I MIGLIORI ALBUM DELLA MIA VITA

Recentemente avevo fatto un post, breve ma incisivo, tanto da essere ripreso da una delle mie newsletter italiane preferite (Polpette®) sui migliori album del decennio in corso, i tanto vituperati anni ’10. In un impeto di retromania, invece, riprendo qui una serie di interventi estemporanei fatti su Facebook a seguito di coinvolgimento in una di quelle catene di S. Antonio tipiche dei social, che di solito rifuggo come la peste bubbonica ma che nello specifico (liste di album? Pane quotidiano!) mi aveva abbastanza infoiato. Siccome però siamo qui proprio per ristabilire la prevalenza del longform sul post breve ed estemporaneo, ecco che adesso vi beccate 20 album fondamentali del XX secolo (a mio insindacabile giudizio) che non è umanamente possibile non ascoltare. Non siate pigri, per ognuno vi metto il link a Spotify. Magari, se non conoscete qualcosa, può essere una gradita sorpresa. O altrimenti, una passeggiata sul viale dei ricordi, come si suol dire.

TELEVISION – MARQUEE MOON (1979)
A pelle, il primo album che mi viene in mente è Marquee Moon, perché mi ha folgorato come pochi altri album, e dopo questo ascolto (per me avvenuto verso la metà degli anni ’80 su un vinile comprato usato) non sono più stato lo stesso. Post punk americano, chitarre intrecciate melodiche ma nervose e oblique, voce paranoide alla Talking Heads e pezzi esaltanti come Friction, Venus, See No Evil ma soprattutto la monumentale title track che sta al post punk come Bela Lugosi’s Dead dei Bauhaus sta al goth (e che comunque fa tesoro della tradizione rock americana trasfigurandola). Un album che non mi stanco mai di ascoltare ancora oggi. 

DAVID BOWIE – LOW (1977)
A Berlino con Eno (fa anche rima), Bowie concepisce il capolavoro art-rock-ambient-electronica che influenzerà gran parte della new wave a venire, per tacere del post-rock. Ci sono dentro quelle cose stile coro delle voci bulgare nell’atto di tagliarsi le vene, come Warszawa o Weeping Wall, e ci sono gemme brillanti come Speed of Life, Sound and Vision ma soprattutto Always Crashing in the Same Car, che alla fine dei conti è “il” mio pezzo di Bowie. Il mio vinile di Low è consumato. E il vostro?

MASSIVE ATTACK – BLUE LINES (1991)
Correva l’anno millenovecentonovantaerotti, e io entravo in folgorazione per via del fatto che l’hip hop incontrava le frange più oscure del post punk, del reggae e del dub. Echi di Slits e PIL, labirinti sonori ipnotici che sfoceranno in altri capolavori dei Massive e che influenzeranno tutto il trip hop a venire, la voce di Horace Andy, il basso che pompa, Shara Nelson che canta “You can free the world, you can free my mind, just as long as my baby’s safe from harm tonight” e la consapevolezza acuta per la prima volta che si può assemblare un capolavoro prendendo pezzi di basso di qua, break di batteria di là e riscrivere la storia della musica.

PIXIES – SURFER ROSA (1988)
La storia è un po’ strana perché io, darkettone che son io, ero tutto perso nelle atmosfere 4AD di Ivo Watts-Russell, che nel frattempo, sul finire degli ’80, scopre e produce questa band americana con la bassista carismatica, il cantante/songwriter melodico-folle, il chitarrista violento ma con stile. Cosa sentono le mie orecchie? Un’urgenza incredibile, linee melodiche accattivanti, canzoni che parlano di mutilazioni, incesto, follia religiosa, handicap mentali, rabbia punk e pop zuccheroso, con una vena di inquietudine. Per l’album vero e proprio Ivo si affida a Steve Albini (cioè quello che poi produrrà In Utero dei Nirvana)… e che altro dobbiamo dire. Un album del cuore, senza se e senza ma. Contiene anche Where Is My Mind, chevvelodicoaffà.

VELVET UNDERGROUND – THE VELVET UNDERGROUND (1969)
The Velvet Underground, l’album eponimo, quello con copertina nera e foto sfocatona della band. Insomma, il terzo album. Quello del ’69, per capirci. Quello con dentro la tracklist perfetta. Quello che è già Lou Reed ma senza troppa decadenza glam. Quello che è ancora Velvet-sperimentale ma senza insistere troppo sul feedback (a parte i 9 minuti di The Murder Mystery). Quello che è in equilibrio precario tra pulsioni diverse e che per questo motivo resta uno degli album più semplici, potenti e affascinanti della storia del rock. Inizia con Candy Says ed è già beatitudine. Poi c’è Pale Blue Eyes, Jesus e soprattutto I’m Set Free, uno dei pezzi più belli dei VU. E quella piccola delizia finale di After Hours. Tenetevi Nico, preferisco Maureen Tucker…

JESUS AND MARY CHAIN – PSYCHOCANDY (1985)
Questo album ha per me una valenza specifica, è nel mio Guinness personale per diversi motivi. Non ho mai posseduto il vinile originale ma solo una cassetta Maxell C90 logorata dall’uso e a seguire tante versioni digitali dell’album. Ma Psychocandy non è MAI mancato in qualunque walkman, discman, lettore mp3, Zune, Zen, iPod, iPhone, iTunes io abbia mai posseduto. Perché Psychocandy è semplicemente l’album a cui ricorro quando voglio stare bene, e non si tratta di una delle mie band preferite in assoluto, e non si tratta (solo) del fatto che è uscito in un anno per me di grandissimo cambiamento, è piuttosto una sonorità, un feedback morbido, un ronzio che avvolge, un mixaggio sporco e indistinto, un ritmo trascinato che attacca con Just Like Honey e non ti molla più e non distingui forse neanche bene le tracce. Proto-shoegaze di derivazione Velvet immerso in un bagno acido di wall of sound alla Phil Spector: cosa vuoi di più dalla vita?

JOY DIVISION – UNKNOWN PLEASURES (1979)
Io ai Joy Division e a Ian Curtis mi sono avvicinato relativamente tardi. La loro parabola si era rapidamente conclusa mentre io appena scoprivo i Cure, i Bauhaus, Siouxie and the Banshees, Echo & The Bunnymen, Cocteau Twins, Dead Can Dance. Poi niente, è successo che anche i “dark” potevano ballare (si era scoperto con i New Order, no?) e mi sono innamorato di quel basso, di quella batteria secca e metronimica, di quelle tastiere desolate, di quella voce che non era (più) quella di Ian Curtis ma era comunque disperata e cavernosa pur facendoti muovere il culo senza sosta. A quel punto ho dovuto andare alla fonte, ed è stata la folgorazione. Intanto quel vinile ha la copertina credo più iconica mai vista al mondo. E poi che cazzo, inizia con quel ritmo pazzo e velocissimo e quella linea di basso distorto di Disorder e non ti molla più fino alla fine, come una mano stretta alla gola. E non possiamo nemmeno dire che i JD siano “goth” in senso stretto, sono puro post-punk immerso in un distillato di angoscia esistenziale. Per cui, insomma, l’album perfetto. 

VAN MORRISON – ASTRAL WEEKS (1968)
Si tratta di un album che non mi stanco mai di ascoltare, da quando l’ho scoperto per caso intorno alla metà degli anni ’90. Sono rimasto colpito dalla copertina e dal titolo. E quando l’ho ascoltato, poof! non sono più stato lo stesso. Astral Weeks, come lo posso definire… è folk-rock impressionistico da camera, è Bon Iver quarant’anni prima, è un flusso di coscienza con testi pari a Dylan ma se possibile ancora più incomprensibili, cantati con una tale grazia e una tale estasi che ti fanno rimescolare dentro. Leggenda vuole che Morrison timidissimo stesse chiuso in una cabina con la chitarra acustica e i sessionman che suonavano con lui (flauto, sax, basso acustico, batteria, tutti jazzisti peraltro) non lo vedessero mai. Il disco quindi è una jam session improbabile che risulta in un puro gioiello di traccia in traccia, dalla title track agli episodi più intensi come Cyprus Avenue e Madame George. Per Lester Bangs e per Wim Wenders è l’album migliore di tutti i tempi. E chi sono io per contraddirli? 

SMASHING PUMPKINS – SIAMESE DREAM (1993)
C’erano pochi anni ’90 nei primi 8 album e ciò non era bene. Il primo album che mi viene in mente che definisce (forse anche e più a posteriori) i miei anni ’90 è Siamese Dream degli Smashing Pumpkins. Più dei Nirvana, dei Soundgarden, dei Mudhoney e dei Pearl Jam che pure amavo molto. La distorsione qui si accompagna ad un gusto per la melodia catchy che trova in Today uno dei risultati più rappresentativi del decennio. E poi l’album parte con Cherub Rock, che per me è uno degli attacchi migliori del secolo. Produzione di Butch Vig (già con Nirvana e Sonic Youth) e partecipazione di Mike Mills dei REM alle session, Siamese Dream sembra un album positivo, ma è tutto all’insegna della droga, della malattia mentale, della depressione e del suicidio. Perfetto per me.

THE SMITHS – HATFUL OF HOLLOW (1984)
Un album che per me ha una storia particolare. A parte contenere praticamente tutti i miei brani preferiti degli Smiths, da What Difference Does It Make a How Soon Is Now?, da Heaven Knows I’m Miserable Now a Please Please Please Let Me Get What I Want. Nei gloriosi anni ’80 (seconda metà), mi dividevo tra questo album e il primo eponimo The Smiths. Ma mentre The Smiths è un filo monotono come album (ecco, l’ho detto), Hatful of Hollow con la sua caratteristica di raccogliere anche molte versioni alternative di brani già presenti nel primo album eponimo è migliore, più fresco, con un mixaggio più accattivante – erano comunque sessioni per BBC Radio con John Peel, mica pizza e fichi. Curiosità: l’oscuro cantante francese Fabrice Colette è il tizio ritratto in copertina (che le copertine degli Smiths, si sa, sono sempre un po’ una sciarada).

KRAFTWERK – MAN MACHINE (1978)
I Kraftwerk costituiscono un po’ un mondo a parte nella galassia dei miei amori musicali. Credo non ci sia un gruppo importante quanto loro nell’influenzare ormai quasi 40 anni di musica pop. Senza i Kraftwerk con ci sarebbe stato Afrika Bambaataa per come lo conosciamo, non ci sarebbero i Daft Punk, non ci sarebbero gli LCD Soundsystem, e molte altre band di cui non faccio il nome. Ah, non ci sarebbero stati nemmeno i Rockets, buffa band francese che dai Kraftwerk ha preso essenzialmente uno spunto per il look. Comunque. Man Machine è già il settimo album, ma contiene hit stratosferiche come The Robots e The Model e tanto basta. La copertina ha una delle grafiche più belle della storia del rock.

THE STOOGES – THE STOOGES (1969)
No Fun, 1969, I Wanna Be Your Dog. Basta? Senza questo album non ci sarebbe stato il punk, punto e basta. Appena partono i primi accordi senti già la devastazione, la puzza di vicolo marcio, la malattia, il disgusto. Garage rock brutale con un pizzico di psichedelia alla Doors e un altro pizzico di art-rock alla Velvet (John Cale suona in We Will Fall). Uno degli incroci più famosi della storia del rock, da cui è partita molta musica a venire. Fa tenerezza sapere che Iggy è ancora vivo e lotta insieme a noi, sempre incredibilmente uguale a sé stesso, sempre fottutamente punk.

SONIC YOUTH – GOO (1990)
Se Daydream Nation era il White Album del rock alternativo, Goo è il suo Abbey Road. I Sonic Youth sono qui all’esordio per una major dopo aver già prodotto numerosi album ed EP per etichette indipendenti: io li avrei recuperati tutti dopo essere stato folgorato da Goo. Goo ha una delle copertine più fighe della storia del rock. Goo contiene Kool Thing, Dirty Boots, Tunic (Song for Karen) e Mary-Christ. Goo è l’apoteosi dell’alt-rock. Amo tutto quello che Thurston Moore e Kim Gordon hanno combinato negli anni, ma soprattutto amo Goo. I know a secret or two about Goo, she won’t mind if I tell you… My friend Goo just says “hey you”!

WHO – WHO’S NEXT (1971)
Quando si parla di “rock”, io penso sempre a questo album iconico (a partire dalla copertina col monolite pisciato). I Who sono da sempre tra i miei gruppi preferiti, li ascoltavo fin da bambino, ma alle ossessioni narrative e un po’ barocche di Tommy o di Quadrophenia ho sempre preferito Who’s Next, con le epiche aperture e chiusure di Baba O’Riley e Won’t Get Fooled Again e soprattutto con la ballata Behind Blue Eyes che rimane ancora oggi per me uno dei migliori pezzi rock di sempre. Anche qui, come sempre avveniva con Pete Townsend, dietro c’era un concept naufragato (una rock opera mai realizzata dal titolo Lifehouse), ma l’abbandono della gabbia narrativa ha regalato maggiore freschezza a tutti i pezzi dell’album.  

AIR – MOON SAFARI (1998)
Anche questo album entra di diritto nel mio Guinness personale perché dal 1998 non è mai uscito dal mio Winamp/lettore mp3/iPod/iPhone. Moon Safari ci deve sempre essere, per le emergenze, un po’ come Psychocandy. È stato il primo album che ho scaricato in MP3 da Internet, ai tempi in cui la frase chiave dei musicofili sul web era “It really whips the llama’s ass”. I francesini fanno un frullato di elettronica, trip-hop, easy listening, downtempo, jazz, soul, funk, usano moog, mellotron, vocoder. Il risultato è una pietra miliare che aprirà la strada a Groove Armada, Thievery Corporation, Royksopp e compagnia sognante. La Femme d’Argent mi pare ancora oggi una delle opening track più fighe dell’universo conosciuto.

A TRIBE CALLED QUEST – PEOPLE’S INSTINCTIVE TRAVELS AND THE PATHS OF RHYTHM (1990)
Nel mondo dell’hip-hop, per me hanno sempre contato più le crew che non gli artisti solisti. E nessun album (a parte forse l’esordio dei Wu-Tang, vedi sotto) è stato più seminale dell’esordio di A Tribe Called Quest, parte di un collettivo “Native Tongues” (con De La Soul e Jungle Brothers) che promulgava un approccio più morbido, afrocentrico e jazzato al boom-boom-tchak. È l’album di Bonita Applebaum, I Left My Wallet in El Segundo e di Can I Kick It? con il suo sample di Walk on the Wild Side che ancora oggi fa muovere i culi nel mondo. Pharrell, D’Angelo e Kendrick Lamar non esisterebbero senza Q-Tip e compagni, lo sapete, no?

RAGE AGAINST THE MACHINE – RAGE AGAINST THE MACHINE (1992)
C’è questa cosa, che io non sono un grandissimo fan del guitar rock duro, puro e fine a sé stesso. Ma il trattamento che Tom Morello riserva alla sua chitarra in questo album che ha posto le basi per tutti quelli che in seguito si sono definiti “nu-metal” o “crossover” è esaltante. I RATM prendono tutta la rabbia degli MC5 e del rock di protesta e lo distillano in urla animalesche come FREEEEEDOOOOOM o FUCK YOU I WON’T DO WHAT YOU TELL ME. Headbanging a palla, inevitabile. Zack De La Rocha mai più a questi livelli. Quando parte questo album si sente l’elettricità e la tensione nell’aria, c’è poco da fare.

WU-TANG CLAN – ENTER THE WU-TANG (36 CHAMBERS) (1993)
Fin dagli anni ’80 in me convivevano (facendo a volte a pugni) l’anima goth e quella del b-boy. Ma finché si trattava di Bambaataa o di Grandmaster Flash stavo a posto così, era musica per ballare. Con l’avvento dei Wu-Tang e del loro primo, cupissimo album l’hip hop diventa improvvisamente musica da ascoltare, paesaggio sonoro di cui non si può più fare a meno. Spezzoni di film di kung fu in mezzo alla tracklist (non a caso RZA poi collaborerà con Tarantino, maestro delle compilation di questo tipo), questo è l’album di Protect Ya Neck, Shame on a Nigga e C.R.E.A.M., brani che hanno cambiato la storia del genere e hanno influenzato Nas, Notorius BIG e Jay-Z. Tanta, tantissima roba.

DREAM SYNDACATE – THE DAYS OF WINE AND ROSES (1982)
La summa di un movimento, il cosiddetto Paisley Underground, che nei primi ’80 mi prendeva assai, questo album dei Dream Syndacate è perfetto nel suo unire la psichedelia degli anni ’60 all’urgenza del punk instillandoci però anche una bella dose di Velvet Underground (gli assoli di Karl Precoda sono molto White Light / White Heat, pur avendo una propria personalità e riconoscibilità). In questo senso i Dream Syndacate non sembrano quasi un gruppo californiano come i Rain Parade, le Bangles o i Green on Red: il loro album d’esordio rivisita più il lato oscuro del sixties rock. Poi vabbè, ci sono perle come When You Smile, Halloween e la title track che valgono mille ascolti.

THE CURE – SEVENTEEN SECONDS (1980)
Per il grandissimo amore che porto ai Cure, chiudiamo in bellezza con Seventeen Seconds, che esprime al meglio il suono dark e mimimalista che di lì a poco sarebbe andato verso un pozzo di angoscia (Faith) e autodistruzione (Pornography) per poi rinascere sotto forma di pop sghembo (da The Top in poi) e tornare in forma barocca e sovraincisa al termine del decennio (Disintegration). In questo album c’è già tutto, da At Night a Play For Today, all’atmosfera da brivido di The Final Sound. Ma soprattutto c’è A Forest, il pezzo che tutti i bassisti in erba provano a suonare, e la copertina con la foto in motion blur che ha praticamente influenzato tutta la mia percezione della fotografia nei trent’anni a venire (foto scattata da Robert Smith stesso, pare). Una chicca particolare: Frankie Rose ha realizzato un “cover album” di tutto Seventeen Seconds. Credo sia l’unico album ad aver mai subito un trattamento così. Ed è bellissimo.

COSA ASCOLTARE NEL XXI SECOLO









Mi trovo spesso a discutere amichevolmente con persone della mia età (quindi: matusa) che mi chiedono cose tipo “Ma come cazzo fai ad ascoltare la merda che passano adesso, io ascolto solo Virgin Radio / Radio Nostalgia / qualunque radio la cui programmazione si fermi al 1999”.

Ora, io non penso di vivere a tutti i costi nell’effimero dell’attualità musicale. Se c’è una cosa che conosco bene e in cui sguazzo è la storia del rock/pop/r’n’b/hip-hop quel che volete, e ascolto con piacere la “musica leggera” di vari decenni, dai ’30 ai ’90 e oltre. Però, proprio perché conosco la storia, non mi faccio sfuggire quel che di buono c’è nel contemporaneo che non deve per forza essere la trap se vi fa cacare la trap (a me no, comunque, apprezzo anche quella), ma ci son cose che varrebbe la pena ascoltare. Inoltre – e qui mi rivolgo ai rocker puri e duri – esiste un mondo oltre la combo basso, chitarra e batteria.

E ve lo dimostro con la mia consueta matusaggine, ovvero proponendovi il formato dell’album, che in un era di consumo frammentario, di streaming e di algoritmi è sempre più penalizzato. Quindi partiamo: ecco gli album fondamentali, che dovreste proprio ascoltare, degli ultimi 10 anni (in numero magico di tre per anno).

2009: Wilco / Wind’s Poem / Lungs

2010: My Beautiful Dark Twisted Fantasy / Teen Dream / This Is Happening

2011: Bon Iver / Nostalgia, Ultra / The English Riviera

2012: Lonerism / Channel Orange / Bloom

2013: Silence Yourself / The Electric Lady / Cut 4 Me

2014: LP1 / Black Messiah / Morning Phase

2015: Art Angels / To Pimp a Butterfly / If You’re Reading This It’s Too Late

2016: A Moon Shaped Pool / Puberty 2 / Hopelessness

2017: Masseduction / American Dream / Culture

2018: 7 / El mal querer / Safe in the Hands of Love

Volevo fare il figo che non ripeteva mai un artista più di una volta, ma ci sono almeno tre casi che ricorrono con più di un album (Frank Ocean, Beach House, LCD Soundsystem)… e in effetti sono tre dei miei artisti preferiti del decennio.
Tutti i link portano a Spotify (in questo sono abbastanza modernizzato).
Buon ascolto.

Post Scriptum
Se siete di quelli che solo Radio Italia, ci sono anche delle cose interessanti uscite nel belpaese negli ultimi 10 anni… I Cani, Salmo, Sick Tamburo, Brunori sas, Iosonouncane, Cosmo, Bachi da Pietra, Calcutta, Motta, Ex-Otago, Ghali, Giorgio Poi, Willie Peyote, Frah Quintale, Nu Guinea, Gazzelle, Liberato, Myss Keta, lemandorle, Coma_Cose.
Alcuni di questi sono stati anche a Sanremo, ve’.

IL MEGLIO DUEMILADICIOTTO









Fughiamo ogni dubbio: da me non trovate la classifica dei migliori libri / film /album / serie dell’anno. Da me trovate le cose migliori che io ho visto, letto, ascoltato nel corso dell’anno (che poi possono essere anche di qualche anno prima eh). A few of my favorite things, insomma, come cantava la leggiadra Maria Rainer ai figli del capitano Von Trapp. Non sono classifiche, non sono in ordine, a volte ci sono 10 item, a volte 15, a volte 20, a seconda di quanto riesco a macinare. In mezzo, a volte, ci sono anche le cose che mi hanno deluso di più nel 2018 o quelle che ancora vorrei leggere, ascoltare, vedere (una grande idea per voi lettori sarebbe quella di farmi un regalo, ché tra poco compio gli anni)!
Insomma: suggerimenti di recupero per voi, se vi fidate.
Vado direttamente a incominciare.

LIBRI

Tra me e il mondo (Ta-Nehisi Coates)
Una lettura fondamentale e coinvolgente su cosa vuol dire essere afroamericani oggi e sul concetto del “corpo nero” e di chi lo gestisce.

La festa nera (Violetta Bellocchio)
Distopia tagliente e spiraleggiante, la pianura padana dopo la fine del mondo. Sette, violenza, videomaking, oblio. Potente e immaginifico.

La sicurezza degli oggetti (A.M. Homes)
Serie di racconti disturbanti e spiazzanti, di quelli che ti rimangono dentro per un po’. Ne hanno tratto anche un film anni fa. Non l’ho visto. C’è molto sesso inquietante.

La settima funzione del linguaggio (Laurent Binet)
Thriller semiotico con Barthes, Eco, Jakobson, Derrida e un po’ tutti quelli che vi vengono in mente. Una sarabanda tra Parigi, Bologna, Venezia e New York a base di retorica, dita mozzate, omicidi eccellenti.

The Game (Alessandro Baricco)
Non so come ha fatto Baricco, ma ha riassunto in un libro tutti i miei corsi di introduzione ai media digitali, ovviamente con il suo stile che è cento volte meglio del mio. Un libro necessario per tutti, per pensare.

Le venti giornate di Torino (Giorgio De Maria)
Horror della mente tutto torinese, uscito nel ’77 e riedito 40 anni dopo. Fa pensare a Lovecraft. Gli abitanti di Torino impazziscono e muoiono male per 20 giorni, poi più nulla: cosa ci sarà dietro? Forse un social network ante litteram custodito nel Cottolengo?

Bruciare tutto (Walter Siti)
Il libro che più mi ha impressionato quest’anno (parla di pedofilia). Ho dovuto posarlo più volte e aspettare mesi prima di finirlo. Devastante, ma bellissimo. Una riflessione sul peccato, la colpa, l’espiazione. A tratti molto crudo, a tratti tenerissimo. Indimenticabile.

Le tre del mattino (Gianrico Carofiglio)
Un rapporto tra un padre e un figlio epilettico che mi ha coinvolto molto, ambientato nella cara Marsiglia, sincopato come un’improvvisazione jazz. Due anime che imparano a conoscersi.

La compagnia dell’acqua (Giacomo Papi)
Sorta di fantasy urbano ad ambientazione milanese che per me oggi vale quanto valevano i vecchi libri di Benni che oggi non riuscirei più ad aprire. Protagonista, un bambino ossessivo compulsivo: come non identificarsi?

Critica portatile al visual design (Riccardo Falcinelli)
Il saggio che più mi ha preso e divertito quest’anno, una cavalcata dal medioevo a oggi sui segni, il layout, la composizione, Steve Jobs, le serie TV, Walter Benjamin e quant’altro. Lo consigio vivamente.

Libri che ancora non ho letto ma bramo di leggere nelle prossime settimane: Cromorama (Riccardo Falcinelli) / In cucina con Kafka (Tom Gauld) / Il libro degli esseri a malapena immaginabili (Caspar Henderson) / L’animale che mi porto dentro (Francesco Piccolo) / Proletkult (Wu Ming)

COMICS & GRAPHIC NOVELS

I Kill Giants (Joe Kelly)
Una storia coinvolgente di adolescenza, lutto, fantasia, amicizia al femminile. Ne hanno tratto anche un film, meno potente ma ugualmente bello. Per me eccezionale. Le parole del gigante a Barbara, la problematica protagonista, suscitano tante lacrimone.

Macerie prime (Zerocalcare)
Un notevole exploit per il fumettista più amato (e venduto) in Italia. Due volumi belli, pregnanti, divertenti e amari. Animali fantastici e dove trovarli (nel cuore delle persone normali): paure, avidità, immobilismo e problemi dei quarantenni di oggi. Non a caso tutti quanti ci identifichiamo un po’ in ZC.

La mia cosa preferita sono i mostri (Emil Ferris)
Un po’ il caso dell’anno: disegni fitti fitti, un lavoro calligrafico allucinante, una trasposizione titanica per la storia (immaginata come “pagine di un diario grafico”) di Kara Reyes, cui piacciono i fumetti horror e i vecchi film di mostri, che scopre che anche vicino a lei ci sono mostri ben più pericolosi di quelli di fantasia…

Sex Criminals (Chip Zdarsky – Matt Fraction)
Una delle serie che ho seguito con più interesse e divertimento: i protagonisti hanno la capacità di fermare il tempo quando hanno un orgasmo, ma attenzione, la polizia del sesso è sempre in agguato! Ironico, tenero e sagace, impagabili le risposte degli autori alla rubrica di posta.

I Hate Fairyland (Skottie Young)
Young è uno dei miei disegnatori preferiti (di lui ho molto apprezzato anche la versione a fumetti del Mago di Oz): qui, forse proprio in reazione a un fantasy ingabbiato nella tradizione, Young sclera e produce commedia demenziale e splatter a pacchi. Divertentissimo. Pieno di parolacce… censurate creativamente!

Ghosts (Raina Telgemeier)
Lacrime e sorrisi con l’ultimo libro dell’autrice di Sisters. Uscito già un paio d’anni fa, racconta (di nuovo) di due sorelle, una delle quali malata, che vedono i fantasmi. Un po’ Coco, ma con maggior realismo (magico).

La fine della ragione (Roberto Recchioni)
Recchioni sputa in faccia al lettore una distopia nemmeno troppo lontana dalla realtà, con tavole ispirate che a volte ricordano Paz e Go Nagai, due autori che certamente lui ammira. Storia potente e archetipica, la Madre vince su tutto.

X-Men Grand Design (Ed Piskor)
Piskor attua la sua “magia vintage” sulle origini degli X Men, riproponendo in grande formato e su carta da pacchi con retinature anni ’60 una delle storie Marvel più amate.

Deadpool (Skottie Young)
La serie più recente di Deadpool, disegnata dall’imprescindibile Skottie Young. Devo aggiungere altro?

The Unbeatable Squirrel Girl (Ryan North – Erica Henderson)
Il piacere colpevole che non piace a nessuno tranne a me. Io adoro Squirrel Girl, l’eroina più demenziale dell’universo Marvel. Raga, ha battuto persino Hulk! Ha fermato Galactus! Ha una theme song rubata a Spider-Man! E soprattutto una scrittura con un flusso di coscienza delirante di note a piè di pagina divertentissime.

Fumetti su cui non ho ancora messo le mani ma che devo procurarmi ASAP: Cinzia (Leo Ortolani) / Kids with Guns (Capitan Artiglio) / Crawlspace (Jesse Jacobs) / La casa (Paco Roca) / Sabrina (Nick Drnaso) / Una sorella (Bastien Vivès) / Le spaventose avventure di Kitaro (Shigero Mizuki) / Dog Man (Dav Pilkey) / Night Bus (Zuo Ma)

ALBUM

7 (Beach House)
Sono il mio gruppo preferito del decennio, li ascolto in continuazione e questo album è la summa di tutti i precedenti. Dreampop a palla, distorsioni, organetti e voce sognante. Li adoro.

Dirty Computer (Janelle Monae)
Direi che è ormai evidente a tutti che Prince si è reincarnato in Janelle Monae. Ottimo album R&B con guest di tutto rispetto (Brian Wilson, Grimes, Stevie Wonder) e un piglio funk fantascientifico che contraddistingue la cantante.

Culture 2 (Migos)
La trap vera cerchiamola qua. Migos è il sound di Atlanta (vedi anche serie TV) ed è una vera sorpresa nel panorama hip hop mondiale. Può far cagare, ma il presente è questo qua.

High as Hope (Florence + The Machine)
Non resisto agli anthem di Florence, in questo nuovo album sempre più vicina in alcuni pezzi alle sue amate Kate Bush e Stevie Nicks. Spinge anche un po’ meno del solito, che se vogliamo era un suo difettuccio negli album precedenti.

Ye (Kanye West)
Il tipico caso di personaggio schizzato e assolutamente poco condivisibile nella sua ultima deriva trumpiana che però anche quando produce una cazzatina come questa è sempre al top.

Age Of (Oneothrix Point Never)
Inspiegabilmente e ossessivamente affascinante, questo è l’album elettronico dell’anno per me. Clavicembali e synth, dissonanze, elettricità statica, voci inquietanti. La Warp non delude mai.

Cosmotronic (Cosmo)
Cosmo è riuscito a rifare oggi (con originalità) quello che i Subsonica erano riusciti a fare con Microchip Emozionale. Pop elettronica e dancefloor tutto insieme con intelligenza. Da riascoltare a nastro.

Violence (Editors)
New Wave rivisitata, un po’ meno dark del solito ma con pezzi molto godibili e un ottimo risultato di Tom Smith che per me rimane uno dei migliori vocalist in circolazione.

Playlist (Salmo)
Vabbè, balliamo. L’ultimo album di Salmo è già platino e solo per il fatto che ha lanciato il primo video su Pornhub merita tutta la mia stima. Ci sono featuring di Fibra, Coez e Sfera Ebbasta.

Masseduction (St. Vincent)
Tecnicamente siamo nel 2017 ma io l’ho ascoltato a palla solo quest’anno. E l’ho adorato: mi sembra il miglior risulato finora di Anne Clarke, specialmente in pezzoni come Los Ageless o Pills (che deve moltissimo ai Talking Heads).

Album che vorrei ascoltare e – mea culpa – ancora non ho cagato di striscio: Bad Witch (NIN) / El Mal Querer (Rosalìa) / Be the Cowboy (Mitski) / Nuova Napoli (Nu Guinea) / Ciao Cuore (Riccardo Sinigallia)

I guilty pleasures sonori che comunque io ascolto a nastro: M¥SS KETA, Sfera Ebbasta, Young Signorino e poi, va da sé, Liberato.

FILM

Dogman
Uno dei tre film italiani che segnalo, echi di Pasolini, regia misuratissima, interpretazione eccezionale. Non c’è splatter ma una visione dall’alto della condizione umana degradata alla violenza come gioco di relazione.

A Quiet Place
Thriller / horror / fantascienza con una marcia in più, non foss’altro che per l’idea di base: non si può fare rumore altrimenti i mostri ti sentono e ti divorano. Ovviamente la protagonista (Emily Blunt) deve, tipo, partorire.

Hereditary
L’horror più devastante dell’anno. Un po’ pretenzioso sul finale, ma angosciante, disturbante, con i colpi di scena al posto giusto, e un’atmosfera genuinamente malata. Le nonne sataniche ci perseguitano anche dall’oltretomba…

Roma
Ci vuol poco a dire che Roma è il film “più bello” dell’anno. Vince su diversi fronti, la ricostruzione d’epoca sembra veramente azzeccata e tutto è incredibilmente… vero. Frammentario e organico al tempo stesso, formalmente affascinante e – anche se per me ci è voluto un po’ – emotivamente coinvolgente.

Chiamami col tuo nome
Un mélo leggero ma straziante di Guadagnino, un film che riesce a rappresentare in modo bruciante il desiderio, il turbambento d’amore, la sessualità di un adolescente. Scena della pesca con Battiato inclusa.

Ready Player One
Uno Spielberg un po’ affrettato ma in gran spolvero per la rilettura filmica di uno dei miei romanzi preferiti. Visivamente eccezionale (eye candy, si suol dire), forse con poco “cuore” ma con una scena di meta-cinema che fa storia a sé.

The Predator
Il miglior film d’azione dell’anno, c’è dietro Shane Black, ho detto tutto. Un reboot con le palle.

La ballata di Buster Scruggs
Il film dei Coen per Netflix sembra una serie TV surreale compressa in due ore di film. Colpisce, diverte, affascina. Calca molto sul pedale del postmoderno, per chi non ama il genere è un problema.

Black Panther
Uno di due film Marvel che ho apprezzato quest’anno, anche per il suo significato politico in questo 2018. Il Wakanda è affascinante con il suo mix di savana e hi-tech, e il cast all-black è convincente assai.

BlacKKKlansman
A proposito di all-black, l’ultimo Spike Lee è un colpo di genio: infiltrare un poliziotto nero nel KKK con l’aiuto di un poliziotto bianco ebreo. Sembra una barzelletta, invece è divertente, potente, commovente (tratto da una storia vera).

They’ll Love me when I’m Dead
Documentario Netflix sulla lavorazione dell’ultimo, interrotto film di Orson Welles, The Other Side of the Wind (anche quello finito da Bogdanovich con produzione Netflix). Un’occasione unica per entrare nei processi creativi di un grande del cinema.

Loro
L’affresco berlusconiano di Sorrentino, potentissimo nella prima parte, più elegiaco nella seconda, con momenti di genio assoluto e altri momenti di vacuità. Comunque sia, un film da non perdere, con un gigantesco Toni Servillo.

The Florida Project
Una delle rivelazioni dell’anno, dal regista di Tangerine: una storia di bambini lasciati a sé stessi in un motel nei pressi dei megaparchi DisneyWorld, con un Willem Dafoe in stato di grazia. Commedia amara, molto umana.

Sicilian Ghost Story
Terzo (ma non meno importante) film italiano della lista, che giustamente ora sta facendo il botto in tutto il mondo (da noi uscì nel 2017). Fantasy, fiaba gotica e cronaca si intrecciano in un film onirico e delicato, ispirato al terribile omicidio di Giuseppe Di Matteo. Giovani attori eccezionali.

Brawl in Cell Block N. 9
Serie B con i controcoglioni, violenza a mille, speranza zero nella storia di un poveraccio che finisce in prigione e si avvita in una spirale nera di sangue, sporcizia e morte. Con Vince Vaughn. Non per stomaci delicati.

A Ghost Story
Horror filosofico quasi alla Terence Malick, una riflessione sullo spirito e su cosa resta dell’uomo dopo la morte. Lentissimo, meditativo, silenzioso, dà nuova luce al tradizionale “lenzuolone coi buchi” dell’iconografia fantasmatica.

The Man Who Killed Don Quixote
E finalmente il mio amato Terry Gilliam è riuscito a produrre il suo film su Don Quixote. Non il suo capolavoro, ma comunque un ottimo film con un ispiratissimo Adam Driver.

Deadpool 2
L’altro film Marvel dell’anno. L’ho apprezzato ancor più di Deadpool 1. Che già avevo apprezzato molto. Ma bisogna dire che qui c’è anche un giovanissimo comprimario di razza, il neozelandese Julian Dennison, che regge mezzo film.

Mandy
Sarei tentato di dire il miglior film dell’anno. Un’orgia psichedelica di sangue, violenza, droghe, motociclisti demoniaci, duelli alla motosega, sette sataniche, e su tutto il ghigno folle di Nicolas Cage. Da vedere.

Film usciti negli ultimi mesi che devo assolutamente recuperare: Mid 90s / Halloween / Overlord / A simple favor / Tully / First Man / A star is born / First Reformed / Sorry to Bother You / Death of Stalin / Can you ever forgive me? / Eight Grade / Suspiria / Un affare di famiglia

Film che mi hanno deluso parecchio per vari motivi che non vi sto a dire ma che in sostanza mi hanno fatto dire “bah”: Bohemian RhapsodyAnnihilation / Death Wish / The Nun / Mute 

ANIMAZIONE (CINEMA E TV)

L’isola dei cani
L’immaginazione di Wes Anderson al potere. Bello come e più di Fantastic Mr. Fox, rappresenta una summa animata dei temi cari al regista. E io l’ho adorato.

Coco
Tecnicamente del 2017 ma tutti lo abbiamo visto a capodanno, via. Pixar al suo meglio, dia de los muertos, teschi coloratissimi e una bella storia che insegna a grandi e piccini a gestire il lutto e sentirsi parte di una famiglia.

Gatta cenerentola
Ottimo prodotto italiano in un ambito dove gli italiani lavorano pochissimo. Liberamente ispirato all’omonima fiaba di Basile e ambientato in una Napoli steampunk visivamente eccezionale, il film diventa un thriller sui generis mai banale e al pari di analoghi esperimenti d’autore francesi. E poi tra i doppiatori c’è Ciro Priello.

Final Space
La space opera che aspettavo, una serie divertente / angosciante, con un conto alla rovescia puntata dopo puntata verso la morte del protagonista. Non delirante come Rick e Morty, ma un ottimo risultato di Adult Swim.

Bojack Horseman 4
Siamo ormai al quarto anno, e BoJack è sempre di più nel mio cuore con la sua carica di ansie, depressioni, dipendenze e quant’altro. L’episodio del discorso funebre, vorrei dire, è uno dei top televisivi dell’anno.

Big Mouth
Lo show Netflix sui cambiamenti della pubertà è una delle cose più divertenti viste in TV, grazie anche al cast delle voci. Il mostro dell’ormone e quello della vergogna entrano di diritto nel pantheon delle creature immaginarie più belle di sempre.

Steven Universe
Sempre sia lodato Steven per l’evolversi in senso sempre più complesso delle sue storie di scoperta di sé. Rebecca Sugar nel finale della quinta stagione ha dipanato in parallelo la sua mitologia delle Gemme spaziali e la maturazione sempre più importante di Steven. Con in più il primo matrimonio LGBTQ della storia dell’animazione per ragazzi.

She-Ra and the Princesses of Power
Noelle Stevenson ha azzeccato in pieno con questo reboot al femminile di She-Ra (a sua volta spinoff dei Masters of the Universe), con disegni, tono e storie apprezzabili su vari livelli di lettura. Da Dreamworks Animation, su Netflix.

Duck Tales
Anche questo un reboot di uno show Disney di grandissimo successo negli anni ’80, qui modernizzato non solo come stile e disegni, ma anche come tratteggio dei personaggi, molto più tridimensionali. Un must per chi ama i paperi, avventura al suo meglio (e Uncle Scrooge è David Tennant).

Hilda
Da una serie di libri di successo, la serie Netflix che più mi ha sorpreso quest’anno: la piccola Hilda cresce in un mondo di tronchi parlanti, troll, folletti e altre amenità, ma fa amicizia anche con i “normali” compagni di scuola. Delizioso. Sigla di Grimes.

Film o serie animate che devo recuperare: Ralph Breaks the Internet / Into the Spiderverse / Trollhunters 2 / The Hollow

Delusioni nell’ambito di prodotti di animazione che, insomma, pensavo meglio: Disenchantment / Peter Rabbit / Le epiche avventure di Capitan Mutanda / Gli Incredibili 2

SERIE TV

Chilling Adventures of Sabrina
Netflix ci ha puntato parecchio, e in effetti è una delle serie migliori dell’anno. Teen horror con venature di commedia, potrebbe essere il Buffy del nuovo millennio: buona messa in scena, interpreti sempre azzeccati, storia accattivante di Aguirre-Sacasa.

Atlanta
Le serie comedy da seguire negli ultimi anni per me sono due: una è Atlanta di FX, l’altra è quella qui sotto. Qui Donald Glover ha ideato un micro-universo narrativo tra hip hop, trap, piccola criminalità e bozzetti di vita vissuta che è assolutamente perfetto. Siamo alla seconda stagione.

Glow
Anche Glow, su Netflix, è alla seconda stagione e cresce sempre di più. Le ragazze del wrestling attraversano una ricostruzione anni ’80 con una grinta incredibile, ogni personaggio ha le sue peculiarità e l’aspetto metanarrativo non è mai pesante. C’è almeno un episodio che rasenta la genialità.

Everything Sucks
Non è piaciuta a nessuno, tant’è vero che Netflix l’ha tolta di mezzo dopo la prima stagione. Io l’ho assolutamente adorata e – cosa che non faccio mai – ho firmato petizioni on line per farla tornare. Teen comedy ambientata nei ’90 (decennio poco frequentato) con delicate storie di amicizia, amore e queerness. Una boccata d’aria fresca, con giovani attori molto credibili.

Il miracolo
Le serie italiane che funzionano si contano sulle dita di una mano. Il miracolo (di Niccolò Ammaniti) mi è parsa una di queste. Il fantastico radicato in un contesto quotidiano, realistico, solo un filo grottesco, come è tipico dell’autore. La madonna lacrima sangue, e dietro c’è una storia terribile che risale a molti anni fa…

Good Girls
Heist comedy molto simpatica con Christina Hendricks. Le tre brave ragazze protagoniste, bisognose di liquidità per vari buoni motivi, fanno una rapina al supermarket. Le cose non vanno come ci si aspetta e le criminali in erba finiscono in un gioco più grande di loro. Tempi comici e drammatici distribuiti perfettamente.

Hill House
Premetto che devo ancora finirla. Ma se vogliamo parlare di come trattare l’horror in una serie TV, quindi su tempi lunghi e senza jump scares, Hill House vince su tutta la linea. Culo chiuso per il 90% del tempo, per una nuova (e più elaborata) versione della classica storia di fantasmi di Shirley Jackson.

The Kominsky Method
Alan Arkin e Michael Douglas. Basterebbe questo. Ci si mette anche Chuck Lorre in cabina di scrittura e regia. Non può che uscirne una serie comedy acida e sincopata, tra problemi della terza età e monologhi sul senso della recitazione. Un lungo buddy movie degno di Walther Matthau e Jack Lemmon.

Patrick Melrose
Cumberbatch è Dio, questo è un dato di fatto incontrovertibile. In questa serie Showtime dà il meglio di sé, tanto che la sua interpretazione mi è sembrata rivaleggiare con quella di Sherlock (perché Cumberbatch può rivaleggiare solo con sé stesso, è chiaro). Patrick è un adulto disfunzionale e drogato perché ha subito abusi da piccolo. La storia si dipana su più piani temporali ed è tenera e agghiacciante al tempo stesso. Fortuna l’happy ending.

The End of the F**king World
Tratta da un graphic novel già di suo notevole, questa serie Netflix è stata una delle più viste dell’anno. Cupa, splatter e adolescenziale, con poco sesso e molta pulsione di morte, riesce ad essere comunque divertente pur nell’angoscia delle situazioni narrate (una sorta di Natural Born Killers nella campagna inglese).

Una valanga di serie TV interessantissime che non sono ancora riuscito a vedere perché le giornate sono solo di 24 ore e le prime 20 sono dedicate ad altro: Killing Eve / The Terror / Homecoming / L’amica geniale / Barry / Bodyguard / Cobra Kai / The Marvelous Ms. Maisel  / The Handmaid’s Tale / Wild Wild Country / Sharp Objects

Le serie TV di cui sono riuscito a vedere massimo uno, due episodi e poi continuavo a dormire senza alcuna speranza che agganciassero ulteriormente il mio interesse (ma che sulla carta erano abbastanza fighe, o che avevano attori di grido): Maniac / Insatiable / Altered Carbon / Westworld 2 / The Good Place

Con questo direi che abbiamo concluso.
Mi piacerebbe che – oltre a farmi notare che “pazzo, manca il film x o la serie y”, o “a me zxyyx ha fatto cagare” – mi suggeriste nei commenti altre belle cose da vedere, ascoltare, leggere che io magari non ho nemmeno considerato.
Dài, scambiamoci i link. Buone feste.