IL MEGLIO DUEMILADICIOTTO

Fughiamo ogni dubbio: da me non trovate la classifica dei migliori libri / film /album / serie dell’anno. Da me trovate le cose migliori che io ho visto, letto, ascoltato nel corso dell’anno (che poi possono essere anche di qualche anno prima eh). A few of my favorite things, insomma, come cantava la leggiadra Maria Rainer ai figli del capitano Von Trapp. Non sono classifiche, non sono in ordine, a volte ci sono 10 item, a volte 15, a volte 20, a seconda di quanto riesco a macinare. In mezzo, a volte, ci sono anche le cose che mi hanno deluso di più nel 2018 o quelle che ancora vorrei leggere, ascoltare, vedere (una grande idea per voi lettori sarebbe quella di farmi un regalo, ché tra poco compio gli anni)!
Insomma: suggerimenti di recupero per voi, se vi fidate.
Vado direttamente a incominciare.

LIBRI

Tra me e il mondo (Ta-Nehisi Coates)
Una lettura fondamentale e coinvolgente su cosa vuol dire essere afroamericani oggi e sul concetto del “corpo nero” e di chi lo gestisce.

La festa nera (Violetta Bellocchio)
Distopia tagliente e spiraleggiante, la pianura padana dopo la fine del mondo. Sette, violenza, videomaking, oblio. Potente e immaginifico.

La sicurezza degli oggetti (A.M. Homes)
Serie di racconti disturbanti e spiazzanti, di quelli che ti rimangono dentro per un po’. Ne hanno tratto anche un film anni fa. Non l’ho visto. C’è molto sesso inquietante.

La settima funzione del linguaggio (Laurent Binet)
Thriller semiotico con Barthes, Eco, Jakobson, Derrida e un po’ tutti quelli che vi vengono in mente. Una sarabanda tra Parigi, Bologna, Venezia e New York a base di retorica, dita mozzate, omicidi eccellenti.

The Game (Alessandro Baricco)
Non so come ha fatto Baricco, ma ha riassunto in un libro tutti i miei corsi di introduzione ai media digitali, ovviamente con il suo stile che è cento volte meglio del mio. Un libro necessario per tutti, per pensare.

Le venti giornate di Torino (Giorgio De Maria)
Horror della mente tutto torinese, uscito nel ’77 e riedito 40 anni dopo. Fa pensare a Lovecraft. Gli abitanti di Torino impazziscono e muoiono male per 20 giorni, poi più nulla: cosa ci sarà dietro? Forse un social network ante litteram custodito nel Cottolengo?

Bruciare tutto (Walter Siti)
Il libro che più mi ha impressionato quest’anno (parla di pedofilia). Ho dovuto posarlo più volte e aspettare mesi prima di finirlo. Devastante, ma bellissimo. Una riflessione sul peccato, la colpa, l’espiazione. A tratti molto crudo, a tratti tenerissimo. Indimenticabile.

Le tre del mattino (Gianrico Carofiglio)
Un rapporto tra un padre e un figlio epilettico che mi ha coinvolto molto, ambientato nella cara Marsiglia, sincopato come un’improvvisazione jazz. Due anime che imparano a conoscersi.

La compagnia dell’acqua (Giacomo Papi)
Sorta di fantasy urbano ad ambientazione milanese che per me oggi vale quanto valevano i vecchi libri di Benni che oggi non riuscirei più ad aprire. Protagonista, un bambino ossessivo compulsivo: come non identificarsi?

Critica portatile al visual design (Riccardo Falcinelli)
Il saggio che più mi ha preso e divertito quest’anno, una cavalcata dal medioevo a oggi sui segni, il layout, la composizione, Steve Jobs, le serie TV, Walter Benjamin e quant’altro. Lo consigio vivamente.

Libri che ancora non ho letto ma bramo di leggere nelle prossime settimane: Cromorama (Riccardo Falcinelli) / In cucina con Kafka (Tom Gauld) / Il libro degli esseri a malapena immaginabili (Caspar Henderson) / L’animale che mi porto dentro (Francesco Piccolo) / Proletkult (Wu Ming)

COMICS & GRAPHIC NOVELS

I Kill Giants (Joe Kelly)
Una storia coinvolgente di adolescenza, lutto, fantasia, amicizia al femminile. Ne hanno tratto anche un film, meno potente ma ugualmente bello. Per me eccezionale. Le parole del gigante a Barbara, la problematica protagonista, suscitano tante lacrimone.

Macerie prime (Zerocalcare)
Un notevole exploit per il fumettista più amato (e venduto) in Italia. Due volumi belli, pregnanti, divertenti e amari. Animali fantastici e dove trovarli (nel cuore delle persone normali): paure, avidità, immobilismo e problemi dei quarantenni di oggi. Non a caso tutti quanti ci identifichiamo un po’ in ZC.

La mia cosa preferita sono i mostri (Emil Ferris)
Un po’ il caso dell’anno: disegni fitti fitti, un lavoro calligrafico allucinante, una trasposizione titanica per la storia (immaginata come “pagine di un diario grafico”) di Kara Reyes, cui piacciono i fumetti horror e i vecchi film di mostri, che scopre che anche vicino a lei ci sono mostri ben più pericolosi di quelli di fantasia…

Sex Criminals (Chip Zdarsky – Matt Fraction)
Una delle serie che ho seguito con più interesse e divertimento: i protagonisti hanno la capacità di fermare il tempo quando hanno un orgasmo, ma attenzione, la polizia del sesso è sempre in agguato! Ironico, tenero e sagace, impagabili le risposte degli autori alla rubrica di posta.

I Hate Fairyland (Skottie Young)
Young è uno dei miei disegnatori preferiti (di lui ho molto apprezzato anche la versione a fumetti del Mago di Oz): qui, forse proprio in reazione a un fantasy ingabbiato nella tradizione, Young sclera e produce commedia demenziale e splatter a pacchi. Divertentissimo. Pieno di parolacce… censurate creativamente!

Ghosts (Raina Telgemeier)
Lacrime e sorrisi con l’ultimo libro dell’autrice di Sisters. Uscito già un paio d’anni fa, racconta (di nuovo) di due sorelle, una delle quali malata, che vedono i fantasmi. Un po’ Coco, ma con maggior realismo (magico).

La fine della ragione (Roberto Recchioni)
Recchioni sputa in faccia al lettore una distopia nemmeno troppo lontana dalla realtà, con tavole ispirate che a volte ricordano Paz e Go Nagai, due autori che certamente lui ammira. Storia potente e archetipica, la Madre vince su tutto.

X-Men Grand Design (Ed Piskor)
Piskor attua la sua “magia vintage” sulle origini degli X Men, riproponendo in grande formato e su carta da pacchi con retinature anni ’60 una delle storie Marvel più amate.

Deadpool (Skottie Young)
La serie più recente di Deadpool, disegnata dall’imprescindibile Skottie Young. Devo aggiungere altro?

The Unbeatable Squirrel Girl (Ryan North – Erica Henderson)
Il piacere colpevole che non piace a nessuno tranne a me. Io adoro Squirrel Girl, l’eroina più demenziale dell’universo Marvel. Raga, ha battuto persino Hulk! Ha fermato Galactus! Ha una theme song rubata a Spider-Man! E soprattutto una scrittura con un flusso di coscienza delirante di note a piè di pagina divertentissime.

Fumetti su cui non ho ancora messo le mani ma che devo procurarmi ASAP: Cinzia (Leo Ortolani) / Kids with Guns (Capitan Artiglio) / Crawlspace (Jesse Jacobs) / La casa (Paco Roca) / Sabrina (Nick Drnaso) / Una sorella (Bastien Vivès) / Le spaventose avventure di Kitaro (Shigero Mizuki) / Dog Man (Dav Pilkey) / Night Bus (Zuo Ma)

ALBUM

7 (Beach House)
Sono il mio gruppo preferito del decennio, li ascolto in continuazione e questo album è la summa di tutti i precedenti. Dreampop a palla, distorsioni, organetti e voce sognante. Li adoro.

Dirty Computer (Janelle Monae)
Direi che è ormai evidente a tutti che Prince si è reincarnato in Janelle Monae. Ottimo album R&B con guest di tutto rispetto (Brian Wilson, Grimes, Stevie Wonder) e un piglio funk fantascientifico che contraddistingue la cantante.

Culture 2 (Migos)
La trap vera cerchiamola qua. Migos è il sound di Atlanta (vedi anche serie TV) ed è una vera sorpresa nel panorama hip hop mondiale. Può far cagare, ma il presente è questo qua.

High as Hope (Florence + The Machine)
Non resisto agli anthem di Florence, in questo nuovo album sempre più vicina in alcuni pezzi alle sue amate Kate Bush e Stevie Nicks. Spinge anche un po’ meno del solito, che se vogliamo era un suo difettuccio negli album precedenti.

Ye (Kanye West)
Il tipico caso di personaggio schizzato e assolutamente poco condivisibile nella sua ultima deriva trumpiana che però anche quando produce una cazzatina come questa è sempre al top.

Age Of (Oneothrix Point Never)
Inspiegabilmente e ossessivamente affascinante, questo è l’album elettronico dell’anno per me. Clavicembali e synth, dissonanze, elettricità statica, voci inquietanti. La Warp non delude mai.

Cosmotronic (Cosmo)
Cosmo è riuscito a rifare oggi (con originalità) quello che i Subsonica erano riusciti a fare con Microchip Emozionale. Pop elettronica e dancefloor tutto insieme con intelligenza. Da riascoltare a nastro.

Violence (Editors)
New Wave rivisitata, un po’ meno dark del solito ma con pezzi molto godibili e un ottimo risultato di Tom Smith che per me rimane uno dei migliori vocalist in circolazione.

Playlist (Salmo)
Vabbè, balliamo. L’ultimo album di Salmo è già platino e solo per il fatto che ha lanciato il primo video su Pornhub merita tutta la mia stima. Ci sono featuring di Fibra, Coez e Sfera Ebbasta.

Masseduction (St. Vincent)
Tecnicamente siamo nel 2017 ma io l’ho ascoltato a palla solo quest’anno. E l’ho adorato: mi sembra il miglior risulato finora di Anne Clarke, specialmente in pezzoni come Los Ageless o Pills (che deve moltissimo ai Talking Heads).

Album che vorrei ascoltare e – mea culpa – ancora non ho cagato di striscio: Bad Witch (NIN) / El Mal Querer (Rosalìa) / Be the Cowboy (Mitski) / Nuova Napoli (Nu Guinea) / Ciao Cuore (Riccardo Sinigallia)

I guilty pleasures sonori che comunque io ascolto a nastro: M¥SS KETA, Sfera Ebbasta, Young Signorino e poi, va da sé, Liberato.

FILM

Dogman
Uno dei tre film italiani che segnalo, echi di Pasolini, regia misuratissima, interpretazione eccezionale. Non c’è splatter ma una visione dall’alto della condizione umana degradata alla violenza come gioco di relazione.

A Quiet Place
Thriller / horror / fantascienza con una marcia in più, non foss’altro che per l’idea di base: non si può fare rumore altrimenti i mostri ti sentono e ti divorano. Ovviamente la protagonista (Emily Blunt) deve, tipo, partorire.

Hereditary
L’horror più devastante dell’anno. Un po’ pretenzioso sul finale, ma angosciante, disturbante, con i colpi di scena al posto giusto, e un’atmosfera genuinamente malata. Le nonne sataniche ci perseguitano anche dall’oltretomba…

Roma
Ci vuol poco a dire che Roma è il film “più bello” dell’anno. Vince su diversi fronti, la ricostruzione d’epoca sembra veramente azzeccata e tutto è incredibilmente… vero. Frammentario e organico al tempo stesso, formalmente affascinante e – anche se per me ci è voluto un po’ – emotivamente coinvolgente.

Chiamami col tuo nome
Un mélo leggero ma straziante di Guadagnino, un film che riesce a rappresentare in modo bruciante il desiderio, il turbambento d’amore, la sessualità di un adolescente. Scena della pesca con Battiato inclusa.

Ready Player One
Uno Spielberg un po’ affrettato ma in gran spolvero per la rilettura filmica di uno dei miei romanzi preferiti. Visivamente eccezionale (eye candy, si suol dire), forse con poco “cuore” ma con una scena di meta-cinema che fa storia a sé.

The Predator
Il miglior film d’azione dell’anno, c’è dietro Shane Black, ho detto tutto. Un reboot con le palle.

La ballata di Buster Scruggs
Il film dei Coen per Netflix sembra una serie TV surreale compressa in due ore di film. Colpisce, diverte, affascina. Calca molto sul pedale del postmoderno, per chi non ama il genere è un problema.

Un affare di famiglia
AKA Shoplifters di Hirozaku Kore’eda. Un colpo di fulmine il film giapponese con personaggi borderline che impari ad amare solo perché… Kore’eda te li presenta come esseri umani! Parte di un ciclo sulla “famiglia” di cui dovrò recuperare gli altri “episodi”.

Black Panther
Uno di due film Marvel che ho apprezzato quest’anno, anche per il suo significato politico in questo 2018. Il Wakanda è affascinante con il suo mix di savana e hi-tech, e il cast all-black è convincente assai.

BlacKKKlansman
A proposito di all-black, l’ultimo Spike Lee è un colpo di genio: infiltrare un poliziotto nero nel KKK con l’aiuto di un poliziotto bianco ebreo. Sembra una barzelletta, invece è divertente, potente, commovente (tratto da una storia vera).

They’ll Love me when I’m Dead
Documentario Netflix sulla lavorazione dell’ultimo, interrotto film di Orson Welles, The Other Side of the Wind (anche quello finito da Bogdanovich con produzione Netflix). Un’occasione unica per entrare nei processi creativi di un grande del cinema.

Loro
L’affresco berlusconiano di Sorrentino, potentissimo nella prima parte, più elegiaco nella seconda, con momenti di genio assoluto e altri momenti di vacuità. Comunque sia, un film da non perdere, con un gigantesco Toni Servillo.

The Florida Project
Una delle rivelazioni dell’anno, dal regista di Tangerine: una storia di bambini lasciati a sé stessi in un motel nei pressi dei megaparchi DisneyWorld, con un Willem Dafoe in stato di grazia. Commedia amara, molto umana.

Sicilian Ghost Story
Terzo (ma non meno importante) film italiano della lista, che giustamente ora sta facendo il botto in tutto il mondo (da noi uscì nel 2017). Fantasy, fiaba gotica e cronaca si intrecciano in un film onirico e delicato, ispirato al terribile omicidio di Giuseppe Di Matteo. Giovani attori eccezionali.

Brawl in Cell Block N. 9
Serie B con i controcoglioni, violenza a mille, speranza zero nella storia di un poveraccio che finisce in prigione e si avvita in una spirale nera di sangue, sporcizia e morte. Con Vince Vaughn. Non per stomaci delicati.

A Ghost Story
Horror filosofico quasi alla Terence Malick, una riflessione sullo spirito e su cosa resta dell’uomo dopo la morte. Lentissimo, meditativo, silenzioso, dà nuova luce al tradizionale “lenzuolone coi buchi” dell’iconografia fantasmatica.

The Man Who Killed Don Quixote
E finalmente il mio amato Terry Gilliam è riuscito a produrre il suo film su Don Quixote. Non il suo capolavoro, ma comunque un ottimo film con un ispiratissimo Adam Driver.

Deadpool 2
L’altro film Marvel dell’anno. L’ho apprezzato ancor più di Deadpool 1. Che già avevo apprezzato molto. Ma bisogna dire che qui c’è anche un giovanissimo comprimario di razza, il neozelandese Julian Dennison, che regge mezzo film.

Mandy
Sarei tentato di dire il miglior film dell’anno. Un’orgia psichedelica di sangue, violenza, droghe, motociclisti demoniaci, duelli alla motosega, sette sataniche, e su tutto il ghigno folle di Nicolas Cage. Da vedere.

Film usciti negli ultimi mesi che devo assolutamente recuperare: Mid 90s / Halloween / Overlord / A simple favor / Tully / First Man / A star is born / First Reformed / Sorry to Bother You / Death of Stalin / Can you ever forgive me? / Eight Grade / Suspiria

Film che mi hanno deluso parecchio per vari motivi che non vi sto a dire ma che in sostanza mi hanno fatto dire “bah”: Bohemian RhapsodyAnnihilation / Death Wish / The Nun / Mute 

ANIMAZIONE (CINEMA E TV)

L’isola dei cani
L’immaginazione di Wes Anderson al potere. Bello come e più di Fantastic Mr. Fox, rappresenta una summa animata dei temi cari al regista. E io l’ho adorato.

Coco
Tecnicamente del 2017 ma tutti lo abbiamo visto a capodanno, via. Pixar al suo meglio, dia de los muertos, teschi coloratissimi e una bella storia che insegna a grandi e piccini a gestire il lutto e sentirsi parte di una famiglia.

Gatta cenerentola
Ottimo prodotto italiano in un ambito dove gli italiani lavorano pochissimo. Liberamente ispirato all’omonima fiaba di Basile e ambientato in una Napoli steampunk visivamente eccezionale, il film diventa un thriller sui generis mai banale e al pari di analoghi esperimenti d’autore francesi. E poi tra i doppiatori c’è Ciro Priello.

Final Space
La space opera che aspettavo, una serie divertente / angosciante, con un conto alla rovescia puntata dopo puntata verso la morte del protagonista. Non delirante come Rick e Morty, ma un ottimo risultato di Adult Swim.

Bojack Horseman 4
Siamo ormai al quarto anno, e BoJack è sempre di più nel mio cuore con la sua carica di ansie, depressioni, dipendenze e quant’altro. L’episodio del discorso funebre, vorrei dire, è uno dei top televisivi dell’anno.

Big Mouth
Lo show Netflix sui cambiamenti della pubertà è una delle cose più divertenti viste in TV, grazie anche al cast delle voci. Il mostro dell’ormone e quello della vergogna entrano di diritto nel pantheon delle creature immaginarie più belle di sempre.

Steven Universe
Sempre sia lodato Steven per l’evolversi in senso sempre più complesso delle sue storie di scoperta di sé. Rebecca Sugar nel finale della quinta stagione ha dipanato in parallelo la sua mitologia delle Gemme spaziali e la maturazione sempre più importante di Steven. Con in più il primo matrimonio LGBTQ della storia dell’animazione per ragazzi.

She-Ra and the Princesses of Power
Noelle Stevenson ha azzeccato in pieno con questo reboot al femminile di She-Ra (a sua volta spinoff dei Masters of the Universe), con disegni, tono e storie apprezzabili su vari livelli di lettura. Da Dreamworks Animation, su Netflix.

Duck Tales
Anche questo un reboot di uno show Disney di grandissimo successo negli anni ’80, qui modernizzato non solo come stile e disegni, ma anche come tratteggio dei personaggi, molto più tridimensionali. Un must per chi ama i paperi, avventura al suo meglio (e Uncle Scrooge è David Tennant).

Hilda
Da una serie di libri di successo, la serie Netflix che più mi ha sorpreso quest’anno: la piccola Hilda cresce in un mondo di tronchi parlanti, troll, folletti e altre amenità, ma fa amicizia anche con i “normali” compagni di scuola. Delizioso. Sigla di Grimes.

Film o serie animate che devo recuperare: Ralph Breaks the Internet / Into the Spiderverse / Trollhunters 2 / The Hollow

Delusioni nell’ambito di prodotti di animazione che, insomma, pensavo meglio: Disenchantment / Peter Rabbit / Le epiche avventure di Capitan Mutanda / Gli Incredibili 2

SERIE TV

Chilling Adventures of Sabrina
Netflix ci ha puntato parecchio, e in effetti è una delle serie migliori dell’anno. Teen horror con venature di commedia, potrebbe essere il Buffy del nuovo millennio: buona messa in scena, interpreti sempre azzeccati, storia accattivante di Aguirre-Sacasa.

Atlanta
Le serie comedy da seguire negli ultimi anni per me sono due: una è Atlanta di FX, l’altra è quella qui sotto. Qui Donald Glover ha ideato un micro-universo narrativo tra hip hop, trap, piccola criminalità e bozzetti di vita vissuta che è assolutamente perfetto. Siamo alla seconda stagione.

Glow
Anche Glow, su Netflix, è alla seconda stagione e cresce sempre di più. Le ragazze del wrestling attraversano una ricostruzione anni ’80 con una grinta incredibile, ogni personaggio ha le sue peculiarità e l’aspetto metanarrativo non è mai pesante. C’è almeno un episodio che rasenta la genialità.

Everything Sucks
Non è piaciuta a nessuno, tant’è vero che Netflix l’ha tolta di mezzo dopo la prima stagione. Io l’ho assolutamente adorata e – cosa che non faccio mai – ho firmato petizioni on line per farla tornare. Teen comedy ambientata nei ’90 (decennio poco frequentato) con delicate storie di amicizia, amore e queerness. Una boccata d’aria fresca, con giovani attori molto credibili.

Il miracolo
Le serie italiane che funzionano si contano sulle dita di una mano. Il miracolo (di Niccolò Ammaniti) mi è parsa una di queste. Il fantastico radicato in un contesto quotidiano, realistico, solo un filo grottesco, come è tipico dell’autore. La madonna lacrima sangue, e dietro c’è una storia terribile che risale a molti anni fa…

Good Girls
Heist comedy molto simpatica con Christina Hendricks. Le tre brave ragazze protagoniste, bisognose di liquidità per vari buoni motivi, fanno una rapina al supermarket. Le cose non vanno come ci si aspetta e le criminali in erba finiscono in un gioco più grande di loro. Tempi comici e drammatici distribuiti perfettamente.

Hill House
Premetto che devo ancora finirla. Ma se vogliamo parlare di come trattare l’horror in una serie TV, quindi su tempi lunghi e senza jump scares, Hill House vince su tutta la linea. Culo chiuso per il 90% del tempo, per una nuova (e più elaborata) versione della classica storia di fantasmi di Shirley Jackson.

The Kominsky Method
Alan Arkin e Michael Douglas. Basterebbe questo. Ci si mette anche Chuck Lorre in cabina di scrittura e regia. Non può che uscirne una serie comedy acida e sincopata, tra problemi della terza età e monologhi sul senso della recitazione. Un lungo buddy movie degno di Walther Matthau e Jack Lemmon.

Patrick Melrose
Cumberbatch è Dio, questo è un dato di fatto incontrovertibile. In questa serie Showtime dà il meglio di sé, tanto che la sua interpretazione mi è sembrata rivaleggiare con quella di Sherlock (perché Cumberbatch può rivaleggiare solo con sé stesso, è chiaro). Patrick è un adulto disfunzionale e drogato perché ha subito abusi da piccolo. La storia si dipana su più piani temporali ed è tenera e agghiacciante al tempo stesso. Fortuna l’happy ending.

The End of the F**king World
Tratta da un graphic novel già di suo notevole, questa serie Netflix è stata una delle più viste dell’anno. Cupa, splatter e adolescenziale, con poco sesso e molta pulsione di morte, riesce ad essere comunque divertente pur nell’angoscia delle situazioni narrate (una sorta di Natural Born Killers nella campagna inglese).

Una valanga di serie TV interessantissime che non sono ancora riuscito a vedere perché le giornate sono solo di 24 ore e le prime 20 sono dedicate ad altro: Killing Eve / The Terror / Homecoming / L’amica geniale / Barry / Bodyguard / Cobra Kai / The Marvelous Ms. Maisel  / The Handmaid’s Tale / Wild Wild Country / Sharp Objects

Le serie TV di cui sono riuscito a vedere massimo uno, due episodi e poi continuavo a dormire senza alcuna speranza che agganciassero ulteriormente il mio interesse (ma che sulla carta erano abbastanza fighe, o che avevano attori di grido): Maniac / Insatiable / Altered Carbon / Westworld 2 / The Good Place

Con questo direi che abbiamo concluso.
Mi piacerebbe che – oltre a farmi notare che “pazzo, manca il film x o la serie y”, o “a me zxyyx ha fatto cagare” – mi suggeriste nei commenti altre belle cose da vedere, ascoltare, leggere che io magari non ho nemmeno considerato.
Dài, scambiamoci i link. Buone feste.

MEMORABILIA 2017

E anche quest’anno volge al suo termine.
Fa freddo, c’è lo smog, c’è Salvini.
Siamo tutti un anno più vecchi e più stanchi. Siamo tutti reduci. Tra poco è Natale, il giorno più temuto dell’anno, e subito dopo è “cosa fai a capodanno?” (non che la domanda mi turbi particolarmente… capodanno è l’ultima serata in cui uscire). Ma come sempre, nello sconforto e nel disagio si stagliano luminosi alcuni fari, alcune pietre miliari che rallegrano la vita del misantropo sociopatico. In un barlume di pietas umana voglio quindi condividere la musica, il cinema, le serie TV e i libri che mi hanno aiutato a non diventare un serial killer per quest’anno. Ecco a voi.

ALBUM

1. American Dream (LCD Soundsystem) . Dopo sette anni un ritorno stellare, che sa di Bowie, di Eno, di Talking Heads, di New Order e Joy Division, di angoscia, di depressione, di glitter e di strobo. L’album perfetto.
2. DAMN. (Kendrick Lamar) – Se non vi esalta Kendrick Lamar, io non so. Per me esistono lui, Drake e Kanye. Ma quest’anno lui ha fatto l’album definitivo (e si è portato a casa pure gli U2)
3. Melodrama (Lorde) – Se dobbiamo cedere al pop che si appiccica alle orecchie cediamo con gusto. Lorde mi ricorda la giovane Kate Bush con il piglio iconoclasta della giovane Bjork. In una parola, molto gggiovane.
4. Masseduction (St. Vincent) – Se possibile ogni album di St. Vincent è meglio del precedente. Qui il noise si sposa con il glam e il funk minimale alla Prince per un ascolto forse più accessibile ma mai banale. Ironia musicale a pacchi.
5. Lust for Life (Lana Del Rey) – Niente, Lana del Rey continua ad essere la perfetta colonna sonora per lo scazzo esistenziale dei diversamente giovini come me. Peraltro a sto giro c’è anche Stevie Nicks. E una pseudo-cover di Creep.
6. Rest (Charlotte Gainsbourg) – Se è Gainsbourg è comunque una garanzia. A parte gli scherzi, questo album è la sorpresa/outsider. C’è dentro Moroder e McCartney, Daft Punk e Air, impossibile non amare questo dream-electro-pop.
7. L’amore e la violenza (Baustelle) – Bianconi: o lo ami o lo odi. A me piace sempre, e il Vangelo di Giovanni lo trovo uno dei pezzi italiani più belli del decennio.
8. Album (Ghali) – Ghali per me è la sorpresa hip hop italiana dell’anno. L’ho amato molto e trovo che abbia il flow e la presenza più interessante di tutta la scena (t)rap.
9. Utopia (Bjork) – Da quando Bjork collabora con ARCA è diventata un po’ difficile da ascoltare, ma con un po’ di concentrazione si scoprono molte cose piacevoli (ed è meno cupo di Vulnicura).
10. Heaven Upside Down (Marilyn Manson) – Oh, niente, io ci provo a non farmelo piacere. Ma mi è troppo simpatico. Sogno sempre un duetto tra lui e Peter Murphy.

Ce ne sono tanti altri che cito a caso e che ascolto spesso come Sleep Well Beast (The Nationals), Villains (Queens of the Stone Age), Concrete and Gold (Foo Fighters), Flower Boy (Tyler, the Creator), Mental Illness (Aimee Mann), Mia Maestà (Bassi Maestro), Everything Now (Arcade Fire), A casa tutto bene (Brunori Sas), Spirit (Depeche Mode), Fenomeno (Fabri Fibra), Carpaccio ghiacciato (Myss Keta), Torno domani (Priestess), qualunque cosa di Liberato.

SERIE TV

1. Mindhunter (Joe Penhall / David Fincher) – Parte lenta ma cresce in fascino: sostanzialmente non succede nulla, ma il bello è nelle interviste ai serial killer. In pratica un meta-thriller.
2. Bojack Horseman (Raphael-Bob Waksberg) – Full immersion nelle quattro stagioni disponibili, per una serie di animazione che esplora meglio di ogni altra le profondità un po’ oscure dell’animo, depressione, autolesionismo, etc. Non potrei più farne a meno.
3. Stranger Things 2 (Duffer Bros.) – Ai Duffer piace vincere facile, anche quest’anno. Adorabile, come il cucciolo di demogorgon nelle prime puntate. Per certi versi anche se è mancato l’effetto sorpresa, anche meglio della prima stagione. Godibilissimi anche gli speciali condotti da Jim Rash.
4. American Gods (Bryan Fuller / Michael Green) – Una grandissima sorpresa, una festa visiva per la trasposizione di uno dei migliori romanzi di Gaiman. Aspetto con ansia la seconda stagione.
5. Black Mirror 3 (Charlie Brooker) – Chevvelodicoaffà. Poi sta arrivando la 4.
6. Master of None 2 (Aziz Ansari) – Tra le comedy, quella che ho preferito. Sta sempre in bilico tra lo stand-up e le tentazioni alla Woody Allen, ma si fa seguire. Poi le prime due puntate si svolgono a Modena, e allora!
7. Dark (Baran Bo Odar) – Piacevole variazione sul tema mystery/sci-fi che è stato accostato a Stranger Things ma è in realtà più verso le atmosfere di Twin Peaks (quello classico), Broadchurch o Les revenants. Viaggi nel tempo e tedeschi depressi, cosa volere di più?
8. Atypical (Robia Rashid) – Interessante comedy sulla neurodiversità e su come un giovane che vive nello “spettro” dell’autismo possa/voglia rapportarsi col gentil sesso. Tra Apatow e Sundance.
9. Glow (Liz Flahive / Jenji Kohan) – Donne che fanno wrestling negli anni ’80. Devo aggiungere altro?
10. Broadchurch 3 (Chris Chibnall) – E niente, questa serie ITV con David Tennant ha tenuto botta fino alla terza stagione senza cedimenti. Perfetta.

Piacere colpevole: 13 Reasons Why, serie in cui avrei voluto vedere tutti morti talmente erano antipatici, ma in fondo mi prendeva.
Asso pigliatutto fuori concorso: Twin Peaks 3, un incubo di videoarte lungo 18 ore, probabilmente la cosa più sconvolgente che ho visto quest’anno tra cinema e TV.
Animazione: certo, c’è già Bojack, ma è talmente “vero” che se fosse live action farebbe malissimo (l’animazione è una scelta per distanziare emotivamente). Le serie animate veramente top del 2017 per me sono tre: DuckTales nuova versione di Disney XD, una rilettura aggiornata e intelligente delle classiche storie di paperi (meraviglia poi la voce di Tennant per Uncle Scrooge), OK K.O.! Let’s Be Heroes di Cartoon Network che è per certi versi simile a Steven Universe (parte del team è lo stesso) ma più slapstick, se capite cosa intendo, e infine Rick e Morty 3 di Adult Swim, che prosegue la folle e scorretta cavalcata nella fantascienza dei due protagonisti aggiungendo dettagli e backstory e rendendo più tridimensionali i personaggi.
Serie che vorrei ancora vedere e probabilmente spariglierebbero un po’ la classifica: Godless, Suburra, Young Sheldon, Handmaid’s Tale, Big Little Lies, Mr. Mercedes, She’s Gotta Have It.

FILM

1. Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve) – Non era facile. Per me ha vinto la scommessa, ricreando una certa atmosfera, ampliandola e proponendo variazioni sul tema. Non può competere con l’originale, ma non dovrebbe nemmeno.
2. Baby Driver (Edgar Wright) – Il film che mi ha fomentato di più quest’anno, quello che mi ha fatto stare in punta di poltrona, a gesticolare e a battere il piedino a tempo di musica. E non è poco.
3. Get Out (Jordan Peele) – Commedia horror sociale, giocata sul filo del rasoio e quasi perfettamente equilibrata (io un po’ più di sangue ce l’avrei visto bene ma ad ognuno i suoi gusti). Black Lives Matter, a quanto pare.
4. Dunkirk (Christopher Nolan) – Si può dire tutto e niente, comunque un gran pezzo di bravura audiovisiva. Manca un po’ il coinvolgimento e tutto è un po’ concettuale, ma avercene di film così.
5. Atomic Blonde (David Leitch) – Tra i film di menare secondo me spicca parecchio. E anche in assoluto un’esperienza audiovisiva interessante. Poi oh, Charlize Theron che spacca i culi.
6. It (Andres Muschietti) – Non si può non citare It per lo stesso motivo di Stranger Things: andava visto. Ed è molto godibile, se mettiamo da parte l’ossessione per la fedeltà al testo. Viene voglia di essere di nuovo dodicenni per spaventarsi ancora.
7. Logan (James Mangold) – Un “taglio” diverso per Wolverine (haha, il gioco di parole): questo è l’unico film di supereroi che mi è veramente piaciuto quest’anno. Cupo come una ballata di Johnny Cash. Un pezzo di bravura.
8. Arrival (Denis Villeneuve) – Sarebbe del 2016 ma da noi è arrivato nel 2017, tiè. E per la prima volta un regista in lista con due film… Questa è la fantascienza che mi piace (vedi anche sotto nei libri). Una fantascienza… linguistica!
9. Mother! (Darren Aronofsky) – In molti lo hanno odiato. Io me lo sono assolutamente goduto. Merita una seconda visione. Horror spiritual-biblico con interpreti al top. Molto delirante.
10. Guardians of the Galaxy Vol.2 (James Gunn) – Il pop all’ennesima potenza: forse anche meglio del primo. Colonna sonora sempre da urlo, effetti visivi bellissimi, e poi Kurt Russell. Fossero tutti così i film Marvel.

Piaceri colpevoli: Split, John Wick 2.
Non pervenuti: la maggior parte dei cinecomics, che da circa due anni mi hanno un po’ rotto le palle.
Lato animazione potrei citare Despicable Me 3, ma sono sicuro che Coco, che vedrò a breve, sarà il mio cartoon preferito dell’anno.
Film che devo ancora recuperare e che di sicuro sconvolgerebbero tutta la classifica, ma tant’è, prima della fine dell’anno non ci riesco di sicuro): Silence (Martin Scorsese), Toni Erdmann (Maren Ade), Shape of Water (Guillermo del Toro), Detroit (Kathryn Bigelow), The Disaster Artist (James Franco), The Square (Ruben Ostlund), Sicilian Ghost Story (Fabio Grassadonia e Antonio Piazza), Ghost in the Shell (Rupert Sanders), L’altro volto della speranza (Aki Kaurismaki), The Beguiled (Sofia Coppola), La gatta cenerentola (Cappiello/Guarnieri/Rak).

LIBRI

1. Critica portatile al Visual Design (Riccardo Falcinelli) – Sorprendentemente (ma nemmeno poi tanto) il libro più coinvolgente che ho letto quest’anno. Non riuscivo a staccarmi. Avercene.
2. Giorni selvaggi (William Finnegan) – Una vita per il surf, dai ’60 a oggi. Cosa c’entra con me? Poco, ma è una lettura intrigante e rivelatrice. Lo consiglio.
3. Le venti giornate di Torino (Giorgio De Maria) – Piccolo classico underground dei ’70 risalito a galla nel 2017. Un horror/thriller misteriosissimo ambientato in città, con una sorta di precognizione dei social network a venire.
4. La compagnia dell’acqua (Giacomo Papi) – Può passare per un semplice romanzo per ragazzi, certo. In realtà è semplicemente una storia “fantastica” su un bambino che impara come gestire l’ansia. Personalmente, il libro italiano dell’anno.
5. Prisoners of Geography (Tim Marshall) – Un libro di geopolitica in lingua? Ebbene sì, ed è anche molto interessante. Partendo dalle mappe si svela la politica a lungo termine delle maggiori potenze mondiali. Necessario.
6. La lingua geniale (Andrea Marcolongo) – Operazione nostalgia? No, semplicemente un libro scritto molto bene che trasmette il giusto amore per una lingua ingiustamente temuta.
7. Stories of your life and others (Ted Chiang) – Da uno di questi racconti è tratto il film Arrival. Impossibile non leggere questa raccolta, una delle migliori “cose” di fantascienza scoperte ultimamente.
8. The Princess Diarist (Carrie Fisher) – La Fisher racconta il backstage di un momento cruciale della sua vita con uno stile molto diretto. Magari è per appassionati, ma il libro si fa leggere molto bene e procura una fitta di nostalgia per la recente perdita di una persona così brillante.
9. Patience (Daniel Clowes) – Un graphic novel denso e ricco di soluzioni interessanti, dedicato ad una storia di amore e viaggi nel tempo. Per me un capolavoro.
10. Tre uomini in barca (Jerome K. Jerome) – La rilettura di un classico, almeno una volta all’anno, va fatta. Le vacanze hanno assunto tutto un altro sapore con questo capolavoro dell’umorismo inglese.

La cosa curiosa della mia esperienza con i libri, ora che leggo metà “fisico” e metà “digitale”, è che mi sento meno in colpa a leggere 10 cose contemporaneamente e non finirne neanche una. Due terzi dei libri della lista sono ancora in lettura. Ma mi stanno piacendo assai.
E per chi ne lamentasse l’assenza, Macerie prime di Zerocalcare è ovviamente fuori concorso, tanto di solito è la mia lettura di fine anno e rientrerebbe comunque di default in una top ten.
Sempre sul fronte comics, parlando di serie da edicola il mio plauso va ai primi numeri di Mercurio Loi di Bilotta e di Dragonero Adventures (la versione young adult del personaggio di Enoch).

Vi ho dato abbastanza suggerimenti per le sante feste? Spero di sì.
Almeno con tutte queste cose da leggere, ascoltare, guardare non penserete alle brutture del mondo.
E a Salvini.

GALLEGGIANO TUTTI

IT 2017

Vi devo dire la mia sul capitolo 1 di IT.
Non si tratta di una recensione, quanto di una raccolta di impressioni da persona “informata sui fatti” (credenziali: fan di King da quando avevo 12 anni, IT è stato ed è tuttora il mio romanzo preferito tra quelli scritti da lui anche se in età adulta se l’è giocata molto con 22.11.63). E vi devo dire la mia con spoiler, se di spoiler si può parlare per una storia che è nota anche ai sassi da circa 30 anni. Ve la devo dire perché sono rimasto abbastanza colpito da alcune cose, impossibili da sintetizzare in due righe di post.

Questo IT 2017 è un film da vedere per diversi motivi. Primo tra tutti quello dell’effetto nostalgia e del confronto ozioso ma divertente tra libro, miniserie anni ’90 e film attuale (per quanto siamo solo alla prima parte di un dittico).
IT non è né più né meno di quello che mi aspettavo: un film ben realizzato (i brutti film sono altri, diciamocelo), che tradisce molti dei passaggi del romanzo e reinventa alcune cose. Nessun problema per me, sono mezzi diversi, ci sta che racconti storie leggermente diverse: non tutti i bambini protagonisti hanno gli stessi “traumi” che hanno nel romanzo, ci sono alcune aggiunte, certamente anche molte omissioni – prima fra tutte la famigerata scena del rito sessuale nelle fogne – ma se non è rispettata la lettera kinghiana, c’è comunque lo spirito (anche se tutta la parte più “magica”, la tartaruga, le deadlights sono solo accennate con una strizzata d’occhio allo spettatore nerd) .

Hanno voluto evitare di edulcorare la narrazione mettendo in scena tutto quello che potevano permettersi di mettere in scena (nulla di più di un horror mediamente splatter, comunque) e il film “funziona”, anche se allo spettatore attuale può mancare il montaggio alternato tra le storie dei bambini e quelle degli adulti. La scelta di assegnare a due film diversi le due linee temporali fa sì che questo capitolo 1 si inserisca perfettamente nel revival anni ’80 che nuovamente sta prendendo piede (sì, c’è anche l’attore di Stranger Things, sì, questo IT è quello che Super 8 di Abrams non è riuscito ad essere qualche anno fa). Suppongo che il capitolo 2, al netto delle scelte di casting, sarà invece un film molto triste e dolente (laddove questo dipinge molto bene la meraviglia del passaggio da infanzia a adolescenza).

Quello che certamente contraddistingue questo IT è che… non fa paura. Intendiamoci, il lavoro di Bill Skarsgård su Pennywise è ammirevole, ma chi si mangia la scena sono i bambini (contrariamente alla miniserie dove i bambini e gli adulti erano abbastanza insignificanti mentre Tim Curry dominava incontrastato). Ma, c’è un ma. IT è un romanzo degli anni ’80 ambientato negli anni ’50: la nuova versione modernizza e riambienta negli ’80 mimando (come fa anche Stranger Things) non solo mode, ambienti e storia ma anche il modo di raccontare. Perciò la paura che suscita IT 2017 è quel tipo di paura cosiddetta jump scare che fa subito vecchio. Cioè, va benissimo intendiamoci, colonna sonora di tensione, bambino che si guarda intorno nel buio e TA-DAAAN! il pagliaccio maniaco è dietro le sue spalle. Un meccanismo che però temo non spaventi più nemmeno i tredicenni.

IT non ti rimane dentro per la paura che fa, insomma. Pennywise è reso bene, visivamente tutto il film è “oscuro” il giusto, c’è un ottimo lavoro su scenografie e sound design (bellissima la tana di IT dove “galleggiano tutti”), ci sono dei picchi di humor nero molto divertenti, c’è una colonna sonora che almeno in un paio di momenti (i Cult, i Cure…) mi ha positivamente sorpreso. Ma quello che resta è un’altra cosa.

Dicevo, i bambini.
IT (sempre come Stranger Things che poi è un superomaggio al mondo di King incrociato con quello di Spielberg) vale soprattutto per l’alchimia che si crea nel gruppo dei bambini, i “Perdenti”. E quindi va a toccare più che altro quelle corde lì. È un ottimo film di coming-of-age. Sophia Lillis, che emerge più degli altri nel cast corale, è la bambina di cui tutti ci siamo innamorati da piccoli. E – insieme a Millie Bobby Brown di Stranger Things – può diventare la nuova “fidanzatina d’america”.

A margine, questo può presentare dei problemi nella misura in cui entrambe le attrici minorenni stanno un po’ patendo quella che è la sessualizzazione tipica dell’industria dell’intrattenimento (media che tendono a farle apparire più “forzatamente sexy” di quanto non siano in realtà). Nel caso di Sophia Lillis è ancora andata bene che non si sia insistito, come dicevo all’inizio, su quanto seguiva al primo rito di Chüd. Sul suo ruolo di motore della narrazione esclusivamente in quanto portatrice di “effetto puffetta” e oggetto del desiderio di tutti, se ne può parlare, ma in fondo era così anche nel romanzo.

Ecco, direi che al netto di alcune scelte di sceneggiatura (tagli, cambiamenti rispetto al romanzo originale), quello che un po’ mi ha deluso nel nuovo IT è che poteva essere un po’ più sgradevole. Non voglio dire che un bambino di quattro anni con un braccio strappato da un clown fognario, uno scarico di lavandino che manda fuori più sangue di un geyser o una donna deforme che mangia la faccia a un dodicenne non siano sgradevoli. Ma ci sono alcuni aspetti sui quali avrei usato una mano più pesante. Sgradevole per me è Henry Bowers che incide col coltello la trippa di Ben (e lasciatemi dire, nel film Henry fa più paura di Pennywise). Sgradevole è il padre di Beverly. Sgradevole è la vecchia che si gira dall’altra parte mentre Georgie viene ucciso.

Derry è marcia nel midollo, ecco – mi sarebbe piaciuto se questo fosse venuto un po’ più fuori.