DÈI SCONOSCIUTI, TOSSICODIPENDENZA E PEDOFILIA

Marzo è finito anche lui, e io sono di nuovo qui con un carico di #recensioniflash, quelle che probabilmente avete lasciato correre mentre le postavo su Facebook e invece io, implacabile come una cartella Equitalia, ve le ripropongo qui come un minestrone riscaldato. Ma saporito. Si va ad incominciare.

IL PRIMO RE (Matteo Rovere, 2019)
Difficile dire qualcosa di compiuto su questo film, un oggetto completamente alieno nell’Italia degli ultimi 30 anni. Cosa non è Il primo re: non è una rivisitazione del sandalone o peplum fantastorico anni ’50-’60. Non è un’astuta operazione metaforica in cui si vuol parlare del presente raccontando il passato. Non è il tipico film italiano. Sicuramente è vicino a produzioni come Valhalla Rising, Apocalypto, in qualche misura Revenant, ma trova un suo stile e una sua via narrativa unica pur con qualche lungaggine nella parte centrale. La storia sappiamo tutti come va a finire, quindi l’interesse sta nel vedere la dinamica tra i due fratelli prima della soluzione finale, e – diciamocelo – nelle ossa spezzate, nelle mazze chiodate, negli spadoni e nei roghi, nelle carni dilaniate, nel sangue, nella pioggia, nel fango, nel fiume, nel fuoco. Nessun film italiano mai aveva messo in campo una tale professionalità negli effetti prostetici. Lode a Matteo Rovere per aver indicato la via. Il protolatino, la luce naturale, la colonna sonora discreta, elettronica ma tribale il giusto, tutto contribuisce ad un’esperienza immersiva e totale. Poche cose stonano (forse solo un coro di voci bianche a una cerimonia funebre e una comparsa troppo simile a Caparezza). Io comunque spero che questo sia solo un inizio. #recensioniflash

SORRY TO BOTHER YOU (Boots Riley, 2018)
I grandi recuperi della domenica sera: Sorry to Bother You. A parte che è un film di Boots Riley, uno che conoscevo solo per aver fatto il rapper antagonista negli anni ’90 (lo associo a Rage Against The Machine, Living Colour, The Roots, questa gente qua). A parte che c’è Lakeith Stanfield, che da un paio d’anni apprezzo molto per il suo ruolo in Atlanta (la serie di Donald Glover / Childish Gambino). A parte la colonna sonora di Tune-Yards che urla alt-pop, noise-folk, lo-fi, free-jazz punk inglese a ogni cambio di inquadratura. Insomma a parte tutte queste cose fighe, il film è una – ehm – commedia di fantascienza anticapitalista che racconta la storia di un lavoratore di call center che si invischia in una strana agenzia per il lavoro che fa esperimenti genetici inquietanti per creare una sorta di nuovo proletariato. Ma va beh, non voglio fare spoiler. È un film intelligente, divertente, parecchio inquietante (il protagonista fa carriera nel call center perché riesce a fare bene la “voce da bianco”) e rende bene alcune dinamiche di organizzazione del lavoro, del sindacato, dell’esperienza afroamericana (in alcuni punti mi ha ricordato il sarcasmo nero di Get Out o di BlacKKKlansman). Insomma, ci sono voluti 27 anni perché Boots Riley passasse dalla musica (e dall’attivismo) al cinema, ma ne è valsa la pena. Ah, soluzioni registiche alla Michel Gondry in agguato quasi in ogni scena (in uno spezzone di animazione è addirittura citato quasi letteralmente). Un punto a favore in più. #recensioniflash

FREE SOLO (Jimmy Chin e Elizabeth Chai Vasarhelyi, 2019)
Oscar per il miglior documentario? Mi ci ficco. Free solo è un film che ti tiene incollato alla poltrona perché beh… parla di arrampicata a mani nude e mette in scena senza mezzi termini una sfida mortale tra l’uomo e la natura. Alex Honnold, il protagonista, è un simpatico cazzone oltre che un atleta estremo. Empatizziamo con lui mentre cucina robe improbabili e le mangia dalla padella, fa la doccia nel suo minivan, parla della sua vita amorosa pressoché inesistente (fino all’arrivo dell’attuale fidanzata). Ma l’altro protagonista è El Capitan, la formazione rocciosa più nota dello Yosemite Park, che Alex decide di scalare. La preparazione è tutto, e a poco a poco arriviamo al punto in cui tutti, Alex, fidanzata e collaboratori vari realizzano che l’indomani potrebbe essere il giorno dell’incontro con la morte. Segue ultima mezz’ora da mangiarsi le unghie. Recuperatelo ovunque potete (a Torino credo lo diano al Cinema Massimo). #recensioniflash

AQUAMAN (James Wan, 2019)
Aquaman, che vi devo dire. Per me i film dei supereroi dovrebbero essere tutti così. Un po’ cartooneschi, in fondo sono tratti da fumetti per ragazzi, non me ne vogliano i nerdissimi amici. Cioè, alla fine, ci piacciono i supereroi perché in fondo restiamo un po’ ragazzini. E il Cavaliere Oscuro e il Soldato d’Inverno sono drammatici, tormentati e hanno più livelli di lettura, ma gratta gratta vuoi le mazzate e le battute alla Bud Spencer, con il bonus degli attoroni e degli effetti speciali al top. E Aquaman è tutto questo: soddisfa abbastanza i filologi fumettofili, strizza l’occhio qua e là, ci stanno Nicole Kidman e Willem Dafoe, c’è un protagonista che buca lo schermo (e che in casa Marvel – Deadpool escluso – se lo sognano), e insomma figo. Un po’ lungo, ma figo. E poi c’è il topos della sequenza in Italia nel film americano, dove è palese a tutti che noi siamo sempre il paese del bar in piazzetta, della pizza, del gelato artigianale e del “buongiorno”. Salvo che poi arriva Black Manta e spacca tutto. #recensioniflash

BEAUTIFUL BOY (Felix Van Groeningen, 2019)
L’avevo lì da un po’, timoroso. Ho scoperto solo dopo che è tratto da una storia vera: in pratica è tratto da due libri paralleli, quello del padre e quello del figlio. Perciò, come in tutti i film tratti da una storia vera, alla fine ci sono le scrittine, quelle che ti dicono “poi va a finire così e cosà”. Comunque. Tentennavo perché Beautiful Boy è un film di padri e figli che parla del peggior incubo che si possa instaurare tra un padre e un figlio, dove il primo sclera perché non ha nessun modo di aiutare il secondo che si autodistrugge a poco a poco. Intendiamoci, è una storia di una banalità angosciante, se vogliamo: c’è Timothée Chalamet che si inietta ogni droga possibile e Steve Carrell che annega nell’impotenza. Vanno avanti così finché non ti aspetti il peggio, e poi c’è il twist finale: sono ancora tutti vivi, hanno fatto il libro e adesso il film. E niente, loro due sono bravissimi, questo è il punto di forza del film. Anche una certa giustapposizione in montaggi che sembrano alternati e invece sono… beh, sì, alternati ma non sul piano spaziale bensì su quello temporale (è curioso, non si vede tantissimo in giro). E poi una colonna sonora molto 1999, tipo Mogwai, Massive Attack, Tortoise, Aphex Twin, Nirvana, Sigur Ròs, ma anche Bowie, Neil Young, Grace Slick. Come film sulla droga non sta in una ideale top five (Requiem for a Dream, Trainspotting, Drugstore Cowboy, Panico a Needle Park, Basketball Diaries sarebbe la top five per me). Come film sul rapporto quotidiano tra padri e figli (es. Paris Texas, Kikujiro, Big Fish), invece, è abbastanza su. #recensioniflash

LAZZARO FELICE (Alice Rohrwacher, 2018)
Lorenzo mi dice che c’è Lazzaro Felice su Prime Video e allora via, recuperone! Volevo vederlo da tempo pur non sapendone nulla, se non che persone fidate lo avevano trovato eccezionale. E infatti. Vengo inizialmente sconvolto da una sorta di Albero degli Zoccoli 2.0, ambientato in una versione rurale degli anni ’90 in una zona imprecisata un po’ umbra, un po’ tuscia viterbese. Poi c’è questo personaggio totalmente alieno di Lazzaro, sorta di idiota (nel senso buono del termine) motore immobile della storia. C’è una storia, un intrigo che non racconto perché è sorprendente vederlo senza sapere nulla e accogliere a poco a poco quel che di mistico e di surreale accade all’incirca a metà film. Basti sapere che c’è una cesura netta tra la campagna della prima metà e la città tentacolare della seconda metà del film, che i torinesi ameranno. Ci sta piazza Baldissera, il dancing Le Roi che gli amanti di Carlo Mollino ben conoscono, Piazza Carlo Alberto, Galleria Umberto 1°, e altri luoghi probabilmente montati da altre periferie di altre città. Un film molto originale, che innesta nella contemporaneità suggestioni del nostro migliore cinema (io ci ho visto tanto Pasolini, ma indubbiamente anche De Sica, Fellini o Rossellini ci stanno): perciò, insomma, un film “fuori dal tempo”. Una bellissima sorpresa. #recensioniflash

LEAVING NEVERLAND (Dan Reed, 2019)
Ci ho messo un po’ perché insomma, dura 4 ore, è un po’ come sucarsi una miniserie. E poi diciamocelo, è pesantuccio. Ed è curioso perché è un documentario che ruota intorno a un personaggio centrale ingombrantissimo, ma in realtà è la storia di due uomini spezzati, di due famiglie distrutte, di due vite che meritano tutto lo spazio che gli è stato concesso. La cosa degli abusi, insomma, era nota per chi ci voleva credere e chi no. Non mi sembra il punto del film, anche se sfido chiunque a dire che i due protagonisti si sono inventati tutto. Il punto semmai è la testimonianza vertiginosa e asfissiante (i primi due aggettivi che mi vengono in mente) che i due ormai adulti danno di quello che a tutti gli effetti era una sorta di “fidanzamento” con Michael Jackson, che loro amavano, abbagliati come da una seduzione infinita, tra videogames, popcorn e ogni tipo di pratica sessuale (non si risparmiano i dettagli). Lo amavano e lo coprivano, finché gli effetti degli abusi subiti, complice anche il diventare padri di entrambi, sono esplosi in crisi di ansia, fasi depressive e quant’altro. Il film è la loro storia, e anche se ogni tanto mi trovavo a pensare che forse si poteva anche alleggerire un po’, e che tutte queste interviste lunghissime potevano essere sintetizzate in montaggio, poi alla fine mi son detto che se era l’unico modo per far sentire la loro voce e la loro verità, ben venga Leaving Neverland. #recensioniflash

NAZI-ZOMBIE, LESBISMO A CORTE E SHA-LA-LA-LOW









Tra recuperi storici, film nuovi di pacca, serie A, B e C, ecco qui una raccolta delle #recensioniflash di febbraio 2019 (come sempre, i film che mi hanno fatto venir voglia di dire qualcosa, perché su quelli che non mi lasciano nulla difficilmente spendo parole).

CREED II (Steven Caple Jr., 2018)
C’è questa cosa che chi mi conosce non sospetta, che ho un debole per i film di boxe. Cioè, io non guardo sport (non li capisco). Capisco solo le mazzate, la boxe, le arti marziali, il sumo, eventualmente le mazzate più metaforiche, la scherma, il tennis. In ogni caso l’uno contro uno. Solo nello scontro frontale capisco il valore dell’eroe. Ed è fuor di dubbio che Stallone è da sempre riuscito a rendere bene questa epica. Tanto quanto i film di Rocky sembrano fuori dal tempo oggi, questo Creed (e il precedente, che comunque era stata una piccola rivelazione) sorprendono per aggancio al presente, solidità narrativa, certo anche prevedibilità. Questo sequel è come da manuale più grosso, più pompato, più ansiogeno del precedente. Ma in un modo classico, sorprendente proprio perché senza troppe sorprese forzate e voglia di stupire a tutti i costi. Le mazzate ci sono, la saliva, il sangue, il sudore pure. Le sequenze di allenamento che fomentano, la sconfitta clamorosa esattamente alla fine del secondo atto, la rimonta con i 10 round in tempo reale del terzo atto, le costole rotte, l’asciugamano per terra. E quando parte il tema di Rocky, anche se non vuoi hai la pelle d’oca. Piccola annotazione: bisogna essere dei gran signori per lasciare a terra in sala di montaggio una scena in cui Rocky Balboa e Ivan Drago si menano duro in un corridoio (vista su YouTube). E Stallone, modestamente, lo è. #recensioniflash

NEXT GEN (Kevin R. Adams e Joe Ksander, 2018)
Ieri per caso stavo guardando Next Gen su Netflix: bella sorpresa. Un mix cinese di suggestioni da Terminator a Transformers passando per il riferimento più evidente a Big Hero 6, con annessi Keynote finto Apple, colonna sonora pop punk e protagonista problematica. Molto godibile anche perché la visione degli animatori cinesi della metropoli cyberpunk ha qualcosa di particolare e di diverso dagli approcci occidentali. In alcuni punti (il campetto da gioco preservato in mezzo ai grattacieli futuribili) mi ha ricordato certe visioni del futuro di Doraemon. La voce originale del robot è di John Krasinski, il che dà al tutto quella patina di malinconia. #recensioniflash

A STAR IS BORN (Bradley Cooper, 2018)
Nella mia famiglia “È nata una stella” è un po’ una staffetta. Mia madre stravedeva per Judy Garland e James Mason, io sono cresciuto con Barbra Streisand e Kris Kristofersson, nessuno ha visto l’originale del ’37 (e comunque non era un musical quindi non vale). Il recuperone era dovuto. Che posso dire. A confronto per esempio con La La Land ne esce un prodotto hollywoodiano “classico” nel senso migliore del termine, laddove il film di Chazelle era più costruito, postmoderno, citazionistico. Cooper canta suona dirige recita fa il figo come riesce bene solo a lui e spinge avanti Lady Gaga (che beninteso io adoro sempre) per spaccare meglio con le canzoni. Un film di personaggi – di archetipi direi – risaputi ma “risonanti”. Sam Elliott si becca una delle inquadrature che da sole valgono un mélo intero. Si fa guardare e ascoltare, non sfigura affatto. Lo trovo un risultato straordinario. #recensioniflash

THE FAVOURITE (Yorgos Lanthimos, 2018)
Spiace che l’irresistibile sgradevolezza di Lanthimos si sia un po’ ammorbidita, ma forse è il suo normale percorso verso il mainstream. Intendiamoci, è comunque una storia di prevaricazioni e violenza psicologica reiterata, pur mascherata da “commedia” in misura maggiore rispetto ad altri suoi film (laddove quello più “divertente” era The Lobster, dal quale piomba come un rapace la presenza di Rachel Weisz). Gli intrighi di corte – un classico del film in costume – sono qui affidati a un trio di donne eccezionali, che rappresentano alla perfezione un discorso universale sul potere e sul sesso come mezzo per ottenerlo e mantenerlo. Non ci si può distrarre, il potere va e viene, un po’ come i conigli, protagonisti dell’ultima, assurda inquadratura. Stile di regia provocatorio e in contrasto con gli ambienti e il contesto (che richiamano subito Kubrick e Greenaway), largo uso di fish eye, grandangoli, steadicam a effetto straniante. Il disagio qui è soprattutto affidato a primissimi piani tenuti ben al di là del necessario, uno scavo quasi bergmaniano sui personaggi. Degna di nota la colonna sonora: Bach, Handel, Purcell e Vivaldi, ovviamente, ma anche un paio di momenti romantici totalmente fuori contesto e un pezzo di Elton John alla spinetta che un po’ manda tutto in vacca. Una curiosità per grafici e designer, tutti i titoli di testa e di coda sono il trionfo del kerning. I miei occhi hanno festeggiato. #recensioniflash

OVERLORD (Julius Avery, 2018)
Per prima cosa voglio dire: ci sono film dove vengono spaccati crani a suon di mazzate, e questo è uno di quelli. Se amate i crani sfondati e avete apprezzato Irreversible, Brawl in Cell Block 99 o Drive, Overlord è un film che fa per voi. Se non amate i crani sfondati, il gore estremo alla Tom Savini anni ’80 (tipo Day of the Dead per intenderci) e l’assurdità di zombie movie come Il ritorno dei morti viventi, ecco allora anche no. Fatta questa doverosa premessa, Overlord parte con 10 minuti di adrenalina pura e totale con i soldati americani che la notte prima dello sbarco in Normandia si devono paracadutare in un villaggio dell’entroterra. Obiettivo: far crollare un campanile dove i nazi hanno un centro di comunicazione. Solo che ovviamente i nazi fanno gli esperimenti con i sieri zombificanti e usano i contadini francesi come cavie per ottenere il supersoldato immortale. Ok, stronzata, ma la resa è spettacolare. Da metà in poi il film diventa praticamente Wolfenstein 3D, quindi anche lì, se subite il fascino dell’effetto nostalgia per i vecchi videogame, Overlord fa per voi, altrimenti anche no. Di sicuro il tizio che fa Euron Greyjoy in GoT con la mascella aperta che sghignazza sputazzando sangue e denti e menando colpi devastanti stile Hulk vale la visione. In quota citazionismo estremo abbiamo: donna francese che neutralizza nazi zombie con lanciafiamme (Aliens, ma anche un po’ Inglorious Basterds), supernazizombie che viene impalato da un tubo di metallo (Commando), soldato buono che viene appeso a gancione da macellaio (Non aprite quella porta). Come avrete capito, per me è un sì. #recensioniflash

CAN YOU EVER FORGIVE ME? (Marielle Heller , 2018)
Ebbene. Aspettavo al varco questo film perché c’è Melissa McCarthy, per me la migliore attrice comica degli ultimi vent’anni. Che poi uno pensa, è il suo primo ruolo drammatico e tutti ooooh che bella interpretazione perché si sa che il comico che improvvisamente fa il dramma è come se fosse “promosso” ad attore vero. In realtà, dopo anni di gavetta, per me McCarthy rappresenta pienamente al femminile il mondo di Judd Apatow e Paul Feig, fautori di una commedia obliqua e molto realistica, a metà tra lo sboccato e il mumblecore, e insomma come sempre alla fine non sto parlando del film. Il film è “tratto da una storia vera”, non sto a dirvi quale perché sarebbe tutto un gran spoiler. Basti dire che è essenzialmente un film per gattare un po’ alcolizzate, che c’è Richard E. Grant ed è subito Shakespeare a colazione 30 anni dopo, che contiene un pezzo da urlo di Lou Reed prima coverizzato e poi in versione originale sui titoli di coda, che il feticismo per le macchine da scrivere e i word processor d’epoca dilaga, che i cardigan della protagonista sono qualcosa che fa venir voglia di strapparsi gli occhi. Ah, Melissa McCarthy non solo fa il ruolo drammatico ma sta imbruttita e senza trucco (perché se fai la donna brutta si sa che ti nominano agli Oscar). Altro merito incredibile del film è quello di far conoscere Dorothy Parker all’ignaro pubblico non americano. Ora voglio leggere tutti i suoi libri. #recensioniflash

RAGAZZINI, PRETI E PSICANALISTI JUNGHIANI









Perché buttar giù opinioni brevi e pregnanti sui film visti se poi si perdono come lacrime nella pioggia (di post) dei social? Niente paura, il rimedio c’è: ho pensato di raccoglierle qui per il vostro piacere intellettuale e filosofico. Partiamo quindi senza ulteriore indugio con le #recensioniflash del mese di gennaio.

MID 90s (Jonah Hill, 2018)
Sono riuscito a recuperare questo film che inseguo da almeno quattro mesi. Un film che ha tutto quello che serve per risucchiarmi completamente. Estetica tipo primo Kevin Smith con L.A. in 16 mm, scene di skate con sotto Wave of Mutilation dei Pixies (ma anche Bad Brains, A Tribe Called Quest, Misfits, Wu-Tang Clan, Jeru The Damaja, Cypress Hill), un protagonista con cui è impossibile non empatizzare (Sunny Suljic, già visto in Killing of a Sacred Deer, un giovinotto che ha scritto “star” in ogni escoriazione della pelle e che ricorda tantissimo un Jean Pierre Léaud di 60 anni fa). Storie più o meno acide di passaggio all’età adulta del tredicenne Stevie, che ha una madre single che passa da un partner all’altro e un fratello maggiore violento e rancoroso. Stevie trova un gruppo di amici in una banda di skater che lo inizia al fumo, all’alcol e al sesso, ma anche all’impegno, al confronto e all’amicizia. Non sto a dirvi nulla se non è il vostro genere. A me è garbato assai, con in più la sorpresa di capire che Jonah Hill (qui al debutto come regista) non è affatto l’ultimo dei coglioni. Bonus assoluto, come dicevo prima, la colonna sonora curata da Trent Reznor e Atticus Ross, che contiene perle dal passato come quella che vi metto qui nei commenti… vi sfido a non alzarvi e ballare sedutastante. #recensioniflash #filmculto

FIRST REFORMED (Paul Schrader, 2018)
First Reformed di Paul Schrader, beh… ti lascia senza parole. Lo capisci dalla prima lenta, minacciosa, inesorabile carrellata dal basso verso l’alto, dal buio alla luce, dalla terra al campanile della chiesa che indica Dio, la fede, il dilemma morale, che è un film speciale nel panorama odierno. E dopo quello, è comunque un horror dello spirito (anche della carne, verso la fine, se è per quello). C’è un distillato delle ossessioni di Schrader in questa storia apparentemente semplice di un pastore protestante (Ethan Hawke) alle prese con la sua piccola chiesa e in particolare con una coppia di parrocchiani attivisti ambientalisti: l’incontro con loro e il dramma che ne scaturisce fa da volano ad una corsa verso l’espiazione che è già tutta nelle prime battute. Il pastore tiene un diario (prima impressione: Schrader vuole rifare Bresson). Il pastore ha un dialogo molto intenso con un giovane ambientalista (seconda impressione: Schrader vuole rifare Bergman). A un certo punto c’è una inaspettata e inesplicabile scena di levitazione (terza impressione: Schrader vuole rifare Tarkovskji). In ogni caso, tolti di mezzo gli evidenti numi tutelari, Schrader rifà in ultima analisi sé stesso. Il religioso non è dissimile dal Travis di Taxi Driver, ma se possibile qui il tutto è ancora più intenso, più teso, più disperato. E c’è un finale che non sai dire (e che comunque richiama Dreyer).
E c’è una frase che rimane in testa: “Wisdom is holding two contradictory truths in our mind, simultaneously, Hope and despair. A life without despair is a life without hope. Holding these two ideas in our head is life itself”.
È un film che mette alla prova, doloroso come una seduta di analisi, ma che oggi è l’unico che può dialogare con i massimi calibri del “cinema spirituale”. Per me è fondamentale. #recensioniflash #filmculto

SUSPIRIA (Luca Guadagnino, 2018)
Tanta carne al fuoco, forse troppa. Tilda Swinton una e trina (nei ruoli di M.me Blanc, M.me Markos e probabilmente anche dello psicanalista ottuagenario) domina il film. Danza, giochi di potere, corpo femminile, sangue, Terzo Reich e Rote Arme Fraktion, estetica fassbinderiana, insistita desaturazione, deragliamento finale coreografico e splatter con filtro vermiglio, unica concessione alla fantasia cromatica di Argento. Il film di Guadagnino non è un remake (peraltro finisce in modo completamente diverso e in un certo senso rivisita le dinamiche tipiche dell’horror stravolgendo il luogo comune della “vergine sopravvissuta”) ma è più una riflessione visiva “ispirata da”. Incubi e deliri di montaggio, insistiti dettagli su un decor evidentemente molto studiato, body horror quanto basta (ma sinceramente pensavo più splatter). Intrecciato nella storyline principale, l’approfondimento sull’anziano psicanalista junghiano la cui moglie è stata deportata e che al momento indaga sulla Tanz Academy delle streghe (e alla fine è costretto ad assistere nudo al sabba) risulta più una distrazione che un efficace contraltare agli incantesimi. Colonna sonora bella e spiazzante, inesplicabile scena post titoli di coda. Suspiria di Guadagnino è certamente un piacere per gli occhi, ma non è un film di pancia. Resto affascinato ma perplesso. #recensioniflash

EIGHTH GRADE (Bo Burnham, 2018)
Ecco un altro film cui facevo la posta da qualche mese. Come quasi tutti i film che sto guardando nell’ultimo anno, una produzione A24. Premessa: è una roba talmente Sundance che potrebbe infastidire chi non ama la roba così indie, ma mi incuriosiva il 99% di critiche positive. In pratica è un’ora e mezza di fobia sociale, ansia, inadeguatezza, acne, imbarazzo sessuale, confusione mentale e social media. Insomma (a parte i social media) tutto quanto fa terza media da che esiste il concetto di “terza media”. Chi è sopravvissuto alla terza media sa bene che la terza media in realtà resta dentro di te per sempre, perciò un film sulla terza media – anche se io da buon GenX posso identificarmi al massimo col padre della protagonista GenZ – è per forza di cose un film “universale”. La curiosità per me sta nel vedere questo concentrato di goffa angoscia esistenziale e ormone a palla dal punto di vista femminile. C’è anche una scena francamente inquietante che evidenzia molto bene la questione del consenso e di quanto facilmente può essere ignorato. Elsie Fisher è molto in parte, si vede che il personaggio è stato ritagliato su di lei (che – curiosità simpatica – in USA è stata la voce di Masha in Masha e Orso nonché di una delle bambine di Cattivissimo Me). Comunque, vedetelo. Secondo Molly Ringwald è il film sull’adolescenza più azzeccato degli ultimi 20 anni. E di Molly Ringwald bisogna fidarsi sempre. #recensioniflash

RALPH BREAKS THE INTERNET (Phil Johnston & Rich Moore, 2018)
Ci ho messo un po’ a macinare un pensiero su Ralph Breaks the Internet. C’era qualcosa che doveva sedimentare. I bambini si divertono pur capendo poco del contesto, perché il tema di fondo (stavolta “non è obbligatorio che gli amici condividano proprio tutto tutto per essere amici”) passa bene e le scene d’azione sono esaltanti. Ma io vi parlo da adulto che in The Internetsss ci lavora da tempo. Il product placement è imbarazzante, l’intero film è un gigantesco esperimento di branding più riuscito di The Emoji Movie solo perché qui c’è talento narrativo e là c’era solo merda. La metafora visiva è ovvia, Ralph e Vannelope vanno on line e trovano una metropoli cyberpunk a livelli con il grattacielo Google, quello di Amazon e via dicendo, in una continua strizzata d’occhio da una multinazionale all’altra che mette a disagio il sottoscritto più di una volta. Poi ci sono sprazzi di situazioni ben gestite (il discorso sugli hater, sui like e la loro conversione in denaro, sul clickbait e sul malware che sfrutta le debolezze) in un continuo stiracchiamento della metafora originale – il deep web ad esempio è il quartiere più in basso popolato da mostri. E vabbè. Non ho una conclusione vera e propria. Il film è ironico e piacevole, ma anche nel suo triplo carpiato di autoironia (la visita al sito Oh My Disney dove tutte le IP Disney, Lucas, Marvel e Fox convivono in una scena che fa già impallidire Ready Player One) lascia comunque un amaro in bocca perché ci mette di fronte a una realtà “fuor di metafora” che troppo spesso fingiamo di ignorare: quelle multinazionali lì lasciano la loro impronta su tutte le nostre vite. Poi comunque niente, tutte le scene nel gioco di macchine tipo GTA sono TOP! #recensioniflash