TELEFAX
L’altra sera mentre cenavo passava in televisione una vecchia puntata di Colombo.
Io detesto cordialmente Colombo e tutti gli ispettori rassicuranti del mondo come Barnaby, la Fletcher & C. Naturalmente Stefi li adora, quindi vince lei.
Il punto non è questo, però. Nella puntata di Colombo in questione, l’ineffabile tenente si stupiva per l’ultimissimo ritrovato della tecnologia moderna: il telefax.
Con il telefax, viene spiegato ad un incredulo Colombo, una lettera può arrivare da Los Angeles a New York in soli 14 secondi.
Tra un rapporto di consegna e l’altro, Colombo risolve il caso e io penso “curioso come le tecnologie moderne di una volta oggi sembrino roba da preistoria“.
E poi.
Mi trovo a dover acquistare per forza una stampante multifunzione Copy/Scanner/Fax a causa del fatto che determinate situazioni burocratiche in cui mi trovo ad agire non ammettono l’uso dell’e-mail per comunicare.
L’e-mail. Vorrei ricordare a tutti che l’e-mail su protocollo SMTP è diffusa dal 1982. La prima e-mail inviata da ARPANET è del 1973. Il fax è quantomeno contemporaneo. Allora spiegatemi perché non posso mandare una e-mail alla mia banca / alle poste / al ministero di ‘sta cippa per esprimere un mio pensiero ufficiale.
Non sarà che il profumo inconfondibile e la consistenza liscia e setosa del fax lo rendono uno strumento di comunicazione più caldo?
ESSENZIALMENTE IO
Io è un altro. Lo diceva Arthur Rimbaud nel 1871 (a 17 anni).
Peraltro lo diceva anche Morgan nel 1999, ma volevo far vedere che i miei orizzonti culturali a volte sono più ampi.
L’espressione è corretta, dato che (non so voi) mi risulta sempre molto difficile riconoscermi. A volte mi prendo di soprassalto da solo, per dire.
Per questo oggi ho pensato a questo piccolo esercizio, che mi farà riflettere su quell’altra persona (o quelle altre persone) che stanno qui dentro con me. Quelle persone che si manifestano più o meno nettamente a seconda del target, come in ogni piano di comunicazione che si rispetti.
Io mi vedo come una persona presa d’assedio dalla vita, sempre sul punto di arrendersi. Una persona a più strati: il primo strato impegna ogni sua energia a voler controllare tutto. Il secondo strato è tutto teso a bloccare il primo strato e a convincerlo che nulla è controllabile e tutto deve fluire così com’è. Il terzo strato più o meno se ne fotte di tutto ed è fondamentalmente stanco. Il suo apporto è quello di far assorbire agli altri due strati la legge principale della personalità: “massimo risultato con il minimo sforzo”.
È buffo come queste cose le capisci fin da piccolo. Io ero uno di quegli studenti che “potrebbero ottenere grandi risultati se solo si impegnassero”. Ecco, una delle cose che odio è che mi si dica che mi devo impegnare. A quel punto sfuma ogni particella subatomica di interesse per quello che sto facendo. Io sono una persona che si impegna moltissimo in cose futili, perché in quell’ambito nessuno mai è arrivato a dirmi “guarda che ti devi impegnare”. Nelle lunghe, vischiose ore di noia, nel tempo non strutturato e senza sorveglianza che ho passato da solo: è in quel tempo che sono diventato me stesso.
Non ho il coraggio di dedicarmi soltanto alle futilità di mio interesse, perché sono pratico abbastanza da capire che in qualche modo devo guadagnarmi il pane – e il diritto al mio tempo libero. Vado in crisi quando questo tempo libero viene ridotto ai minimi termini. Mi sbilancio su due attività che tento di impostare in modo “hobbystico” e non lavorativo (proprio perché altrimenti qualcuno, non so bene chi, potrebbe tirare in ballo l’impegno): scrivere e insegnare. Scrivo perché per me scrivere è estremamente ricreativo, specialmente quando posso riversare nella scrittura un po’ di quelle troppe informazioni che mi girano in testa. Insegno perché è il mio modo di amare il prossimo – cercare di trasmettergli le mie stesse passioni per la ricerca, la curiosità intellettuale, l’approfondimento.
Per gli altri, ho l’impressione di essere una persona molto diversa. Mia moglie mi considera una persona solida come una roccia, sensibile abbastanza da intuire qualche esiguo aspetto della femminilità, portato a prendere sul ridere le cose gravi e a prendere seriamente le cazzate. Lei vede in me una persona migliore di quanto io non creda, e non di rado riesce a farla uscir fuori (questa persona migliore in genere sta molto ben rintanata perché sa benissimo che l’inferno in cui viviamo le toglierebbe in breve tempo ogni buona qualità).
Mia madre vede in me un appiglio in una situazione esistenziale di continuo naufragio (e ridagli con la persona solida e forte: non è inesatto, ma non mi ci riconosco del tutto). Per lei sono tutto quanto ha fatto di buono e tutto quanto c’è di sano al mondo. Come tutte le mamme, ha questa ostinata convinzione che io sia la persona più speciale del pianeta. La cosa ha quasi sempre dei risvolti imbarazzanti. Troppe persone che ti amano ti mettono a disagio se non sei più che convinto di meritartelo.
I miei amici più cari sono più portati a distinguere con chiarezza anche i miei difetti. Il fatto che siano amici nonostante questi difetti mi dà la misura del loro affetto che, va detto, è merce rara al giorno d’oggi. Per loro sono un’esteta pigro e cinico, che vive in un mondo tutto suo e ne esce quando ne ha voglia per interagire con il prossimo. Ho spesso il sospetto che pensino che io mi senta migliore di loro, quando in realtà in generale passo il mio tempo a cercare di stare al passo (ma può ben darsi che scatti un meccanismo di difesa analogo alla classica aggressività del timido).
Conoscenti meno intimi, colleghi, superiori e business partner a vario titolo hanno di me un’opinione sempre troppo alta. O meglio, a me sembra che sia troppo alta. Pur essendo il bambino che potrebbe fare di più, evidentemente riesco sempre a dare una prima impressione talmente positiva che anche in seguito le persone sono convinte della mia genialità, della mia affidabilità, della mia capacità di gestire i problemi sotto pressione. Sarà pur vero che alla fine è così: se prendo un impegno lo rispetto, e la parte calvinista della mia personalità, per quanto generalmente soffocata, riemerge e prende il timone.
Ma ricordatevi sempre che per ogni impegno che prendo, muoio un po’ dentro. Mi piace immaginarmi come una saponetta, che si smussa sempre di più fino a consumarsi del tutto.
Alla fine mi ritirerei dentro me lasciando un gradevole odore di fresia.
IL GRIGIO
Il grigio è un colore poco amato.
Secondo Wikipedia simboleggia la mediocrità, il rumore di fondo.
Un altra curiosità sul grigio: è un colore complementare di sé stesso. Oh sì, io amo le curiosità e i fun facts.
Il 2011? Per me è come se dovesse ancora iniziare. Siamo al 6 febbraio e tutto è ancora grigio. Certo, posso distinguere almeno 18 differenti livelli di grigio, ma sempre grigio è.
Intendiamoci: non è nero. Penso di poter dire che sto riuscendo a mantenere un atteggiamento positivo. Ma tutto è molto… nebbioso.
Un po’ mi sento in colpa. Nel tempo, ero arrivato a vedermi come una persona disponibile, empatica e capace di dare una mano con gioia.
Diciamo però che dopo 40 giorni filati di disagio senza interruzione (disagio non mio ma dei miei familiari più stretti), sono quasi contento di correre in ufficio nei giorni feriali, ansioso di tuffarmi in quel caleidoscopio (a 18 livelli di grigio) di lavori inutili e senza alcun significato che però rendono più semplice la vita. A volte capita persino di potersi dedicare ad un lavoro con un livello di senso lievemente più intelleggibile e allora, signori miei, è una pacchia.
Comunque sono esaurito. Ma non esaurito alla canna del gas: riesco sempre a rimanere più o meno pari a zero. Non vado in negativo.
Grigio. Vedremo per quanto tempo dura.
Il Grigio è anche il titolo di uno tra i più necessari degli spettacoli del signor G.
Sempre secondo Wikipedia, è la storia di un topo che si ritira da un mondo che non gli piace, va a vivere in una casa isolata: e lì è assalito da tutta la sua vita, gli tornano addosso tutte le ansie, è costretto a una continua autoanalisi. Entra dentro se stesso per guardarsi, per fare un bilancio.
Il Grigio, c’est moi.
E alla fine, a forza di guardarsi dentro, non resta che una scelta soltanto. Accettarsi.
