HORROR CHE NON LO ERANO

Ottobre è il classico mese in cui in casa ci dilettiamo con i film horror in attesa dei festeggiamenti di Halloween. Di horror questo mese abbiamo avuto anche nella vita reale diverse sfighe familiari tra cui il Covid e devo dirvi in tutta sincerità che anche i film “non horror” (come Blonde, o Vortex) che abbiamo visto in realtà secondo me erano più horror dei film di zombie (e il film in quota zombie di questo mese… in realtà non è un film horror!)… Insomma, un bel casino. Ma non indugiamo oltre e andiamo ad elencare.

MORBIUS (Daniel Espinosa,  

Non so perché tutta l’Internet ha decretato che Morbius = merda. A me non è dispiaciuto per nulla, avendolo ovviamente affrontato con aspettative pari a zero.

La storia è nota a chi frequentava i fumetti Marvel quando in Italia si chiamavano “Editoriale Corno”: Morbius il vampiro vivente è uno dei nemici storici di Spider-Man, che qui non compare (anche se nella scena post credits arriva un personaggio conosciuto).

Questa è la origin story di Morbius da quando era piccolo e sperava di trovare una cura per la sua condizione medica con il suo migliore amico a quando diventa Jared Leto e il suo amico diventa Matt Smith (che coppia improbabile, e comunque Matt Smith ruba la scena a più non posso). Matt Smith è ovviamente il buono ricco che diventa villain per un motivo apparentemente nobile, e Jared/Morbius l’eroe riluttante che noi sappiamo già diventerà cattivo (ma perché ce lo costringono).

indubbiamente è uno dei film più stupidi che si possano guardare, tutto a base di faccette demoniache, combattimenti in volo malamente digitalizzati e finti spaventoni, ma… è divertente! #recensioniflash

LA SIGNORA SENZA CAMELIE (Michelangelo Antonioni, 1953)

Il cinema nel cinema secondo Antonioni: non avevo mai visto La signora senza camelie con Lucia Bosè, e devo dire che anche qui ho trovato una sorpresa.

Clara (Lucia Bosé) è una commessa milanese “scoperta” dal regista Gianni (Andrea Checchi) e dal produttore Nardo (Gino Cervi). Viene lanciata nel mondo del cinema ma c’è sempre il dubbio che sia in realtà una “cagna maledetta”, come direbbe Renè Ferretti.

Il regista la sposa, e ovviamente non vuole più che lei abbia i ruoli da stellina sexy che il produttore le offre. Anzi, scriverà per lei un grande ruolo tragico, quello di Giovanna D’Arco. Ovviamente andrà a finire malissimo, tra un divorzio e una caduta professionale.

Nella cornice del melodramma borghese ibridato con il sottogenere (allora non ancora così codificato) del “film nel film”, Antonioni apre squarci di disagio esistenziale essenzialmente nella composizione delle inquadrature e nel silenzio di alcune immagini. #recensioniflash

VORTEX (Gaspar Noè, 2021)

Guardare Vortex di Gaspar Noè (su Mubi) è un’esperienza totalizzante che mette fortemente a disagio. Perché guardarlo dunque? Essenzialmente, per me, soprattutto curiosità: un film con due protagonisti bizzarri come Dario Argento e Françoise LeBrun (di La maman et la putaine).

Ovviamente non sapevo null’altro del film, ed ecco la mazzata: è la storia di una coppia anziana lui cardiopatico lei con alzheimer che convivono in un appartamento asfissiante e pieno di libri, medicinali, stoviglie, ricordi le cui azioni vengono viste per più di due ore di film sempre in split screen.

C’è un unico momento in cui i due coniugi si prendono per mano e attraversano la cornice nera che li divide sempre. La camera di Gaspar Noè li segue di spalle o frontalmente mentre fanno le loro cose quotidiane, accompagnandoci sempre di più sull’orlo dell’abisso. Perché ovviamente non finirà bene.

C’è anche un figlio (Alex Lutz) che insiste perché i genitori si trasferiscano in una casa di riposo e che a sua volta ha problemi (apparentemente risolti) di tossicodipendenza.

È un film sulla morte, che parla di malattia, vecchiaia e decadimento fisico e mentale. Che ti porta proprio in quei posti lì, e che può risultare intollerabile. Il finale è straziante più che altro per come mette tra parentesi tutta l’esistenza umana, oggi ci sei, domani chissà. #recensioniflash

BRIAN AND CHARLES (Jim Archer, 2022)

Una piccola chicca inglese, un bizzarro fairytale a base di manichini robot e inventori un po’ pazzi che trovano l’amore nonostante il bullismo dei villici.

Brian (David Earl, riconoscibile dalla sua carriera televisiva con Ricky Gervais) è un po’ lo sfigato del suo paese nel Galles: vive in un cottage malandato, non sembra avere un lavoro e passa il tempo a progettare invenzioni assurde. Prende dei “pezzi” in discarica e se li porta a casa trasformandoli in altro. Quando trova una testa di manichino decide che è il momento di costruire un robot.

Il robot, chiamato Charles (Chris Hayward) parla con voce alla Stephen Hawking, è una IA inizialmente stupita e meravigliata di ogni cosa nel mondo, uno spirito puro e libero la cui massima aspirazione è conoscere e vedere il più possibile.

Ma nel villaggio ci sono dei loschi bifolchi che stanno organizzando l’annuale falò celebrativo, e indovinate che vogliono mettere tra le fiamme? Brian and Charles è un buddy movie, una commedia che si candida ad essere il bromance dell’anno, ma è anche un po’ folk horror nella misura in cui la campagna inglese sembra sempre molto inquietante. Il film mantiene il giusto equilibrio tra i due generi: sorprendente. #recensioniflash

Athena: un piano sequenza iniziale così non lo vedrete in nessun altro film. La storia, si capisce subito, è di quelle tipo La Haine di Kassovitz: giovane immigrato ucciso dalla polizia nelle banlieue, segue rivolta. Ci sono tre fratelli, ognuno con il suo carattere e il suo background, che reagiscono alla morte del quarto fratello.

All’inizio del film, appunto, Abdel (eroe di guerra, integrato nel sistema) tiene una conferenza stampa; Karim (il fratello inquieto) lancia una molotov e semina il panico. Da lì, sequenza da far esplodere il cervello, senza stacchi, in cui c’è l’assalto della folla alla stazione di polizia. Fidatevi che non avete mai visto nulla di così esaltante.

Purtroppo poi Athena (che incidentalmente è di Romain Gavras, figlio del più noto Constantin Costa Gavras), non mantiene la stessa tensione della prima mezz’ora e si perde un po’, tra il terzo fratello gangster (Moktar) che pensa solo a sé stesso e una sorta di terrorista il cui ruolo sembra essere quello di farci pensare che i tre fratelli non sono poi così violenti, insomma, c’è di peggio. Ma comunque, insomma, avercene di film così (si vede su Netflix). #recensioniflash

ONE CUT OF THE DEAD (Shinichiro Ueda, 2017)

È quantomeno curioso rivolgersi a Mubi per scovare uno degli horror più freschi degli ultimi anni. One Cut of the Dead di Shinichiro Ueda è un film da vedere senza saperne nulla, o sapendone molto poco. Cercherò dunque di dire molto con poche parole.

Nei primi 40 minuti di film vediamo una troupe che gira un film di zombie in una location abbandonata nella campagna giapponese. Si suppone che fosse un luogo dove l’esercito sperimentava per trasformare i soldati in zombie. Il regista è un po’ dispotico, gli attori sono stanchi, le dinamiche da metacinema si sprecano. Poi alcuni zombie veri iniziano ad attaccare i membri del cast (a loro volta truccati da zombie).

Smettete di leggere qui se non avete ancora visto il film.

Quello che si capisce da metà film in poi è che One Cut of the Dead essenzialmente non è un film di zombie, ma un film sul cinema, sul fare cinema, sull’industria cinematografica in genere. È un horror che non è un horror, o meglio lo è finché il regista ci fa credere che lo sia. Spiazzante, ironico, da rivedere daccapo dopo averlo finito. Nonostante sia del 2017 per me una delle sorprese di quest’anno. #recensioniflash

BLONDE (Andrew Dominik, 2022)

Ho visto Blonde con molto ritardo rispetto all’hype (negativo) che circondava il film. Detto sinceramente, non avevo molta voglia di vederlo perché i film “divisivi per forza” non sono molto nelle mie corde. Poi mi sono fatto attirare da un paio di recensioni positive e ho capito che ovviamente, come sempre in questi casi, la shitstorm era più che altro strumentale, e non era riferita al film in sé.

Blonde è un horror di tre ore che per caso ha Marilyn come protagonista. Blonde è un film sui traumi dell’infanzia che segnano per tutta la vita, è uno studio sul patriarcato, un film a tesi sul rapporto tra la maschera e il volto.

Dico horror perché Blonde mi ha fatto pensare a Lynch, a Cronenberg, a Polanski molto più che non ai film di Marilyn stessa, così filologicamente ricostruiti da Andrew Dominik da lasciarti in confusione se si tratti di materiale d’archivio o meno. Blonde è tratto da un libro di Joyce Carroll Oates che già di suo si presentava come un’opera di fiction sulla vita della diva – non certo un documentario.

Ana De Armas si cala completamente in questo personaggio/Marilyn, metafora del corpo sessualizzato della donna, mostrandoci esplicitamente tutte le storture della società degli uomini. Tanti formati e stili diversi all’interno del film (e anche la musica di Nick Cave e Warren Ellis) ci aiutano a “prendere le distanze” da un materiale incandescente.

Certo, Marilyn non era solo questo. Ma Blonde, è evidente, non è un film biografico. #recensioniflash

WENDELL & WILD (Henry Selick, 2022)

Ottimo film di Halloween per famiglie, Wendell & Wild è un film in stop motion di Henry Selick (il maestro indiscusso del settore) scritto e prodotto dal re mida dell’horror (post)moderno Jordan Peele. Se avete visto Una vita da zucchina (anche quello un film scritto da una persona che normalmente ha poco a che fare con il mondo dell’animazione, Céline Sciamma), le premesse sono simili.

Scena straziante di morte dei genitori, sequela di orfanotrofi, carcere minorile, occasione di redenzione in una scuola di suore. Da lì però si parte con una giostra colorata ed estremamente ironica di punk rock, satanismo, cadaveri resuscitati con crema per i capelli, gentrificazione, omicidi, scuole cattoliche, cacciatori di demoni e via dicendo.

Wendell e Wilde sono due giovani demoni che si connettono con Kat, la ragazzina coi capelli verdi che all’inizio perde i genitori in un incidente. Loro vogliono costruire un luna park satanico nel mondo dei vivi e lei vorrebbe resuscitare i suoi: un’ottima base per un patto demoniaco… cosa potrebbe andare storto?

Tra un orrore e l’altro (ma il tono è molto Scooby Doo, non c’è nulla di veramente spaventoso, o comunque non più di Nightmare Before Christmas o La sposa cadavere) si parla di traumi, di come superarli, di accettazione di sé e di crescita. Il risultato finale è veramente interessante.

Character design spigoloso ma affascinante, musica di Tv On The Radio, X-Ray Spex e Death, una chicca da non perdere. #recensioniflash

NIGHTBOOKS (David Yarovesky, 2021)

I bambini hanno bisogno di orrore, e Nightbooks (su Netflix dall’anno scorso, ma l’anno scorso la Creatura aveva 8 anni e rifiutava di vederlo, adesso invece no) è un perfetto film horror entry level per bambini che non fa sconti e fa veramente abbastanza paura (considerando il target, dico).

Prodotto da Sam Raimi e Robert Tapert (già una garanzia), Nightbooks è una variazione sul tema delle Mille e una notte incrociato con le classiche fiabe dei Grimm (in particolare Hansel e Gretel). Alex è un bambino un po’ nerd appassionato creatore di storie paurose che viene rapito da Natasha, una strega superglamour e molto cattiva (Krysten Ritter).

La strega vuole ogni sera un racconto di paura diverso (il che permette di incastonare nella trama principale alcuni gustosi cortometraggi horror realizzati in tecnica mista) per lasciar vivere Alex le la sua compagna di sventure Yasmin (un’altra bimba che vive nell’appartamento della strega, che già di per sé è un set fantastico).

C’è moltissimo lavoro sui personaggi (pochi e ben scritti), il production design, i costumi, le creature e la colonna sonora sono degnissimi e contribuiscono a creare un’atmosfera da vero scary movie.

Ci sono misteri da svelare, colpi di scena, azione, momenti di schifo (splatter caramelloso, lo definirei) e un “mostro finale” diciamo degno di Raimi, quindi fottutamente spaventoso. Il bambino che è in me ha goduto molto, devo però capire se verrò svegliato stanotte dal bambino che dorme di là. #recensioniflash

ELVIS E GLI ALTRI

Questi mesi sono stati avari di tempo e soddisfazioni, ma non ho smesso di vedere film e di annotare le mie impressioni per ricordarmeli e per presentarveli, se vi fa piacere. Questa è la tornata di settembre, a breve arriva anche quella di ottobre.

LIGHTYEAR (Angus McLane, 2022)

L’altra sera, per accontentare la Creatura, ho visto Lightyear con zero aspettative e zero interesse (diciamo che riconosco il valore dei film di Toy Story, più che altro il terzo, ma non sono mai stati tra i miei preferiti).
E invece dai, l’ho trovato gradevole. Sì, è vero, è una sorta di origin story di uno dei personaggi più pallosi dell’universo Pixar, ma si muove su un territorio diverso, più vicino a The Incredibles, fantascienza già vista ma inedita in un film animato, come se avessero sviluppato in meglio gli spezzoni alla Call of Duty di Ralph Spaccatutto.

Ci sono un sacco di strizzate d’occhio ai classici della fantascienza con la F maiuscola che capiscono solo i più grandi (Alien, 2001, Interstellar, per dire) e c’è un gatto robot che intrattiene i più piccoli (la recensione della Creatura infatti è “meno male che c’è il gattino, io seguo solo lui”). C’è anche una sequenza a montaggio verso l’inizio del film che – maledetta Pixar – fa di nuovo lo scherzetto dell’inizio di Up.

La storia in brevissimo: Lightyear è uno space ranger che vive di sensi di colpa per aver condannato un equipaggio di centinaia di persone a vivere su un pianeta ostile. Prova quindi in tutti i modi a recuperare la velocità smodata™️ con la quale l’astronave potrebbe portare tutti a casa. Ogni giro di prova che lui fa per testare nuovi carburanti dura 4 minuti per lui e 4 anni per chi rimane ad aspettarlo. Seguono paradossi temporali, invasioni robot e un cattivo inedito e molto convincente.

Si spara molto, per essere un film Pixar, quindi boh se come me avete bambini che aborrono l’uso delle armi magari potete saltarlo. Comunque non è affatto male. #recensioniflash

THOR: LOVE AND THUNDER (Taika Waititi, 2022)

Impossibile non definire Thor: Love and Thunder una gigantesca cacat… ehm, baracconata. Eppure, il film si fa amare (se siete fan del personaggio) proprio per alcune delle sue trovate più tamarre o surreali (le capre urlanti, o la colonna sonora nella sua interezza, per dire).

Il personaggio più centrato del film è sicuramente Gorr il macellatore di dèi (un nome fottutamente jackkirbyano), interpretato da un Christian Bale esageratamente sopra le righe ma anche unico vero personaggio tragico della storia (anche Jane Foster lo è, ma è meno incisiva).

E niente, è uno di quei film di Taika Waititi fatti con i soldi (e si vede) ma un po’ meno belli di altri film di Taika Waititi fatti con meno soldi. C’è tutto quello che i fan Marvel vogliono vedere e si continua nel filone un po’ smargiasso di Ragnarok, suonando un po’ sempre lo stesso tasto. Non c’è molto altro da dire. #recensioniflash

PINOCCHIO (Robert Zemeckis, 2022)

Il peggior live action Disney mai visto? Finora, tristemente, sì. L’unico credito che dò a Zemeckis per questo orribile pastrocchio è l’aver riportato la storia in Italia e precisamente nei dintorni di Siena. Per il resto, dio mio, che papocchio.

D’accordo, non è un film di Marco Bellocchio, ma un guizzo creativo in più non avrebbe guastato. Il Pinocchio di questo film è volutamente identico (ma in 3D) a quello del 1940. Le canzoni nuove sono orribili e quelle vecchie rifatte in modo moderno e corretto, ma poco appetibile.

Geppetto (Tom Hanks) è caratterizzato come un anziano un po’ svitato che ha perso il suo marmocchio e costruisce un burattino come surrogato del vero figlio che aveva (assolutamente non necessario e non in linea con il Pinocchio di Collodi). Alcune creature in CGI sono sinceramente imbarazzanti (il gallo e la volpe su tutti, ma anche il grillo non scherza un cazzo). Nel paese dei balocchi non si fuma ma si beve birra (vabbè). Il concetto di easter egg disseminate negli orologi a cucù di Geppetto è tristissimo.

Insomma, imbarazzante, cringe, tempo perso. #recensioniflash

GULLIVER’S TRAVELS (Dave Fleischer, 1939)

La curiosità è questa. Ma nel tempo intercorso tra Biancaneve e Pinocchio, momento di massima fioritura e di alacre lavoro degli studi Disney, esisteva qualche altro pazzo che aveva pensato di fare un lungometraggio di animazione? Ovviamente sì: Max e Dave Fleischer!

Gulliver’s Travels si trova tutto su YouTube, è bellissimo (se vi piace quel periodo di storia dell’animazione) ed è ovviamente molto diverso dal canone Disney. Più cattivo, più surreale, più “deformato” (in alcuni personaggi) e più realistico in altri (tipo Gulliver stesso).

Alcune scene sono famose ancora oggi, anche se non le avete mai viste forse potreste riconoscerle (Gulliver che si libera dai lacci, Gulliver che parla col re lillupuziano). La cosa strana del film è appunto la giustapposizione all’interno dello stesso lungometraggio di due diversi stili di animazione, uno dedicato a Gulliver che è al limite del rotoscoping e uno dedicato ai lillupuziani, al limite del rubber hose animation.

A Disney, con Biancaneve da un lato e i sette nani dall’altro, questa commistione era venuta decisamente meglio. #recensioniflash

MEMORIA (Apichatpong Weerasethakul, 2022)

Mi è un po’ difficile parlare di Memoria di Apichatpong Weerasethakul (ovviamente ho copincollato il nome, non crederete mica che sappia scriverlo da solo). Si tratta di un film misterioso, una detective story, nientemeno, dove però l’investigazione si basa essenzialmente su un… rumore.

All’inizio Tilda Swinton, inglese espatriata a Bogotà, sente un rumore durante la notte, si sveglia e si chiede “ma stanno ristrutturando nell’appartamento a fianco?” (ovviamente no, non stanno ristrutturando). Poi tipo di colpo tutti gli antifurti delle macchine di un parcheggio iniziano a suonare di colpo insieme. Poi smettono (dopo due minuti buoni di piano sequenza con antifurti a palla).

Poi scopriamo che Tilda sente spesso questo tonfo (e lo sente solo lei). Curioser and curioser, come direbbe Alice Liddell. Tilda consulta un ingegnere del suono, forse parte una sorta di storia romantica, non è molto chiaro.

L’investigazione prosegue, e Tilda si ritrova nella foresta amazzonica a casa di un pescatore che si chiama come l’ingegnere del suono (e potrebbe essere un suo doppio nel multiverso) e ha con lui un’esperienza extracorporea o di premorte o salcazzo che ci fa capire che il tonfo potrebbe essere un rumore che viene dal passato e riverbera nel presente… o addirittura, come nell’inquadratura finale del film che non voglio spoilerare perché è uno dei WTF più enormi della storia del cinema), dal futuro!

Comunque sia, fidatevi che è un gran film, non a caso ha vinto a Cannes, però non è il classico film da consumo veloce. Richiede attenzione, partecipazione, meditazione, e un po’ di sostanze stupefacenti non guastano. #recensioniflash

LAST AND FIRST MEN (Jòhann Jòhansson, 2018)

Last and First Men è un film che trovate solo su Mubi, e solo se cercate veramente bene. È un film con Tilda Swinton, e io l’ho guardato per quello. Ma Tilda in realtà è solo la voce narrante. Il film, in realtà, è una sequenza infinita di inquadrature di architettura brutalista yugoslava. E basta.

Il film segna il debutto alla regia di Jòhann Jòhannsson (il compositore islandese) che però è morto dopo averlo terminato. Mi viene da dire che me lo aspettavo. Le musiche sono dello stesso regista e sono ovviamente ipnotiche, angoscianti, a tratti soporifere.

È dura arrivare alla fine (e capirci qualcosa). Last and First Men (che Wikipedia sostiene essere tratto da un romanzo di fantascienza degli anni ’30) non è un film per tutti. Però le immagini sono molto belle, e se non riuscite a prendere sonno è meglio di un Roipnol. #recensioniflash

ELVIS (Baz Luhrmann, 2022)

Baz Luhrmann ci ha da sempre abituato a film ipertrofici, barocchi e postmoderni, ed Elvis ovviamente non fa differenza. Confrontandosi con il Mito con la M maiuscola, il regista non perde la sua “mano pesante” e confeziona un biopic a doppio taglio in cui la storia personale di Elvis si intreccia con quella del demoniaco colonnello Parker (Tom Hanks) – il vero deus ex machina e narratore della storia – che apre e chiude le danze dal suo letto di morte.

Da Tupelo a Beale Street, da Graceland a Las Vegas, la storia di Elvis come tutti la conosciamo si dipana tra un colpo d’anca di Austin Butler e uno sguardo diabolico di Tom Hanks. Luhrmann ovviamente spinge il pedale al massimo, divide lo schermo, mette in scena tic, droghe, musica e luci, si prende qualche libertà con lo speciale ’68 Comeback e chiude con una morte fuori campo.

In mezzo, la nascita del merchandising, la tensione poi replicata da ogni rockstar tra indie e mainstream, il grande gioco del gossip, le droghe, lo show che must go on, la (Memphis) Mafia, il gioco d’azzardo, il TCB (Taking Care of Business), Gladys e Priscilla vittime degli eventi. Un film-mostro di due ore e quaranta che ha l’aspetto di un incubo americano e che rimane negli occhi per un bel po’ dopo che si sono spente le luci. #recensioniflash

I USED TO BE FAMOUS (Eddie Sternberg, 2022)

Netflix fa leva sulla nostalgia (la mia almeno) per un periodo di synth pop e boy band con questa storia di un tizio che appunto era in una boy band e poi 20 anni dopo finisce a suonare la tastiera in strada e/o a bussare alle porte dei pub per vedere se può alzare qualche sterlina.

Mentre è lì che armeggia con la tastiera un bel giorno gli si avvicina un teenager autistico che lo segue facendo percussioni su un bidone ed ecco che scatta la scintilla: i due potrebbero diventare un duo (e in effetti lo diventano) e smuovere le folle di South London.

Come avrete capito è un film a tratti un po’ sentimentalistico sull’amicizia vera, su suonare insieme e sul potere della musica, e dell’amicizia, sul rapportarsi con persone neurodiverse (l’attore stesso è nello spettro autistico) e via dicendo.

Però devo dirvi che l’ho trovato ben fatto, per nulla ricattatorio e poi ha delle bellissime musiche e un finale non troppo prevedibile. Quindi, consigliato. #recensioniflash

IL GRIDO (Michelangelo Antonioni, 1957)

A un certo punto quest’autunno mi è preso il trip di vedere tutto l’Antonioni possibile su Mubi, e in particolare film che non avevo mai visto, come quelli precedenti a L’avventura. Il Grido, nella fattispecie, è il film perfetto per rallegrare una giornata piovosa.

Scherzi a parte, non voglio mettermi qui a dirvi quanto vale la pena vederlo, è un capolavoro a metà strada tra neorealismo e disagio esistenziale tipico dell’Antonioni più tardo, è la storia di Aldo, operaio la cui vita va sempre più alla deriva in senso sentimentale, professionale, esistenziale. La moglie Irma lo lascia e lui se ne va con la bambina in un vagabondaggio nelle terre del Po (teatro del primo documentario di Antonioni stesso) fino all’inevitabile finale.

Le feste, i balli, il sesso, le possibilità di lavoro, il fango, gli argini, gli incontri, tutto è svuotato di senso e si completa nel “grido” finale. Curiosa, almeno per me che non lo avevo mai visto, l’applicazione del “neorealismo interiore” alla classe operaia. #recensioniflash

DRIFTING HOME (Hiroyasu Ishida, 2022)

Mi è piaciuto molto questo anime su Netflix che parte da una premessa molto disaster movie (un palazzo in rovina si ritrova misteriosamente in mezzo all’oceano e il gruppo di bambini che è nel palazzo deve sopravvivere tra tempeste e navigazione, trovando cibo e aiutandosi tra loro) ma che ovviamente è il pretesto per una storia di passaggio dall’infanzia all’età adulta (o più adulta diciamo).

Kosuke e Matsume sono come fratello e sorella, ma qualcosa di misterioso li ha allontanati. Si tratta della morte del nonno di Kosuke (che era come un nonno anche per Natsume, che era stata accolta nella famiglia pur non facendone parte). Il nonno abitava in un complesso di appartamenti che sta per essere demolito e i ragazzi, seguiti da un gruppetto di amici, vanno a visitarlo un po’ per sfida, un po’ per curiosità.

Da lì in poi la logica fantastica del film prende il sopravvento, ovviamente poi nel palazzo c’è anche uno strano ma rassicurante bambino fantasma albero, e tutto l’equipaggio dovrà capire come tornare a casa.

Il film si perde spesso in lungaggini che probabilmente allo spettatore occidentale potrebbero sembrare inutili, ma dopo un paio d’ore arriva al punto. Visivamente comunque è una gioia per gli occhi. #recensioniflash

FILM A 37 GRADI

Fuori l’estate era rovente (uso il passato perché oggi che finalmente è agosto pare che il caldo abbia mollato un pochino), dentro io guardavo film tendenzialmente tra mezzanotte e le due del mattino, momento in cui le temperature erano più clementi. Beccatevi due mesi di visioni nell’ultimo post-raccoglitore.

OCCHIALI NERI (Dario Argento, 2021)

C’è un famoso adagio popolare che dice che, nel mondo del cinema, lavorare con animali e bambini è una roba difficilissima, che manderebbe ai matti qualunque regista. Ha mandato ai matti Darione Argento nostro? Signori, sono incredulo io stesso nel dirvi che tutto sommato no.
Sì, ho finalmente visto Occhiali Neri a.k.a. Black Glasses / Dark Glasses. E l’ho visto orgogliosamente in italiano con sottotitoli inglesi perché io dell’audio dei film italiani non capisco mai un cazzo, nemmeno se tengo il volume a 65.
Comunque rispondiamo subito alla domanda che attanaglia tutti: Occhiali neri è un film come qualunque film di Dario Argento dal 1998 ad oggi? Ecco, sinceramente posso dire che ni. Cioè, ci sono alcune cose imbarazzanti (ci sono sempre) tipo la motivazione del maniaco assassino, il calcare la mano su certi meccanismi da “pistola di Cechov”, alcune cadute di stile nei dialoghi (“Arrivederla”, “Dobbiamo scappare, prendi il giacchetto”, robe così).
Epperò Occhiali neri ha una prima mezz’ora fulminante a livello visivo e narrativo, non sbraca a livello di recitazione (incredibile) e nemmeno ha un montaggio sciatto come tanti degli ultimi film. La colonna sonora è azzeccata e fa il suo, alcune sequenze costruiscono effettivamente tensione come ai tempi d’oro e la presenza tra gli attori protagonisti di un cane addestrato e di un bambino cinese non fanno urlare “ma cosa cazzo” ad ogni inquadratura.
Occhiali neri è un thriller onesto, persino sobrio (mi sarei aspettato più sangue e più Sergio Stivaletti) che racconta la storia di Diana (Ilenia Pastorelli), giovane escort che dopo un incidente causato dal maniaco assassino resta cieca. Nell’incidente muoiono anche i genitori di Xin (il bambino cinese) che ben presto fugge dall’orfanotrofio proprio per stare con Diana. Ma non sanno che il maniaco assassino continua instancabile a cercarli.
Asia Argento sobrissima (non scherzo) nel ruolo dell’istruttrice di non vedenti. Bellissimo quando entra in scena da dietro una porta e tu già capisci che è lei perché dice “Sono l’istruttrice mandata dall’istituto dei ciAEchi e ipovedAEnti”. Spettacolo. Vabbè comunque un sei glielo diamo volentieri. #recensioniflash

THE NORTHMAN (Robert Eggers, 2022)

Finalmente ho visto The Northman, che ci tenevo un sacco, perché mi erano piaciuti un sacco The VVitch e The Lighthouse e volevo proprio vedere che cosa fa Robert Eggers con qualche soldo di budget in più. Eh, cosa fa.
Chiariamo subito che The Northman son più di due ora di urla belluine, sangue, organi interni, spadoni insanguinati, fango, sporcizia, fiamme, antichi rituali scandinavi e morti ammazzati in ogni dove. Chiariamo anche che in sintesi è la storia di Amleto però recuperata dalle fonti più antiche che ambienta il tutto nell’800 dopo Cristo.
Quello che fa Eggers è soprattutto affidarsi al suo ben noto rigore filologico che qui però straborda, tra gioielli, rune, abiti, armi, ricette di cucina e rituali sciamanici. Senza contare la compiaciuta pronuncia corretta di tutti i termini tipo ŌOdinn, Valhooll, Freyr, etc. L’umanità è solo un flaccido involucro di carne attorno all’animale, tutto il film riecheggia di urla belluine e in generale alla fine sembra più un incrocio tra The Green Knight (che in un certo senso si abbeverava a fonti simili) e un album dei Manowar.
Non che questo renda il film brutto, ma forse un po’ meno risolto delle altre due prove di Eggers. Alexander Skarsgård ce la mette tutta (il suo però è un ruolo più fisico che altro). Nicole Kidman e Claes Bang sono molto più efficaci e sfaccettati. Ethan Hawke sta in scena troppo poco per dire alcunché. Anya Taylor-Joy ovviamente si mangia tutte le inquadrature dove appare.
E poi tutta l’ultima parte si svolge in Islanda, che ve lo dico a fare. Diciamo che è un film spettacolare con tutta l’aria di un film intellettuale che ti vuole rompere i maroni ma non ce la fa. E poi c’è la famosa Valkyria con l’apparecchio per i denti. #recensioniflash

SUL PIÙ BELLO (Alice Filippi, 2019)

Una cosa divertente che non farò mai più (ma l’ho fatto per curiosità qualche giorno fa): guardare tutta la saga di Sul più bello. Ossia i tre film Sul più bello, Ancora più bello, Sempre più bello. Che è già tutto un cringe a partire dai titoli.
Voi mi direte cazzo fai, sai benissimo che non è il tuo genere la commedia romantica per di più italiana e a base di buoni sentimenti a mille e protagonista femminile con malattia invalidante e rischio morte dietro l’angolo. Eppure io vi dirò che scivolano via bene, anche se la mia impressione è stata quella di guardare una serie TV in 8-9 episodi più che tre film.
Il primo film è acerbo, un po’ ingenuo, l’opera prima di Alice Filippi, introduce tutti i personaggi principali e la classica storia d’amore con il twist simpatico che lei è bruttina (ma Ludovica Francesconi è una piccola grande attrice che si porta tre film sulle spalle senza fare una piega) ammalata e stalkera il figo spaziale con il solo scopo di portarselo a letto. Lei (Marta) ha due amicissimi ovviamente lui gay e lei lesbica, e le dinamiche tra loro sono la cosa migliore dei tre film.
I due sequel sono girati entrambi da Claudio Norza (io vi avverto: è il deus ex machina di Un medico in famiglia) e hanno una mano più sicura sebbene ogni tanto si giochino carte improbabili come un cameo di Loredana Bertè di cui non si sentiva assolutamente il bisogno.
Comunque son contento di averli guardati e vi spiego da ultimo perché avevo questa curiosità: tutti e tre i film sono girati a Torino, ed è bello vedere tutti i luoghi a te familiari e dire oh guarda hanno girato qui, lì e là…! Il primo film sta su Amazon, gli altri due su Netflix. Bonus: Drusilla Foer ha vinto un premio per l’interpretazione della nonna di Marta nel terzo film. #recensioniflash

RRR (S.S. Rajamouli, 2022)

Dobbiamo parlare di RRR. Vi metto qui questa immagine che rappresenta una delle molteplici anime di questo film indiano (in lingua telugu) di tre ore circa che trovate su Netflix. L’anima del buddy movie.
Perché poi c’è l’anima del drammone in costume, l’anima dell’action esageratissimo in cui si fanno degli stunt incredibilmente imbarazzanti tipo combattere a mani nude con una tigre in CGI fatta pure male o salvare bambini a rischio annegamento lanciandosi con moto e cavalli da un ponte e facendo gli acrobati.
Ma sto già divagando. L’anima bollywoodiana, con almeno due numeri di danza eccezionali in cui i due protagonisti combattono a botte di balletti irresistibili. L’anima epica nei lunghissssssssimi flashback dedicati all’infanzia di uno dei due eroi del film.
Non vi sto a raccontare nulla di RRR (che inizialmente pensavo fossero le iniziali del regista e dei due protagonisti, mentre invece pare voglia dire Rise Roar Revolt). Se è il campione di incassi assoluto in patria e il fenomeno sta uscendo dal locale per diventare un successo globale su Netflix un motivo c’è. Le tre ore di film passano velocissime e non ci si annoia mai.
Fidatevi, è un film che scatena emozioni primarie, è ingenuo come può essere considerato ingenuo il modo di raccontare proprio di un’altra cultura, fa sfoggio di muscoli esagerando sempre e non fermandosi di fronte a nessun imbarazzo, è un film totale. Va guardato perché sta segnando il 2022 e non potete non conoscerlo.
Comunque se siete di quelli che devono per forza conoscere la trama: Bhemm è un eroe inviato dalla gente del suo villaggio a salvare una bambina rapita dai perfidissimi inglesi. Rama è un poliziotto superpiù indiano che lavora per gli inglesi: viene mandato a catturare Bhemm ma diventano superamici finché non si rendono conto che in realtà dovrebbero essere acerrimi nemici e lì le cose si complicano. Fatemi poi sapere cosa ne pensate. #recensioniflash

BLACK PHONE (Scott Derrickson, 2022)

Black Phone di Scott Derrickson è veramente una mezza sorpresa in questa torrida stagione estiva. Mezza perché OK, non è poi questa grandissima novità, il classico horror Blumhouse, un trio (Derrickson/Cargill/Hawke) che già si era distinto nell’ottimo Sinister, una spruzzata di nostalgia per i tardi anni ’70 che sa molto di Stranger Things (i protagonisti sono comunque tredicenni).
Ma comunque sorpresa perché nonostante le premesse non originalissime, il film funziona alla grande. Sarà il racconto di Joe Hill da cui è tratto (è il figlio di Stephen King, quindi la zampata di famiglia c’è)? Sarà che Ethan Hawke ha trovato una sua dimensione assolutamente da brividi nell’interpretare (tutto con voce e linguaggio del corpo) un rapitore/molestatore/assassino di bambini? Sarà che comunque anche i protagonisti pre-teen sono convincenti? Non so dire.
Sicuramente questa storia che parte dal realismo del tema “caramelle dagli sconosciuti” (un tema portante della mia infanzia) e da risse scolastiche dove tra bambini ci si spaccano nasi e denti e non si fanno sconti pur di vedere il sangue (anche questo un tema portante della mia pre-adolescenza) e poi scivola nel soprannaturale è intrigante.
Il protagonista viene rapito solo dopo un lungo primo atto in cui ad essere uccisi sono altri bambini. Ma nel seminterrato dove è rinchiuso c’è un vecchio telefono nero scollegato. Ogni tanto, però il telefono suona. All’altro capo della linea non diciamo chi c’è, ma diciamo che questo porta avanti la storia verso un “terribile lieto fine”, mettiamola così.
Io non me lo lascerei scappare, soprattutto se volete vedere Ethan Hawke che recita per tutto il film con una maschera componibile da diavolo disegnata da Tom Savini. La scena in cui sta seduto immobile in cucina è fantastica: non succede nulla, si vede solo il suo torace alzarsi e abbassarsi, ma è agghiacciante. #recensioniflash

THE SEA BEAST (Chris Williams, 2022)

The Sea Beast del transfuga Disney Chris Williams (Big Hero 6, Moana) è un sapiente cocktail di diverse suggestioni marinaresche e piratesche – mi ha ricordato sia Master & Commander che Pirates of the Carribean, con una spruzzata (anzi facciamo una bella manata) di Dragon Trainer.
Sapiente fino a un certo punto, nel senso che ha degli ottimi personaggi, è animato egregiamente ma si dilunga un po’ troppo (mezz’ora di film sarebbe probabilmente tagliabile), che è un po’ il problema di alcune produzioni Netflix anche di tutto rispetto come questa.
Come da titolo, il film parla di mostri (marini) grossi, e in alcune scene ci delizia con combattimenti kaiju molto coreografici. Ma la storia è quella di Maisie, simpatica orfanella che si imbarca di nascosto sulla nave di cacciatori di mostri dove comanda il mitico capitano Crow e dove l’eroe designato è Jacob Holland, a sua volta orfano e figlio putativo del capitano.
Perché tutti questi orfani? Ma è chiaro, provengono tutti da famiglie di cacciatori di mostri e i genitori sono morti di una morte grandiosa! Insomma, tra una strizzata d’occhio a Moby Dick e una a Jack Sparrow, il film procede facendoci capire che i veri mostri non sono i mostri ma… i governanti! Che detta così sembra una stronzata, ma avercene di film animati per ragazzi che affrontano il tema delle fake news diffuse ad arte per creare un clima divisivo e prosperare. Anche la frase “si può essere eroi ed avere comunque torto” è da segnare sul diario di scuola, via.
Comunque, passa veloce e diverte anche se dura tantissimo e soprattutto fa entrare in scena una pericolosissima strega nell’ultima mezz’ora di cui poi si perdono le tracce. Non interessa più a nessuno, la strega. Povera strega. #recensioniflash

PETITE MAMAN (Céline Sciamma, 2021)

Sia lodato sempre Mubi che mi permette di vedere Petite Maman, il film che – se lo avessi visto nel 2021 – sarebbe diventato automaticamente per me il miglior film del 2021. Ma invece l’ho visto adesso e posso solo dirvi, per chi non ne sapesse nulla, che è un film che non potete non vedere.
Io amo e seguo Céline Sciamma da diversi anni. Il suo sguardo femminile, queer e femminista mi ha sempre stimolato moltissimo e anche stavolta non delude, pur alle prese con una materia molto più “normale” (anche vagamente autobiografica) ma proprio per questo estremamente universale.
Petite Maman è una storia di vita ordinaria dove lo straordinario avviene sotto i nostri occhi in modo sussurrato, depotenziato ma non per questo meno intrigante. C’è Nelly, la bambina protagonista, che aiuta la mamma Marion a svuotare la casa della nonna morta da poco. Marion è sopraffatta dal lutto, e si allontana per qualche giorno dalla famiglia. Nelly resta sola col papà, è figlia unica, è abituata a giocare in solitudine. Passeggiando nel bosco incontra una bambina della sua stessa età: sta costruendo una capanna di rami e si chiama Marion, come la madre di Nelly.
Non sto a menarla sul concetto chiave del film perché è già tutto nel titolo “la piccola mamma”. Diciamo che nel confronto tra le due bambine (difficili da distinguere perché interpretate dalle due gemelle Gabrielle e Joséphine Sanz) emerge la profondità del lutto, il valore dell’amore, l’origine della tristezza. Le due bambine crescono, ognuna a suo modo.
Il soprannaturale qui è trattato come il quotidiano, con dei semplici accorgimenti di montaggio siamo in una casa e poi nel suo doppio, siamo nel passato (?) e poi nel presente, ma il passato e il presente si mescolano nella stessa inquadratura in modo assolutamente naturale.
Indubbiamente una fortissima riflessione sulla maternità che però è travestita da piccolo film meraviglioso (dura solo 73 minuti) e proprio per questo il messaggio passa in maniera molto più efficace. #recensioniflash

CRIMES OF THE FUTURE (David Cronenberg, 2022)

Crimes of the Future (l’ultimo Cronenberg, a 8 anni da Maps to the Stars) è un ritorno al body horror che in linea generale sa un po’ di già visto. Mi spiego: la maggior parte di quello che vediamo sullo schermo TRASUDA Cronenberg da ogni inquadratura, è esattamente quello che ti aspetteresti da uno che ha fatto Videodrome, Crash, Existenz.
Ma c’è una relativa novità. Intanto il film ci elargisce una sequenza iniziale gelidamente (gratuitamente) violenta che sembra un po’ voler dire “questo è quello che vi aspetta, non faccio sconti, non faccio prigionieri”. Se qualcuno per dire si vuole fermare qua, il film inizia con una madre che uccide il proprio figlio che apparentemente non è del tutto umano.
Stabilito questo, Crimes of the Future si sviluppa attorno alle figure di Saul (Viggo Mortensen) e Caprice (Léa Seydoux), una coppia di performance artist che si esibisce in sessioni di chirurgia estrema in cui lei gli apre la pancia e gli estrae delle formazioni tumorali che lui è in grado di produrre a comando. Ah, prima di estrargliele CI FA DEI TATUAGGI SOPRA.
Vabbè. Mi fermo per chiedere lumi a chi ne sa di più, perché una cosa che non ho capito di questo film è se vuole essere in un certo senso una critica del mondo della performance art, se c’è una chiave di lettura ironica o se è tutto (come suppongo) maledettamente serio. Comunque c’è un tizio (un altro performance artist) che si fa cucire palpebre e labbra e danza con orecchie umane applicate in ogni parte del corpo. Fico.
Insomma, poi c’è un intrigo che coinvolge Wippet e Timlin (Kristen Stewart), due burocrati del “Registro nazionale nuovi organi”, il padre del bambino ucciso all’inizio che muore dalla voglia di cedere il corpo del figlio a Saul e Caprice per fargli l’autopsia in diretta in un momento di performance art, due “tecnici” dei macchinari molto gigeriani usati da Saul e Caprice che a un certo punto usano dei trapani sul cranio di non vi dico chi, un detective inquietante che parla per enigmi e niente, a un certo punto ho perso un po’ il filo.
Comunque sia, la sottotrama del bambino ucciso e di suo padre ha una certa importanza e lo scopriremo solo verso la fine, in cui Saul si produce nella sua imitazione di Renèe Falconetti in La Passione di Giovanna d’Arco di Dreyer. Perché, come dice Kristen Stewart a un certo punto, “La chirurgia è il nuovo sesso”. Ovviamente.
Tutto molto bello, dalla recitazione allo splatter al décor distopico, ma anche estremamente freddo e clinico. Forse non ci si poteva aspettare altro. #recensioniflash

THE PRINCESS (Le-Van Kiet, 2022)

Sapete che mi ero dimenticato di dirvi che ho visto questo? Troppo tardi? No, vero? 😃
Il film sorpresa che potete vedere adesso su Disney+ è The Princess. Comincia come un qualsiasi live action disneyano (stile Sleeping Beauty) e procede subito, nei primi 10 minuti, a suon di mazzate, occhi cavati, arti spezzati e polsi slogati. Perché la principessa titolare è una guerriera istruita da un’improbabile ninja medievale figlia di ninja al servizio del re e della regina. Ovvio, no?
Sospensione dell’incredulità a parte, The Princess è il film da vedere se ci si vuole divertire con un videogame a livelli in cui ci sono tante, ma veramente tante mazzate senza troppi effetti speciali e con stunt sinceri, fino al boss finale (due boss, a dire la verità) interpretati dai cattivissimi Olga Kurylenko e Dominic Cooper.
La prima nel ruolo non meglio spiegato di “sorella sadomaso del cattivo” (o forse non hanno nemmeno legami di parentela, boh) e l’altro nel ruolo di “cattivo monodimensionale che vuoi solo vedere morto direttamente dal medioevo anni ’80” e che in effetti finirà, come è d’uopo che sia in un film di tal fatta, decapitato.
La scusa per innescare la storia è che il cattivo vorrebbe impalmare la principessa per usurpare il regno ma lei porcoddue non ci sta perché è autodeterminata. Salvo poi chinare il capo quando il re padre (da lei salvato da morte certa) le dice “brava figlia ora capisco che maneggi meglio la spada dell’arcolaio, ma adesso dammi la corona che finché son vivo comando io”.
Comunque, dai. Carino. #recensioniflash

FIGLI (Giuseppe Bonito, 2020)

Mi è difficile dire qualcosa su questo film che ho visto con due anni di ritardo perché per un periodo l’hanno tolto da Prime (adesso l’ho trovato di nuovo) e al momento dell’uscita Mattia Torre era morto da poco e a me si spezzava il cuore.
Figli è fin troppo relatable per una persona che – appunto – ha avuto figli da poco (la pediatra guru, anyone?). C’è tutto il Mattia Torre che conosciamo da Boris, La linea Verticale, Ogni Maledetto Natale, quasi distillato in un’analisi sociale della famiglia del nuovo millennio portata sulle spalle con gran convinzione da Mastandrea e Cortellesi.
Il talento di Mattia Torre manca moltissimo, perché era l’unico a riuscire a fare un certo tipo di commedia in cui ogni risata è come una lamata o uno schizzo di acido. L’happy ending simbolico con il sorriso dei protagonisti è emblematico: basta scegliere di non buttarsi ogni volta dalla finestra, e la vita continua.

ENNIO (Giuseppe Tornatore, 2021)

In queste sere mi dedico ai documentari musicali che mi sono tenuto nel cassetto fino adesso. Il primo è Ennio, di Tornatore. Quasi tre ore di Ennio che racconta, Ennio che fa ginnastica, Ennio che dirige, Ennio in prima persona, Ennio raccontato.
Interviste e materiali d’archivio ricostruiscono la storia di Ennio, che ovviamente ogni italiano conosce, ma che forse molti italiani (come me) conoscono solo per le colonne sonore di Sergio Leone, Dario Argento, Elio Petri e via dicendo.
Ma Ennio è molto di più, e dopo i suoi anni di studio al conservatorio entra in RCA come arrangiatore per Morandi, Caselli, Vianello, Meccia e molti altri. Già questo non lo sapevo. Ma quando Tornatore te lo fa notare, tutto fa “click”: era ovvio, non poteva essere che lui.
Meravigliosi i passaggi in cui si racconta il Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, la cui esperienza poi confluisce nelle colonne sonore, nella sua musica sinfonica, nelle peripezie con l’Academy, fino alle ultime prove (e lì, lo confesso, un po’ cala la palpebra).
Comunque un montaggio serrato e un senso del racconto che è comune sia al regista che al protagonista rendono questo doc una perla da vedere assolutamente. Ennio è (era, purtroppo) simpaticissimo. Oltre che un genio. #recensioniflash

CYPRESS HILL: INSANE IN THE BRAIN (Esteban Oriol, 2022)

Un altro ottimo documentario che ho visto in questi giorni è Cypress Hill: Insane in the Brain di Estevan Oriol, ex road manager dei Cypress Hill nonché fotografo e videomaker che per decenni ha tenuto in archivio materiale succulento e che solo nel 2022 si è deciso a montare.
I Cypress Hill sono una chiave di volta dell’hip hop anni ’90, ma non solo. Per me sono parte del pantheon dei miei 20 anni, con Nirvana, Soundgarden, Jane’s Addiction, Rage Against the Machine, Smashing Pumpkins. I Cypress Hill hanno seminato moltissimo e hanno infine raccolto i frutti maturi del cosiddetto “crossover” (quella forma di rap/hard rock di cui furono campioni indiscussi i RATM).
Il doc parte da Cypress Avenue, SouthEast LA, e segue Muggs, Sen Dog e B-Real nella loro maratona verso il successo, con i ritmi sghembi, la marijuana come centro totalizzante della loro poetica ed estetica musicale, la voce nasalizzata, il ritmo latino (impagabile il racconto di come hanno “rubato” Eric Bobo Correa ai rivali Beastie Boys).
Oggi i Cypress Hill sono irriconoscibili, ma la loro musica è riconoscibilissima, basta una frazione di secondo e capisci che sono loro. L’analisi dei beat “fuori tempo” che c’è in una scena rivela proprio la caratteristica di Muggs (che oggi produce marijuana su larga scala, manco a dirlo).
Così lontano, così vicino, oserei dire. Le immagini di repertorio sono tutte pre-internet e le lenti della nostalgia sono verdi come l’erba dei vent’anni… #recensioniflash

THE SPARKS BROTHERS (Edgar Wright, 2021)

The Sparks Brothers è l’ultimo documentario musicale che ho visto in questi giorni e che consiglio a tutti di reperire assolutamente in tutti i luoghi e tutti i laghi. Il doc è bello soprattutto per un motivo: mi ha fatto scoprire una band di cui sapevo pochissimo e invece dovremmo tutti saperne di più! NONCIELODICONO!
Gli Sparks sono Ron e Russell Mael. Due fratelli attivi nel mondo del rock dal 1966. La loro storia ci viene raccontata dal fan adorante Edgar Wright (proprio lui!) attraverso materiale d’archivio, ricostruzioni realizzate con diverse tecniche di animazione, interviste e ovviamente tramite la viva e ironica voce di Russell e Ron.
In generale gli Sparks sono poco conosciuti, ma a quanto pare i musicisti li adorano. Nel corso di due ore e mezza mai noiose, sentirete Beck, Flea, Thurston Moore, Coso dei Franz Ferdinand, Vince Clark, Tizia delle Go-Gos, i Duran Duran, gli Human League, Todd Rundgren, Tony Visconti e molti altri tessere le lodi degli Sparks.
Il doc procede lineare a farci conoscere tutta la loro discografia, dal periodo più Kinks/Who (poco ortodosso per una band losangelina, e infatti poi emigrano per un periodo in UK), al periodo glam, dal periodo synth pop ante-litteram alla canzone d’avanguardia. Ron sempre con i baffetti da Hitler a suonare le tastiere e lanciare sguardi inquietanti, Russell a fare il dio del rock cantando i testi originalissimi e zappiani del fratello.
I cinefili più accorti ricorderanno gli Sparks per essere gli autori di Annette, da cui è tratto il meraviglioso film di Léos Carax. Questo doc ce l’avevo da parte da quando ho visto Annette l’anno scorso… e ora mi mangio le mani per non averlo visto prima e non aver conosciuto prima i 25 stratosferici album che compongono la discografia degli Sparks.
Ora, non sentirò più altro per molto tempo. #recensioniflash