LE VOSTRE FACCE SORRIDENTI NASCONDONO IL MALE

Da oscar del trash, per dire. Dopo aver ascoltato un arguta e interessante conferenza di Zambardino all’unAcademy sulle evoluzioni del giornalismo on line dal ’94 ad oggi, sulla quale non posso dilungarmi per esplicita richiesta del relatore che non vorrebbe veder estrapolate frasi sue in giro sui blog visto che aveva deciso di togliersi più di un sassolino dalla scarpa, mi capita di fare zapping prima di dormire. E chi ti becco? Mentana e la Palombelli che parlano dell’omicidio di Perugia e si soffermano sui blogger. Un bell’esempio di giornalismo emozionale, anzichenò. La magnifica coppia parla per titoloni. Qualche esempio (a memoria, prima di poter rivedere il pezzo su YouTube o sul sito di Matrix): la Palombelli dipinge il blogger come un potenziale assassino in quanto personaggio dedito alle fantasie solitarie e assolutamente senza freni inibitori. Mentana chiosa "Insomma… Sex, drugs & web"!… La Palombelli insiste rincarando la dose (Sollecito è il nuovo volto dei blogger per i media dopo Grillo): "Camerette solitarie e emozioni forti aiutate anche dalla chimica. Soprattutto quella chimica morbosa che è il web". Una chimica morbosa! Degno di André Breton! Prima di spegnere il televisore raggiungendo il telecomando dal pavimento dove ero rotolato a forza di ridere (un vero esempio di ROTFL), riesco ancora a captare: "Questa Internet fatta di facce sorridenti che nascondono il male"… Capito? E adesso provateci, a commentare con le vostre faccine (non so se si riferiva agli avatar o alle emoticons): tanto lo so che avete tutti un unico scopo… Uccidermi! Fare di me una vittima sacrificale! Perché siete tutti degli assassini, dei pervertiti, dei satanisti! Oddio, nooooooooooooo….! [Lo portano via].

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PROCESSI INCONSCI E BRUTALI OMICIDI

Ci sono quelle cose che sai che devi fare ma non le fai. Rimandi. Tipo vedere INLAND EMPIRE di David Lynch (che non so perché tutti lo scrivono MAIUSCOLO). Non fraintendetemi, io amo David Lynch. Amo le sue cose più giovanili, amo l’impronta surrealista che è riuscito a dare a certi film commerciali, amo le sue cose neo-noir. Confesso che ho amato anche Mulholland Drive, anche se non è il tipo di film che rivedrei più e più volte (come Blue Velvet o Wild at Heart, per intenderci). Però, tanto per cominciare, ho dovuto aspettare di essere solo per guardare INLAND EMPIRE. Perché INLAND EMPIRE è un po’ come Mulholland Drive ma dura tre ore. Un kolossal dell’inconscio. Mi predispongo comodo sul divano, con telecomandi, acqua, caffè e sigarette ben a portata di mano. Cominciamo. INLAND EMPIRE è la storia di un’attrice (Laura Dern) che ottiene una parte per un film che poco dopo si scopre che è il remake di un altro film maledetto dove gli attori sono morti. Intanto una vicina demoniaca molto lynchiana ripresa in fish eye fa discorsi molto oscuri e carichi di tensione alla protagonista, che improvvisamente ha la prima epifania del fatto che lei in sostanza può viaggiare nel tempo e nello spazio come Hiro Nakamura. O forse viaggia solo nell’inconscio perché in fondo si tratta di INLAND EMPIRE. Poi arriva il regista (Jeremy Irons) che fa provare la scena ai protagonisti del film nel film, solo che c’è una presenza misteriosa sul set. Solo dopo scopriremo che è sempre lei, Laura Dern, che arriva dal futuro e vede sé stessa che fa le prove. Il set si trasforma in un labirinto nel quale tra vetri sporchi e giardini che non possono essere lì perché siamo dentro un set, c’è anche una stanzetta con risate preregistrate nella quale tre omini con testa di coniglio di peluche portano avanti una sorta di teatro dell’assurdo. Dimenticavo di dire che il tutto è intervallato da inesplicabili scene recitate in polacco – una parte del film che pare non aver nulla a che fare col resto – ma poi si scopre che Laura Dern è anche lì. Laura Dern è dappertutto, anche perché questo è INLAND EMPIRE. Ah, e non dimentichiamo la ragazza in lacrime che guarda la televisione in una stanza d’albergo: il film che guarda è ovviamente INLAND EMPIRE e non possiamo che essere solidali con la sua angoscia. Dopo la prima ora di film urge un break pipì/sigaretta. Dopo la seconda ora di film si comincia a vacillare. Ed è lì che viene il bello. Perché guardare INLAND EMPIRE interrompendolo con continui abbiocchi dev’essere il modo giusto di guardarlo, quello che probabilmente Lynch ha prefigurato per i suoi spettatori più affezionati. Siccome INLAND EMPIRE è un film fatto per la maggior parte di silenzi, lentissime carrellate e ambienti quasi completamente bui, la testa facilmente cade. Poi improvvisamente arrivano rumori fortissimi da tachicardia (tipico di Lynch) e immagini fortemente disturbanti, come primi piani di clown deformi e urlanti con gli occhi che si sciolgono, brutali omicidi sfocati e con la luce a strobo, scene da musical inspiegabilmente minacciose, Laura Dern che vomita sangue e muore sul set come il ladrone di Pasolini (ma poi risuscita e la applaudono tutti). Alla fine la protagonista (che non si capisce più se è a Hollywood o in Polonia) attraversando tutti gli ambienti precedentemente mostrati senza alcun nesso logico apparente, abbraccia un uomo e un bambino che esprimono grande felicità familiare. Poi si rivede nello schermo di un cinema vuoto mentre fissa lo schermo di un cinema vuoto che rappresenta lo schermo di un cinema vuoto. Infine guarda in macchina incontrando lo sguardo della ragazza piangente nella stanza d’hotel che fugge via disperata. Titoli di coda su un balletto da musical con Laura Dern che offre da bere a tutti. INLAND EMPIRE. Credo di essere fortunato ad essere riuscito a risvegliarmi stamattina.

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SI MUORE SOLO DUE VOLTE (L’EREDITA’ DEL BLOGGER)

Stamattina, come tutte le mattine, ci sediamo uno di fronte all’altra, io e Dany. Come tutte le mattine, tra un grugnito e l’altro, ci scambiamo qualche parola un po’ per svegliarci a vicenda e un po’ per commentare il mondo da un punto di vista geek. Com’è, come non è, stamattina si parlava di blog e morte. Mentre vi toccate le palle, mi spiego meglio. Avrete sicuramente notato come, da qualche tempo a questa parte, i blog (ma anche Facebook, MySpace e YouTube) vengano citati sempre e invariabilmente in associazione a qualche fatto di cronaca nera. Del tipo "L’assassino aveva un blog", "Il sospettato aveva una pagina su MySpace", "La vittima frequentava Facebook" o "Il killer pubblicava video su YouTube". Da qui la riflessione: ma quando uno muore, il suo blog, che fine fa? Magari è uno che ha (aveva) le mani in pasta su mille siti, un vero duepuntozerino™. E allora? Rimane tutto lì, così, brutalmente interrotto, a perenne memoria degli altri blogger che magari continueranno a commentare l’ultimo post ad ogni anniversario? Oppure viene tutto cancellato, come se la persona in questione non avesse mai avuto un’identità digitale? Oppure ancora gli si fa confluire tutto in quella incredibile kitschata che è la moda dei siti tipo GlimpseBack? Magari si potrebbe inserire nel testamento una clausola per cui il più tech-savy dei parenti deve continuare a mantenere in vita i siti curati dal defunto… Nel caso di mio padre, per esempio, ho incluso tutto ciò che lui ha scritto nel mio sito, per evitare che si perdesse nel limbo di un account sospeso. Un altro sito che gestiva l’ho mantenuto in vita ma non l’ho mai aggiornato (e come potrei, è una roba ingegneristica). Mah. In ogni caso tutti pensano a farsi tumulare, cremare o criogenizzare, ma nessuno pensa a questi scampoli di personalità che restano sul web, equiparabili a quei cassetti che ogni tanto apri e ci trovi un oggetto di proprietà di qualcuno che non c’è più e sorridi perché alla fine un ricordo è sempre un ricordo. E voi? Siete per il testamento webologico? Strani discorsi che si fanno la mattina del lunedì, eh?

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