UN ROMANZO DI TONDELLI IN 4 MINUTI

Tenete a bada l’ormone, non sono goloso di cioccolato fino a questo punto. Questo per quanto riguarda il mio folto e rispettato pubblico gay/bi/transgender. Per tutti gli altri, sottolineo che questo tipo di baratto, purtroppo per me, esiste soltanto nel pezzo Cioccolato I.A.C.P. – tratto dal recente Bachelite, degli Offlaga Disco Pax. Con la sua nota surreale e l’accostamento (neanche troppo) inusuale tra sesso e cibo, quello riportato è un verso che mi gira in testa da qualche giorno.

Come mi gira in testa un po’ tutto l’album nuovo degli ODP, che ripropongono l’armamentario minimal elettronico e la fascinazione per lo scorcio degli ultimi ’70 che erano già la peculiarità principale di Socialismo tascabile. Ma in Bachelite, veramente, ogni pezzo è un piccolo gioiello, che alternativamente deprime, diverte o emoziona. La crescita è parallela, a livello di testi e di musiche.

C’è il pezzo su Mambro e Fioravanti (gelido). il pezzo sui concerti dell’ARCI (caustico), il pezzo sulla Golf di seconda mano (divertente), il pezzo sul record di salto in alto ventrale nel ’78 (dovrebbe essere il singolo nuovo, ma non è il pezzo migliore), il pezzo sull’amico del padre (emozionante), il pezzo sulla giovane idiota (fa il paio con Charlie fa surf dei Baustelle). E poi c’è Cioccolato I.A.C.P. che è un romanzo di Tondelli condensato in quattro minuti. La fotografia di una generazione vicinissima alla mia: da quello che raccontano, gli Offlaga devono avere al massimo quattro o cinque anni più di me.

Una volta amavo molto i Massimo Volume, poi non so che fine abbiano fatto con esattezza. Gli Offlaga me li ricordano un po’ – con il vantaggio di essere decisamente più (auto)ironici e di preferire i Kraftwerk ai Sonic Youth. Suonano a Torino il 29 marzo. Io non me li perderei.

LAMPI NEL TEXAS

Ce l’ho in testa da qualche giorno, Non è un paese per vecchi. Negli ultimi anni, devo confessarlo, non vado più al cinema tanto frequentemente. Sono diventato selettivo. Parecchio selettivo. Le categorie di film “da vedere al cinema” si sono ridotte a quei film che mi attirano per i loro effetti speciali o la loro fotografia e quei film che istintivamente sento molto vicini alla mia visione. Non è un paese per vecchi soddisfa entrambi i requisiti. L’effetto speciale più interessante è il Texas. La particolarità del film è quella di dipanarsi come un temporale elettrico, con tuoni, lampi e pochi scrosci di pioggia.

La cosa curiosa è che spesso i film troppo premiati non incontrano i miei gusti. Ma in questo caso capisco il paradosso. Il film dei Coen è tanto “classico” quanto “problematico”. Poco barocco, poco postmoderno (a parte in alcuni scorci) soprattutto per quel che riguarda la tecnica. Per quanto riguarda la storia, sicuramente c’è quella dose di eccesso che può accontentare anche i fan più affezionati. Ma la storia della valigetta piena di dollari, come si accennava qualche post fa, è per l’appunto un MacGuffin. E davvero non c’è film dei Coen più hitchcockiano di questo.

Ragioniamoci: una valigetta che in realtà non ha alcun senso, quello che conta è l’angoscia e il gioco del gatto col topo (cfr. Intrigo internazionale). Un protagonista che muore senza troppi indugi ad un certo punto del film (cfr. Psycho). E ci sarebbero altri elementi. Poi c’è John Ford, anche senza Monument Valley, e tanto Peckinpah, anche senza slow motion. Ma soprattutto c’è un gioco incessante tra i campi lunghissimi e i primi piani, tra un paesaggio texano riarso e un paesaggio di rughe (Tommy Lee Jones), di sudore (Josh Brolin) e di follia (Javier Bardem).

Inutile dire che il personaggio di Bardem (il killer Anton Chigurh) è il più affascinante del film. Un raro caso di personaggio che inizialmente suscita risatine e poi solo gelo allo stomaco. Una pettinatura da copiare. Lui e la sua arma ad aria compressa, il suo aplomb, la sua voce minacciosa e il suo schifo del sangue, che pure sparge a piene mani. Il film sembra finire un paio di volte, prima che finisca veramente. Quando finisce (avvertimento) lascia parecchio amaro in bocca.

Come volevasi dimostrare, quando è finito l’altra sera nella sala buia un paio di voci hanno esclamanto “Beh? E la valigetta? Cazzo di film…” – ma la valigetta è il MacGuffin, cari spettatori, la valigetta è il MacGuffin. La vera storia è che – caso vuole – il male vince più spesso di quanto crediamo.

NON FACCIAMOCI FREGARE IL BUCO

Dentista – Prrrronto?
Pietro – Ehm… ciao Henry, sono Pietro… pietroizzo!
D – Aaaaaaaaaaah carissimo! Mi sembrava fossi un po’ troppo cresciuto per essere mio figlio  [si chiama Pietro anche lui, ndr]
P – Eh, no, no… Sssssssseeeeenti… Mi chiedevo…
D – Tu vuoi sapere del tuo dente, eh?
P – Appunto, perché se c’è già io potrei anch-
D – ELIOOOOOOOOOOO!
Elio [da lontano] – OUU!
D – E’ PRONTO IL DENTE DI IZZOOOOOOOO?!?!
E – IL DENTE DI IZZO… IL DENTE DI IZZO… NO! LUNEDI’ PROSSIMOOOOO!
D – Allora, non c’è! Arriva lunedì prossimo…
P – Sì, infatti… ho sentito, grazie… Solo che lunedì non posso venir-
D – Allora facciamo mercoledì, magari… tu puoi dopo le sei vero?
P – Ssssssssì…
D – Bon, allora sei segnato sull’agenda… Così non ti fregano il buco!
P – Quale buco, scusa?…
D – Il posto, non ti rubano il posto…!
P – Ah, ecco… grazie… allora a merco-
D – Ciauciauciau!
[clic]