SENTIMENTAL VALUE E GLI ALTRI FILM DI GENNAIO

Gennaio dura 91 giorni ma non per questo sono riuscito a vedere tutti i film che volevo. Vivo in affanno, sempre in arretrato, ma almeno un capolavoro anche questo mese ce l’ho. Lo trovi qui sotto, poi tutti gli altri film li puoi vedere per esteso se vai sul mio Letterboxd. Cioè non è che vedi i film. Vedi le mie #recensioniflash, che ti dovrebbero far venire voglia di vedere il film. O anche no, vedi tu. Partiamo!

Sentimental Value

★★★★½

Sentimental Value conferma quanto Joachim Trier ed Eskil Vogt siano diventati maestri nel maneggiare il melodramma senza mai farlo collassare nel ricatto emotivo. Il film parte come un dramma familiare rigorosamente bergmaniano, tutto fatto di silenzi, rancori sedimentati e parole mancate, per poi sorprendere nel finale, quando sposta l’asse e ti sfila il tappeto da sotto i piedi: si piange, sì, ma c’è anche una forma di catarsi inattesa, quasi liberatoria.

Al centro c’è il rapporto irrisolto tra Nora Borg (Renate Reinsve) e il padre Gustav Borg (Stellan Skarsgård), regista anziano, carismatico e profondamente ambiguo: distante, egoista a tratti, ma capace di un amore laterale, imperfetto, che arriva sempre di traverso. Questo rapporto è il vero campo di battaglia del film: un legame familiare aggrovigliato che Trier osserva senza giudicare, lasciando che siano i gesti minimi e le omissioni a parlare.

Fondamentale è anche la casa, che diventa a tutti gli effetti un personaggio. Non solo spazio della memoria e dei traumi, ma archivio emotivo, luogo che conserva e restituisce il passato. È lì che si sedimentano le assenze, i silenzi e il passato condiviso con Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), la sorella di Nora, più conciliante ma non meno segnata. 

La scelta di darle persino una voce fuori campo è rischiosa, ma coerente: quella casa è il vero “sentimental value” del titolo, ciò che resta quando le persone si allontanano o muoiono. In questo senso, l’insistenza sull’abitazione richiama certi esperimenti recenti sullo spazio come testimone del tempo (tipo Here di Zemeckis o A Ghost Story di David Lowery), anche se qui il risultato è più intimo che concettuale.

La parte più spiazzante arriva quando Gustav tenta di rimettere mano alla propria vita artistica coinvolgendo Rachel Kemp (Elle Fanning), giovane attrice americana che diventa catalizzatrice di desideri, rimpianti e vanità mai risolte: meno incisiva sul piano emotivo, ma utile per chiarire il groviglio di desideri, rimpianti e vanità che attraversano l’uomo. 

Nel complesso, Sentimental Value è un film che sembra chiedere pazienza, per poi ripagarti con un finale che, senza entrare in territorio spoiler, è uno di quelli che ti tolgono l’aria e ricompone — senza semplificare — il dolore. Un altro colpo a segno per Trier, che continua a raccontare i legami familiari come luoghi di perdita, ma anche di possibile riconciliazione.

Left-Handed Girl
★★★★½

Left-Handed Girl di Shih-Ching Tsou è uno di quei film che ti restano dentro: un dramedy familiare che mescola humor lieve e tensioni reali, ambientato tra i mercati notturni di Taipei. La storia segue Shu-Fen (Janel Tsai), madre single che torna in città con le sue due figlie — la ribelle I-Ann (Shih-Yuan Ma) e la piccola I-Jing (Nina Ye) — per aprire uno stand di noodle e affrontare aspettative sociali e familiari mai del tutto sopite.

No Other Choice
★★★★

Con No Other Choice, Park Chan-wook firma un remake dichiarato e dedicato a un classico di Costa-Gavras, trasformandolo in qualcosa di profondamente suo. La trama è semplice e crudele: Yoo Man-Su (Lee Byung-Hun) perde il lavoro e, insieme allo status, perde progressivamente identità, dignità e coordinate morali. Da lì in poi, ogni scelta è una discesa controllata. Il film è uno studio spietato sul vuoto lasciato dal ruolo sociale, raccontato attraverso una commistione di generi sorprendentemente fluida: commedia nera, farsa grottesca (con pop coreano sparato a volume indecente), noir e crime convivono senza annullarsi.

Love Hurts
★★

Love Hurts di Jonathan Eusebio prova a giocare su un ibrido non semplice, mescolando commedia romantica e action a base di arti marziali, ma fatica a trovare un equilibrio stabile tra i due registri. Il film procede a strappi, accumula sottotrame e personaggi senza davvero armonizzarli, e finisce per accelerare in modo brusco verso un finale affrettato, quasi come se avesse paura di prendersi il tempo necessario per chiudere il discorso.

The SpongeBob Movie: Search for SquarePants
★★★

The SpongeBob Movie: Search for SquarePants conferma la solidità del personaggio anche fuori dalla serialità televisiva, pur senza particolari guizzi. È un film gradevole, pensato chiaramente per un pubblico ampio e familiare, che preferisce la tenerezza e il messaggio rassicurante al nonsense più radicale delle origini.

28 Years Later
★★★★

Con 28 anni dopo (ora su Prime Video) Danny Boyle torna nell’universo degli infetti spostando però il baricentro: meno horror di pura sopravvivenza, più racconto di formazione immerso in un mondo ormai definitivamente marcio. È un film che usa l’apocalisse come sfondo per parlare di crescita, di paternità fallita e di un’idea di mascolinità che sopravvive solo attraverso violenza, controllo e sacrificio.

Sirāt
★★★★

Sirat di Oliver Laxe è uno di quei film che arrivano addosso senza preavviso e lasciano storditi. Un viaggio fisico e spirituale nel deserto marocchino che parte come un racconto quasi minimale e si trasforma progressivamente in qualcosa di più estremo, disturbante, a tratti persino scioccante. Non è un film accomodante, e lo dichiara fin da subito.

Song Sung Blue
★★★½

Song Sung Blue di Craig Brewer è uno di quei film che si reggono quasi interamente sui suoi interpreti e su una storia che, pur senza grandi ambizioni formali, funziona come un vero rollercoaster emotivo. Hugh Jackman e Kate Hudson tengono insieme il racconto con mestiere e presenza scenica: il film vive dei loro sguardi, delle esitazioni, dei piccoli slanci melodrammatici che non cercano mai davvero di nascondersi. È tutto piuttosto prevedibile, ma raramente svogliato.

Little Amélie or the Character of Rain
★★★★

La piccola Amélie è un piccolo oggetto prezioso, un film d’animazione che parla agli adulti pur scegliendo come punto di vista quello di una bambina di due anni e mezzo. L’adattamento del romanzo autobiografico di Amélie Nothomb lavora per sottrazione e per suggestioni, trasformando la voce interiore della scrittrice in uno sguardo infantile lucidissimo, capace di osservare il mondo con stupore ma anche con una consapevolezza quasi crudele. Non a caso, nei primi minuti del film Amélie si presenta allo spettatore come “dio”: uno sguardo assoluto e infantile insieme, con cui osserva e reinventa il mondo.

Springsteen: Deliver Me from Nowhere
★★½

Springsteen: Deliver Me from Nowhere di Scott Cooper è il classico biopic musicale concentrato su un momento di crisi più che sull’intera parabola di un’icona, e non fa nulla per nasconderlo. Siamo nei primi anni ’80: Bruce Springsteen ha poco più di trent’anni, è sull’orlo della fama planetaria dopo The River, ma è artisticamente e umanamente in stallo. Il film sceglie di fermarsi lì, in quell’interregno fragile che porterà alla nascita di Nebraska, invece di inseguire la mitologia del Boss.

Die My Love
★★★½

Die My Love di Lynn Ramsay è uno studio feroce e sfiancante di un personaggio femminile in frantumi, immerso in un film che rifiuta qualunque appiglio rassicurante. Girato in un claustrofobico 4:3, il film segue Grace (Jennifer Lawrence), giovane donna trasferitasi in una casa isolata di campagna con il compagno Jackson (Robert Pattinson), dove maternità, desiderio e violenza interiore iniziano a confondersi fino a diventare indistinguibili.

Sorry, Baby
★★★½

Sorry, Baby è un debutto sorprendente e piuttosto disarmante. Eva Victor scrive, dirige e interpreta Agnes Ward, giovane professoressa che vive isolata in una casa di campagna dopo un evento traumatico mai mostrato apertamente. Il film sceglie una struttura frammentata, fatta di salti temporali continui, che tiene insieme il presente sospeso di Agnes e i momenti chiave del suo passato recente, rendendo la visione più stimolante di quanto la premessa potrebbe far pensare.

BUGONIA E GLI ALTRI FILM DI DICEMBRE

Dicembre con le vacanze di mezzo è un mese in cui riesco a vedere più film. Il più rilevante di questa fine anno, per me, è Bugonia di Yorgos Lanthimos: di questo c’è tutta la recensione qui, gli altri li trovate per esteso su Letterboxd.

Bugonia
★★★★

Bugonia parte da un’idea apparentemente assurda — due complottisti, Teddy (Jesse Plemons) e suo cugino Don (Aidan Delbis), convinti che una potente CEO sia un’aliena intenzionata a distruggere l’umanità, la rapiscono e la tengono prigioniera nel loro seminterrato — e la trasforma in una commedia nera feroce, grottesca e insieme inquietante. La protagonista è Michelle Fuller (Emma Stone), una donna di potere glaciale che viene costretta a confrontarsi con la paranoia della cultura contemporanea e con la propria stessa immagine.

Quello che colpisce subito è il tono: Lanthimos non abbandona il suo sguardo critico, ma lo snellisce rispetto ai barocchismi di The Lobster o The Killing of a Sacred Deer per puntare su una satira più diretta e corrosiva della società moderna. Bugonia gioca con la paranoia digitale, con l’ossessione per i complotti e con la sfiducia nelle istituzioni — ma lo fa in modo talvolta così spietato che il film può sembrare più una farsa nera che una satira sociale

Emma Stone è sorprendente: la sua Michelle è un enigma di ghiaccio e pragmatismo, una figura che sembra umana e aliena nello stesso tempo, incarnando l’idea di potere corporativo senza empatia. Plemons è altrettanto memorabile, dando vita a Teddy con una combinazione di credibilità e follia dolorosa, tanto che la relazione tra i due non è semplicemente rapitore-vittima, ma un continuo scambio di ruoli emotivi e morali. 

La sceneggiatura di Will Tracy (già dietro a Succession e The Menu) infiltra dialoghi secchi e tensione claustrofobica, mentre la regia tiene insieme risate amare e momenti di inquietudine pura. C’è da dire che l’accumulazione di gag e slapstick grottesco rende forse meno naturale la svolta — potente e quasi tragica — dell’ultima parte, c’è un po’ un rischio discontinuità (di cui penso Lanthimos se ne freghi altamente). 

In sintesi, Bugonia non è solo un film “strano”: è uno specchio deformato della nostra epoca, dove credere a una teoria assurda diventa quasi comprensibile, e dove il cinismo verso il potere e la tecnologia si trasforma in caos narrativo e visivo. Con un finale agghiacciante, anche se un po’ “appiccicato”.

In Your Dreams
★★★

In Your Dreams, nuovo film animato Netflix, è uno di quei titoli che sembrano “piccoli”, ma che provano a parlare ai bambini con un’onestà sorprendente. Stevie (Jolie Hoang-Rappaport) ed Elliot (Elias Janssen) scoprono un libro magico che permette di entrare nel mondo dei sogni, sperando di risolvere il problema che li tormenta nella vita reale: i genitori (Cristin Milioti e Simu Liu) stanno per separarsi. Il viaggio onirico diventa così un tentativo infantile — e toccante — di aggiustare una famiglia che forse non può più essere rimessa insieme.

Wicked: For Good
★★★½

Premessa: sono un freak dei musical, quindi sono un po’ di parte… Wicked: For Good è quel tipo di sequel che prova a dare una forma più ampia e completa alla storia cominciata nel primo film tratto dal musical di Broadway. Se Wicked (2024) aveva condensato l’atto I con fedeltà praticamente scenica, qui For Good prende la seconda metà e la espande in modo più cinematografico trasformando ciò che era un atto teatrale in un film vero e proprio, con inizio, svolgimento ed epilogo ben delineati. 

Diary of a Wimpy Kid: The Last Straw
★★

Diary of a Wimpy Kid: The Last Straw è il quarto capitolo della saga animata tratta dai libri di Jeff Kinney e, come sempre, è un mix di caos, risate slapstick e qualche lezione familiare. Greg Heffley (voce di Aaron Harris) si ritrova di nuovo in conflitto con suo padre Frank (Chris Diamantopoulos) quando una serie di disastri e imbarazzi convince il genitore che il figlio abbia bisogno di disciplina. Invece di finire in una scuola militare, Greg prova a guadagnarsi distintivi in un gruppo di scout, finendo invischiato in un weekend nella natura selvaggia.

Black Phone 2
★★★

Sono partito un po’ scettico: il primo The Black Phone era un horror teso, claustrofobico, con una formula quasi “rituale” e un villain mascherato memorabile. Il sequel invece prende quelle premesse e… le ribalta in qualcosa di decisamente diverso.  In questo secondo capitolo, ambientato nel 1982, Finney Blake (Mason Thames) è cresciuto ma non ha affatto lasciato alle spalle le cicatrici del passato; è tormentato, imbrigliato in sensazioni sotterranee e in una relazione conflittuale con il proprio trauma. Sua sorella Gwen (Madeleine McGraw), invece, diventa la protagonista “attiva”: è lei a ricevere chiamate inquietanti dal telefono nero nei sogni, a vedere visioni di omicidi e a spingere Finney a seguire il filo che la riporta all’Alpine Lake Camp, luogo di antichi misteri e leggende oscure. 

Dracula
★★

Il Dracula di Luc Besson prova a rileggere il mito di Stoker puntando tutto sul melodramma romantico, ma il risultato è un film che sembra vivere costantemente all’ombra del Dracula di Coppola. La storia di Vlad (Caleb Landry Jones), condannato all’eternità dopo la perdita dell’amata Elisabeta/Mina (Zoë Bleu), riprende senza troppi filtri l’idea dell’amore reincarnato e del vampiro tragico, con pochissime deviazioni realmente personali.

Wake Up Dead Man
★★★

Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery segna un deciso passo avanti rispetto a Glass Onion e riporta Benoit Blanc (Daniel Craig) in un territorio più vicino al giallo classico, anche se filtrato da un contesto decisamente insolito. Qui l’indagine ruota attorno alla morte di un monsignore durante una predica di Venerdì Santo, e il whodunit si tinge fin da subito di atmosfere ecclesiastiche, colpa, fede e redenzione.

Five Nights at Freddy’s 2
★½

Ci sono andato spinto dall’entusiasmo di mio figlio, ma Five Nights at Freddy’s 2 mi ha lasciato piuttosto freddo. Il film riprende gli eventi del primo capitolo con Mike (Josh Hutcherson), Abby (Piper Rubio) e Vanessa (Elizabeth Lail) di nuovo invischiati nei misteri della pizzeria di Freddy Fazbear, ma lo fa accumulando sottotrame, flashback e spiegazioni che appesantiscono subito la visione.

The Mastermind
★★★½

The Mastermind di Kelly Reichardt conferma uno sguardo coerente con First Cow, ma applicato a un territorio più spigoloso. Qui il genere heist è quasi un pretesto: J.B. Mooney (Josh O’Connor), padre di famiglia senza grandi prospettive, organizza il furto di alcuni quadri in un museo del Massachusetts anni ’70, dando il via a una deriva più esistenziale che criminale.

The Running Man
★★★

The Running Man di Edgar Wright è uno di quei film da cui non mi aspettavo granché e che invece si lascia guardare con piacere. L’idea di tornare al romanzo distopico di Stephen King (dopo il film anni ’80 con Schwarzenegger) funziona: Ben Richards (Glen Powell) è un uomo qualunque costretto a partecipare a un gioco televisivo mortale per sopravvivere, in un futuro dominato da media cinici e spettacolarizzazione della violenza.

The Carpenter’s Son
★★½

The Carpenter’s Son è uno di quei film che colpiscono già dall’idea: un horror “cristiano” che rilegge l’infanzia di Gesù in chiave soprannaturale, pescando dagli apocrifi e infilando il tutto in un immaginario da film di esorcismi. Joseph (Nicolas Cage) è un padre inquieto e ossessivo, Mary (FKA Twigs) una figura silenziosa e distante, mentre il figlio (Noah Jupe) è un adolescente consapevole di essere diverso, osservato e tentato da una presenza ambigua che prende le sembianze di una ragazzina.

Zootopia 2
★★★½

Zootropolis 2 è una rara conferma di originalità nel catalogo Disney recente: un sequel che non si limita a ripetere formule, ma costruisce una narrazione più scorrevole e coerente rispetto al primo film, dove il world building era così denso da rallentare il ritmo. Qui l’equilibrio tra azione, umorismo e riflessione sociale è calibrato con maggiore misura, rendendo il film maggiormente godibile anche a occhi da adulto.

Eddington
★★★

Eddington di Ari Aster è un film che punta in alto: un affresco gigante dell’America contemporanea, un mosaico di Covid, mascherine, proteste BLM, ANTIFA, polarizzazioni social, media onnipresenti e paranoia collettiva. L’idea di mettere tutto questo dentro un thriller politico-psicologico è ambiziosa, e sulla carta avrebbe dovuto dare vita a qualcosa di affilato e inquietante.

VOGLIAMO LE LISTE

Giustappunto. Qua prima di Natale tutti fanno le liste e allora anche io faccio le liste. Principalmente perché è bello rivederle dopo qualche anno e pensare ma dai, questo film/disco/libro non me lo ricordo per niente. Poi perché comunque come ci sono quelli come me che hanno l’ossessione della lista ci sono anche quelli che le liste le vanno a cercare perché gli piace leggerle. Infine perché gli introversi come me che non amano tantissimo parlare della propria vita interiore usano gli ascolti, le letture e le visioni per “presentarsi al mondo”, un po’ come un biglietto da visita, io sono così, mi piacciono queste cose, se piacciono anche a te c’è una certa affinity. E allora, se vogliamo essere affiny, partiamo con gli elenchi senza indugio!

GLI ALBUM DEL 2025

Io ci provo a metterli in una sorta di classifica, poi sbraco e li elenco un po’ a cazzo, perché non saprei veramente metterli in un ordine preciso. Diciamo che i primi cinque della lista sono da 9 o 10, quelli in fondo alla lista al massimo sono da 7. Ma sono gli album che ho ascoltato di più (non do retta a Spotify Wrapped perché il mio Spotify lo usa solo mio figlio che sente a ripetizione solo tre canzoni: Espresso Macchiato di Tommy Cash, Jodellavitanonhocapitouncazzo di Caparezza e Mundian to bach ke di Punjabi MC).

Geese – “Getting Killed
Rosalía – “LUX
Bad Bunny – “DeBÍ TiRAR MáS FOToS
Pulp – “More
Taylor Swift – “The life of a showgirl
Stereolab – “Instant Holograms On Metal Film
billy woods – “GOLLIWOG
Lorde – “Virgin
David Byrne & Ghost Train Orchestra – “Who Is The Sky?
Blood Orange – “Essex Honey
FKA twigs – “EUSEXUA
Little Simz – “Lotus
Model/Actriz – “Pirouette
Jenny Hval – “Iris Silver Mist
Bon Iver – “Sable, fable

Andiamo a segnalare anche i miei album italiani prefe dell’anno: ho preferito evitare i vari Fibra, Salmo, Capa perché hanno fatto dei signori dischi, ma chi ha sparigliato nel campo dell’hip hop per me quest’anno è stato il venerabile maestro

Andrea Laszlo De Simone – “Una lunghissima ombra
I Cani – “Post Mortem
Neffa – “Canerandagio
Giorgio Poi – “Schegge
Franco126 – “Futuri possibili

Much anticipated (la fotta degli album che devono uscire nel 2026): Robyn, Gorillaz, Tori Amos, Lana del Rey.

I FILM DEL 2025

Qui come sempre c’è una nutrita rappresentanza di horror, che è il mio genere preferito, ma siamo un po’ scarsi sull’animazione, che è il mio altro genere preferito (il terzo è il musical, ma Wicked a parte quest’anno non è che sia uscito molto… se non contiamo WE’RE GOING UP UP UP IT’S OUR MOM- vabbè scusa). Anche qui i film sono messi un po’ alla rinfusa, ma i primi cinque sono sicuramente la bomba dell’anno per me, poi comunque gli altri 15 sono da vedere. Mi fai il favore di cercarteli su Justwatch perché non ho tutta questa voglia di linkarli uno ad uno, c’ho un’età.

One battle after another (P. T. Anderson)
Weapons (Z. Cregger)
Bugonia (Y. Lanthimos)
The Ugly Stepsister (E. Blichfeldt)
The Long Walk (F. Lawrence)
Honey Don’t (E. Coen)
Caught Stealing (D. Aronofsky)
The Smashing Machine (B. Safdie)
Eddington (A. Aster)
K-Pop Demon Hunters (M. Kang & C. Appelhans)
Sinners (R. Coogler)
Together (M. Shanks)
Bring Her Back (D. Philippou & M. Philippou)
Wicked for Good (J. M. Chu)
A House of Dynamite (K. Bigelow)
Warfare (A. Garland)
Mickey 17 (Bong Joon Ho)
The Monkey (O. Perkins)
Ne Zha (Jiao Zi)
DEVO (C. Smith)

Film italiani più belli del 2025 – oddio, ne vedo pochi, quindi praticamente tutti quelli che ho visto…

Le città di pianura (F. Sossai)
La città proibita (G. Mainetti)
Come ti muovi, sbagli (G. Di Gregorio)
Unicorni (M. Andreozzi)
Fuori (M. Martone)

Film BELLISSIMI del 2024 che però ho visto nel 2025: Young Hearts di T. Schatteman, No Other Land di B. Adra e Y. Abraham, A Real Pain di J. Eisenberg, Slocum et moi di J.F. Laguionie, Conclave di E. Berger, The Room Next Door di Almodòvar.
Film del 2025 che invece non ho visto e che avrei molto voluto: The Voice of Hind Rajab, Alpha, The Magnificent Life of Marcel Pagnol, Arco, Deliver Me from Nowhere.
Much anticipated (la fotta dei film che devono uscire nel 2026): Wuthering Heights di Emerald Fennell, Nouvelle Vague di Linklater, Marty Supreme dell’altro Safdie,Evil Dead Burn di Sebàstian Vanichek, Werwulf di Eggers, The Odyssey di Nolan, Dune Messiah di Villeneuve, The Bride di Maggie Gyllenhaal, I Love Boosters di Boots Riley, The Social Reckoning di Fincher, Hopper della Pixar.

LE SERIE TV DEL 2025

Ah, se penso a 20 anni fa, quando“la” serie TV per eccellenza era Lost, e tutti quanti ci riempivamo i blogroll solo di teorie su Lost. Oggi c’è un’offerta devastante di contenuti seriali, ma pochi hanno quella qualità che ti fa stare così sotto. Beh, qui di seguito le bombe dell’anno per me, tenendo conto che ho inserito solo miniserie o serie esordienti alla prima stagione. Poi è ovvio che se parliamo di Stranger Things 5, di Only Murders in the Building 4 o di Severance 2 siamo comunque su un altro pianeta (produttivamente parlando e anche per hype).

Long Story Short (Netflix)
Adolescence (Netflix)
The Studio (Apple TV)
Boots (Netflix)
Wayward (Netflix)
DanDaDan (Netflix/Crunchyroll)
L’arte della gioia (Sky)
Il mostro (Netflix)
Death by Lightning (Netflix)
Dying for Sex (Disney+)
M il figlio del secolo (Sky)
Too Much (Netflix)
Ranma ½ (Netflix/Crunchyroll)

Occasioni mancate: IT Welcome to Derry (HBO) che mannaggiallamorte mi annacqua tutta la lore di Pennywise. Ancora da vedere: Pluribus (Apple TV) e Alien Earth (Disney+).
Much anticipated (la fotta per le serie nuove o le stagioni nuove che devono uscire): How to Get to Heaven from Belfast, Euphoria 3, Blade Runner 2099, Scarpetta, Fallout 2, Shrinking 3, Strip Law, Scrubs Reboot.

I LIBRI E GRAPHIC NOVEL DEL 2025

Sui libri è sempre un po’ un problema perché tendo molto a (ri)leggere classici e ad accorgermi dell’hype solo dopo un paio d’anni, ma stavolta ce la faccio: questa è una lista di libri che ho letto (o almeno ho iniziato) nel 2025 che effettivamente… sono usciti nel 2025 o al massimo nell’ultimo trimestre 2024. C’è un giusto equilibrio tra romanzi, saggi e graphic novel. I primi cinque sono i “colpi di fulmine”, come dicono i librai, ma comunque ti consiglio di leggere tutta la lista. Io, ovviamente, li ho cominciati tutti ma ne ho finiti la metà.

Giancarlo Pastore – Prima dell’alba
Sally Rooney – Intermezzo
Victoire Tuaillon – Il cuore scoperto
Woody Allen – Che succede a Baum
Emanuele Macaluso – Tutte le volte che sono diventato grande
Alessandro Giammei – Parlare tra maschi
Samantha Harvey – Orbital
Vera Gheno – Nessunə è normale
Dan Santat – La prima volta di ogni cosa
Donata Columbro – Perché contare i femminicidi è un atto politico
De Jong / Golding – Il signore delle mosche
Teresa Ciabatti – Donnaregina
Manolo Farci – Quel che resta degli uomini
David Szalay – Nella carne
Cecilia Sala – I figli dell’odio
Weinersmith / Boulet – Bea Wolf
Fabio De Luca – Oh, oh, oh, oh, oh
Domenico Starnone – Destinazione errata
Jen Wang – Il capanno di Ash
Lorenzo Gasparrini – Genitori si cresce

Sei ancora qua? La lista è finita, puoi andare in pace.
Fammi sapere nei commenti se hai qualche libro, disco, film o serie TV da consigliarmi perché ritieni che avrebbe proprio dovuto essere nella lista. O anche no, vedi tu.
Buone feste!