IL CASO BOYHOOD

IL CASO BOYHOODPartiamo con una nota molto folcloristica: Boyhood è il più recente dei soli 11 film della storia del cinema che ha conseguito un punteggio di 100/100 su Metacritic (l’indice che sintetizza tutti i giudizi dei critici cinematografici). Gli altri, per darvi un’idea, sono Il gattopardo, Viaggio in Italia, Il conformista, Au hazard Balthazar, Il Padrino, Fanny e Alexander… Insomma, ci siamo capiti. Per Richard Linklater finire in mezzo a Visconti, Rossellini, Bertolucci, Bresson, Bergman & C. deve essere stata una cosa da infarto. Ma perché Boyhood mette d’accordo (quasi) tutti, e cos’ha fatto Linklater per meritare questo?

In buona sostanza, quando esci dalla sala dopo aver visto praticamente 165 minuti di documentario su una famiglia lower-middle-class americana, la prima domanda che ti fai è “ma come ho fatto a non rompermi le balle a metà film?”… E qui sta il trucco. Voglio dire, il trucco di marketing che emerge già dal trailer (Linklater ci ha messo 12 anni a fare il film, 3 o 4 giorni di riprese ogni anno con lo stesso attore che cresce nel tempo e bla bla bla) può essere sufficiente a incuriosirti e a spingerti in sala. Un’altra cosa è mantenere alta l’attenzione per quasi tre ore.

L’impostazione di fondo è quasi crepuscolare: seguire i piccoli moti dell’animo attraverso la crescita e la progressiva maturazione del personaggio principale, il bambino/adolescente/uomo Ellar Coltrane che comunque dà un’ottima prova di attore (e la cosa non poteva assolutamente essere data per scontata). Sulla base di questo canovaccio da diario intimo, Linklater costruisce 12 cortometraggi da 10-15 minuti l’uno nei quali segue il protagonista a casa, a scuola, per strada, durante i momenti di gioco e di confronto con gli adulti di riferimento e i coetanei.

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OLD BOY, NEW PATH

OLD BOY, NEW PATHPremetto, niente Lucca per me. Da neo-papà con un po’ di uscite extra ho anche a malincuore ridotto la spesa mensile in edicola. Infine, non conosco personalmente Roberto Recchioni al di là dei suoi editoriali o delle sue (peraltro interessanti e simpatiche) quotidiane uscite su Facebook. Ma da rigoroso collezionista di Dylan Dog dal 1986, e da Bonelliano “since 1981”, sento che mi è possibile dire la mia.

Non sono uno di quelli che “Dylan Dog è morto negli anni ’90”, anche se ammetto che negli ultimi decenni è stato sempre più difficile trovare una storia che colpisse veramente. Mi sembra anche naturale. La vocazione di Sergio Bonelli Editore al fumetto popolare – nel senso migliore del termine – fa sì che Dylan Dog, così come tutti gli altri personaggi (salvo forse Julia che dà maggiormente un’impressione di “prodotto artigianale”) sia frutto di una catena di montaggio di storie, a volte più intriganti, a volte meno. A Recchioni il merito di aver sollevato un polverone di interviste, conferenze stampa, approfondimenti e soprattutto tanta attesa. Tanto si doveva per il mondo un po’ sonnacchioso del fumetto italiano (e tanto serve alle vendite, evidentemente). Ma soprattutto il merito di aver osato cambiare le carte in tavola non ascoltando i fan (chiamarli fan è un po’ fuorviante, direi più i “custodi”) disposti al massimo al gattopardesco “cambiare perché/purché tutto rimanga uguale”.

Detto questo, e lanciato il sasso nello stagno con “Spazio profondo“, di cui qualcuno ha fatto un’attenta analisi metanarrativa a quanto pare veramente centrata (a me non era venuto in mente, ma mi sono veramente goduto la storia per la prima volta dopo anni), pochi giorni fa è uscito il primo vero numero del nuovo corso “Mai più, ispettore Bloch” e il primo nuovo Maxi DYD (sottotitolato “Old Boy” per la sua caratteristica editoriale di prodotto destinato ad andare incontro ai “custodi” di cui sopra).

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DIALOGHI SUGLI UNO

PASSO UNO– Hola, è un po’ che non ci sentiamo.
Praticamente un mese, direi.
– E cosa è successo in questo mese, oltre a varie tecnicalità marginali tipo l’aggiornamento di WordPress, lo sputtanamento del file .htaccess e la conseguente sparizione di tutti i miei permalink (e con questa ho già conquistato i lettori nerd)?
– Ma niente, vedi. Pensa che mi sono accorto solo oggi che sto in mutua che eri ridotto così. Ho dovuto chattare con un sistemista californiano per ripristinarti, ma era molto gentile, ti assicuro. Infatti vedi, adesso è tutto OK. Cioè, i permalink, almeno, funzionano.
– Va beh, vedremo. E quindi? Che si dice?
– Hai presente che a settembre ero tutto un “Dai, scrivo un altro post, dai che bello, ho ripreso un po’ a scrivere”?
– Eh.
– Ecco, è subito passata. Siamo entrati negli Orageous Ones.
– …che sarebbero?
– Tutti parlano dei Terrible Twos, i terribili due, per indicare il delirio di capricci e simili dei due anni. Io volevo esprimere il mio disagio per le difficoltà corrispondenti al compimento del primo anno di vita in un modo altrettanto incisivo, quindi mi sono inventato gli Orageous Ones, i tempestosi uno. In italiano fa cagare, lo so.
– Hm, in effetti si perde un po’ quel sottotesto che fa molto supergruppo Marvel. Quindi mi stai dicendo che vuoi scrivere uno di quei post a categoria genitorialità?
– Beh sì, se non è un problema.
– No, no, vai pure, anzi. Hai visto mai che qualcuno torna a visitare il blog.
– Eh, appunto.

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