STEVEN UNIVERSE FUTURE

Sembra sempre strano quando lo scrivo, ma quando ci penso bene è effettivamente così. Dal 2016 ad oggi la mia vita (e quella della mia famiglia) ha avuto dei miglioramenti grazie ad una serie animata*.

Mi riferisco ovviamente a Steven Universe (160 episodi per cinque stagioni dal 2013 al 2019, disponibile ancorché poco agevolmente** su Cartoon Network, Boing e da un paio d’anni anche su Netflix), la serie di Rebecca Sugar sul bambino figlio di un umano e di una gemma spaziale che difende il nostro mondo dalle gemme malvagie, scoprendo a poco a poco i suoi super poteri e soprattutto venendo a conoscenza della intricata backstory dei propri genitori e tutori legali.

In pratica vi ho fatto il tipico blurb da Netflix, poi ovviamente la storia è molto più complicata di così e non è mia intenzione farne un’analisi adesso. C’entra il modo con cui cambia lo sguardo verso la figura genitoriale, c’entrano i traumi pregressi e i “carichi” che la storia familiare spesso ti dà, c’entra l’empatia come chiave per risolvere i conflitti, c’entra soprattutto la definizione di un’identità personale svincolata dalle convenzioni sociali e pienamente auto-affermata (il tutto in episodi animati da 10 minuti l’uno, figo, no?)… Vi rimando ad un mio vecchio post per approfondire.

Idee più chiare? Bene. La quinta stagione si è conclusa nella primavera 2019 con un lungo episodio speciale (“Change Your Mind“) ancora inedito in Italia. Nell’autunno del 2019 è uscito Steven Universe The Movie (qui la mia recensione), un vero e proprio musical che potrebbe definirsi come un “victory lap”, un ultimo giro di giostra che riprende in 90 minuti tutti i temi della serie e ne tira le fila. Ma il fandom di SU (di cui peraltro faccio parte a pieno titolo) è affezionato al limite della mania, e lo stesso deve essere per Rebecca Sugar stessa.

Ecco quindi che nel 2020 Steven Universe è tornato con una nuova serie “Future“, che come il film si svolge qualche tempo dopo il finale della quinta stagione. Steven è a pieno titolo un adolescente problematico, che sembra essere in pace con sé stesso, ma evidentemente non lo è. La chiave della nuova serie? Steven ha sempre risolto con la sua intelligenza emotiva i problemi di tutti, ma non ha mai risolto i suoi. E adesso questi problemi (sotto forma di “poteri”) stanno premendo dall’interno per uscire.

Nei dieci episodi finora usciti, Steven scopre di avere grossi problemi di gestione della rabbia, per esempio. Una rabbia che si manifesta sotto forma di un aura rosa che aumenta a dismisura i suoi poteri, ma che lo rende decisamente meno umano. Si parte dal desiderio – ancora una volta – di essere d’aiuto per gli altri per arrivare alla realizzazione che l’unica persona che ha bisogno d’aiuto è proprio Steven. Un caso da manuale di PTSD mista ad angoscia esistenziale, paura della solitudine e sindrome del Caregiver. Nel corso degli episodi scopriamo che Rose, la madre di Steven, ha commesso molte più “malefatte” di quelle che già erano note in passato. Il carico di sensi di colpa che Steven si porta dietro per colpa della madre è un tema centrale in tutta la serie, ma qui si ripresenta con maggiore potenza: Steven è destinato a ripercorrere lo stesso percorso di Rose?

La maestria dello storytelling di Rebecca Sugar ha fatto sì che negli anni gli spettatori scoprissero insieme con i protagonisti della serie che il personaggio di Rose, inizialmente idealizzato nella sua assoluta e non scalfibile “bontà”, è in realtà uno dei più complessi, ambigui e “fallati” del mondo di Steven Universe. Un character arc “a ritroso” che in molti casi ha confuso gli spettatori che oggi disprezzano il personaggio come se fosse il villain dello show. Ovviamente non è così. Al di là dei molti antagonisti “esterni”, che bene o male fanno la parte di cattivi “da operetta” o si convertono a rimanere al fianco di Steven, il vero male da combattere in Steven Universe è la refrattarietà ad accogliere dentro di sé anche le emozioni negative e a viverle pienamente come è giusto che sia.

In generale, la scelta di proseguire con una “nuova” serie è indicativa di quanto la Sugar sia disposta ad esplorare quello che succede a un eroe dopo che il suo viaggio è finito. Cosa resta dell’avventura? Come può sopravvivere Steven – il salvatore del mondo – quando nessuno ha più veramente bisogno di lui? SUF rischia in alcuni episodi di rasentare il filler (termine vagamente dispregiativo usato per indicare episodi che non portano avanti significativamente la trama orizzontale), ma in altri – come “Volleyball”, “Little Graduation” o “Prickly Pear” – vola altissimo. Steven deve accettare di non essere più necessario, deve lasciar andare i suoi vecchi amici e deve, come si suol dire, voltare pagina. Crescere vuol dire riconoscere i propri bisogni e saperli comunicare. Ma Steven è stato troppo occupato a diventare un eroe e salvare il mondo. Deve ancora imparare a salvare sé stesso.

Da pochi giorni è uscita la notizia (eccitante e al tempo stesso ferale per i fan) che Steven Universe Future riprenderà il 6 marzo con gli ultimi dieci episodi prima della fine-fine-quella-vera. Cento minuti sembrano pochi per imparare a gestire la ridda di emozioni che si agitano nel cuore di Steven, ma dovremo accontentarci.
Tutto sommato, credo che non resteremo delusi.

* Acuto com’è nell’analizzare i temi della depressione e dei problemi psicologici dei personaggi (è praticamente un Bojack Horseman per bambini), Steven Universe mi ha inaspettatamente aiutato in momenti molto bui della mia vita, e sono convinto che averlo riguardato con la Creatura abbia contribuito a farlo crescere meno manesco e con il valore dell’empatia e del riconoscimento delle diversità.

** Non so su Cartoon Network Italia, ma su Boing hanno lo stramaledetto vizio di trasmettere blocchi di episodi “a cazzo”, il che è la morte per una serie come Steven Universe che basa il 90% del suo appeal sulla continuity molto forte tra i vari episodi e le varie stagioni.  Su Netflix invece hanno deciso di pubblicare la prima stagione e poi la quarta, senza la seconda e la terza. Insomma, un casino. Su Kimcartoon lo trovate tutto (in inglese). Se cercate il gruppo Steven Universe Italia su Facebook e chiedete lì, qualche dritta ve la danno di certo. Non c’è gioia più grande per un fan di SU di coinvolgere nuovi spettatori ignari…

HITLER, IL KAISER, I CONIGLI E LE MUCCHE

Gennaio è stato un mese in cui ho visto pochi film, più che altro perché mi si sono moltiplicati i lavori sotto il culo e di conseguenza non ho avuto più tempo né di leggere né di vedere cose. Mi sono limitato ai due film “evento” di inizio anno, già in forte odore di Oscar ed entrambi centrati su storie di guerra, che è un genere che a casa mia si pratica poco, perché ho sempre preferito fare l’amore (o mettere dei fiori nei miei cannoni, insomma, avete capito ve’).
Daje, allora.

JOJO RABBIT (Taika Waititi, 2019)
Dannato Taika Waititi, tu mi vuoi morto. Ho visto praticamente tutti i tuoi film, mi fido che sei un ottimo regista di bambini (Boy e Hunt for the Wilderpeople lo confermano), so che se vuoi mi fai ammazzare dalle risate (What We Do in the Shadows, Flight of the Conchords e sì, anche Thor Ragnarok sono lì a dimostrarlo). Come giustamente dice l’Adolf Hitler del tuo film, “falli sentire a proprio agio e poi quando meno se lo aspettano accoltellali al cuore”. Ecco, appunto. Jojo Rabbit parte con un montaggio di immagini da Triumph des Willens accompagnate da I Want to Hold Your Hand dei Beatles (ma ovviamente nella versione tedesca). E già lì ti senti male, perché ti scatta il piedino ritmico e intanto ti viene la nausea. Devo dirlo, a me piacciono i film che stanno sempre sul filo della rovina più totale. Jojo Rabbit è uno di questi. In tutte le scene da sghignazzo stai a disagio perché c’è sempre sotto qualcosa di malato, ma tutto sta in un equilibrio perfetto. È una miscela esplosiva di orrore, violenza, comicità sgangherata, tenerezza, piccoli movimenti del cuore. Non è un cazzo facile tenere insieme tutto questo. Non è un cazzo facile farmi sbottare di risate e qualche minuto dopo farmi piangere in silenzio (due volte, e non mi capitava da diversi anni al cinema, anche se sono superemotivo). E infatti se devo dirla tutta, in alcuni momenti c’è una spinta sull’acceleratore del volemose bene che deve funzionare da collante per tenere tutto insieme. Ma Jojo Rabbit è uno di quei film cui perdoni anche qualche piccolo difetto. Production design e costumi degni di un Wes Anderson in fase paranoia perfezionistica, intere scene che buttano un occhio a Chaplin e uno a Mel Brooks (occhio al momento topico dei multipli Heil Hitler), un protagonista che a dieci anni sa trasmettere con uno sguardo e un’inclinazione della testa diecimila emozioni, un cast di supporto perfetto (criticano la mia amata Scarlett, ma io l’ho trovata molto in botta). Tutto per dimostrare la tesi dei versi di Rilke alla fine del film: “Let everything happen to you / Beauty and terror / Just keep going / No feeling is final”. E a proposito di finale, dannato Taika Waititi, il colpo al cuore di Bowie… maledetto ruffiano. #recensioniflash

1917 (Sam Mendes, 2019)
1917: cosa ne devo pensare? Non è un film de panza, questo va detto subito. Non è nemmeno tanto un film di menare o comunque di sparare. È un film di immagini e di movimento, di quadri e di profondità, di ambienti e di pedinamenti. Seguiamo i due sfigatissimi protagonisti (uno era il povero Tommen di Game of Thrones, l’altro appariva in 11.22.63) in una missione suicida: portare un importante messaggio oltre le linee nemiche. Ma la storia – il “cosa” – non importa, è solo un pretesto. Facile dire che tutto il film è un sontuoso videogame. Nel piano sequenza virtualmente ininterrotto di 1917 c’è l’assegnazione della missione, il percorso a ostacoli, ogni tanto un break come nelle scene di interludio tra un livello e l’altro di un FPS. In ogni break c’è una star di livello che fa un discorsetto, tipo Colin Firth, Mark Strong, Benedict Cumberbatch o Andrew Scott (sua l’interpretazione più coinvolgente). Si resta conquistati dal production design (cadaveri che affiorano ovunque, cavalli morti, mucche vive, filo spinato, arti amputati, mosche, sangue, fumo, fiamme, cenere, fango e merda) e ovviamente dalla Tecnica con la T majuscola che francamente distrae un po’ dall’immersione totale che forse Mendes cercava di offrirci. Ci sono scene memorabili, come quella del dormitorio tedesco sotterraneo (che è una trappola), del fienile diroccato (che pure è una trappola), dell’edificio sulla riva del fiume (trappolissima), della città distrutta sotto le luci livide dei bombardamenti (trappolandia). Intendiamoci, 1917 ha i suoi bei momenti di tensione e più di un jump scare, ma tutto è sempre ricondotto a un formalismo che lascia un po’ interdetti. Risulta chiaro (anche dalla scelta di due protagonisti semi sconosciuti) che il punto è spogliare di ogni eroismo lo schifo della guerra e mostrare più che altro la paura, la fuga, l’ansia e la depressione. Peccato che anche questa tesi venga contraddetta da una delle sequenze finali (che io tra me e me ho battezzato “la sequenza Chariots of Fire”) che è francamente imbarazzante, come imbarazzanti sono certi dialoghi (almeno in italiano, purtroppo stasera il cinema non proiettava in VO). Quindi in definitiva, mi è piaciuto? Sì, mi è piaciuto di testa, l’ho apprezzato come si apprezza un’opera d’arte classica, una dimostrazione di virtuosismo narrativo. Ma non mi ha coinvolto. Virtuosismo per virtuosismo, ridatemi They Shall Not Grow Old di Peter Jackson. #recensioniflash

UN’OVERDOSE DI ADAM DRIVER

L’ultima raccolta del 2019 con le #recensioniflash di dicembre, come sempre tiene nascoste un paio di chicche – in particolare la chicca inedita e divisiva che questo mese è nientepopodimeno che Star Wars: Rise of Skywalker (diciamo subito nella intro che il vero nuovo Star Wars è The Mandalorian così tagliamo la testa al Sarlacc e bona lè). C’è molto Adam Driver, questo mese: Adam Driver che canta, Adam Driver che piange, Adam Driver che si incazza, Adam Driver sotto la pioggia, Adam Driver che fuma. Adam Driver esce dalle fottute pareti. Auguri.

FRANCES HA (Noah Baumbach, 2012)
Esce Marriage Story di Noah Baumbach e questo mi offre il fianco per parlarvi di un film di Baumbach che non avevo ancora visto e che mi ha colpito molto, Frances Ha. Dovrei fare la premessa doverosa che io apprezzo molto Baumbach e nulla di quanto potrei scrivere deve essere inteso come attacco personale o simili. Comunque. Frances Ha è un distillato di temi baumbachiani (fremo solo nell’aver scritto questa parola), dalla irritante approssimazione nel “lasciarsi vivere” della protagonista e dei suoi amici all’arguto e frenetico citazionismo nei confronti della nouvelle vague francese che lui evidentemente adora. Il conflitto generazionale (oggi va di moda dire tra genxers e millennial) solitamente evidente in altri suoi film come Greenberg o While We’re Young dove il genxer di turno era l’attore feticcio Ben Stiller, qui è meno evidente, anche perché in scena ci sono quasi solo i millennial (con gli attori feticcio Greta Gerwig e Adam Driver, tra gli altri). La Gerwig è Frances, aspirante ballerina che non riesce a realizzare i suoi sogni, alle prese con BFF, fidanzato, coinquilini e una strisciante depressione e senso di inconcludenza, che alla fine riuscirà in qualche modo a trovare una sua dimensione. Non conta tanto la storia quanto una serie di sequenze che citano direttamente Léos Carax (Frances corre scompostamente sulle note di Modern Love di Bowie come in Mauvais Sang) o Truffaut (Frances corre scompostamente sulle note della colonna sonora di Les 400 Coups di Jean Constantin). Corre parecchio, Frances. Quando non corre si scioglie nel cazzeggio sulle note degli Hot Chocolate o dei T.Rex. Serpeggia una certa impressione di perdita di tempo vedendo il film, ma alla fine non è così, in un certo senso (non saprei dire quale) è soddisfacente. L’inquadratura finale giustifica il titolo. #recensioniflash

THE BANANA SPLIT MOVIE (Danishka Esterhazy, 2019)
C’è un antidoto perfetto all’odioso spirito natalizio che informa di sé tutto il mese di dicembre. Questo antidoto è l’horror nella sua variante più slasher, più splatter, più cattiva e demenziale. Ora, seguitemi. Cosa c’è di più perverso di prendere i Banana Split (quei Banana Split, quelli di na na na nannanannà nannannà na na na na na) e trasformarli in killer assetati di sangue pronti a decapitare, smembrare, investire, schiacciare e martellare gli (antipaticissimi, va detto) spettatori del loro live show? Poco, infatti. Il film è rated R in USA, il che lo rende la prima e unica produzione Hanna-Barbera per soli adulti. Il tasso di sangue è ben oltre il livello di guardia, ma si ride parecchio nonostante il disagio. Come dite? Prevale il disagio? Beh, questione di punti di vista… #recensioniflash

UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK (Woody Allen, 2019)
L’ultimo Woody Allen è così leggero, così impalpabile, così effervescente, così confortevole… che mi sono appisolato per il 90% del minutaggio. #recensioniflash

MARRIAGE STORY (Noah Baumbach, 2019)
Marriage Story. Bello. Cioè. Bellino? Soddisfacente nel suo genere? Il trio lui/lei/il regista sulla carta per me è ottimale. Il trascinamento per due ore e passa di un remake anticlimatico di Kramer vs. Kramer un po’ meno. Comunque ci sono diversi bei momenti, si piangiucchia e si ridacchia, Adam Driver è un meme vivente, tutto è sostanzialmente portato avanti come un vecchio film di Woody Allen ma senza le battute. In pratica è un film a tesi sulla decisione se sia meglio NY o LA come città in cui vivere. Comunque se arrivate alla fine c’è Adam Driver che CANTA. E niente, quella scena vale tutto il film. #recensioniflash

THE LIGHTHOUSE (Robert Eggers, 2019)
Inizia e finisce in una nebbia che riempie lo schermo, The Lighthouse. Il secondo film di Robert Eggers va in direzione ancora più estrema rispetto a The Witch e propone un incubo soffocante, alcolico e salmastro, girato in bianco e nero e 4:3 su pellicola vintage. La storia, minimale, è quella di due guardiani di un faro nel Maine della seconda metà dell’800. Uno è più anziano (Willem Dafoe), l’altro più giovane (Robert Pattinson). In scena ci sono sempre solo loro due, con l’eccezione di un gabbiano malvagio e una sirena che non è chiaro se sia vera o un’allucinazione. Entrambi i guardiani nascondono un oscuro segreto, ma anche il faro stesso nasconde sicuramente un oscuro segreto, così come anche la scogliera nasconde un oscuro segreto e probabilmente anche il capanno degli attrezzi. A un certo punto del film i due, a causa di una tempesta senza precedenti, rimangono senza viveri ma con una generosa scorta di alcolici. Da lì in poi tutto risulta governato dalle logiche del delirio. C’è molto Poe, molto Lovecraft e molto Melville in questo horror “antico”. Ci sono tentacoli, branchie, disturbanti vagine squamate e inquietanti scene di masturbazione (di Pattinson: lui è bravissimo in queste cose, ricordiamoci per esempio l’esame prostatico in macchina in Cosmopolis). Verso la fine l’orrore tracima quasi fuori dallo schermo, lo spettatore resta ammaliato ma sinceramente non ha capito un cazzo. Comunque bellissimo, eh, non vorrei portarvi fuori strada. #recensioniflash

FROZEN 2 – IL SEGRETO DI ARENDELLE (J. Lee / C. Buck, 2019)
Si poteva sfuggire a Frozen 2? No, non si poteva. Sono sei anni che Elsa e Anna ci frantum… ehm, popolano il nostro immaginario, e mi sembrava persino strano che non avessero optato per un sequel già qualche anno fa. Comunque, Frozen 2. In supersintesi, bella storia, musiche deludenti, un filo schizofrenico. Mi spiego meglio. Trovo apprezzabile l’espansione del “mondo di Frozen” al di là del borgo di Arendelle e ad una mitologia magari non originalissima ma efficace, grande occasione peraltro per far risaltare sequenze di animazione molto valide (il passaggio del mare nero verso il ghiacciaio di Ahtohallan su tutte). Anche la scelta di evitare storie d’amore per Elsa e concentrarla sulla ricerca di sé stessa è significativa (il lato sentimentale qui è limitato alla gag ricorrente di Kristoff che vorrebbe proporsi ad Anna). Eppure nel suo svilupparsi, il film è incostante per via della (legittima) intenzione di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ossia piacere ai grandi e ai piccini. Tutte le parti con Olaf, sebbene eccezionali prese in sé – i riassuntoni di Olaf, compreso quello nella scena dopo i titoli di coda sono le parti più memorabili di Frozen 2 – spezzano il ritmo del film integrandosi poco con la storia principale. E poi diciamolo, le canzoni non sono assolutamente memorabili, né orecchiabili. Può darsi forse in VO, ma l’ottimo lavoro che Ermavilo da 50 anni continua a fare sui film Disney qui ha perso un po’ di colpi a livello di metrica e comprensibilità del testo. Imbarazzante il momento musicale di Kristoff con la ballata eighties che si risolve in un videoclippone animato in stile A-Ha (per un attimo ho captato una svolta gay in Kristoff, ma alla fine non è stato così). Detto ciò, ottimo lavoro sui simboli, il design dei fondali e soprattutto i costumi di Anna ed Elsa. Meno gradevole almeno per me il character design, sempre troppo leccato (c’è una tonnellata di acqua nel film e né Elsa né Anna sembrano mai troppo fradice o ferite o stanche). #recensioniflash

STAR WARS THE RISE OF SKYWALKER (JJ Abrams, 2019)
La premessa è doverosa, sono un moderato fan di Star Wars. Nel senso che non ci perdo il sonno, ma li guardo volentieri. C’è anche un’altra premessa da fare: sono una di quelle persone che non capiscono le parentele. Se in una conversazione mi dite “hai presente la cognata di mio cugino, quello dalla parte di nonno paterno, sai quella che aveva il padre azzoppato”… Ecco, io ho smesso di seguirvi a “cognata”. Perciò, va da sé, io degli Skywalker e dei Palpatine (LOL “Palpatine” mi ha sempre suscitato grandissima ilarità) non capisco una mezza fava. Ciò detto, i 142 minuti di questo nono film scorrono via veloci, pure troppo. Il sospetto è che JJ abbia inanellato combattimenti fighissimi, inseguimenti fighissimi, esplosioni fighissime, onde anomale fighissime, templi oscuri fighissimi e flotte da guerra fighissime al solo scopo di non farci pensare a cose tipo “Ma Snoke non era il supremo essere malvagio?” o “Ma come diamine ha fatto Palpatine a sopravvivere?” o “Ma quindi ‘sti genitori di Rey?” o “Ma come fa l’X-Wing di Luke a funzionare dopo anni sott’acqua?” o “Ma quindi Finn ama Rey e lei ama Ren?” o – soprattutto – “Cosa cazzo è la diade della forza?”. Sospetto più che legittimo, capisco bene i detrattori del film (che peraltro erano già incazzati con The Last Jedi perché troppo poco canonico, con The Force Awakens perché troppo uguale alla trilogia originale, con la trilogia prequel perché troppo banale e improntata esclusivamente allo sfruttamento commerciale e ai pupazzi di Jar Jar Binks, con Return of the Jedi perché c’erano gli Ewoks e via discorrendo). Però dai, questo nono film, a più di 40 anni di distanza dal momento “X” in cui siamo entrati nella galassia lontana lontana si fa guardare, ci trasporta nel regno della meraviglia, a patto di mettersi le mani sulle orecchie e urlare LALALALALA NON TI SENTO a ogni WTF che appare lampeggiando sullo schermo. Poi, oh. Adam Driver bagnato per quasi metà film, il naso di Adam Driver bagnato in primissimo piano, luci psichedeliche da Rob Zombie per tutte le scene con Palpatine, Carrie Fisher che rivive e poi rimuore, la rivincita di Chewbacca, i Porg che fanno capolino, mancherebbe giusto Baby Yoda per dare un maggior senso di compiutezza al tutto. S’è già detto, se vogliamo una storia secca, tirata e plausibile, abbiamo The Mandalorian. Con Rise of Skywalker siamo nel territorio del mito. E il mito non sempre è così intelligibile. #recensioniflash