Di recente, in una libreria di remainders, ho pescato un volumetto prezioso: Tijuana Bibles, di Hazard Edizioni (altrimenti note per l’edizione italiana di serie di Osamu Tezuka, Leiji Matsumoto e i pregevolissimi albi del nostro Lorenzo Mattotti). Il libretto di per sé può passare inosservato: l’ignaro lettore che lo sfogliasse in libreria si troverebbe di fronte a rozzi disegni pornografici spesso del livello di quelli che si trovavano sulle pareti dei cessi delle medie.
Ma la pubblicazione ha dalla sua un agile apparato critico, che è quello che serve per inquadrare il fenomeno e capirne l’influenza. Perché dire tijuana bible in America è come parlare dei mitici calendarietti del barbiere da noi (io negli anni ’70 ancora ne trovavo diversi dal barbiere sotto casa – un esempio qui). Oggi sono oggetto di collezionismo, ma negli anni ’30 – il decennio in cui ebbero la loro massima diffusione – si trattava di un fenomeno illegale che però espose i giovani maschi americani all’idea di rivoluzione sessuale.
Dove per rivoluzione si intende soprattutto l’idea eversiva che la posizione del missionario non fosse l’unica possibile e praticabile.
Tralasciando gli aspetti sociologici, quello che soprattutto interessa dei tijuana bibles, è l’aspetto fumettistico. In otto pagine scarabocchiate, troviamo Popeye, Biancaneve, Arcibaldo e Petronilla, Lil’ Abner, Topolino, Dick Tracy, Flash Gordon e un po’ tutti i personaggi più noti dell’epoca impegnati in prodezze sessuali spesso inverosimili. Uno sberleffo alla produzione “media” che grazie alle agenzie di syndacation si andava normalizzando anno dopo anno, presentando storie sempre più innocue (persino Hollywood nel 1934 se ne venne fuori col Codice Hays).
L’eco dei tijuana bibles arriva fino a noi sotto forme spesso irriconoscibili. Ma riflettendoci, se non ci fossero state le orge bollenti di Poldo, Braccio di Ferro e Olivia, non ci sarebbe stato Mad, non ci sarebbero stati Fritz il Gatto e Zap Comics di Robert Crumb, non ci sarebbe stato Gilbert Shelton, e a quanto pare nemmeno Art Spiegelman, che di certo non è ricordato per la sua produzione pornografica, ma che sui bibles ci ha scritto un intero saggio. A pensarci proprio bene bene, forse oggi non ci sarebbe neanche Makkox. 🙂
Il libro va assolutamente reperito, ma nel caso non si trovi, può bastare una visita a Tijuanabibles.org (astenersi benpensanti): non c’è molto apparato storico-critico, ma ci sono decine di storie scansionate. Per un po’ di storia in più e per i veri collezionisti, c’è Tijuanabible.org (il nome è quasi uguale ma il sito è diverso – un po’ più commerciale). Se poi non siete interessati alla pornografia vintage, mi chiedo perché siate arrivati al termine di questo post.
Anzi, mi chiedo cosa ci facciate qua in generale. Via!
Non siete degni nemmeno di Renzo Barbieri!
Tornate ai vostri video di Pamela Anderson! Sciò!
