a mio padre.

Ma non conosco nessuno che lo faccia, e ora come ora continuo con la mia Virago, anche se perde qualche colpo.
D’altra parte, siamo in due.

MAKE IT A BLOCKBUSTER FIGHT

Ormai siamo al lato pratico. Blockbuster sta chiudendo – questione di settimane – e al momento sta svendendo tutto il catalogo con sconti fallimentari. Un’interessante opportunità di acquisto, legata purtroppo ad una contingenza negativa. Non pretendo di fare analisi di mercato, perché non saprei da che parte cominciare. Certo è che Blockbuster (almeno il mio Blockbuster, quello di Corso Dante a Torino) è stato protagonista di quasi un migliaio di serate negli ultimi 12 anni.

Nel mio Blockbuster c’è sempre stata gente simpatica, disponibile e guarda un po’, anche competente (o quantomeno appassionata). Oggi ci sono persone giustamente scazzate, che tirano a campare all’ultimo saldo. Mi dicono che la catena è stata comprata da un’azienda che si occupa di parafarmacia. Immagino che qualcuno dei dipendenti, se lo vorrà, potrà “riconvertirsi al cerotto”. Immagino che possa essere deludente, ma che comunque “il lavoro è lavoro”. Leggo da qualche parte che c’è una buonuscita, che anche i dipendenti stessi almeno oggi hanno una certezza, che erano stanchi di vivere nel dubbio.

Ciò non toglie che Blockbuster chiude. Non è che voglio mitizzare una multinazionale: quando è nato Blockbuster ha ucciso le videoteche di quartiere, e anche oggi chi ci guadagnerà saranno i “bancomat del videonoleggio”. Eppure secondo me Blockbuster lascia un buco, e mi fa un po’ rabbia. Perché io non credo che il fallimento sia dovuto al fatto che la gente “si scarica i film”. Anche io scarico dei film, ma altrettanto spesso li compro (quasi sempre da Blockbuster) e comunque ho noleggiato titoli almeno due volte al mese. Ho sempre piuttosto pensato che la politica di Blockbuster avesse qualche difetto, per esempio nel costo dei noleggi (più alto di una serata del mercoledì al cinema), nella prevalenza di titoli spacca-botteghino (ma del resto cosa ti devi aspettare da una catena che si chiama così), nella non sperimentazione di forme di noleggio on line alla Netflix, per dire.

Io sarei disposto a pagare qualche euro per noleggiare on line un titolo in uscita, ma stranamente Blockbuster non ha mai esplorato questa possibilità. Voi mi direte guardati Sky, prova le offerte di Fastweb, Alice, etc. Non è la stessa cosa. Non hanno il catalogo di Blockbuster. E soprattutto, è un problema di finestre temporali. Il discorso sulle finestre è complesso: per me sono inutili, potenzialmente dannose e favoriscono la pirateria. Ormai il cinema in sala non è più l’esperienza di elezione, e forse gli sforzi promozionali dei distributori avrebbero risultati migliori se il film uscisse in quasi-contemporanea tra sala e home video (tanto coi tempi che corrono il 95% dei film sta in sala giusto una settimana o due).

Il web italiano offre poche soluzioni: alcune piattaforme editoriali hanno organizzato un noleggio on line di titoli, ma il problema sta sempre nel catalogo. Qualcuno propone streaming legale gratis, di film che però hanno interesse vicino allo zero (però Film-Review ha La casa del diavolo di Rob Zombie). C’è chi fa il multicast di film che non sono arrivati al traguardo della distribuzione in sala (e un motivo, mi dico spesso, ci sarà se non sono arrivati a questo traguardo). C’è chi ha un catalogo un po’ più ragguardevole, ma di film visti e stravisti (booooring). Adesso c’è Own Air che propone chicche effettivamente geniali come Kaboom di Gregg Araki o Enter The Void di Gaspar Noè (a un costo non proprio politico) e si propone con un catalogo di film d’autore che ha più di una carta in regola.

Però… Restano sempre fuori i blockbuster. Chi mi farà noleggiare quei bei film fracassoni alla Fast and Furious? Io non sono solo un cinefilo erudito, sono anche un tamarro che ama Nicholas “Inespressivo” Cage e le sue tamarrate. E Blockbuster era il mio piccolo paese della tamarriade. Mi si risponderà che quei film sono fatti apposta per essere visti in sala. Obietterò che forse (forse) preferisco spendere soldi in sala per vedere film d’autore e blockbuster che meritano. Voglio dire: vado al cinema per Shame o Hugo Cabret e casomai mi vedo direttamente in DVD o Blu Ray John Carter of Mars.

In ogni caso, se volete parlarne mi trovate lì, alle macchinette distributrici di DVD, quelle tristi con accanto i Mars e i Twix sottovetro. Poggerò la fronte sul monitor touch e glielo dirò.
Gli dirò: cazzo, se non volete passare il vostro catalogo on line almeno spedite il dischetto a casa.
Almeno d’inverno. Fa freddo nelle vostre macchinette. Troppo freddo.