FILM BRUTTI IN STREAMING

Ma non solo brutti, dai. In realtà almeno uno molto bello c’è.
A voi indovinare quale.

APOLLO 10 ½ – A SPACE AGE CHILDHOOD (Richard Linklater, 2022)

Se c’è un autore che uno tende a dimenticare, ma poi quando esce con un film nuovo ti lascia sempre un senso di soddisfazione, quello è Richard Linklater. Che uno ami le sue commedie più o meno nere, il suo filone romantico/filosofico a base di “prima del”, il suo talento speciale nel raccontare la (pre)adolescenza, la sua abilità nel concepire film di animazione abbastanza “stupefacenti”, in questo Apollo 10 ½: A Space Age Childhood troverà un bel mix di tutti questi elementi (filone romantico/filosofico a parte). Chiaramente un progetto coccolato e fortemente personale, questo film animato (ma non tutto e non solo in rotoscoping come Waking Life e A Scanner Darkly) racconta semplicemente l’infanzia del regista texano dominata dalla NASA e dall’ossessione per la conquista dello spazio. La premessa è forte: la Nasa ha cannato la progettazione del modulo lunare e l’ha costruito troppo piccolo, quindi serve un bambino di 9 anni da mandare sulla luna per poter testare il modulo prima che ci mettano piede Armstrong, Aldrin e gli altri. Dopo pochi minuti di film, però, il narratore (Jack Black, che interpreta la versione adulta del protagonista) “mette in pausa” il racconto e parte una divagazione di più di un’ora sulla vita suburbana late sixties in quel di Houston, Texas. La famiglia con sei figli, le zone residenziali in costruzione, la plastica, il futuro (quello che oggi chiamiamo retrofuturo), i razzi, i padri ingegneri aerospaziali, le madri casalinghe, la televisione, i giochi da tavolo, i drive-in, il Vietnam e le pantere nere viste in TV e vissute come un qualcosa di incomprensibile, i giochi in cortile, per strada, nei campi… tutto è filtrato dalla memoria di Stan, che ad un certo punto viene addestrato come astronauta (o è solo una sua fantasia, questo non è dato saperlo). Il film è delizioso anche se non va da nessuna parte, è una riflessione affascinante e colorata che va dal realismo delle scene vissute nel 1969 all’astrazione quasi-collage della riproposizione delle scene viste in televisione o al cinema dal protagonista. Come ci si può aspettare da Linklater, la colonna sonora è eccezionale (Donovan, Pink Floyd, Johnny Cash, Canned Heat, Creedence Clearwater Revival, Byrds, Monkees, Quicksilver Messenger Service, Vanilla Fudge, Iron Butterfly). #recensioniflash

METAL LORDS (Peter Sollett, 2022)

Impossibile vedere Metal Lords senza quella punta di nostalgia canaglia per gli anni del liceo, che per me erano anni goth – o come si diceva allora “dark” – più che strettamente metal ma insomma, non sottilizziamo: tra Christian Death e Cradle of Filth, o tra Bauhaus e Black Sabbath non è che c’era poi un abisso. Questa è la storia di Kevin, il tipico nerd invisibile ai più che ha come amico del cuore il supermetallico Hunter, il cui unico scopo è quello di mettere su la band post-death metal del secolo, gli Skullfucker. Il film procede placido con tutte le tappe del genere coming of age che vi immaginate (le risse, le feste nella casa senza genitori, la perdita della verginità, i guai con i genitori, la perenne dicotomia tra gli sfigati e i popolari, la bruttina che diventa sexy/aggressive), ma tutto in salsa metal. Quello che mi ha lasciato un po’ basito è che Hunter dà a Kevin il compito di “imparare” il metal a base di video di Dio, Black Sabbath, Megadeth, Judas Priest, Pantera, Motorhead, Iron Maiden, Metallica… insomma, la band più recente sono gli Slipknot, o i Mastodon. Viene da chiedersi se proprio non ci sia stato nulla di epico nel metal degli ultimi 20 anni. Purtroppo quella è una scena frammentata in mille sottogeneri che non riesco più tanto a seguire, e del resto il film è scritto (e prodotto) da due cinquantenni, il DB Weiss di Game of Thrones e il Tom Morello dei RATM (anche in un tristissimo cameo). Oh, comunque il film è gradevole, l’esibizione finale alla proverbiale Battle of the Bands è convincente e insomma, quando Kevin si fa i muscoli da batterista metal cercando di imparare War Pigs (!!!) scappa persino la lacrimuccia (nonché l’air drumming selvaggio). I cinquantenni metallari lo adoreranno, gli altri boh. Su Netflix. #recensioniflash

MOONFALL (Roland Emmerich, 2022)

Ciao, sono qui per parlarvi di Moonfall, e prevenire il suicidio dei vostri neuroni. Proprio così: mi sono sacrificato per voi, e se ora non sarò lucido è perché la nuova fatica di Roland Emmerich ha minato profondamente la mia capacità di giudizio. Ci sono mille motivi per non guardare Moonfall. Il primo è Halle Berry. Sappiamo tutti che Halle Berry è maledetta dal 2004, anno in cui ha girato Catwoman distruggendo la sua carriera e condannandosi a ruoli insignificanti. Qui non è da meno nel ruolo della Capa Della NASA Con Un Bagaglio Di Rimpianti. Il titolo Moonfall è abbastanza auto esplicativo, la luna esce dalla sua orbita e SPACCA TUTTO, mareggia, terremota, tsunama e meteora la terra in una summa apocalyptica di coproduzione cinese (ma uno dei produttori esecutivi è John Paul “JP” Pettinato, e lì ho riso tantissimo). Ovviamente abbiamo l’Eroe Riluttante, lo Scienziato Fringe Che Nessuno Prende Sul Serio, il Conflitto Scienziati Vs. Militari, la Minaccia Nucleare, i Figli Appena Riconciliati In Pericolo Di Vita, la Missione Suicida Per Salvare Il Pianeta e… la Spiegazione Tutta Matta Del Perché La Luna Cade, che è una roba talmente telefonata e nello stesso tempo talmente Cosa Cazzo Ho Appena Visto che rende Moonfall uno di quei film di fantascienza talmente brutti che fanno il giro e… no, rimangono brutti. C’è ovviamente il Momento Alien, il Momento 2001 e credetemi quando vi dico che c’è anche il Momento Spaceballs. Lieto fine garantito con l’ovvio condimento di “E Tizio Di Cui Nessuno Ha Capito Il Ruolo?” – “Eh, Non Ce L’Ha Fatta”. Che qualcuno dei personaggi ha da murì sempre, se no non è credib-hahahah. Vabbè. Credo il film peggiore che potrete vedere nel decennio, così, a senso. Però terremoti, maremoti, meteoriti. E nanotecnologie aliene. Ops, ho fatto uno spoiler. #recensioniflash

FRESH (Mimi Cave, 2022)

Simpatica variazione sul tema del cannibalismo, Fresh è un thriller che pesca molto dal genere rape & revenge, anche se qui è più eat & revenge. Più leggero e ironico di Raw (ma per certi versi altrettanto cattivo), Fresh ha dalla sua interpretazioni convincenti, una prima mezz’ora che non fa presagire quasi nulla di dove si vuole andare a parare e un dieci minuti finali di ultraviolenza che valgono la visione. Carne al fuoco ce n’è molta (hahaha) ma la regista esordiente Mimi Cave riesce a gestirla tenendosi il più possibile in equilibrio tra horror, commedia e film indie fighetto. Lo metterei quasi sullo stesso piano di un Get Out, per dire. #recensioniflash

CHOOSE OR DIE (Toby Meakins, 2022)

Motivi per guardare Choose or Die su Netflix: c’è Asa Butterfield che è sempre simpatico anche se di base fa sempre il nerd sfigatello; c’è un vecchio text adventure game maledetto che fa brutto ai protagonisti; c’è Robert Englund (hahaha non è vero, c’è solo la sua voce). Motivi per non guardare Choose or Die e non buttare un’ora e mezza come ho fatto io: tutti gli altri. Speravo almeno in una gioiosa festa splatter, ma manco quella. Simpatica la grafica 8 bit, ma allora vado su un sito di retrogaming e risolvo. #recensioniflash

I MESI DEL RECUPERO

Ci ho messo due mesi a recuperare un po’ di film che volevo vedere nel 2021, e non ho nemmeno finito. Ma ero convinto di essere arrivato in tempo per coprire tutti i candidati agli Oscar™ e farmi un’idea personale, salvo poi capire che mi ero lasciato indietro proprio il MigliorFilm™. Ma poco male, tanto è un remake della Famiglia Bélier, possiamo farne tranquillamente a meno. Non si poteva fare a meno invece di molti film di questa raccolta di rece, soprattutto il primo e l’ultimo, che ad averli visti l’anno scorso sarebbero stati primi pari merito nel listone di fine anno. Due film diversissimi che però ti si infilano a modo loro sotto pelle per settimane intere.

DRIVE MY CAR (Ryusuke Hamaguchi, 2021)

Approccio questo film con un po’ di timore, dopo averne sentito parlare in termini “entusiastici con riserva”, ma la curiosità era molta. Un po’ per il materiale di partenza (il racconto di Murakami che non ricordo di aver letto), un po’ per le caratteristiche “particolari” (tre ore di film in giapponese, mandarino, coreano e lingua coreana dei segni).
Prima ora: intrigante. Il gioco delle coppie, i rimandi tra teatro e serialità televisiva, l’ambientazione altoborghese giapponese per me abbastanza inedita, il dramma della gelosia e del lutto. Poi arrivano i titoli di testa. Dopo un’ora, capito? E lì ho avuto un piccolo mancamento.
Seconda ora: l’eco del lutto, il teatro, il lavoro del regista, le audizioni, l’esplosione del multilinguismo e l’introduzione della coprotagonista che – come da titolo – guida la macchina di lui.
Terza ora, in cui esplodono tensioni e contraddizioni, arriva anche la polizia, il protagonista è costretto a confrontarsi con il suo lato oscuro e la sua autista… anche. I nodi vengono al pettine e c’è un meritato (lieto?) fine.
Il film di Hamaguchi è come una lente di ingrandimento che si posa prima sulla vita di Oto (la moglie producer televisiva del protagonista), poi su quella di Yusuke, il regista al centro della scena, alle prese con un’edizione molto particolare di Zio Vanja, poi su quella di Koji (il giovane e ganzissimo attore rivale di Yusuke) e infine su quella di Misaki (l’autista), il personaggio più misterioso ed efficace, che alla fine ha le rivelazioni più sorprendenti. Un affresco potente e sorprendentemente non faticoso, all’interno del quale scoprire percorsi, strati, idee, connessioni. #recensioniflash

JUNGLE CRUISE (Jaume Collet-Serra, 2021)

Ma sai che non m’è dispiaciuto Jungle Cruise? Ho aspettato a vederlo in una situazione ideale: febbre, plaid, pomeriggio invernale in casa. E ha fatto il suo lavoro egregiamente. Merito delle interpretazioni azzeccate e convincenti di Emily Blunt, The Rock, Paul Giamatti, Jesse Plemons, Jack Whitehall? Certamente. Merito anche di una buona sceneggiatura dei sempre brillanti Ficarra e Pic… ehm, Ficarra e Requa? Sicuro. Merito anche di Jaume Collet-Serra che sa il fatto suo e innesta di venature horror il blockbuster disneyano alla Pirati dei Caraibi mantenendo sempre un occhio di riguardo alla Hollywood classica che da La regina d’Africa arriva fino a Romancing the Stone? Ovvio. Insomma, le due ore e passa di crociera sul Rio delle Amazzoni a caccia di un fantomatico albero i cui fiori garantiscono elisir contro tutte le malattie scorrono liete, tra colpi di scena prevedibili e altri meno prevedibili, tra un flashback ai tempi di Aguirre e un intermezzo comico fornito dal grande Whitehall. Credo di poter contare anche il primo coming out esplicito di un personaggio live action Disney. Insomma, molto carino. #recensioniflash

THE TRAGEDY OF MACBETH (Joel Coen, 2021)

By the pricking of my thumbs, something wicked this way comes.
The Tragedy of Macbeth di Joel Coen (su Apple TV) è una sorta di inquietante festa per gli occhi, una terza via originale al dilemma “teatro o cinema”. Prodotto da A24, questo Macbeth in bianco e nero, minimalista e rigorosamente in 4:3, segue il solco della fascinazione tutta coeniana per il cinema classico anni ‘40. Solo che qui Coen va in modalità “full-Ejzenstejn” e studia inquadrature sghembe ed espressioniste con le luci innaturali di Bruno Delbonnel e un set design assolutamente dechirichiano e spoglio (tutto è girato in studio). Denzel Washington (irriconoscibile) è un Macbeth perfetto, Frances McDormand gli tiene testa adeguatamente ma soprattutto le streghe di Kathryn Hunter fanno una certa impressione. Molta nebbia, molti silenzi, molti corvi, gocce di sangue che cadendo fanno PLOP e sopracciglia di Banquo che reclamano l’Oscar. Da vedere assolutamente.

WEST SIDE STORY (Steven Spielberg, 2021)

Nel nuovo West Side Story si vede che Steven Spielberg si è divertito a reinterpretare un classico. la domanda che tutti si fanno è “ce n’era veramente bisogno”? Si tratta di una domanda più che legittima, ma io vado matto per i musical (e in particolare per questa “creatura” ancora oggi modernissima di Bernstein, Sondheim e Robbins) e quindi mi sono sucato volentieri le tre ore di film, che vanno necessariamente viste a confronto con il film di Wise del ’61. Io del film originale ho un ricordo piuttosto vago, l’ho visto più volte ma in gioventù. Ma fin dall’inizio si nota la differenza: Spielberg ambienta il prologo e la Jet Song tra le macerie di una zona del west side martoriata dalle demolizioni in vista della costruzione del nuovissimo Lincoln Center, mentre Wise si affidava agli iconici titoli grafici di Saul Bass. Là era il canto di una New York in frenesia totale, qui sembra uno scenario postatomico dove i Jets escono dalle fogne. Poi Spielberg (o meglio lo sceneggiatore Tony Kushner) approfondisce le backstory di tutti in modo più o meno incisivo, scrittura portoricani veri (e questo in termini di rappresentanza è sicuramente positivo), e ha mano sicura sia nelle risse che nelle scene d’amore. Porta il numero di America nelle strade invece che sui tetti (spettacolare) e va avanti a ricostruire degli anni ’50 che non sono così belli come li dipingono. Devo dire che tutto sembra eccellente tranne forse la storia d’amore che è pur sempre portata avanti dalle canzoni che tutti conosciamo bene (Maria, Tonight, etc) ma in particolare – opinione personale – Ansel Egort mi è sembrato un po’ un bietolone inespressivo. In generale Wise era più astratto e teatrale ma in certe scene molto più incisivo. Spielberg pare essersi ispirato più alla produzione di Broadway del 1957 ma alcuni passaggi sembrano scivolare via senza particolare interesse. Ottimo il ripescaggio di Rita Moreno (la Anita originale) con un trucco di sceneggiatura. Soddisfatto? Io sì, ma posso capire chi volge lo sguardo altrove.

MADRES PARALLELAS (Pedro Almodòvar, 2021)

In questi giorni recupero i film che ho perso negli ultimi mesi e che tenevo a vedere. Madres Paralelas di Almodòvar è certamente uno di questi, e non ha deluso. Ci sono state volte che ho pensato che Almodòvar fosse un po’ esaurito. Non questa volta. Il film con Penelope Cruz e Milena Smit è un solido melodramma con poche e misurate concessioni alla commedia basato sul concept dello scambio di neonati che fa tanto feuilleton ottocentesco ma che comunque il regista spagnolo riesce a gestire con il giusto peso regalando non tanto colpi di scena da stuporone quanto sottili dilemmi morali e conseguenze pericolose di non detti e silenzi. Le due protagoniste danno alla luce due bambine nello stesso giorno, nello stesso reparto. Janis è una fotografa affermata, Ana un’adolescente un po’ sbandata. Ovviamente il legame tra le due madri diventerà sempre più intenso e complicato nel corso del film. C’è però di mezzo anche una trama “parallela” (haha) relativa all’esumazione di scheletri in una fossa comune della guerra civile spagnola, dove sarebbe sepolto il bisnonno di Janis. Ecco, da questo punto di vista questo è il film più esplicitamente politico di Almodòvar, mi pare: il messaggio, pur non “urlato in faccia”, è molto chiaro. Non è possibile evolversi di generazione in generazione in modo sano senza aver fatto i conti con il proprio passato, a livello personale e di società.

THE KING’S MEN (Matthew Vaughn, 2021)

Volevo vedere questo film più che altro (da torinese) per la Reggia di Venaria, il castello di Racconigi (e/o di Agliè), i murazzi e tutte quelle robe sabaude che hanno fatto la gioia della Film Commission Torino Piemonte. E sì, anche un po’ per Rhys Ifans che fa Rasputin. Certo, non è proprio il momento giusto per vedere i russi guerrafondai. Comunque, il film è gradevole, si dipana come un action/spy story di primo novecento e va dalla guerra boera alla prima guerra mondiale con grande dispendio di esplosioni e un feeling antimilitarista abbastanza disperato che – per dire – emoziona più di 1917, che mi aveva lasciato un po’ freddino a suo tempo. Poi vabbè, c’è la storia del misteriosissimo supercattivo bondiano che arruola come aiutanti Rasputin, Lenin, Mata Hari e Gavrilo Princip in una sorta di League of Extraordinary Supervillain, e lì è tutto un cinecomic senza infamia e senza lode. Le scene di Ralph Fiennes con Rhys Ifans sono una coreografia abbastanza godibile di mazzate e scene altamente cosacazzo, e da sole valgono una visione.

BENEDETTA (Paul Verhoeven, 2021)

Verhoeven anche a 83 anni non rinuncia ad essere amante del lurido. In questa storia che di base è puro nunsploitation (film deggenere con le suore matte) lui ci infila cacche di piccione, cacche umane, sangue, pus, vomito, smembramenti vari e un po’ di ustioni. Benedetta è un horror? Mah: un po’, a volte, quando entrano in gioco suggestioni esorcistiche. Benedetta è un film erotico? Diciamo che non si risparmia nelle scene lesbo e – per restare in tema esorcistico – c’è la statuetta della madonna usata in modo totalmente improprio… Benedetta è un dramma storico? Beh, diciamo che si basa sugli atti di un processo reale a una suora della ridente cittadina di Pescia (PT) denunciata nel 17° secolo per aver finto miracoli, stigmate e soprattutto per aver avuto rapporti lesbici con la novizia Bartolomea. Ma Benedetta è più che altro la solita (magistrale) riflessione sul potere, la menzogna e sui rapporti di potere stavolta all’interno della chiesa e del contesto di genere, in cui il lesbismo diventa una forza rivoluzionaria e scardinante nei confronti della chiesa della controriforma. Sangue e ultraviolenza mescolati a sesso e immaginario cattolico, con Verhoeven che se la ride sotto i baffi per aver fatto l’ennesimo film sulla carta molto provocatorio (ma I Diavoli di Ken Russell, principale riferimento comparativo, avevano un’altra caratura). Che altro? La peste bubbonica, Lambert Wilson viscidissimo e una Charlotte Rampling sempre al di là del bene e del male.

THE ADAM PROJECT (Shawn Levy, 2022)

Ryan e Shawn l’hanno fatto di nuovo. Dopo Free Guy, tornano a lavorare insieme perfezionando il loro modello di action simpatico per famiglie che strizza l’occhio ad un pubblico tra i 10 e i 50 anni senza scontentare nessuno. In questo sono bravissimi entrambi, e devo dire che anche volendo non si riesce assolutamente a disprezzarli. In The Adam Project, appena uscito su Netflix, oltre ad avere nel cast Jennifer Garner, Mark Ruffalo e Zoe Saldana (e l’incredibile ragazzino Walker Scobell) Levy mette in campo tutte le lezioni apprese nella sua carriera di regista nazionalpopolare canadese (il nazionalpopolare canadese è ben diverso da quello italiano e da quello americano) e in particolare si appoggia tantissimo all’esperienza e all’estetica di Stranger Things, la sua creatura di maggior successo planetario. Comunque, Ryan Reynolds è Adam, adorabile e sbruffone pilota di caccia che viaggiano nel tempo, che dal 2050 arriva nel 2022… a casa sua, incontrando perciò il sé stesso dodicenne. La solita trama da Ritorno al futuro / Terminator (ovviamente esplicitamente citati) vira verso il classico per famiglie con non pochi insights psicologici che è raro trovare in un film di questo tipo. Insomma, lo dico da vecchio bacucco: in alcuni passaggi è persino commovente. Poi comunque si lascia guardare molto volentieri ed è un bel film d’azione da guardare con un bambino. Io confesso che l’ho visto prima da solo, a causa della mia infatuazione inspiegabile per Ryan Reynolds.

TURNING RED (Domee Shi, 2022)

Turning Red non è il primo film Pixar che racconta una storia femminile. Ma è il primo film Pixar realizzato da una crew totalmente femminile. E si vede. La storia di Meilin, la tredicenne un po’ nerd che con il suo gruppo di amiche vorrebbe andare al concerto della loro boyband preferita, ma è ostacolata dal fatto che quando si emoziona si trasforma in un panda rosso gigante è solo il primo livello. Il secondo livello, come ormai in tutti i film d’animazione dell’ultimo ventennio, c’è il conflitto generazionale, che in questo caso è acuito da un contesto di immigrazione e di scontro tra culture differenti (Meilin è una sinocanadese che vive a Toronto nel 2002): il panda rosso è uno spirito ancestrale che “possiede” tutte le donne della famiglia e che dovrebbe essere domato e scacciato per essere “donne perfette”. Meilin non lo fa (non lo vuole fare) e in questo percorso cerca di accettarsi per come è, cioè una tredicenne che fuor di metafora può puzzare, avere peli superflui o fare cose particolarmente imbarazzanti. Il film è molto divertente, il character design funziona alla grande anche nelle deformazioni tipicamente anime di certe espressioni facciali, ogni personaggio è ben definito in pochi tratti e per la prima volta in un film d’animazione (se escludiamo il corto Disney del 1946 “The story of Menstruation”) si parla di ciclo e di assorbenti – impagabile la battuta “è sbocciata la peonia rossa” che tanta curiosità ha sollevato nella Creatura che mi ha costretto a mettere in pausa per spiegargli la metafora. Ma la cosa spettacolare è il documentario che accompagna il film (Disney+ lo propone a ruota dopo il film stesso) e che in poco meno di un’ora presenta la crew tecnica e la genesi del film ma soprattutto mostra come le donne Pixar siano riuscite con questo film a “sfondare il soffitto di cristallo” nonostante la pandemia, le diverse maternità e quant’altro. Una celebrazione del lavoro femminile che con molta naturalezza inserisce nel discorso intrecciato al dietro le quinte l’evoluzione di una famiglia gay, la body positivity, l’ambizione e le possibilità di carriera nel mondo dell’animazione e ovviamente il girl power.

FLEE (Jonas Poher Rasmussen, 2021)

Flee è un film animato adulto (ma non “per adulti”, nel senso che andrebbe mostrato in tutte le scuole di ogni ordine e grado) che racconta in prima persona l’esperienza della migrazione forzata. Noi in Italia siamo abituati a sentire storie di questo genere riguardo alle rotte del mediterraneo (L’abisso di Davide Enia a teatro è il primo riferimento che mi viene in mente, insieme a Fuocoammare di Gianfranco Rosi). Qui si parla di un’altra rotta, quella del baltico, che il giovane Amin lotta per attraversare da esule afghano. Il tutto è raccontato in prima persona da Amin (è una storia vera) che si fa riprendere dall’amico regista Jonas Poher Rasmussen mentre ricorda e racconta steso su un… tappeto persiano. L’apertura sull’infanzia anni ’80 a Kabul è magistrale: il piccolo Amin, già consapevole della sua omosessualità, corre e danza per le strade della città con Take on Me degli A-Ha nel walkman. Amin vive con la madre, il fratello e due sorelle maggiori. Ma ben presto la guerra incombe, e tutti quanti devono scappare. Prima a Mosca, dove vengono vessati dalla polizia corrotta e poi alla spicciolata in qualche paese baltico, prima le sorelle, poi Amin stesso. Amin riesce ad arrivare da solo in Danimarca raccontando una storia non vera (deve dire di essere orfano per ottenere lo status di rifugiato) e solo dopo anni riuscirà a ricontattare gli altri membri della sua famiglia. Resterà ancora da confessare la propria omosessualità, altro grande problema per la cultura afgana. La risoluzione di questo nodo avviene con una scena magistrale, che fa ridere e piangere al tempo stesso. Flee è un documentario di animazione che usa diverse tecniche (anche molti inserti di filmati di repertorio), che ha diversi aspetti tragici e molti buffi (la cotta adolescenziale del protagonista per Jean Claude Van Damme è il più notevole). Uno sguardo vero e intimo sulla “normalità” dell’essere apolide, rifugiato, diverso. È (giustamente) candidato a tre oscar (miglior film documentario, miglior film d’animazione, miglior film straniero): spero ne vinca almeno uno.

NIGHTMARE ALLEY (Guillermo Del Toro, 2021)

“Un film in cui persone molto cattive fanno cose molto cattive molto lentamente”: questa #recensioneflash l’ho letta in giro su qualche sito inglese prima di vedere Nightmare Alley di Guillermo del Toro, e devo dire che bon, ha detto tutto. Il film è un omaggio lussuosissimo al noir anni ’40 (anzi se non erro proprio un remake di un film con Tyrone Power, infatti fa un cameo nientemeno che Romina Power in carne, ossa e parrucca anni ’40). Luci da noir anni ’40, dark lady da noir anni ’40, antieroe con cicca sempre in bocca e di poche parole come nei noir anni ’40. L’ambientazione nel mondo dei giostrai anni ’40 lo accomuna a quel filone che da Freaks di Tod Browning arriva a Freaks Out di Mainetti passando per il Dumbo di Tim Burton. Qui c’è Bradley Cooper bello e maledetto come sempre che fa una roba brutta a inizio film e poi vaga solitario finché non si imbatte in un carnival (quelle fiere di giostre e attrazioni freak tra cui il GEEK, il misterioso uomo bestia che decapita le galline a morsi). Si installa lì, impara il mestiere da un’anziano mentalista (David Strathairn) e dalla sua compagna tarologa (Toni Collette) e quando ha imparato abbastanza porta via con sé la ragazza elettrica (Rooney Mara) e avvia una carriera luminosa al Copacabana. Dopo più di un’ora di film incontra quindi la darkissima e platinatissima psicologa Cate Blanchett che alla fine dei conti è mille volte più diabolica di lui ma lui accecato dalla brama di denaro non se ne accorge e mal gliene incoglie. Un thriller abbastanza convenzionale con qualche guizzo, tenuto in piedi dall’ottima fotografia e da solide interpretazioni attoriali. Soltanto, un po’… lento.

LICORICE PIZZA (Paul Thomas Anderson, 2021)

Lo aspettavo da mesi, Licorice Pizza. Quando esci dalla sala sei preso da un senso di euforia e incredulità. Euforia perché è uno di quei film che “ti fa stare bene”, ti dà una sorta di rush visivo. Incredulità perché ti sembra strano che un film apparentemente esile come questo lasci un segno tale che anche il giorno dopo sei ancora lì che pensi a quella scena o quell’inquadratura. È la magia di PT Anderson, ma è anche la magia di Cooper Hoffman (figlio di Philip Seymour) e Alana Haim (musicista che non conoscevo e che qui recita con tutta la sua vera famiglia). I due protagonisti che si incontrano, si amano, si cercano, duellano, si sfidano, si incazzano ma soprattutto corrono, corrono sempre come dei matti non sono “belli”, non sono “fighi” (anche se lei in uno dei loro battibecchi afferma di essere “comunque più figa di lui”). Lui ha 15 anni ma è più maturo della sua età e ha delle idee imprenditoriali bizzarre. Lei ne ha 25 ma ha ancora un evidente bisogno di adolescenza, sospensione temporale, dispersione di energia. La trama è un pretesto: scenette gustose infilate una dietro l’altra senza senso (ma non compiaciute come nell’altro Anderson, Wes) al solo scopo di fare da contrappunto alla natura ondivaga della relazione tra Gary e Alana. Cameo eccellenti (Sean Penn, Tom Waits, soprattutto Bradley Cooper) di cui alla fine ce ne frega relativamente perché noi vogliamo solo capire se quel bacio tra Gary e Alana arriverà o no. Anderson (qui anche sceneggiatore e operatore) usa veloci carrellate laterali, riprende i primi piani da lontano, con lo zoom, schiacciando tutto e i campi medio-lunghi da vicino, con grandangoli al limite dell’esasperazione, creando spazi magici leggermente deformati e mettendo in evidenza brufoli, occhiaie e dentature imperfette dei protagonisti che a causa di questo non fanno che diventare più amabili. E l’amabilità assoluta di Gary e Alana è quello che tiene in piedi il film (oltre ad una splendida colonna sonora con chicche non banali dai primi ‘70). Un film d’amore, un’amore di film.

ANNO NUOVO, PILLOLA ROSSA NUOVA

Ehi, ciao. Anno nuovo, vita… uguale. Chiusi in casa quasi sempre, con il solo aiuto delle piattaforme di streaming e della pesca d’altura. Vorrei dirvi tante cose, ma è meglio se cominciamo subito che c’è tanto da leggere.

HILDA AND THE MOUNTAIN KING (Andy Coyle, 2021)

Primo dell’anno, prima #recensioneflash per tutta la famiglia! Hilda and the Mountain King su Netflix è la degna conclusione, dopo tre stagioni, di una delle serie animate più belle degli ultimi anni. Il film sconta un po’ il problema di essere una sorta di capitolo finale (cioè, devi aver visto le tre stagioni di Hilda per goderlo appieno), ma del resto anche l’ultimo Spider-Man richiedeva un po’ di studio pregresso, no?

Comunque sia, Luke Pearson e il suo team sono riusciti a trasporre in modo eccezionale il mondo di Hilda dalle pagine del fumetto al film (Hilda e il re della montagna è uno dei libri più belli di Pearson). Il mondo dei troll si contrappone a quello degli umani sulle montagne intorno alla ridente cittadina di Trollberg: i personaggi che chi ha visto la serie ha già imparato ad amare stanno cercando di sciogliere l’enigma di Hilda, la bambina che è stata scambiata con un troll e adesso vive nel cuore della montagna. Un coinvolgente e mai banale apologo sulla guerra, la diplomazia, l’accettazione delle diversità e dell’amore familiare. Spero sempre che comunque facciano un’altra serie di Hilda, perché è veramente troppo bella.

LA FAMOSA INVASIONE DEGLI ORSI IN SICILIA (Lorenzo Mattotti, 2017)

Piccolo gioiello forse poco apprezzato dell’animazione italica (d’altronde, Lorenzo Mattotti, e ho detto tutto), La famosa invasione degli orsi in Sicilia è la trasposizione filmica dell’omonimo romanzo illustrato “per bambini” di Dino Buzzati (che – insieme al suo “Poema a fumetti” – si contendevano con Gianni Rodari il posto d’onore sui miei scaffali negli anni ‘70).

Questo LFIDOIS di Mattotti che qui cura regia, sfondi e character design è più debitore degli ultimi sviluppi del suo lavoro più recente come fumettista e illustratore (Ghirlande, la serie dei Pittipotti) che dei famosi fumetti degli anni ‘70 realizzati ad esempio per Alter Alter con il gruppo Valvoline (Dottor Nefasto, Fuochi) e non vorrei sbagliarmi ma presenta una cornice narrativa che non ricordavo – quella del cantastorie e della ragazzina che raccontano la storia all’anziano orso nella caverna.

Per il resto la storia è nota, il re Orso Leonzio perde suo figlio Antonio (il principe Orso). Per ritrovarlo si troverà ad interagire con gli umani, una razza infida e malevola, non certo onesta come gli orsi. Tra avventure naïf e creature mitiche (ma senza abdicare alla critica sociale che già era di Buzzati) e con l’aiuto di voci di punta come Toni Servillo, Mattotti porta a casa il risultato realizzando il film animato italiano degli anni ‘10 – se la giocano questo e La gatta Cenerentola, per dire. Da recuperare. #recensioniflash

GHOSTBUSTERS: AFTERLIFE (Jason Reitman, 2021)

Come si poteva pensare di riallacciarsi ai primi due Ghostbusters cancellando in un colpo solo l’odiatissimo film del 2016 di Paul Feig (che per la cronaca a me era pure piaciuto)? Solo Jason Reitman (col babbo a produrre) poteva osare tanto. E la cosa bella è che i Ghostbusters originali hanno solo un cameo.

Mi spiego meglio. Reitman non ha giocato tutto sull’effetto nostalgia rimettendo in campo Venkman, Stantz, Spengler e Zeddemore (anche perché Harold Ramis è deceduto da mo’), ma è riuscito a fare un film nuovo, diverso, con un tot di agganci e di legami con gli originali ma con protagonisti “nuovi” (vabbè, la figlia e i nipoti di Spengler, che guarda caso muore in circostanze misteriose all’inizio del film).

Per il resto è una bella cavalcata tra cimeli anni ‘80, nuove sensibilità anni ‘20, vecchi ritornelli (il mastro di chiavi e il guardiano di porta) e antagonisti (Gozer il Gozeriano), un’ambientazione decisamente inedita. Ottimo come sempre Paul Rudd (non fa rimpiangere Rick Moranis) e bravi i giovani protagonisti. Dove il film secondo me si incarta un po’ è proprio quando arrivano gli attesissimi Ghostbusters quasi tutti in carne ed ossa. Lì l’equilibrio si spezza ed è tutto un po’ “ooh guarda come sono invecchiati, ooh Venkman fa le stesse battute” e niente, diventa fan service. Ma con la lacrimuccia. Scene post credits (due) totalmente inutili ma simpatiche. #recensioniflash

FREE GUY (Shawn Levy, 2021)

Vabbè, questo è un curioso cocktail di Matrix, Groundhog’s Day, They Live (gli occhiali), Truman Show, Bandersnatch, Tron, Lego Movie (è tutto meravigliosooo) e chi più ne ha più ne metta. Non è indigesto e non è nemmeno così stupido come sembra a prima vista – di certo è il film perfetto per “staccare”. Guy (Ryan Reynolds, sempre simpatico nonostante vorresti odiarlo) è un PNG – personaggio non giocante – di un videogame genere Grand Theft Auto dove si fan punti compiendo crimini qua e là.

Nel mondo reale invece ci sono Millie (Jodie Comer) e Keys (Joe Keery), i programmatori che hanno creato il gioco. O meglio, una prima build del gioco, poi rubata dal perfido Antwan (Taika Waititi, meravigliosamente stronzissimo) e nascosta tra le pieghe del suo MMO. Millie gioca come una pazza per trovare prove del furto di Antwan nel gioco, ma nel frattempo Guy – che sviluppa una sorta di libero arbitrio – si innamora di lei.

La scrittura e la regia (Shawn Levy) non offrono grandi sorprese ma il film soddisfa per i suoi effetti speciali “buttati là” come se niente fosse e per un paio di strizzate d’occhio Marvel/Lucas… per il resto è derivativo, ma almeno deriva dalle sorgenti giuste. #recensioniflash

ANTLERS (Scott Cooper, 2021)

Antlers (in italiano “Spirito insaziabile” LOL ma anche CRINGE) è una curiosa variazione ecologica sul tema del Wendigo, la mitica creatura delle storie di paura native americane. Una storia pesa perché c’entrano bambini abusati, storie acide di metanfetamine e porte sprangate con diversi lucchetti. La componente splatter mi è parsa eccellente e basata su effetti prostetici di buona qualità – per lo più cadaveri e/o parti di corpi mezzi mangiati. Il problema è che il Wendigo, come viene spiegato ad un certo punto, una volta che assaggia la carne umana va in modalità berserk e sono cazzi.

Tutto è intrecciato con la storia di una maestra che inizia ad indagare sulla vita del suo allievo Lucas, un bambino evidentemente traumatizzato e – pensa lei – abusato dal padre. Solo che non si tratta dell’abuso che pensa lei. La aiuta il fratello sceriffo Jesse Plemons, per me attore dell’anno 2021. Comunque, più che guardabile, anche se sul Wendigo Larry Fessenden aveva messo la parola fine già qualche anno fa. Ah, c’è di mezzo Guillermo Del Toro, solitamente garanzia di qualità. #recensioniflash

MATRIX RESURRECTIONS (Lana Wachowski, 2021)

E finalmente ho visto The Matrix Resurrections. Avevo un po’ paura. Molti dicevano “bah, occasione sprecata”, altri dicevano “troppo meta”, altri “troppo poco meta”, alcuni dicevano “combattimenti mosci” e poi insomma, ormai è fin troppo facile arrivare alla visione di un film con la testa già piena di (pre)giudizi negativi. Invece devo dire che io ho goduto abbastanza. Perché io ho un sentire comune con Lana Wachowski.
Al di là di Bound e della trilogia originale di Matrix, io ho amato alla follia anche creature imperfette come Speed Racer o Jupiter Ascending, per non parlare di capolavori come Cloud Atlas. E – pur con un certo ritardo – ho scoperto Sense 8, vera summa del wachowski-pensiero. E proprio da Sense 8 (che cede alcuni attori a Matrix Resurrections) vorrei partire. L’interesse di Lana Wachowski, alla fine, è “banalmente” l’amore. E Matrix Resurrections, con buona pace di tutti è un film d’amore. Un fottutissimo film su una storia d’amore oltre la morte, oltre le macchine, oltre il mindfuck. Se questa cosa non vi va giù, meglio non vederlo.
Poi certo, c’è tutto il sottotesto filosofico: “It is so much simpler to bury reality than it is to dispose of dreams”, è la citazione di Don De Lillo scritta nel cesso del cafè dove Thomas Anderson incontra l’elusiva Tiffany nel “nuovo” Matrix frutto della mente perversa dell’Analista (il nuovo Architetto, in pratica). Ma è un sottotesto con cui Lana Wachowski gioca perché deve, in modo a volte un po’ imbarazzante con continui insert dai film precedenti come a dire “Vedi? Questo è il nuovo agente Smith, tienilo a mente” (e comunque Jonathan Groff si mangia ogni scena dove appare e il combattimento tra lui e Keanu Reeves è una delle cose migliori del film).
Quindi sì, tutta la prima parte del film è un po’ una selvaggia presa per il culo delle convenzioni di hollywood, un’autosatira a grana a volte un po’ grossa. Poi improvvisamente siamo di nuovo con gli uomini liberi, con le macchine, i baccelli, Niobe (Jada Pinkett invecchiata fighissima), i tentativi di liberare Trinity, il braccio di ferro con l’Analista, la super battaglia finale… Tutto molto giusto e (qualcuno potrebbe dire) tutto molto compitino.
A me che c’ho 50 anni e che ho cominciato a leggere cyberpunk nel 1990 e che nel 1999 mi esaltavo per le avventure di Neo, The Matrix Resurrections è sembrato comunque affascinante pur con i suoi lati imperfetti. Sono invecchiati anche loro come me, nessuno di noi si prende troppo sul serio, ma quando c’è da rivivere certe storie e certi temi, ci mettiamo d’impegno.
Che altro posso dire… occhio a Christina Ricci, all’autocitazione di Rise Up dei RATM nella cover di Sophia Urista e soprattutto alla scena dopo i titoli di coda, che non aggiunge un cazzo ma è assolutamente geniale.

THE ETERNALS (Chloé Zhao, 2021)

Quando ero piccolo, per me non esisteva la Marvel. Esisteva solo l’Editoriale Corno, i cui fumetti divoravo ogni giorno. I miei preferiti erano quelli di Jack Kirby, di cui adoravo il lavoro su Kamandi e i Fantastici 4, e di Marv Wolfman, che con il suo penchant per i vampiri aveva dato vita a Dracula con Gene Colan e ovviamente a Blade. Inutile dire che uno dei miei “giornaletti” preferiti era Gli Eterni, in cui Kirby e Wolfman titaneggiavano con le serie dedicate agli Eterni e al supereroe Nova.
Flash forward al 2022. Ricordo vagamente Gli Eterni come una saga complessa e filosofica, e mi approccio al film di Chloé Zhao con curiosità: la regista di Nomadland in un film Marvel? Cosa potrebbe mai andare storto? Sulla carta, molte cose. Alla prova dei fatti, Eternals è un film-fiume di 157 minuti che – almeno per la mia sensibilità – non è per niente noioso. È certamente contemplativo, filosofico, a tratti verboso (ma ci sta), epico in un senso in cui nessuno dei precedenti 25 film Marvel è mai stato “epico”. Ma non noioso.
Scopro dopo averlo visto che il film è stato preventivamente stroncato perché – orrore – reo di non aver rispettato il materiale d’origine (ma che noia, cazzo) e soprattutto di aver inserito tra gli Eterni un gay di colore e sovrappeso, una ragazzina androgina, una sordomuta, due asiatici, un indiano e Angelina Jolie. Finalmente, direi.
Polemiche a parte, Zhao ha fatto un film equilibrista, in linea con le sue consuete scelte registiche pur nel solco della “tradizione Marvel”. Perciò sì, è un film che a tratti ha delle questioni irrisolte, lungaggini, scene d’azione potenti, ma che è destinato a lasciare l’amaro in bocca ai fan dei film spensierati e cazzoni ma anche ai duri e puri dell’autorialità. Per me Zhao ha fatto una scelta coraggiosa e Kevin Feige indica Eternals come il film chiave per la nuova fase MCU (il che mi fa pensare che andremo sempre più verso il lato cosmico della Marvel, e da piccolo kirbyano questo non può che farmi piacere).
La trama, dai che la sapete, in due parole gli Eterni sono una razza “super” creata dai Celestiali che viene mandata sui pianeti a difendere la popolazione locale dai Devianti (che in questo film purtroppo sono mostroni in CGI) e far evolvere la civiltà. Da piccolo non avevo capito che molti dei nomi degli Eterni erano divinità olimpiche o comunque personaggi della mitologia (Ikaris/Icaro, Thena/Atena, Phastos/Efesto, Makkari/Mercurio, Sersi/Cerere, etc). Poi però gli Eterni si comportano come una qualsiasi famiglia (molto) disfunzionale e lì sono cazzi amari. A scompaginare il tutto la notizia che dentro la terra c’è un Celestiale intrappolato che vorrebbe uscire (ma per uscire deve distruggere il pianeta).
Due o tre flash interessanti: l’uso di Time dei Pink Floyd all’inizio del film, L’arrivo di Harry Styles (!!) nella scena post-credits, la riproposizione della rivalità tra Jon Snow e Robb Stark (qui rispettivamente fidanzato umano e amore Eterno di Sersi). Ah, ovviamente le scene post credits sono due. Guardatele entrambe. #recensioniflash

THE HOUSE (Niki Lindroth von Bahr, Paloma Baeza, 2022)

Due parole su The House, il film animato a episodi uscito di recente su Netflix, per il quale scomoderei Jan Svankmajer, il mio regista ceco favorito. The House è un film unico perché protagonista è la stessa casa in tre storie differenti: una si svolge nel lontano passato, in un’atmosfera da favola dei fratelli Grimm; una nel presente, una in un futuro post-apocalisse climatica. Tutti e tre gli episodi sembrano usciti da un misto di Henry Selick + Twilight Zone + Creepshow + Edgar Allan Poe.
Non si può dire che sia esplicitamente un film horror, anche se ne ha tutte le caratteristiche. Il primo episodio racconta la genesi della casa in un tripudio di scricchiolii, zone buie, inquadrature sghembe, silenzi carichi di tensione e un character design fortemente disturbante. Il secondo episodio (il cui protagonista ha la voce di Jarvis Cocker, nientemeno) è un esempio di grottesco urbano che con la scusa dell’ironia e del nonsense racconta una storia di discesa nella follia abbastanza agghiacciante. Il terzo episodio, forse il più “debole” si abbandona alla malinconia dell’ignoto ma ha comunque dei momenti visivamente molto potenti.
Tutto il film è animato in stop motion, con tre diverse regie e tre diversi character design. Sulla trama non dirò nulla di più perché ogni episodio riesce a spiazzare con soluzioni e svolte inaspettate. Alla fine c’è una canzone di Jarvis Cocker (obbligatoria, direi). Ho scomodato Svankmajer perché il mood è quello, per chi avesse mai avuto il piacere e l’inquietudine di vedere i suoi cortometraggi. Se non lo avete avuto, abbiatelo ora. E poi guardate The House. #recensioniflash

THE CONJURING 2 / THE CONJURING: THE DEVIL MADE ME DO IT (Michael Chaves, 2021)

Negli ultimi giorni (notti, per la verità) ho costretto la Titti a immergersi con me nel Conjuring Universe, di cui avevo visto finora solo tre film su otto (vabbè, direte voi, non che sia una gran perdita). Eppure, va detto che The Conjuring 2 e The Conjuring 3: The Devil Made Me Do It hanno un loro perché nel mercato dell’horror degli ultimi 10 anni. La serie “ufficiale” (se lasciamo perdere gli spinoff di Annabelle, The Nun, La Llorona) è quella che gradisco di più, probabilmente per l’efficacia della coppia Patrick Wilson / Vera Farmiga nel ruolo di Ed e Lorraine Warren, gli investigatori del paranormale e dell’occulto nei gloriosi seventies.
Conjuring 2 è l’episodio più lungo ed epico della saga (basato sul caso famosissimo degli Enfield Poltergeist, ma con un accenno alla storia di Amityville, dove anche i Warren avevano messo lo zampino), non a caso – a quanto pare – il maggior incasso horror di tutti i tempi dopo L’Esorcista di Friedkin.
Conjuring 3 è più un legal thriller che un horror vero e proprio (è basato sul caso che non conoscevo di un omicidio il cui colpevole era posseduto da un demone – e su questo si basò la sua difesa) ma ha comunque i suoi spaventoni, le sue ragnatele, i suoi angoli bui, il suo villain inquietante. I Warren si amano TANTISSIMO e con la forza dell’amore sconfiggono satanisti, streghe, suore demoniache, tizi contorti e ghignanti e tutto l’armamentario spaventoso tipico degli horror anni ’70 aggiornati al gusto di oggi (che poi è un po’ il motivo per cui apprezzo la saga). Insomma, se amate il genere non sono da buttar via, non dei capolavori ma molto godibili.
Sui titoli di coda, come nel primo Conjuring, ci sono sempre le registrazioni originali dei Warren dei vari esorcismi praticati, che comunque un filo di angoscia te lo lasciano. La Titti li guarda con la coperta sugli occhi e poi alla fine vuole vedere “un episodio di Seinfeld” per stemperare l’orrore. #recensioniflash

SING 2 (Garth Jennings, 2021)

Per dirvi di Sing 2 di Garth Jennings parto da alcune domande e una premessa. La premessa è che a me i musical piacciono, i film animati pure, quindi di base non potrei dire (troppo) male della serie di Sing. La prima domanda è: quanto senso ha nel frenetico mondo dell’intrattenimento attuale lanciare un sequel CINQUE anni dopo il film originale? Tipo, i piccoli fan del film originale saranno, come dire, un po’ cresciuti? Ma vabbè. La seconda domanda è: va bene che un sequel secondo il canone commerciale deve sempre essere la stessa cosa dell’originale ma DIPPIU’ MOLTO DIPPIU’, ma non è parso all’ineffabile Jennings di aver messo forse troppa carne al fuoco? Mi spiego.
Gli adorabili animali antropomorfi che già conoscevamo, il koala Buster Moon, l’elefante Meena, la porcospina Ash, il gorilla Johnny, la maiala Rosita etc etc partono da dove eravamo rimasti (stanno in cartellone con una produzione di Alice in Wonderland che prevede un numero su Let’s Go Crazy di Prince: un ottimo inizio) ma non sembra abbastanza. Loro vogliono sfondare nella big city stile Las Vegas. E ci provano, con un musical fortemente ispirato a Barbarella creato dal maiale Gunther e prodotto da un lupo manager che poi è il supercattivo del film. Fino qui tutto bene, ognuno ha il suo numero musicale, ci sono tante canzoni, tanti colori, una cura del dettaglio abbastanza maniacale.
Tanta roba. Forse… troppa? Il problema di Sing 2 è che accumula talmente tanti numeri musicali che ti stordisce, la bellezza della theatricality di cui il film (come il suo predecessore) è intriso non riesci quasi a godertela, dovresti mettere in pausa ogni tot per vedere le scenografie ma non puoi perché è già finita e si passa ad un’altra superhit. E poi il macguffin del leone/Bono che son 15 anni che non canta più ma loro lo convincono a cantare di nuovo le canzoni degli U2 (gli U2 che hanno anche fatto un pezzo nuovo apposta per il film).
Non so, a me questa cosa di metterci in mezzo Bono (che peraltro recita in growl costante) mi è sembrata vagamente forzata, un po’ come quando la Apple aveva infilato di straforo in tutti gli iPhone del mondo l’album Songs of Innocence. Poi magari la forzatura ce la vedo solo io e in realtà Sing 2 è proprio un film diretto ai fan adulti del musical MA ANCHE ai fan degli U2, e quindi bon. Però mi è sembrato sì “più grande” del primo ma non “più bello”.
A parte Mrs. Crawley. C’è bisogno di più Mrs. Crawley per tutti. #recensioniflash