LISTAGEDDON

Come ogni fine anno sento, non so, come una sensazione di apocalisse incombente. Mi agito e non capisco cosa succeda, poi realizzo: è il mio lato ossessivo compulsivo e compilatore di liste che spinge per uscire. E dice “COOOOOSA siamo a metà dicembre e ancora non hai compilato la tua lista dei migliori filmdischilibrifumetti del 2019? Dovresti fare quella del DECENNIO, come fanno tutti i listaroli degni di questo nome!”.
E insomma, eccoci qua, è di nuovo quel periodo dell’anno.
Fuoco alle polveri, è il Listageddon!

FILM

Non è mai facile. Oddio, quest’anno è abbastanza facile, sono usciti diversi film pompati come capolavori che alla fine sì, insomma… sono dei capolavori. Però mi riservo sempre di vedere qualcosa che esce a fine anno che magari sbaraglia la lista. Comunque, quella ufficiale, in ordine rigorosamente sparso, è questa.

  • Parasite
    La distopia (nemmeno troppo distopica) di Bong Joon-Ho tra commedia, suspence hitchcockiana ed esplosioni di violenza. Movimenti nello spazio, sangue e pioggia.
  • Once Upon a Time in Hollywood
    La nostalgia canaglia secondo Tarantino, due film in uno: il primo elegiaco, il secondo frenetico e – per la seconda volta dopo Inglorious Basterds – il cinema riscrive la storia.
  • The Irishman
    Quando si dice “film testamento”, un fiume di immagini di 4 ore sulla vecchiaia, la morte, la fine delle illusioni, la solitudine. Ah, e ovviamente la mafia.
  • Us
    La lotta di classe secondo Jordan Peele, tra doppelgänger inquietanti e riflessioni sulla società americana del nuovo millennio.
  • The Dead don’t Die
    L’adorabile versione di Jarmusch sugli zombi, con un cast all star e il suo proverbiale humour deadpan.
  • The Favorite
    Sarebbe di fine 2018 ma sta in molte liste del 2019, il film di Lanthimos sulla regina Anna (Olivia Colman). Intrighi a corte, dominazione femminile e conigli.
  • Midsommar
    Seconda prova di Ari Aster, per me superata alla grande. Horror disturbante come pochi, molto psichedelico e senza scampo.
  • Border
    Fantasy urbano svedese (e già questa definizione basterebbe) tratto da Lindqvist che è anche una riflessione sul diverso e l’inclusione sociale.
  • Joker
    Vabbè, Joker.
  • Il primo Re
    Una sorpresona nell’asfittico panorama italiano. Matteo Rovere avrà sempre tutta la mia stima per questo film cupo, violento, atemporale, bastardo, e soprattutto protolatino.

Ci sono sempre poi i film che devo ancora vedere, mannaggia a me, e che sicuramente credo entrerebbero nella mia lista, come JoJo Rabbit, The Lighthouse o Under the Silver Lake. E poi c’è la lista guilty pleasures, il cui podio quest’anno è saldamente occupato da Six Underground, John Wick 3 Parabellum e Shazam!… il primo goduria cinematica di inseguimenti , il secondo di sparatorie, il terzo è il film di supereroi che ho gradito di più nell’ultimo anno. Ovviamente grande escluso The Rise of Skywalker che aspetterò di vedere in VO quanto prima, ma tanto più che un film quello è un evento epocale.

LIBRI

Nel 2019 ho letto più del solito, a volte abbandonando per disaffezione, più spesso divorando pagine sul Kindle (perché lo ammetto, non ho mai voluto cedere ma da un paio d’anni lo spazio in libreria, le occasioni per leggere e soprattutto la presbiopia mi hanno fatto prediligere il formato digitale). Ho letto con gusto anche un sacco di classici, ma qui vi metto i libri del 2019 che ho apprezzato di più.

  • Bianco
    Ellis al suo meglio, caustico ma vero in un saggio sulla società degli anni ’10 che segue la traccia dell’autobiografia.
  • Patria
    Il romanzo fiume di Aramburu che sulla carta non gli davo due lire e invece prende tantissimo (rapporti tra famiglie di assassini e vittime sullo sfondo dell’ETA).
  • Persone normali
    Opera seconda di Sally Rooney, storia di una relazione difficile (anche un po’ malsana) dalle superiori all’università e oltre. Scrittura chirurgica.
  • Sapiens. Da animali a dèi
    Vabbè dai, ho barato: il libro è del 2011 ma io l’ho letto solo quest’anno (nuova edizione: vale?). Il saggio che ho amato di più degli ultimi dieci anni, forse.
  • I testamenti
    Il seguito del Racconto dell’Ancella di Atwood. Tecnicamente devo ancora finirlo, ma direi comunque che è una bomba.
  • L’istituto
    L’ultimo King mi ha sorpreso per potenza narrativa e coinvolgimento emotivo. Ha capito anche lui che il filone “dodicenni con problemi (e poteri paranormali)” tira.
  • La paziente silenziosa
    Un thriller che appare convenzionale e invece parte con un intrigo psicanalitico e chiude con un twist finale alla sciamalàian che lo ha reso la perfetta lettura estiva.
  • Cat person
    La raccolta di racconti di Kristen Roupenian mi ha colpito assai e molte storie ti restano dentro anche dopo mesi. Un must.
  • L’assassinio del commendatore
    L’ultimo Murakami (in due volumi) ti trasporta in un gorgo di psichedelia, arte, mistero e giapponesità con il solito grande stile.
  • Cercami
    Il seguito di Chiamami col tuo nome, stavolta a due voci. Metà del libro dal punto di vista di Elio, metà dal punto di vista di suo padre. Curioso ed emozionante.

Avrei una paccata di roba ancora da leggere, di libri usciti nel 2019, ma vi metto qui quelli che mi paiono più appetibili: La misura del tempo di Gianrico Carofiglio, Faccio la mia cosa di Frankie Hi-Nrg, La fortezza della solitudine di Jonathan Lethem, A tutto gas di Joe Hill, Lo stato dell’unione di Nick Hornby, Siamo riflessi di luce di Samuel Miller.

ALBUM

C’o’ volum’ d’e’ cuffiett’ a vint’ (come dice Liberato), la musica che mi ha accompagnato costantemente a piedi, in bici, in macchina, a casa, al lavoro, e anche in bagno è questa. Cioè ci sarebbe molto di più ma questi dieci sono gli album che ho ascoltato con più piacerone, stuck on repeat.

  • Ghosteen
    Se la gioca come album dell’anno, probabilmente il capolavoro di Nick Cave. Da ascoltare con religioso amore per passare attraverso la fase più profonda del lutto presi per mano da un artista straordinario.
  • Magdalene
    Niente, FKA Twigs non ce la fa a incidere un album meno che eccezionale. Impossibile definirla (per Wikipedia è “Alternative R&B”), è una delle cose più eccitanti uscite nella seconda metà dell’anno.
  • Norman Fucking Rockwell!
    Lana Del Rey ha prodotto anche lei il suo capolavoro, confermandosi la cantautrice americana più influente del millennio.
  • Assume Form
    Il nuovo album di James Blake normalizza un po’ quello che è stato un fenomeno tutto anni ’10 di alternative R&B (ancora!), grime, downtempo ed electro, ma si tratta pur sempre di un campione della produzione contemporanea (ha lavorato con Brian Eno e Stevie Wonder oltre che con Frank Ocean e Bon Iver, mica cazzi).
  • Fear Inoculum
    Il ritorno dei Tool, chevvelodicoaffà.
  • When we all fall asleep where do we go
    Billie Eilish è il fenomeno pop dell’anno, con buona pace di Ariana Grande che sta in tutte le liste e io invece snobbo. Billie è molto più figa.
  • Cuz I Love You
    Oh, a me Lizzo piace assai, mi piace la sua attitudine, la apprezzava anche Prince e ne aveva ben donde. Qui meno rappusa e più funky soul, ma coinvolgente sempre.
  • Liberato
    Vogliamo dire il miglior album italiano dell’anno? Diciamolo pure. Liberato spacca.
  • i,i
    Sempre più ostico Bon Iver, sempre più sperimentale, sempre più affascinante. Gelido.
  • Hype Aura
    L’altra rivelazione italiana (ma già li conoscevamo) alla prova del primo album. Rap emozionale di intelligente derivazione cantautorale. Interessanti.

Per farne stare solo dieci ho escluso Paprika di M¥SS KETA e quel piccolo gioiello trap che è 236451 di Tha Supreme, Days of the Bagnold Summer dei Belle and Sebastian o Sunshine Kitty di Tove Lo e poi, e poi… se guardo alla mia bibbia della musica on line (Pitchfork) mi rendo sempre conto che ci sono un sacco di album fighi che io non avrò mai tempo di ascoltare, ma tant’è.

SERIE TV

Di serie TV ne guardo sempre molte, per anni è stato un lavoro, poi si sa dov’è andato a finire il giornalismo oggi… ma questa è un’altra storia. Vi piazzo qui le dieci serie che più mi hanno entusiasmato tra gli esordi di quest’anno, barando solo una volta e per poco.

  • Fleabag
    Capolavoro assoluto dell’anno. Di quelle serie che ami o odi. Io amo Phoebe Waller Bridge. E ho amato alla follia Fleabag. E ho anche barato perché la prima stagione è uscita nel 2017 ma qui da noi ha fatto il boom quest’anno.
  • Watchmen
    Nella seconda metà dell’anno, la serie su cui non puntavo, e invece. Stimolante a mille, dialoga in modo eccellente con il materiale di riferimento, ponendo domande invece di dare risposte rassicuranti. Puro Lindelof.
  • The Mandalorian
    Impossibile non ri-innamorarsi dell’universo Star Wars vedendo questa serie. Jon Favreau ci ha “rimesso” il cuore. Baby Yoda è puccissimo.
  • His Dark Materials
    Per due decenni ho atteso una versione potente su schermo della trilogia di Pullmann. Adesso è arrivata, ed è bellissima. Per orfani di Game of Thrones (non c’entra un cazzo, ma è fantasy, oh).
  • Unbelievable
    Come dice il titolo. Una miniserie crime tutta al femminile che punta tutto sulla recitazione. Intensa, sorprendente, con un punto di vista decisamente anticlimatico.
  • Chernobyl
    Altra miniserie che quest’anno ha spaccato. Non un docudrama ma una versione fiction (va ricordato). Eppure la storia è vera ed è più tesa di qualsiasi thriller.
  • The Boys
    Lato supereroi, Amazon Prime ha avuto una delle idee migliori, quella di affidare a Eric Kripke l’adattamento di una serie ultrapulp di Garth Ennis. Esilarante.
  • Russian Doll
    Natasha Lyonne, già una delle mattatrici di OITNB, alla sua prima prova di autrice. A me ha convinto assai. Una sorta di Ricomincio da capo mortifero e sarcastico.
  • The Dark Crystal: Age of Resistance
    Un mondo ricreato “come una volta”. I pupazzi di Frank Oz tornano a far spalancare gli occhi in questo prequel del film del 1982.
  • Sex Education
    La serie comedy che ho preferito quest’anno, con un simpatico e imbranato Asa Butterfield alle prese con il liceo e una madre (Gillian Anderson) sessuologa.

A seguire, le cinque serie già ben avviate o che addirittura si sono concluse con maggior gloria nel 2019.

  • Game of Thrones 8
    Si può dire quel che si vuole, ma è stata una conclusione epocale. Non vedremo mai più una serie così.
  • Stranger Things 3
    Non ha ancora fatto il salto dello squalo, e per questo rendiamo tutti grazie. La rievocazione degli eighties non è mai stata così puntigliosa. A causa di Stranger Things adesso abbiamo la nostalgia “di ritorno”.
  • The Crown 3
    Eccezionale serie britannica sulla cosa più britannica di sempre (la corona). In questa stagione si fa apprezzare parecchio Carlo.
  • Derry Girls 2
    Piccola comedy irlandese che lascia il segno. merito dell’entusiasmo contagioso delle giovani protagoniste e dei loro sexyssimi accenti.
  • OITNB 7
    Orange Is The New Black è stato probabilmente il primo grande successo di Netflix quando Netflix non era ancora… beh, Netflix. Anche in questo caso, con le dovute differenze, una conclusione epocale. Si piange assai.

E come sempre, anche qui ce ne sarebbe ancora da vedere… La mia lista è lunga e il tempo è tiranno: What We Do in the Shadows, Pen15, Euphoria, Barry e tutte quelle che ho iniziato e lasciato indietro come Marvelous Mrs. Maisel, Daybreak, Pose, Il regista nudo, tra le altre.

FUMETTI

L’amore di una vita, che nasce forse un po’ prima del cinema (Carl Barks amore di me seienne), ma che ben presto si è intrecciato ad esso. L’arte sequenziale rimane ancora oggi per me una gioia assoluta, specialmente quando, come quest’anno, trovo tante cose di cui godere, in Italia e non.

  • Momenti straordinari con applausi finti
    Gipi, amatissimo Gipi. Quando ero un pischello c’era solo Andrea Pazienza, oggi c’è Gipi. Gipi che scrive e disegna un libro che parla di me, forse perché parla di tutti. Sicuramente il miglior graphic novel dell’anno e se la gioca con La terra dei figli nella produzione dello stesso Gipi. Questo è più nella vena autobiografica, e ci ricorda che siamo tutti dei coglioni.
  • RSDIUG (Roma Sarà Distrutta In Un Giorno)
    La seconda uscita di Recchioni per Feltrinelli è un mix sperimentale di kaiju e romanità, esperimenti pittorici, Frank Miller e Bill Sienkiewicz, una storia corale di distruzione che lascia l’amaro in bocca.
  • La scuola di pizze in faccia del prof. Calcare
    C’è poco da dire, Zerocalcare è un po’ come Joker. O come i Tool, via. Ogni volta che esce un suo libro è festa grande.
  • Le spaventose avventure di Kitaro
    Un grande classico di Shigeru Mizuki (il manga è degli anni ’60) finalmente ristampato da J-Pop: Kitaro è un ragazzo yokai che vive nei cimiteri e ha ogni sorta di avventure: una gioia per gli occhi (quest’anno ci sarebbe già il secondo volume ma io sto indietro e vi linko il primo).
  • Diario della mia scomparsa
    Una autobiografia per immagini, quella di Hideo Azuma (Pollon, Nana Supergirl). Alcolismo, vita da homeless e uno spaccato inedito della società giapponese. Azuma è morto pochi mesi dopo l’uscita del manga.
  • Dylan Dog Oggi sposi / E ora l’apocalisse
    Il “caso mediatico” dell’anno, almeno in Italia, si risolve in due numeri di Dylan Dog sopra la media per scrittura, disegni e significato nell’ambito del mercato fumettistico nazionale. Chapeau a Recchioni e a tutti i disegnatori coinvolti (tanti). Nel link l’edizione in volume del n. 400.
  • Il principe e la sarta
    Jen Wang ci trasporta nella belle époque dove un principe che ama travestirsi stabilisce un rapporto con una sartina dalle idee ambiziose. Inutile dire che è forse il graphic novel più originale letto quest’anno.
  • Melvina
    Rachele Aragno per Bao ci fa entrare in punta di piedi nel mondo di Melvina, preadolescente in viaggio “nell’aldiqua” con tavole acquarellate e un tratto che ricorda Grazia Nidasio.
  • In cucina con Kafka
    Delizioso, delizioso Tom Gauld. Le sue strisce sono sempre portatrici di grandi sorrisi e sogghigni.
  • House of X / Powers of X
    Ammetto che ultimamente leggo pochissimo Marvel e DC, ma questa minisaga di Jonathan Hickman mi è sembrata veramente degna di nota. Stiamo ovviamente parlando dell’ultimo rilancio/reboot dell’universo X-Men.

Da leggere, come sempre, rimangono ancora molte uscite del 2019… Per esempio Corpi estranei di Shintaro Kago, Luna 2069 di Leo Ortolani, Andy di Typex, Rusty Brown di Chris Ware, P. La mia adolescenza trans di Fumettibrutti.

CARTOON/ANIME

Anche (ma non solo) a causa della mia condizione di babbo di seienne, sto macinando animazione come non mai. Il bello è che ci rincorriamo, io da sempre studio il cinema di animazione e mi godo le serie anime e Cartoon Network. Lui, passata la fase Peppa/Masha/Bing/George ora mi segue con entusiasmo anche su cose più adulte (che però guardo rigorosamente con lui, non chiamate il telefono azzurro). Parto con i cinque lungometraggi animati più apprezzati del 2019.

  • Steven Universe Movie
    Rebecca Sugar fa praticamente un giro trionfale dopo 5 stagioni di SU, e ci propone un musical classico con tutti i crismi, godibile da fan e non iniziati e soprattutto con un villain indimenticabile.
  • Klaus
    Animazione tradizionale con un’occhio particolare all’illustrazione di una volta (e con sorprendente blend dei personaggi negli ambienti). Klaus è la storia di Natale “definitiva”, apprezzabile da grandi e piccini.
  • Toy Story 4
    Tutte le volte mi dico “non può essere che a sto giro la spuntino”, e invece la spuntano. Anche il quarto episodio è decisamente sopra la media.
  • Pets 2
    OK, non è magari all’altezza del primo, ma come franchise Pets è tutto sommato una delle cose più divertenti degli ultimi anni, e questo sequel soddisfa comunque.
  • Modest Heroes
    Piccola grande sorpresa dallo studio Ponoc che mette insieme tre mediometraggi totalmente diversi tra loro e li distribuisce con questo titolo. Da vedere assolutamente (su Netflix).

Proseguo con le cinque serie animate più belle (intendo quelle che un adulto può guardare insieme a un bambino con genuino entusiasmo e interesse)

  • Craig of the Creek
    Serie “figlia” di Steven Universe, con tematiche più quotidiane ma trattate sempre in modo surreale grazie all’immaginazione di Craig, Kelsey e JP, i tre protagonisti “ragazzi del ruscello”.
  • Steven Universe Future
    Dopo il film poteva sembrare che non ci fosse più nulla da dire, ma molti nodi devono ancora venire al pettine. La nuova versione di SU ci proietta in un mondo diverso, dove ai vecchi problemi se ne aggiungono di nuovi…
  • Infinity Train
    La sorpresa di quest’anno di Cartoon Network, partita come una miniserie autoconclusiva ma recentemente promossa a “serie antologica”. Surrealismo a volontà (da uno degli autori di Regular Show).
  • She-Ra and the Princesses of Power
    Per gli orfani di Avatar (il design è simile) o per gli amanti delle storie LGBTQI+, a me She-Ra è garbato moltissimo. Molto del merito va alla supervisione di Noelle Stevenson.
  • Victor & Valentino
    La serie “messicana” di Diego Molano è un’altra delle chicche 2019 di Cartoon Network. I due fratellastri del titolo vanno in cerca di avventure soprannaturali e misteriose, raccogliendo un po’ il testimone dell’indimenticato Gravity Falls.

E ora le cinque migliori serie animate che però non dovreste far vedere al vostro bambino di sei anni manco morti.

  • Undone
    Tra le serie “per adulti” la vera sorpresa dell’anno, tutta in rotoscoping e con una struttura narrativa che vi farà uscire di testa.
  • Love Death + Robots
    Cyberpunk fuori tempo massimo, si potrebbe dire, ma molto eccitante. Mecha design impeccabili, ultraviolenza e storie a sorpresa per questa miniserie antologica.
  • Rick & Morty 4
    Il regalo di fine anno… Rick e Morty è una delle serie animate più cool degli ultimi anni per chi ama la fantascienza e il politicamente scorretto.
  • Bojack Horseman 6
    C’è solo metà stagione, per il momento, ma l’hype è altissimo. Si conclude la parabola di Bojack, il cavallo depresso e alcolista, e non saranno rose e fiori.
  • Made in Abyss
    Una serie anime con design chibi che però è un distillato di angoscia e disagio. Se amate il fantasy e non vi disturba un po’ di loli/shota, può essere la vostra tazza di té.

Ancora da vedere… Weathering with you (stupidamente perso agli eventi organizzati in autunno al cinema), Children of the Sea, I Lost My Body, Violet Evergarden (il film).

Se siete arrivati fino qui, complimenti. Vuol dire che a) avete veramente fame di nuovi contenuti culturali da consumare o b) siete ossessivo compulsivi e listaroli come me. Io avrò comunque assolto il mio compito se vi sarete segnati anche solo una cosa da leggere, vedere, ascoltare. Sipario.

P.S.: comunque se non ne avete ancora basta, ci sarebbe la lista dei 100 meme del decennio di Buzzfeed che vi metterà veramente alla prova.

I MIGLIORI ALBUM DELLA MIA VITA

Recentemente avevo fatto un post, breve ma incisivo, tanto da essere ripreso da una delle mie newsletter italiane preferite (Polpette®) sui migliori album del decennio in corso, i tanto vituperati anni ’10. In un impeto di retromania, invece, riprendo qui una serie di interventi estemporanei fatti su Facebook a seguito di coinvolgimento in una di quelle catene di S. Antonio tipiche dei social, che di solito rifuggo come la peste bubbonica ma che nello specifico (liste di album? Pane quotidiano!) mi aveva abbastanza infoiato. Siccome però siamo qui proprio per ristabilire la prevalenza del longform sul post breve ed estemporaneo, ecco che adesso vi beccate 20 album fondamentali del XX secolo (a mio insindacabile giudizio) che non è umanamente possibile non ascoltare. Non siate pigri, per ognuno vi metto il link a Spotify. Magari, se non conoscete qualcosa, può essere una gradita sorpresa. O altrimenti, una passeggiata sul viale dei ricordi, come si suol dire.

TELEVISION – MARQUEE MOON (1979)
A pelle, il primo album che mi viene in mente è Marquee Moon, perché mi ha folgorato come pochi altri album, e dopo questo ascolto (per me avvenuto verso la metà degli anni ’80 su un vinile comprato usato) non sono più stato lo stesso. Post punk americano, chitarre intrecciate melodiche ma nervose e oblique, voce paranoide alla Talking Heads e pezzi esaltanti come Friction, Venus, See No Evil ma soprattutto la monumentale title track che sta al post punk come Bela Lugosi’s Dead dei Bauhaus sta al goth (e che comunque fa tesoro della tradizione rock americana trasfigurandola). Un album che non mi stanco mai di ascoltare ancora oggi. 

DAVID BOWIE – LOW (1977)
A Berlino con Eno (fa anche rima), Bowie concepisce il capolavoro art-rock-ambient-electronica che influenzerà gran parte della new wave a venire, per tacere del post-rock. Ci sono dentro quelle cose stile coro delle voci bulgare nell’atto di tagliarsi le vene, come Warszawa o Weeping Wall, e ci sono gemme brillanti come Speed of Life, Sound and Vision ma soprattutto Always Crashing in the Same Car, che alla fine dei conti è “il” mio pezzo di Bowie. Il mio vinile di Low è consumato. E il vostro?

MASSIVE ATTACK – BLUE LINES (1991)
Correva l’anno millenovecentonovantaerotti, e io entravo in folgorazione per via del fatto che l’hip hop incontrava le frange più oscure del post punk, del reggae e del dub. Echi di Slits e PIL, labirinti sonori ipnotici che sfoceranno in altri capolavori dei Massive e che influenzeranno tutto il trip hop a venire, la voce di Horace Andy, il basso che pompa, Shara Nelson che canta “You can free the world, you can free my mind, just as long as my baby’s safe from harm tonight” e la consapevolezza acuta per la prima volta che si può assemblare un capolavoro prendendo pezzi di basso di qua, break di batteria di là e riscrivere la storia della musica.

PIXIES – SURFER ROSA (1988)
La storia è un po’ strana perché io, darkettone che son io, ero tutto perso nelle atmosfere 4AD di Ivo Watts-Russell, che nel frattempo, sul finire degli ’80, scopre e produce questa band americana con la bassista carismatica, il cantante/songwriter melodico-folle, il chitarrista violento ma con stile. Cosa sentono le mie orecchie? Un’urgenza incredibile, linee melodiche accattivanti, canzoni che parlano di mutilazioni, incesto, follia religiosa, handicap mentali, rabbia punk e pop zuccheroso, con una vena di inquietudine. Per l’album vero e proprio Ivo si affida a Steve Albini (cioè quello che poi produrrà In Utero dei Nirvana)… e che altro dobbiamo dire. Un album del cuore, senza se e senza ma. Contiene anche Where Is My Mind, chevvelodicoaffà.

VELVET UNDERGROUND – THE VELVET UNDERGROUND (1969)
The Velvet Underground, l’album eponimo, quello con copertina nera e foto sfocatona della band. Insomma, il terzo album. Quello del ’69, per capirci. Quello con dentro la tracklist perfetta. Quello che è già Lou Reed ma senza troppa decadenza glam. Quello che è ancora Velvet-sperimentale ma senza insistere troppo sul feedback (a parte i 9 minuti di The Murder Mystery). Quello che è in equilibrio precario tra pulsioni diverse e che per questo motivo resta uno degli album più semplici, potenti e affascinanti della storia del rock. Inizia con Candy Says ed è già beatitudine. Poi c’è Pale Blue Eyes, Jesus e soprattutto I’m Set Free, uno dei pezzi più belli dei VU. E quella piccola delizia finale di After Hours. Tenetevi Nico, preferisco Maureen Tucker…

JESUS AND MARY CHAIN – PSYCHOCANDY (1985)
Questo album ha per me una valenza specifica, è nel mio Guinness personale per diversi motivi. Non ho mai posseduto il vinile originale ma solo una cassetta Maxell C90 logorata dall’uso e a seguire tante versioni digitali dell’album. Ma Psychocandy non è MAI mancato in qualunque walkman, discman, lettore mp3, Zune, Zen, iPod, iPhone, iTunes io abbia mai posseduto. Perché Psychocandy è semplicemente l’album a cui ricorro quando voglio stare bene, e non si tratta di una delle mie band preferite in assoluto, e non si tratta (solo) del fatto che è uscito in un anno per me di grandissimo cambiamento, è piuttosto una sonorità, un feedback morbido, un ronzio che avvolge, un mixaggio sporco e indistinto, un ritmo trascinato che attacca con Just Like Honey e non ti molla più e non distingui forse neanche bene le tracce. Proto-shoegaze di derivazione Velvet immerso in un bagno acido di wall of sound alla Phil Spector: cosa vuoi di più dalla vita?

JOY DIVISION – UNKNOWN PLEASURES (1979)
Io ai Joy Division e a Ian Curtis mi sono avvicinato relativamente tardi. La loro parabola si era rapidamente conclusa mentre io appena scoprivo i Cure, i Bauhaus, Siouxie and the Banshees, Echo & The Bunnymen, Cocteau Twins, Dead Can Dance. Poi niente, è successo che anche i “dark” potevano ballare (si era scoperto con i New Order, no?) e mi sono innamorato di quel basso, di quella batteria secca e metronimica, di quelle tastiere desolate, di quella voce che non era (più) quella di Ian Curtis ma era comunque disperata e cavernosa pur facendoti muovere il culo senza sosta. A quel punto ho dovuto andare alla fonte, ed è stata la folgorazione. Intanto quel vinile ha la copertina credo più iconica mai vista al mondo. E poi che cazzo, inizia con quel ritmo pazzo e velocissimo e quella linea di basso distorto di Disorder e non ti molla più fino alla fine, come una mano stretta alla gola. E non possiamo nemmeno dire che i JD siano “goth” in senso stretto, sono puro post-punk immerso in un distillato di angoscia esistenziale. Per cui, insomma, l’album perfetto. 

VAN MORRISON – ASTRAL WEEKS (1968)
Si tratta di un album che non mi stanco mai di ascoltare, da quando l’ho scoperto per caso intorno alla metà degli anni ’90. Sono rimasto colpito dalla copertina e dal titolo. E quando l’ho ascoltato, poof! non sono più stato lo stesso. Astral Weeks, come lo posso definire… è folk-rock impressionistico da camera, è Bon Iver quarant’anni prima, è un flusso di coscienza con testi pari a Dylan ma se possibile ancora più incomprensibili, cantati con una tale grazia e una tale estasi che ti fanno rimescolare dentro. Leggenda vuole che Morrison timidissimo stesse chiuso in una cabina con la chitarra acustica e i sessionman che suonavano con lui (flauto, sax, basso acustico, batteria, tutti jazzisti peraltro) non lo vedessero mai. Il disco quindi è una jam session improbabile che risulta in un puro gioiello di traccia in traccia, dalla title track agli episodi più intensi come Cyprus Avenue e Madame George. Per Lester Bangs e per Wim Wenders è l’album migliore di tutti i tempi. E chi sono io per contraddirli? 

SMASHING PUMPKINS – SIAMESE DREAM (1993)
C’erano pochi anni ’90 nei primi 8 album e ciò non era bene. Il primo album che mi viene in mente che definisce (forse anche e più a posteriori) i miei anni ’90 è Siamese Dream degli Smashing Pumpkins. Più dei Nirvana, dei Soundgarden, dei Mudhoney e dei Pearl Jam che pure amavo molto. La distorsione qui si accompagna ad un gusto per la melodia catchy che trova in Today uno dei risultati più rappresentativi del decennio. E poi l’album parte con Cherub Rock, che per me è uno degli attacchi migliori del secolo. Produzione di Butch Vig (già con Nirvana e Sonic Youth) e partecipazione di Mike Mills dei REM alle session, Siamese Dream sembra un album positivo, ma è tutto all’insegna della droga, della malattia mentale, della depressione e del suicidio. Perfetto per me.

THE SMITHS – HATFUL OF HOLLOW (1984)
Un album che per me ha una storia particolare. A parte contenere praticamente tutti i miei brani preferiti degli Smiths, da What Difference Does It Make a How Soon Is Now?, da Heaven Knows I’m Miserable Now a Please Please Please Let Me Get What I Want. Nei gloriosi anni ’80 (seconda metà), mi dividevo tra questo album e il primo eponimo The Smiths. Ma mentre The Smiths è un filo monotono come album (ecco, l’ho detto), Hatful of Hollow con la sua caratteristica di raccogliere anche molte versioni alternative di brani già presenti nel primo album eponimo è migliore, più fresco, con un mixaggio più accattivante – erano comunque sessioni per BBC Radio con John Peel, mica pizza e fichi. Curiosità: l’oscuro cantante francese Fabrice Colette è il tizio ritratto in copertina (che le copertine degli Smiths, si sa, sono sempre un po’ una sciarada).

KRAFTWERK – MAN MACHINE (1978)
I Kraftwerk costituiscono un po’ un mondo a parte nella galassia dei miei amori musicali. Credo non ci sia un gruppo importante quanto loro nell’influenzare ormai quasi 40 anni di musica pop. Senza i Kraftwerk con ci sarebbe stato Afrika Bambaataa per come lo conosciamo, non ci sarebbero i Daft Punk, non ci sarebbero gli LCD Soundsystem, e molte altre band di cui non faccio il nome. Ah, non ci sarebbero stati nemmeno i Rockets, buffa band francese che dai Kraftwerk ha preso essenzialmente uno spunto per il look. Comunque. Man Machine è già il settimo album, ma contiene hit stratosferiche come The Robots e The Model e tanto basta. La copertina ha una delle grafiche più belle della storia del rock.

THE STOOGES – THE STOOGES (1969)
No Fun, 1969, I Wanna Be Your Dog. Basta? Senza questo album non ci sarebbe stato il punk, punto e basta. Appena partono i primi accordi senti già la devastazione, la puzza di vicolo marcio, la malattia, il disgusto. Garage rock brutale con un pizzico di psichedelia alla Doors e un altro pizzico di art-rock alla Velvet (John Cale suona in We Will Fall). Uno degli incroci più famosi della storia del rock, da cui è partita molta musica a venire. Fa tenerezza sapere che Iggy è ancora vivo e lotta insieme a noi, sempre incredibilmente uguale a sé stesso, sempre fottutamente punk.

SONIC YOUTH – GOO (1990)
Se Daydream Nation era il White Album del rock alternativo, Goo è il suo Abbey Road. I Sonic Youth sono qui all’esordio per una major dopo aver già prodotto numerosi album ed EP per etichette indipendenti: io li avrei recuperati tutti dopo essere stato folgorato da Goo. Goo ha una delle copertine più fighe della storia del rock. Goo contiene Kool Thing, Dirty Boots, Tunic (Song for Karen) e Mary-Christ. Goo è l’apoteosi dell’alt-rock. Amo tutto quello che Thurston Moore e Kim Gordon hanno combinato negli anni, ma soprattutto amo Goo. I know a secret or two about Goo, she won’t mind if I tell you… My friend Goo just says “hey you”!

WHO – WHO’S NEXT (1971)
Quando si parla di “rock”, io penso sempre a questo album iconico (a partire dalla copertina col monolite pisciato). I Who sono da sempre tra i miei gruppi preferiti, li ascoltavo fin da bambino, ma alle ossessioni narrative e un po’ barocche di Tommy o di Quadrophenia ho sempre preferito Who’s Next, con le epiche aperture e chiusure di Baba O’Riley e Won’t Get Fooled Again e soprattutto con la ballata Behind Blue Eyes che rimane ancora oggi per me uno dei migliori pezzi rock di sempre. Anche qui, come sempre avveniva con Pete Townsend, dietro c’era un concept naufragato (una rock opera mai realizzata dal titolo Lifehouse), ma l’abbandono della gabbia narrativa ha regalato maggiore freschezza a tutti i pezzi dell’album.  

AIR – MOON SAFARI (1998)
Anche questo album entra di diritto nel mio Guinness personale perché dal 1998 non è mai uscito dal mio Winamp/lettore mp3/iPod/iPhone. Moon Safari ci deve sempre essere, per le emergenze, un po’ come Psychocandy. È stato il primo album che ho scaricato in MP3 da Internet, ai tempi in cui la frase chiave dei musicofili sul web era “It really whips the llama’s ass”. I francesini fanno un frullato di elettronica, trip-hop, easy listening, downtempo, jazz, soul, funk, usano moog, mellotron, vocoder. Il risultato è una pietra miliare che aprirà la strada a Groove Armada, Thievery Corporation, Royksopp e compagnia sognante. La Femme d’Argent mi pare ancora oggi una delle opening track più fighe dell’universo conosciuto.

A TRIBE CALLED QUEST – PEOPLE’S INSTINCTIVE TRAVELS AND THE PATHS OF RHYTHM (1990)
Nel mondo dell’hip-hop, per me hanno sempre contato più le crew che non gli artisti solisti. E nessun album (a parte forse l’esordio dei Wu-Tang, vedi sotto) è stato più seminale dell’esordio di A Tribe Called Quest, parte di un collettivo “Native Tongues” (con De La Soul e Jungle Brothers) che promulgava un approccio più morbido, afrocentrico e jazzato al boom-boom-tchak. È l’album di Bonita Applebaum, I Left My Wallet in El Segundo e di Can I Kick It? con il suo sample di Walk on the Wild Side che ancora oggi fa muovere i culi nel mondo. Pharrell, D’Angelo e Kendrick Lamar non esisterebbero senza Q-Tip e compagni, lo sapete, no?

RAGE AGAINST THE MACHINE – RAGE AGAINST THE MACHINE (1992)
C’è questa cosa, che io non sono un grandissimo fan del guitar rock duro, puro e fine a sé stesso. Ma il trattamento che Tom Morello riserva alla sua chitarra in questo album che ha posto le basi per tutti quelli che in seguito si sono definiti “nu-metal” o “crossover” è esaltante. I RATM prendono tutta la rabbia degli MC5 e del rock di protesta e lo distillano in urla animalesche come FREEEEEDOOOOOM o FUCK YOU I WON’T DO WHAT YOU TELL ME. Headbanging a palla, inevitabile. Zack De La Rocha mai più a questi livelli. Quando parte questo album si sente l’elettricità e la tensione nell’aria, c’è poco da fare.

WU-TANG CLAN – ENTER THE WU-TANG (36 CHAMBERS) (1993)
Fin dagli anni ’80 in me convivevano (facendo a volte a pugni) l’anima goth e quella del b-boy. Ma finché si trattava di Bambaataa o di Grandmaster Flash stavo a posto così, era musica per ballare. Con l’avvento dei Wu-Tang e del loro primo, cupissimo album l’hip hop diventa improvvisamente musica da ascoltare, paesaggio sonoro di cui non si può più fare a meno. Spezzoni di film di kung fu in mezzo alla tracklist (non a caso RZA poi collaborerà con Tarantino, maestro delle compilation di questo tipo), questo è l’album di Protect Ya Neck, Shame on a Nigga e C.R.E.A.M., brani che hanno cambiato la storia del genere e hanno influenzato Nas, Notorius BIG e Jay-Z. Tanta, tantissima roba.

DREAM SYNDACATE – THE DAYS OF WINE AND ROSES (1982)
La summa di un movimento, il cosiddetto Paisley Underground, che nei primi ’80 mi prendeva assai, questo album dei Dream Syndacate è perfetto nel suo unire la psichedelia degli anni ’60 all’urgenza del punk instillandoci però anche una bella dose di Velvet Underground (gli assoli di Karl Precoda sono molto White Light / White Heat, pur avendo una propria personalità e riconoscibilità). In questo senso i Dream Syndacate non sembrano quasi un gruppo californiano come i Rain Parade, le Bangles o i Green on Red: il loro album d’esordio rivisita più il lato oscuro del sixties rock. Poi vabbè, ci sono perle come When You Smile, Halloween e la title track che valgono mille ascolti.

THE CURE – SEVENTEEN SECONDS (1980)
Per il grandissimo amore che porto ai Cure, chiudiamo in bellezza con Seventeen Seconds, che esprime al meglio il suono dark e mimimalista che di lì a poco sarebbe andato verso un pozzo di angoscia (Faith) e autodistruzione (Pornography) per poi rinascere sotto forma di pop sghembo (da The Top in poi) e tornare in forma barocca e sovraincisa al termine del decennio (Disintegration). In questo album c’è già tutto, da At Night a Play For Today, all’atmosfera da brivido di The Final Sound. Ma soprattutto c’è A Forest, il pezzo che tutti i bassisti in erba provano a suonare, e la copertina con la foto in motion blur che ha praticamente influenzato tutta la mia percezione della fotografia nei trent’anni a venire (foto scattata da Robert Smith stesso, pare). Una chicca particolare: Frankie Rose ha realizzato un “cover album” di tutto Seventeen Seconds. Credo sia l’unico album ad aver mai subito un trattamento così. Ed è bellissimo.

COSA ASCOLTARE NEL XXI SECOLO









Mi trovo spesso a discutere amichevolmente con persone della mia età (quindi: matusa) che mi chiedono cose tipo “Ma come cazzo fai ad ascoltare la merda che passano adesso, io ascolto solo Virgin Radio / Radio Nostalgia / qualunque radio la cui programmazione si fermi al 1999”.

Ora, io non penso di vivere a tutti i costi nell’effimero dell’attualità musicale. Se c’è una cosa che conosco bene e in cui sguazzo è la storia del rock/pop/r’n’b/hip-hop quel che volete, e ascolto con piacere la “musica leggera” di vari decenni, dai ’30 ai ’90 e oltre. Però, proprio perché conosco la storia, non mi faccio sfuggire quel che di buono c’è nel contemporaneo che non deve per forza essere la trap se vi fa cacare la trap (a me no, comunque, apprezzo anche quella), ma ci son cose che varrebbe la pena ascoltare. Inoltre – e qui mi rivolgo ai rocker puri e duri – esiste un mondo oltre la combo basso, chitarra e batteria.

E ve lo dimostro con la mia consueta matusaggine, ovvero proponendovi il formato dell’album, che in un era di consumo frammentario, di streaming e di algoritmi è sempre più penalizzato. Quindi partiamo: ecco gli album fondamentali, che dovreste proprio ascoltare, degli ultimi 10 anni (in numero magico di tre per anno).

2009: Wilco / Wind’s Poem / Lungs

2010: My Beautiful Dark Twisted Fantasy / Teen Dream / This Is Happening

2011: Bon Iver / Nostalgia, Ultra / The English Riviera

2012: Lonerism / Channel Orange / Bloom

2013: Silence Yourself / The Electric Lady / Cut 4 Me

2014: LP1 / Black Messiah / Morning Phase

2015: Art Angels / To Pimp a Butterfly / If You’re Reading This It’s Too Late

2016: A Moon Shaped Pool / Puberty 2 / Hopelessness

2017: Masseduction / American Dream / Culture

2018: 7 / El mal querer / Safe in the Hands of Love

Volevo fare il figo che non ripeteva mai un artista più di una volta, ma ci sono almeno tre casi che ricorrono con più di un album (Frank Ocean, Beach House, LCD Soundsystem)… e in effetti sono tre dei miei artisti preferiti del decennio.
Tutti i link portano a Spotify (in questo sono abbastanza modernizzato).
Buon ascolto.

Post Scriptum
Se siete di quelli che solo Radio Italia, ci sono anche delle cose interessanti uscite nel belpaese negli ultimi 10 anni… I Cani, Salmo, Sick Tamburo, Brunori sas, Iosonouncane, Cosmo, Bachi da Pietra, Calcutta, Motta, Ex-Otago, Ghali, Giorgio Poi, Willie Peyote, Frah Quintale, Nu Guinea, Gazzelle, Liberato, Myss Keta, lemandorle, Coma_Cose.
Alcuni di questi sono stati anche a Sanremo, ve’.