ORLANDO, MY POLITICAL BIOGRAPHY: UN FILM NON BINARIO

Questo Orlando, My Political Biography di Paul B. Preciado è un film… non binario. Nel senso che è in equilibrio precario (e non decide mai per una parte o per l’altra) tra il documentario e la fiction. Rispetto al precedente Orlando di Sally Potter (1992), una trasposizione del romanzo di Virgina Woolf che comunque è già di suo intitolato “Orlando: a biography”, il film di Preciado si struttura invece come una “risposta” a Woolf.

“Perché non scrivi la tua autobiografia?” Chiedono a Preciado. “Perché quella stronza di Virginia Woolf l’ha scritta al posto mio nel 1928“, è la risposta. Dato il noto status di culto nella comunità trans di Orlando, Preciado costruisce un racconto godardiano a più voci in cui 25 attori trans tra gli 8 e i 70 anni interpretano il protagonista dichiarando ogni volta “Sono nome, cognome e in questo film interpreto Orlando di Virginia Woolf”.

Ci sono brani del romanzo messi in scena con piglio antinaturalistico e teatrale ma molto suggestivo (le catacombe, l’incontro invernale con Sasha, il risveglio dopo sette giorni di sonno nei panni di una donna). Ci sono poi diversi momenti in cui con naturalezza gli attori gettano la maschera e parlano delle loro esperienze personali di uomini e donne trans.

Orlando è una biografia politica, come dice il titolo, anche nella misura in cui secondo Preciado il mondo si sta orlandizzando sempre di più, e la legge dovrebbe seguire naturalmente questa evoluzione. A proposito di legge: al termine del film, cameo gustosissimo di Virginie Despentes nei panni del giudice di Orlando. Si trova da pochissimo, miracolosamente, su Mubi.

ANCORA UN’ESTATE PER CATHERINE BREILLAT

Catherine Breillat è nota per essere una maestra del dramma erotico, e L’étè dernier non fa eccezione. È la storia di Anne (Léa Drucker), avvocata e madre altoborghese di mezza età, nella cui casa piomba Théo (Samuel Kircher, da tenere d’occhio come il fratello Paul, entrambi figli di Irène Jacob, per dire).

Théo è il figlio di primo letto del marito Pierre (Olivier Rabourdin) ed è un adolescente problematico, magnetico, gentile con le bambine di Anne ma scontroso ai limiti dell’inciviltà con il padre e con Anne. Ma è anche molto sexy. Talmente sexy che… avete capito: la storia bruciante tra figliastro e matrigna è dietro l’angolo.

All’inizio sembra una roba folle, ma funzionale ad entrambi. Anne ha bisogno di ritornare “giovane e spensierata”, Théo però purtroppo si innamora come solo un adolescente sa fare. E poco a poco, la storia viene fuori nei contesti meno opportuni.

Il film è un remake a dire il vero abbastanza edulcorato di un film danese di qualche anno fa. La differenza maggiore è nel personaggio di Anne, che Breillat non giudica mai, osserva soltanto, e non riesce a darle quella cattiveria e quella spietatezza che la protagonista del film danese ha. 

Perché in L’étè dernier non c’è solo la storia di sesso e il thriller hitchcockiano (anzi, chabroliano), ma c’è una sottile riflessione sul potere e sulle relazioni sbilanciate. In questo caso Anne avrebbe, teoricamente, il coltello dalla parte del manico. Finale un po’ spiazzante, ma ci sta. Su Mubi.

IL PRIMO SLAM DUNK NON SI SCORDA MAI

Non sono un cultore di Slam Dunk, non leggevo il manga e ho visto pochissimi episodi della serie anime. Però ho voluto vedere il lungometraggio (più di due ore) di Takehiko Inoue, The First Slam Dunk, spinto dalle recensioni entusiastiche viste in giro.

Effettivamente è un anime potente, giocato tutto sulla partita chiave che porterà i Shohoku a battere la Sannoh High e i protagonisti ad arrivare al traguardo dell’NBA. Ma la partita viene inframmezzata da molti flashback, che dovrebbero portarci dentro la storia e la psicologia dei vari giocatori.

In realtà ricordo che la serie era più centrata sul “genio del basket” Sakuragi (quello coi capelli rossi rasati), mentre qui il maggior spazio è dato all’underdog Ryota, che ha alle spalle una tragica storia di basket e amore fraterno, lutti in famiglia e bullismo a scuola. 

Non che non siano tutti underdog in un certo senso, i giocatori del Shohoku. Qualcosa è raccontato anche delle loro storie. Diciamo che se sei un superfan trovi The First Slam Dunk un interessante ribaltamento di prospettiva su un materiale che conosci a menadito. Se invece non ne sai molto, non è facilissimo entrare nelle dinamiche di squadra.

Detto ciò, anche se non si è appassionati di basket, qualunque sequenza si svolga in campo è un capolavoro di animazione, movimento, dinamismo, sonoro. Sembra rotoscoping ma non è: è il genio di Inoue.