Gennaio dura 91 giorni ma non per questo sono riuscito a vedere tutti i film che volevo. Vivo in affanno, sempre in arretrato, ma almeno un capolavoro anche questo mese ce l’ho. Lo trovi qui sotto, poi tutti gli altri film li puoi vedere per esteso se vai sul mio Letterboxd. Cioè non è che vedi i film. Vedi le mie #recensioniflash, che ti dovrebbero far venire voglia di vedere il film. O anche no, vedi tu. Partiamo!
★★★★½
Sentimental Value conferma quanto Joachim Trier ed Eskil Vogt siano diventati maestri nel maneggiare il melodramma senza mai farlo collassare nel ricatto emotivo. Il film parte come un dramma familiare rigorosamente bergmaniano, tutto fatto di silenzi, rancori sedimentati e parole mancate, per poi sorprendere nel finale, quando sposta l’asse e ti sfila il tappeto da sotto i piedi: si piange, sì, ma c’è anche una forma di catarsi inattesa, quasi liberatoria.
Al centro c’è il rapporto irrisolto tra Nora Borg (Renate Reinsve) e il padre Gustav Borg (Stellan Skarsgård), regista anziano, carismatico e profondamente ambiguo: distante, egoista a tratti, ma capace di un amore laterale, imperfetto, che arriva sempre di traverso. Questo rapporto è il vero campo di battaglia del film: un legame familiare aggrovigliato che Trier osserva senza giudicare, lasciando che siano i gesti minimi e le omissioni a parlare.
Fondamentale è anche la casa, che diventa a tutti gli effetti un personaggio. Non solo spazio della memoria e dei traumi, ma archivio emotivo, luogo che conserva e restituisce il passato. È lì che si sedimentano le assenze, i silenzi e il passato condiviso con Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), la sorella di Nora, più conciliante ma non meno segnata.
La scelta di darle persino una voce fuori campo è rischiosa, ma coerente: quella casa è il vero “sentimental value” del titolo, ciò che resta quando le persone si allontanano o muoiono. In questo senso, l’insistenza sull’abitazione richiama certi esperimenti recenti sullo spazio come testimone del tempo (tipo Here di Zemeckis o A Ghost Story di David Lowery), anche se qui il risultato è più intimo che concettuale.
La parte più spiazzante arriva quando Gustav tenta di rimettere mano alla propria vita artistica coinvolgendo Rachel Kemp (Elle Fanning), giovane attrice americana che diventa catalizzatrice di desideri, rimpianti e vanità mai risolte: meno incisiva sul piano emotivo, ma utile per chiarire il groviglio di desideri, rimpianti e vanità che attraversano l’uomo.
Nel complesso, Sentimental Value è un film che sembra chiedere pazienza, per poi ripagarti con un finale che, senza entrare in territorio spoiler, è uno di quelli che ti tolgono l’aria e ricompone — senza semplificare — il dolore. Un altro colpo a segno per Trier, che continua a raccontare i legami familiari come luoghi di perdita, ma anche di possibile riconciliazione.
Left-Handed Girl
★★★★½
Left-Handed Girl di Shih-Ching Tsou è uno di quei film che ti restano dentro: un dramedy familiare che mescola humor lieve e tensioni reali, ambientato tra i mercati notturni di Taipei. La storia segue Shu-Fen (Janel Tsai), madre single che torna in città con le sue due figlie — la ribelle I-Ann (Shih-Yuan Ma) e la piccola I-Jing (Nina Ye) — per aprire uno stand di noodle e affrontare aspettative sociali e familiari mai del tutto sopite.
No Other Choice
★★★★
Con No Other Choice, Park Chan-wook firma un remake dichiarato e dedicato a un classico di Costa-Gavras, trasformandolo in qualcosa di profondamente suo. La trama è semplice e crudele: Yoo Man-Su (Lee Byung-Hun) perde il lavoro e, insieme allo status, perde progressivamente identità, dignità e coordinate morali. Da lì in poi, ogni scelta è una discesa controllata. Il film è uno studio spietato sul vuoto lasciato dal ruolo sociale, raccontato attraverso una commistione di generi sorprendentemente fluida: commedia nera, farsa grottesca (con pop coreano sparato a volume indecente), noir e crime convivono senza annullarsi.
Love Hurts di Jonathan Eusebio prova a giocare su un ibrido non semplice, mescolando commedia romantica e action a base di arti marziali, ma fatica a trovare un equilibrio stabile tra i due registri. Il film procede a strappi, accumula sottotrame e personaggi senza davvero armonizzarli, e finisce per accelerare in modo brusco verso un finale affrettato, quasi come se avesse paura di prendersi il tempo necessario per chiudere il discorso.
The SpongeBob Movie: Search for SquarePants
★★★
The SpongeBob Movie: Search for SquarePants conferma la solidità del personaggio anche fuori dalla serialità televisiva, pur senza particolari guizzi. È un film gradevole, pensato chiaramente per un pubblico ampio e familiare, che preferisce la tenerezza e il messaggio rassicurante al nonsense più radicale delle origini.
28 Years Later
★★★★
Con 28 anni dopo (ora su Prime Video) Danny Boyle torna nell’universo degli infetti spostando però il baricentro: meno horror di pura sopravvivenza, più racconto di formazione immerso in un mondo ormai definitivamente marcio. È un film che usa l’apocalisse come sfondo per parlare di crescita, di paternità fallita e di un’idea di mascolinità che sopravvive solo attraverso violenza, controllo e sacrificio.
Sirāt
★★★★
Sirat di Oliver Laxe è uno di quei film che arrivano addosso senza preavviso e lasciano storditi. Un viaggio fisico e spirituale nel deserto marocchino che parte come un racconto quasi minimale e si trasforma progressivamente in qualcosa di più estremo, disturbante, a tratti persino scioccante. Non è un film accomodante, e lo dichiara fin da subito.
Song Sung Blue
★★★½
Song Sung Blue di Craig Brewer è uno di quei film che si reggono quasi interamente sui suoi interpreti e su una storia che, pur senza grandi ambizioni formali, funziona come un vero rollercoaster emotivo. Hugh Jackman e Kate Hudson tengono insieme il racconto con mestiere e presenza scenica: il film vive dei loro sguardi, delle esitazioni, dei piccoli slanci melodrammatici che non cercano mai davvero di nascondersi. È tutto piuttosto prevedibile, ma raramente svogliato.
Little Amélie or the Character of Rain
★★★★
La piccola Amélie è un piccolo oggetto prezioso, un film d’animazione che parla agli adulti pur scegliendo come punto di vista quello di una bambina di due anni e mezzo. L’adattamento del romanzo autobiografico di Amélie Nothomb lavora per sottrazione e per suggestioni, trasformando la voce interiore della scrittrice in uno sguardo infantile lucidissimo, capace di osservare il mondo con stupore ma anche con una consapevolezza quasi crudele. Non a caso, nei primi minuti del film Amélie si presenta allo spettatore come “dio”: uno sguardo assoluto e infantile insieme, con cui osserva e reinventa il mondo.
Springsteen: Deliver Me from Nowhere
★★½
Springsteen: Deliver Me from Nowhere di Scott Cooper è il classico biopic musicale concentrato su un momento di crisi più che sull’intera parabola di un’icona, e non fa nulla per nasconderlo. Siamo nei primi anni ’80: Bruce Springsteen ha poco più di trent’anni, è sull’orlo della fama planetaria dopo The River, ma è artisticamente e umanamente in stallo. Il film sceglie di fermarsi lì, in quell’interregno fragile che porterà alla nascita di Nebraska, invece di inseguire la mitologia del Boss.
Die My Love
★★★½
Die My Love di Lynn Ramsay è uno studio feroce e sfiancante di un personaggio femminile in frantumi, immerso in un film che rifiuta qualunque appiglio rassicurante. Girato in un claustrofobico 4:3, il film segue Grace (Jennifer Lawrence), giovane donna trasferitasi in una casa isolata di campagna con il compagno Jackson (Robert Pattinson), dove maternità, desiderio e violenza interiore iniziano a confondersi fino a diventare indistinguibili.
Sorry, Baby
★★★½
Sorry, Baby è un debutto sorprendente e piuttosto disarmante. Eva Victor scrive, dirige e interpreta Agnes Ward, giovane professoressa che vive isolata in una casa di campagna dopo un evento traumatico mai mostrato apertamente. Il film sceglie una struttura frammentata, fatta di salti temporali continui, che tiene insieme il presente sospeso di Agnes e i momenti chiave del suo passato recente, rendendo la visione più stimolante di quanto la premessa potrebbe far pensare.

