RAGAZZINI, PRETI E PSICANALISTI JUNGHIANI

Perché buttar giù opinioni brevi e pregnanti sui film visti se poi si perdono come lacrime nella pioggia (di post) dei social? Niente paura, il rimedio c’è: ho pensato di raccoglierle qui per il vostro piacere intellettuale e filosofico. Partiamo quindi senza ulteriore indugio con le #recensioniflash del mese di gennaio.

MID 90s (Jonah Hill, 2018)
Sono riuscito a recuperare questo film che inseguo da almeno quattro mesi. Un film che ha tutto quello che serve per risucchiarmi completamente. Estetica tipo primo Kevin Smith con L.A. in 16 mm, scene di skate con sotto Wave of Mutilation dei Pixies (ma anche Bad Brains, A Tribe Called Quest, Misfits, Wu-Tang Clan, Jeru The Damaja, Cypress Hill), un protagonista con cui è impossibile non empatizzare (Sunny Suljic, già visto in Killing of a Sacred Deer, un giovinotto che ha scritto “star” in ogni escoriazione della pelle e che ricorda tantissimo un Jean Pierre Léaud di 60 anni fa). Storie più o meno acide di passaggio all’età adulta del tredicenne Stevie, che ha una madre single che passa da un partner all’altro e un fratello maggiore violento e rancoroso. Stevie trova un gruppo di amici in una banda di skater che lo inizia al fumo, all’alcol e al sesso, ma anche all’impegno, al confronto e all’amicizia. Non sto a dirvi nulla se non è il vostro genere. A me è garbato assai, con in più la sorpresa di capire che Jonah Hill (qui al debutto come regista) non è affatto l’ultimo dei coglioni. Bonus assoluto, come dicevo prima, la colonna sonora curata da Trent Reznor e Atticus Ross, che contiene perle dal passato come quella che vi metto qui nei commenti… vi sfido a non alzarvi e ballare sedutastante. #recensioniflash #filmculto

FIRST REFORMED (Paul Schrader, 2018)
First Reformed di Paul Schrader, beh… ti lascia senza parole. Lo capisci dalla prima lenta, minacciosa, inesorabile carrellata dal basso verso l’alto, dal buio alla luce, dalla terra al campanile della chiesa che indica Dio, la fede, il dilemma morale, che è un film speciale nel panorama odierno. E dopo quello, è comunque un horror dello spirito (anche della carne, verso la fine, se è per quello). C’è un distillato delle ossessioni di Schrader in questa storia apparentemente semplice di un pastore protestante (Ethan Hawke) alle prese con la sua piccola chiesa e in particolare con una coppia di parrocchiani attivisti ambientalisti: l’incontro con loro e il dramma che ne scaturisce fa da volano ad una corsa verso l’espiazione che è già tutta nelle prime battute. Il pastore tiene un diario (prima impressione: Schrader vuole rifare Bresson). Il pastore ha un dialogo molto intenso con un giovane ambientalista (seconda impressione: Schrader vuole rifare Bergman). A un certo punto c’è una inaspettata e inesplicabile scena di levitazione (terza impressione: Schrader vuole rifare Tarkovskji). In ogni caso, tolti di mezzo gli evidenti numi tutelari, Schrader rifà in ultima analisi sé stesso. Il religioso non è dissimile dal Travis di Taxi Driver, ma se possibile qui il tutto è ancora più intenso, più teso, più disperato. E c’è un finale che non sai dire (e che comunque richiama Dreyer).
E c’è una frase che rimane in testa: “Wisdom is holding two contradictory truths in our mind, simultaneously, Hope and despair. A life without despair is a life without hope. Holding these two ideas in our head is life itself”.
È un film che mette alla prova, doloroso come una seduta di analisi, ma che oggi è l’unico che può dialogare con i massimi calibri del “cinema spirituale”. Per me è fondamentale. #recensioniflash #filmculto

SUSPIRIA (Luca Guadagnino, 2018)
Tanta carne al fuoco, forse troppa. Tilda Swinton una e trina (nei ruoli di M.me Blanc, M.me Markos e probabilmente anche dello psicanalista ottuagenario) domina il film. Danza, giochi di potere, corpo femminile, sangue, Terzo Reich e Rote Arme Fraktion, estetica fassbinderiana, insistita desaturazione, deragliamento finale coreografico e splatter con filtro vermiglio, unica concessione alla fantasia cromatica di Argento. Il film di Guadagnino non è un remake (peraltro finisce in modo completamente diverso e in un certo senso rivisita le dinamiche tipiche dell’horror stravolgendo il luogo comune della “vergine sopravvissuta”) ma è più una riflessione visiva “ispirata da”. Incubi e deliri di montaggio, insistiti dettagli su un decor evidentemente molto studiato, body horror quanto basta (ma sinceramente pensavo più splatter). Intrecciato nella storyline principale, l’approfondimento sull’anziano psicanalista junghiano la cui moglie è stata deportata e che al momento indaga sulla Tanz Academy delle streghe (e alla fine è costretto ad assistere nudo al sabba) risulta più una distrazione che un efficace contraltare agli incantesimi. Colonna sonora bella e spiazzante, inesplicabile scena post titoli di coda. Suspiria di Guadagnino è certamente un piacere per gli occhi, ma non è un film di pancia. Resto affascinato ma perplesso. #recensioniflash

EIGHTH GRADE (Bo Burnham, 2018)
Ecco un altro film cui facevo la posta da qualche mese. Come quasi tutti i film che sto guardando nell’ultimo anno, una produzione A24. Premessa: è una roba talmente Sundance che potrebbe infastidire chi non ama la roba così indie, ma mi incuriosiva il 99% di critiche positive. In pratica è un’ora e mezza di fobia sociale, ansia, inadeguatezza, acne, imbarazzo sessuale, confusione mentale e social media. Insomma (a parte i social media) tutto quanto fa terza media da che esiste il concetto di “terza media”. Chi è sopravvissuto alla terza media sa bene che la terza media in realtà resta dentro di te per sempre, perciò un film sulla terza media – anche se io da buon GenX posso identificarmi al massimo col padre della protagonista GenZ – è per forza di cose un film “universale”. La curiosità per me sta nel vedere questo concentrato di goffa angoscia esistenziale e ormone a palla dal punto di vista femminile. C’è anche una scena francamente inquietante che evidenzia molto bene la questione del consenso e di quanto facilmente può essere ignorato. Elsie Fisher è molto in parte, si vede che il personaggio è stato ritagliato su di lei (che – curiosità simpatica – in USA è stata la voce di Masha in Masha e Orso nonché di una delle bambine di Cattivissimo Me). Comunque, vedetelo. Secondo Molly Ringwald è il film sull’adolescenza più azzeccato degli ultimi 20 anni. E di Molly Ringwald bisogna fidarsi sempre. #recensioniflash

RALPH BREAKS THE INTERNET (Phil Johnston & Rich Moore, 2018)
Ci ho messo un po’ a macinare un pensiero su Ralph Breaks the Internet. C’era qualcosa che doveva sedimentare. I bambini si divertono pur capendo poco del contesto, perché il tema di fondo (stavolta “non è obbligatorio che gli amici condividano proprio tutto tutto per essere amici”) passa bene e le scene d’azione sono esaltanti. Ma io vi parlo da adulto che in The Internetsss ci lavora da tempo. Il product placement è imbarazzante, l’intero film è un gigantesco esperimento di branding più riuscito di The Emoji Movie solo perché qui c’è talento narrativo e là c’era solo merda. La metafora visiva è ovvia, Ralph e Vannelope vanno on line e trovano una metropoli cyberpunk a livelli con il grattacielo Google, quello di Amazon e via dicendo, in una continua strizzata d’occhio da una multinazionale all’altra che mette a disagio il sottoscritto più di una volta. Poi ci sono sprazzi di situazioni ben gestite (il discorso sugli hater, sui like e la loro conversione in denaro, sul clickbait e sul malware che sfrutta le debolezze) in un continuo stiracchiamento della metafora originale – il deep web ad esempio è il quartiere più in basso popolato da mostri. E vabbè. Non ho una conclusione vera e propria. Il film è ironico e piacevole, ma anche nel suo triplo carpiato di autoironia (la visita al sito Oh My Disney dove tutte le IP Disney, Lucas, Marvel e Fox convivono in una scena che fa già impallidire Ready Player One) lascia comunque un amaro in bocca perché ci mette di fronte a una realtà “fuor di metafora” che troppo spesso fingiamo di ignorare: quelle multinazionali lì lasciano la loro impronta su tutte le nostre vite. Poi comunque niente, tutte le scene nel gioco di macchine tipo GTA sono TOP! #recensioniflash

DENTRO LO SPIDER-VERSE

Devo riordinare le idee.
Spider-Man: Into the Spider-Verse, due ore circa di film in cui il mio cervello non ha fatto altro che ronzare un WHAT THE FUUUUUUUUUUUUUUUUUCK lungo quanto tutto il film e totalmente ininterrotto.

Partiamo da qui. Questo è un film Marvel. Ci sono stati altri film Marvel. Questo per me è il primo vero film seriamente Marvel. Marvel è la casa delle idee. Questo è il primo film Marvel che vedo strapieno di idee, idee a raffica, senza soluzione di continuità. Non denigro gli altri film di supereroi, (anche se mi erano venuti abbastanza a noia). Sono un genere a sé, danno risultati discreti, buoni, in qualche raro caso ottimi. Ma qui siamo in un altro campionato.

Il film è dedicato a Stan Lee e Steve Ditko, senza i quali non esisterebbe il personaggio più amato del mondo dei comics. Ma c’è da ringraziare molto anche Brian Michael Bendis, responsabile dell’universo Ultimate, da cui viene Miles Morales, lo Spider-Man adolescente che vediamo in questo film. La sceneggiatura però è di Phil Lord, uno che niente niente ci ha regalato due capolavori come Piovono Polpette e The Lego Movie (quindi azione a raffica, dialoghi brillanti, citazioni pop a buttare). Pare che a un certo punto ci abbia messo le mani anche Alex Hirsch (Gravity Falls), ma non c’è nei credits. Difficile di primo acchito orientarsi nella storia delle varie dimensioni parallele (soprattutto quando arriva l’inevitabile domanda del cinquenne “Papà, cosa sono le altre dimensioni?“)… Ma non mi soffermerò sulle varie declinazioni degli universi narrativi paralleli della Marvel, da cui provengono le sei Spider-Person del film, anche se sono alla base del film e generano orgasmi multipli in tutti gli amici geek. Sono comunque abbastanza ben spiegate da non disorientare lo spettatore.

Parliamo invece dei vari Spidey in gioco. C’è Miles, adolescente afroamericano tutto hip hop e street art (è Shameik Moore, lo Shaolin Fantastic di The Get Down), c’è un Peter B. Parker da un’altra dimensione, imbolsito e divorziato da MJ (è Jake Johnson, direttamente da New Girl e perfettamente in parte), c’è la Spider-Woman di Gwen Stacy (è Hailee Stanfield, ora in sala anche con Bumblebee), c’è Spider-Man Noir, tutto in bianco e nero hard boiled (è Nicholas Cage, punto), c’è Peni Parker con il suo mecha SP//DR (è Kimiko Glenn, già Brooke Soso in Orange Is The New Black) e c’è l’assurdo Spider-Ham direttamente da un universo tipo Looney Tunes (è John Mulaney, già voce di Andrew Glouberman in Big Mouth, lo show che scrive e produce per Netflix). Tipo che tre Spider-Persone su sei arrivano da show Netflix. Vabbè. Questo per dire che c’è da rivedere il film in originale, e mettiamoci anche Liev Scheiber nel ruolo di Kingpin.

Ma la cosa più sconvolgente, quella più WHAT THE FUUUUUUUUUUUUCK di tutte, è il dipartimento animazione. Centottanta (180) animatori a metterci le mani. Un casino, direte voi. In effetti. Un delirio visivo (gli anglosassoni lo chiamano “eye-candy”) che ti assale dal primo minuto sulle immagini delle case di produzione fino all’ultima inquadratura della scena post-credits (sì, c’è una scena dopo i titoli di coda che farà fare gridolini di piacere a tutti i 40-50enni anche non troppo geek, ambientata su Terra-67)… Un frullato di cinquant’anni di storia dei media visivi, dall’animazione alla pubblicità, dal fumetto al videogame, dalla fotografia alla stampa offset, dal writing alla ascii art, dalla morbidezza del manga alla spigolosità dell’animazione contemporanea, mixed media, tavole, vignette, didascalie e onomatopee su schermo, sfocature improvvise, glitch, rotoscoping alla Ralph Bakshi, retinature, effetti 3D “vintage”, frammentazione dei punti di vista, esplosioni, colori, vortici, caleidoscopi, il tutto mixato con un sound design da urlo e una colonna sonora che più hip hop non si può, che non siamo abituati a sentire in un film d’animazione “tradizionale”. Uno che studia a livello professionale o amatoriale il fumetto, l’animazione, il design trova pane per i suoi denti (e alla fine della visione si troverà comunque i denti rotti). Ma di questo hanno parlato molto meglio di me Roberto Recchioni e Alessandro Apreda nelle loro puntuali recensioni.

Questo Spider-Man non si può nemmeno dire che rompa con la tradizione, è talmente alieno, talmente nuovo che non ha veramente nulla a che fare con la tradizione, è il futuro.
Voglio rivederlo tantissimo, e voglio andare in quella direzione.

PS: ho visto il film con la Creatura, che mi ha freddato solo con due domande chiave, una è quella sulle dimensioni parallele che ho liquidato sussurrandogli “Sono mondi diversi”, l’altra è “Ma perché Kingpin è cattivo?” che avrebbe richiesto una approfondita analisi sulle scelte morali di Kingpin e quindi ho risolto con un “Perché sì, amore”. Comunque è un film che si fa guardare anche dai bimbi, al netto di un paio di scene di tensione un po’ intense e due o tre morti ammazzati (non è un cartone che indugia sulla violenza, comunque, non c’è mai sangue, per dire). E comunque c’è Spider-Ham (aka Peter Porker) che la Creatura chiama allegramente “PORCO SPIDERMAN”.

IL MEGLIO DUEMILADICIOTTO

Fughiamo ogni dubbio: da me non trovate la classifica dei migliori libri / film /album / serie dell’anno. Da me trovate le cose migliori che io ho visto, letto, ascoltato nel corso dell’anno (che poi possono essere anche di qualche anno prima eh). A few of my favorite things, insomma, come cantava la leggiadra Maria Rainer ai figli del capitano Von Trapp. Non sono classifiche, non sono in ordine, a volte ci sono 10 item, a volte 15, a volte 20, a seconda di quanto riesco a macinare. In mezzo, a volte, ci sono anche le cose che mi hanno deluso di più nel 2018 o quelle che ancora vorrei leggere, ascoltare, vedere (una grande idea per voi lettori sarebbe quella di farmi un regalo, ché tra poco compio gli anni)!
Insomma: suggerimenti di recupero per voi, se vi fidate.
Vado direttamente a incominciare.

LIBRI

Tra me e il mondo (Ta-Nehisi Coates)
Una lettura fondamentale e coinvolgente su cosa vuol dire essere afroamericani oggi e sul concetto del “corpo nero” e di chi lo gestisce.

La festa nera (Violetta Bellocchio)
Distopia tagliente e spiraleggiante, la pianura padana dopo la fine del mondo. Sette, violenza, videomaking, oblio. Potente e immaginifico.

La sicurezza degli oggetti (A.M. Homes)
Serie di racconti disturbanti e spiazzanti, di quelli che ti rimangono dentro per un po’. Ne hanno tratto anche un film anni fa. Non l’ho visto. C’è molto sesso inquietante.

La settima funzione del linguaggio (Laurent Binet)
Thriller semiotico con Barthes, Eco, Jakobson, Derrida e un po’ tutti quelli che vi vengono in mente. Una sarabanda tra Parigi, Bologna, Venezia e New York a base di retorica, dita mozzate, omicidi eccellenti.

The Game (Alessandro Baricco)
Non so come ha fatto Baricco, ma ha riassunto in un libro tutti i miei corsi di introduzione ai media digitali, ovviamente con il suo stile che è cento volte meglio del mio. Un libro necessario per tutti, per pensare.

Le venti giornate di Torino (Giorgio De Maria)
Horror della mente tutto torinese, uscito nel ’77 e riedito 40 anni dopo. Fa pensare a Lovecraft. Gli abitanti di Torino impazziscono e muoiono male per 20 giorni, poi più nulla: cosa ci sarà dietro? Forse un social network ante litteram custodito nel Cottolengo?

Bruciare tutto (Walter Siti)
Il libro che più mi ha impressionato quest’anno (parla di pedofilia). Ho dovuto posarlo più volte e aspettare mesi prima di finirlo. Devastante, ma bellissimo. Una riflessione sul peccato, la colpa, l’espiazione. A tratti molto crudo, a tratti tenerissimo. Indimenticabile.

Le tre del mattino (Gianrico Carofiglio)
Un rapporto tra un padre e un figlio epilettico che mi ha coinvolto molto, ambientato nella cara Marsiglia, sincopato come un’improvvisazione jazz. Due anime che imparano a conoscersi.

La compagnia dell’acqua (Giacomo Papi)
Sorta di fantasy urbano ad ambientazione milanese che per me oggi vale quanto valevano i vecchi libri di Benni che oggi non riuscirei più ad aprire. Protagonista, un bambino ossessivo compulsivo: come non identificarsi?

Critica portatile al visual design (Riccardo Falcinelli)
Il saggio che più mi ha preso e divertito quest’anno, una cavalcata dal medioevo a oggi sui segni, il layout, la composizione, Steve Jobs, le serie TV, Walter Benjamin e quant’altro. Lo consigio vivamente.

Libri che ancora non ho letto ma bramo di leggere nelle prossime settimane: Cromorama (Riccardo Falcinelli) / In cucina con Kafka (Tom Gauld) / Il libro degli esseri a malapena immaginabili (Caspar Henderson) / L’animale che mi porto dentro (Francesco Piccolo) / Proletkult (Wu Ming)

COMICS & GRAPHIC NOVELS

I Kill Giants (Joe Kelly)
Una storia coinvolgente di adolescenza, lutto, fantasia, amicizia al femminile. Ne hanno tratto anche un film, meno potente ma ugualmente bello. Per me eccezionale. Le parole del gigante a Barbara, la problematica protagonista, suscitano tante lacrimone.

Macerie prime (Zerocalcare)
Un notevole exploit per il fumettista più amato (e venduto) in Italia. Due volumi belli, pregnanti, divertenti e amari. Animali fantastici e dove trovarli (nel cuore delle persone normali): paure, avidità, immobilismo e problemi dei quarantenni di oggi. Non a caso tutti quanti ci identifichiamo un po’ in ZC.

La mia cosa preferita sono i mostri (Emil Ferris)
Un po’ il caso dell’anno: disegni fitti fitti, un lavoro calligrafico allucinante, una trasposizione titanica per la storia (immaginata come “pagine di un diario grafico”) di Kara Reyes, cui piacciono i fumetti horror e i vecchi film di mostri, che scopre che anche vicino a lei ci sono mostri ben più pericolosi di quelli di fantasia…

Sex Criminals (Chip Zdarsky – Matt Fraction)
Una delle serie che ho seguito con più interesse e divertimento: i protagonisti hanno la capacità di fermare il tempo quando hanno un orgasmo, ma attenzione, la polizia del sesso è sempre in agguato! Ironico, tenero e sagace, impagabili le risposte degli autori alla rubrica di posta.

I Hate Fairyland (Skottie Young)
Young è uno dei miei disegnatori preferiti (di lui ho molto apprezzato anche la versione a fumetti del Mago di Oz): qui, forse proprio in reazione a un fantasy ingabbiato nella tradizione, Young sclera e produce commedia demenziale e splatter a pacchi. Divertentissimo. Pieno di parolacce… censurate creativamente!

Ghosts (Raina Telgemeier)
Lacrime e sorrisi con l’ultimo libro dell’autrice di Sisters. Uscito già un paio d’anni fa, racconta (di nuovo) di due sorelle, una delle quali malata, che vedono i fantasmi. Un po’ Coco, ma con maggior realismo (magico).

La fine della ragione (Roberto Recchioni)
Recchioni sputa in faccia al lettore una distopia nemmeno troppo lontana dalla realtà, con tavole ispirate che a volte ricordano Paz e Go Nagai, due autori che certamente lui ammira. Storia potente e archetipica, la Madre vince su tutto.

X-Men Grand Design (Ed Piskor)
Piskor attua la sua “magia vintage” sulle origini degli X Men, riproponendo in grande formato e su carta da pacchi con retinature anni ’60 una delle storie Marvel più amate.

Deadpool (Skottie Young)
La serie più recente di Deadpool, disegnata dall’imprescindibile Skottie Young. Devo aggiungere altro?

The Unbeatable Squirrel Girl (Ryan North – Erica Henderson)
Il piacere colpevole che non piace a nessuno tranne a me. Io adoro Squirrel Girl, l’eroina più demenziale dell’universo Marvel. Raga, ha battuto persino Hulk! Ha fermato Galactus! Ha una theme song rubata a Spider-Man! E soprattutto una scrittura con un flusso di coscienza delirante di note a piè di pagina divertentissime.

Fumetti su cui non ho ancora messo le mani ma che devo procurarmi ASAP: Cinzia (Leo Ortolani) / Kids with Guns (Capitan Artiglio) / Crawlspace (Jesse Jacobs) / La casa (Paco Roca) / Sabrina (Nick Drnaso) / Una sorella (Bastien Vivès) / Le spaventose avventure di Kitaro (Shigero Mizuki) / Dog Man (Dav Pilkey) / Night Bus (Zuo Ma)

ALBUM

7 (Beach House)
Sono il mio gruppo preferito del decennio, li ascolto in continuazione e questo album è la summa di tutti i precedenti. Dreampop a palla, distorsioni, organetti e voce sognante. Li adoro.

Dirty Computer (Janelle Monae)
Direi che è ormai evidente a tutti che Prince si è reincarnato in Janelle Monae. Ottimo album R&B con guest di tutto rispetto (Brian Wilson, Grimes, Stevie Wonder) e un piglio funk fantascientifico che contraddistingue la cantante.

Culture 2 (Migos)
La trap vera cerchiamola qua. Migos è il sound di Atlanta (vedi anche serie TV) ed è una vera sorpresa nel panorama hip hop mondiale. Può far cagare, ma il presente è questo qua.

High as Hope (Florence + The Machine)
Non resisto agli anthem di Florence, in questo nuovo album sempre più vicina in alcuni pezzi alle sue amate Kate Bush e Stevie Nicks. Spinge anche un po’ meno del solito, che se vogliamo era un suo difettuccio negli album precedenti.

Ye (Kanye West)
Il tipico caso di personaggio schizzato e assolutamente poco condivisibile nella sua ultima deriva trumpiana che però anche quando produce una cazzatina come questa è sempre al top.

Age Of (Oneothrix Point Never)
Inspiegabilmente e ossessivamente affascinante, questo è l’album elettronico dell’anno per me. Clavicembali e synth, dissonanze, elettricità statica, voci inquietanti. La Warp non delude mai.

Cosmotronic (Cosmo)
Cosmo è riuscito a rifare oggi (con originalità) quello che i Subsonica erano riusciti a fare con Microchip Emozionale. Pop elettronica e dancefloor tutto insieme con intelligenza. Da riascoltare a nastro.

Violence (Editors)
New Wave rivisitata, un po’ meno dark del solito ma con pezzi molto godibili e un ottimo risultato di Tom Smith che per me rimane uno dei migliori vocalist in circolazione.

Playlist (Salmo)
Vabbè, balliamo. L’ultimo album di Salmo è già platino e solo per il fatto che ha lanciato il primo video su Pornhub merita tutta la mia stima. Ci sono featuring di Fibra, Coez e Sfera Ebbasta.

Masseduction (St. Vincent)
Tecnicamente siamo nel 2017 ma io l’ho ascoltato a palla solo quest’anno. E l’ho adorato: mi sembra il miglior risulato finora di Anne Clarke, specialmente in pezzoni come Los Ageless o Pills (che deve moltissimo ai Talking Heads).

Album che vorrei ascoltare e – mea culpa – ancora non ho cagato di striscio: Bad Witch (NIN) / El Mal Querer (Rosalìa) / Be the Cowboy (Mitski) / Nuova Napoli (Nu Guinea) / Ciao Cuore (Riccardo Sinigallia)

I guilty pleasures sonori che comunque io ascolto a nastro: M¥SS KETA, Sfera Ebbasta, Young Signorino e poi, va da sé, Liberato.

FILM

Dogman
Uno dei tre film italiani che segnalo, echi di Pasolini, regia misuratissima, interpretazione eccezionale. Non c’è splatter ma una visione dall’alto della condizione umana degradata alla violenza come gioco di relazione.

A Quiet Place
Thriller / horror / fantascienza con una marcia in più, non foss’altro che per l’idea di base: non si può fare rumore altrimenti i mostri ti sentono e ti divorano. Ovviamente la protagonista (Emily Blunt) deve, tipo, partorire.

Hereditary
L’horror più devastante dell’anno. Un po’ pretenzioso sul finale, ma angosciante, disturbante, con i colpi di scena al posto giusto, e un’atmosfera genuinamente malata. Le nonne sataniche ci perseguitano anche dall’oltretomba…

Roma
Ci vuol poco a dire che Roma è il film “più bello” dell’anno. Vince su diversi fronti, la ricostruzione d’epoca sembra veramente azzeccata e tutto è incredibilmente… vero. Frammentario e organico al tempo stesso, formalmente affascinante e – anche se per me ci è voluto un po’ – emotivamente coinvolgente.

Chiamami col tuo nome
Un mélo leggero ma straziante di Guadagnino, un film che riesce a rappresentare in modo bruciante il desiderio, il turbambento d’amore, la sessualità di un adolescente. Scena della pesca con Battiato inclusa.

Ready Player One
Uno Spielberg un po’ affrettato ma in gran spolvero per la rilettura filmica di uno dei miei romanzi preferiti. Visivamente eccezionale (eye candy, si suol dire), forse con poco “cuore” ma con una scena di meta-cinema che fa storia a sé.

The Predator
Il miglior film d’azione dell’anno, c’è dietro Shane Black, ho detto tutto. Un reboot con le palle.

La ballata di Buster Scruggs
Il film dei Coen per Netflix sembra una serie TV surreale compressa in due ore di film. Colpisce, diverte, affascina. Calca molto sul pedale del postmoderno, per chi non ama il genere è un problema.

Un affare di famiglia
AKA Shoplifters di Hirozaku Kore’eda. Un colpo di fulmine il film giapponese con personaggi borderline che impari ad amare solo perché… Kore’eda te li presenta come esseri umani! Parte di un ciclo sulla “famiglia” di cui dovrò recuperare gli altri “episodi”.

Black Panther
Uno di due film Marvel che ho apprezzato quest’anno, anche per il suo significato politico in questo 2018. Il Wakanda è affascinante con il suo mix di savana e hi-tech, e il cast all-black è convincente assai.

BlacKKKlansman
A proposito di all-black, l’ultimo Spike Lee è un colpo di genio: infiltrare un poliziotto nero nel KKK con l’aiuto di un poliziotto bianco ebreo. Sembra una barzelletta, invece è divertente, potente, commovente (tratto da una storia vera).

They’ll Love me when I’m Dead
Documentario Netflix sulla lavorazione dell’ultimo, interrotto film di Orson Welles, The Other Side of the Wind (anche quello finito da Bogdanovich con produzione Netflix). Un’occasione unica per entrare nei processi creativi di un grande del cinema.

Loro
L’affresco berlusconiano di Sorrentino, potentissimo nella prima parte, più elegiaco nella seconda, con momenti di genio assoluto e altri momenti di vacuità. Comunque sia, un film da non perdere, con un gigantesco Toni Servillo.

The Florida Project
Una delle rivelazioni dell’anno, dal regista di Tangerine: una storia di bambini lasciati a sé stessi in un motel nei pressi dei megaparchi DisneyWorld, con un Willem Dafoe in stato di grazia. Commedia amara, molto umana.

Sicilian Ghost Story
Terzo (ma non meno importante) film italiano della lista, che giustamente ora sta facendo il botto in tutto il mondo (da noi uscì nel 2017). Fantasy, fiaba gotica e cronaca si intrecciano in un film onirico e delicato, ispirato al terribile omicidio di Giuseppe Di Matteo. Giovani attori eccezionali.

Brawl in Cell Block N. 9
Serie B con i controcoglioni, violenza a mille, speranza zero nella storia di un poveraccio che finisce in prigione e si avvita in una spirale nera di sangue, sporcizia e morte. Con Vince Vaughn. Non per stomaci delicati.

A Ghost Story
Horror filosofico quasi alla Terence Malick, una riflessione sullo spirito e su cosa resta dell’uomo dopo la morte. Lentissimo, meditativo, silenzioso, dà nuova luce al tradizionale “lenzuolone coi buchi” dell’iconografia fantasmatica.

The Man Who Killed Don Quixote
E finalmente il mio amato Terry Gilliam è riuscito a produrre il suo film su Don Quixote. Non il suo capolavoro, ma comunque un ottimo film con un ispiratissimo Adam Driver.

Deadpool 2
L’altro film Marvel dell’anno. L’ho apprezzato ancor più di Deadpool 1. Che già avevo apprezzato molto. Ma bisogna dire che qui c’è anche un giovanissimo comprimario di razza, il neozelandese Julian Dennison, che regge mezzo film.

Mandy
Sarei tentato di dire il miglior film dell’anno. Un’orgia psichedelica di sangue, violenza, droghe, motociclisti demoniaci, duelli alla motosega, sette sataniche, e su tutto il ghigno folle di Nicolas Cage. Da vedere.

Film usciti negli ultimi mesi che devo assolutamente recuperare: Mid 90s / Halloween / Overlord / A simple favor / Tully / First Man / A star is born / First Reformed / Sorry to Bother You / Death of Stalin / Can you ever forgive me? / Eight Grade / Suspiria

Film che mi hanno deluso parecchio per vari motivi che non vi sto a dire ma che in sostanza mi hanno fatto dire “bah”: Bohemian RhapsodyAnnihilation / Death Wish / The Nun / Mute 

ANIMAZIONE (CINEMA E TV)

L’isola dei cani
L’immaginazione di Wes Anderson al potere. Bello come e più di Fantastic Mr. Fox, rappresenta una summa animata dei temi cari al regista. E io l’ho adorato.

Coco
Tecnicamente del 2017 ma tutti lo abbiamo visto a capodanno, via. Pixar al suo meglio, dia de los muertos, teschi coloratissimi e una bella storia che insegna a grandi e piccini a gestire il lutto e sentirsi parte di una famiglia.

Gatta cenerentola
Ottimo prodotto italiano in un ambito dove gli italiani lavorano pochissimo. Liberamente ispirato all’omonima fiaba di Basile e ambientato in una Napoli steampunk visivamente eccezionale, il film diventa un thriller sui generis mai banale e al pari di analoghi esperimenti d’autore francesi. E poi tra i doppiatori c’è Ciro Priello.

Final Space
La space opera che aspettavo, una serie divertente / angosciante, con un conto alla rovescia puntata dopo puntata verso la morte del protagonista. Non delirante come Rick e Morty, ma un ottimo risultato di Adult Swim.

Bojack Horseman 4
Siamo ormai al quarto anno, e BoJack è sempre di più nel mio cuore con la sua carica di ansie, depressioni, dipendenze e quant’altro. L’episodio del discorso funebre, vorrei dire, è uno dei top televisivi dell’anno.

Big Mouth
Lo show Netflix sui cambiamenti della pubertà è una delle cose più divertenti viste in TV, grazie anche al cast delle voci. Il mostro dell’ormone e quello della vergogna entrano di diritto nel pantheon delle creature immaginarie più belle di sempre.

Steven Universe
Sempre sia lodato Steven per l’evolversi in senso sempre più complesso delle sue storie di scoperta di sé. Rebecca Sugar nel finale della quinta stagione ha dipanato in parallelo la sua mitologia delle Gemme spaziali e la maturazione sempre più importante di Steven. Con in più il primo matrimonio LGBTQ della storia dell’animazione per ragazzi.

She-Ra and the Princesses of Power
Noelle Stevenson ha azzeccato in pieno con questo reboot al femminile di She-Ra (a sua volta spinoff dei Masters of the Universe), con disegni, tono e storie apprezzabili su vari livelli di lettura. Da Dreamworks Animation, su Netflix.

Duck Tales
Anche questo un reboot di uno show Disney di grandissimo successo negli anni ’80, qui modernizzato non solo come stile e disegni, ma anche come tratteggio dei personaggi, molto più tridimensionali. Un must per chi ama i paperi, avventura al suo meglio (e Uncle Scrooge è David Tennant).

Hilda
Da una serie di libri di successo, la serie Netflix che più mi ha sorpreso quest’anno: la piccola Hilda cresce in un mondo di tronchi parlanti, troll, folletti e altre amenità, ma fa amicizia anche con i “normali” compagni di scuola. Delizioso. Sigla di Grimes.

Film o serie animate che devo recuperare: Ralph Breaks the Internet / Into the Spiderverse / Trollhunters 2 / The Hollow

Delusioni nell’ambito di prodotti di animazione che, insomma, pensavo meglio: Disenchantment / Peter Rabbit / Le epiche avventure di Capitan Mutanda / Gli Incredibili 2

SERIE TV

Chilling Adventures of Sabrina
Netflix ci ha puntato parecchio, e in effetti è una delle serie migliori dell’anno. Teen horror con venature di commedia, potrebbe essere il Buffy del nuovo millennio: buona messa in scena, interpreti sempre azzeccati, storia accattivante di Aguirre-Sacasa.

Atlanta
Le serie comedy da seguire negli ultimi anni per me sono due: una è Atlanta di FX, l’altra è quella qui sotto. Qui Donald Glover ha ideato un micro-universo narrativo tra hip hop, trap, piccola criminalità e bozzetti di vita vissuta che è assolutamente perfetto. Siamo alla seconda stagione.

Glow
Anche Glow, su Netflix, è alla seconda stagione e cresce sempre di più. Le ragazze del wrestling attraversano una ricostruzione anni ’80 con una grinta incredibile, ogni personaggio ha le sue peculiarità e l’aspetto metanarrativo non è mai pesante. C’è almeno un episodio che rasenta la genialità.

Everything Sucks
Non è piaciuta a nessuno, tant’è vero che Netflix l’ha tolta di mezzo dopo la prima stagione. Io l’ho assolutamente adorata e – cosa che non faccio mai – ho firmato petizioni on line per farla tornare. Teen comedy ambientata nei ’90 (decennio poco frequentato) con delicate storie di amicizia, amore e queerness. Una boccata d’aria fresca, con giovani attori molto credibili.

Il miracolo
Le serie italiane che funzionano si contano sulle dita di una mano. Il miracolo (di Niccolò Ammaniti) mi è parsa una di queste. Il fantastico radicato in un contesto quotidiano, realistico, solo un filo grottesco, come è tipico dell’autore. La madonna lacrima sangue, e dietro c’è una storia terribile che risale a molti anni fa…

Good Girls
Heist comedy molto simpatica con Christina Hendricks. Le tre brave ragazze protagoniste, bisognose di liquidità per vari buoni motivi, fanno una rapina al supermarket. Le cose non vanno come ci si aspetta e le criminali in erba finiscono in un gioco più grande di loro. Tempi comici e drammatici distribuiti perfettamente.

Hill House
Premetto che devo ancora finirla. Ma se vogliamo parlare di come trattare l’horror in una serie TV, quindi su tempi lunghi e senza jump scares, Hill House vince su tutta la linea. Culo chiuso per il 90% del tempo, per una nuova (e più elaborata) versione della classica storia di fantasmi di Shirley Jackson.

The Kominsky Method
Alan Arkin e Michael Douglas. Basterebbe questo. Ci si mette anche Chuck Lorre in cabina di scrittura e regia. Non può che uscirne una serie comedy acida e sincopata, tra problemi della terza età e monologhi sul senso della recitazione. Un lungo buddy movie degno di Walther Matthau e Jack Lemmon.

Patrick Melrose
Cumberbatch è Dio, questo è un dato di fatto incontrovertibile. In questa serie Showtime dà il meglio di sé, tanto che la sua interpretazione mi è sembrata rivaleggiare con quella di Sherlock (perché Cumberbatch può rivaleggiare solo con sé stesso, è chiaro). Patrick è un adulto disfunzionale e drogato perché ha subito abusi da piccolo. La storia si dipana su più piani temporali ed è tenera e agghiacciante al tempo stesso. Fortuna l’happy ending.

The End of the F**king World
Tratta da un graphic novel già di suo notevole, questa serie Netflix è stata una delle più viste dell’anno. Cupa, splatter e adolescenziale, con poco sesso e molta pulsione di morte, riesce ad essere comunque divertente pur nell’angoscia delle situazioni narrate (una sorta di Natural Born Killers nella campagna inglese).

Una valanga di serie TV interessantissime che non sono ancora riuscito a vedere perché le giornate sono solo di 24 ore e le prime 20 sono dedicate ad altro: Killing Eve / The Terror / Homecoming / L’amica geniale / Barry / Bodyguard / Cobra Kai / The Marvelous Ms. Maisel  / The Handmaid’s Tale / Wild Wild Country / Sharp Objects

Le serie TV di cui sono riuscito a vedere massimo uno, due episodi e poi continuavo a dormire senza alcuna speranza che agganciassero ulteriormente il mio interesse (ma che sulla carta erano abbastanza fighe, o che avevano attori di grido): Maniac / Insatiable / Altered Carbon / Westworld 2 / The Good Place

Con questo direi che abbiamo concluso.
Mi piacerebbe che – oltre a farmi notare che “pazzo, manca il film x o la serie y”, o “a me zxyyx ha fatto cagare” – mi suggeriste nei commenti altre belle cose da vedere, ascoltare, leggere che io magari non ho nemmeno considerato.
Dài, scambiamoci i link. Buone feste.