LA FINANZA CREATIVA DEI BABACIU

Babaciu, s.m.: pupazzi (vagamente dispregiativo). Animati o meno, antropomorfi o meno, spesso di peluche ma a volte di plastica o altri materiali, i babaciu sono parte integrante della cultura popolare piemontese. Es. “A toa età, ‘t’ses anco lì a gioghé coi babaciu?”

In una nebbiosa regressione infantile, l’unica cosa che riesco a fare, in questi giorni, è giocare coi babaciu. Non i peluche propriamente detti, no… Quelli son nascosti in cantina da anni, e poi son quasi tutti di proprietà di Stefi. Il mio babaciu preferito me lo hanno fatto sparire alle superiori. Era una bambola tipo la Pigotta (ma meno figa di legno) che ricordo benissimo di aver tenuto nel mio letto fino alle medie, poi non mi è chiara quale sia stata la sua fine. Se è per quello anche l’orso Cecco Beppe me lo hanno buttato nella spazzatura prima di iniziare le elementari. Son traumi indelebili.

Comunque, no. Non parlavo di quei babaciu. Facciamo i seri, i tecnologici, i moderni. Parlo di quelli di Pet Society, uno dei tormentoni social di Facebook, che si è radicato nella mia mente come una canzone di Cremonini. Cioè, lo vorresti estirpare, ma non ci riesci. Perché Cremonini è subdolo, e così i babaciu di Pet Society. Il giochino, di per sé, è una semplificazione di Animal Crossing (altra bella droga elettronica). Si tratta in un certo senso di simulatori di alienazione. Non sei abbastanza alienato nella vita normale? Prova a rendere alienato un personaggio babacioso e molto kawaii.

Il babaciu, per definizione, vive in un dorato mondo di fantasia. A meno che non faccia parte del gruppo degli Happy Tree Friends, conduce una vita tranquilla in sobborghi dove ti aspetteresti di incontrare Jessica Fletcher a ogni angolo di strada. Eppure la sua casa è spoglia, il suo stomaco è vuoto e a dirla tutta non si diverte neanche un po’. Scatta l’istinto di protezione (scatta per tutti gli esserini kawaii, a maggior ragione se li hai creati tu). E tu lavi, giochi, nutri il babaciu. Soprattutto, ti intrufoli nelle case dei babaciu degli altri per baciarli, abbracciarli, raccontargli barzellette oscene, ballare insieme.

Ed è qui che scatta il meccanismo che dà assuefazione. Più ti dedichi a orge di strusciamenti, baci e sudorazioni multiple, più guadagni soldi. E i soldi ti servono per comprare cibo, mobili, tappezzeria (le pareti tinteggiate delle case dei babaciu sono orribili, sappiatelo), infissi, vestiti, etc. Io sono arrivato al punto di lavare i babaciu degli altri, che puzzano e sono circondati di mosche a causa dell’incuria dei loro padroni, per guadagnare qualche soldo in più. Soldi che mi serviranno per comprare il divano firmato Salvador Dalì!

Ecco, se da un lato questo passatempo non fa altro che replicare un’economia basata sull’inesauribile spirale di produzione e consumo – un’economia che stiamo cercando di contrastare nella vita reale, ma che sposiamo compulsivamente quando si tratta di babaciu – d’altra parte è innegabile che ci sia un fascino perverso nel fatto che non occorre lavorare per guadagnare. Basta fare il puttano. E io non potrei immaginare un mondo migliore di quello dove, per avere uno stipendio mensile, sia sufficiente limonare allegramente con tutti, abbracciarsi ad ogni angolo di strada e sparare a raffica battute sull’attuale governo.

L’unica cosa, ecco… Forse non mi metterei a fare il bidé ai passanti.

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