IL GAZZO LADRO

Prima di tutto, perdonatemi per l’orribile titolo. Avrei voluto intitolare questo post “Non è tutto oro quello che luccica” o “Shine on you crazy diamond” ma mi sembravano titoli banali e conservatori nel primo caso e pretenziosi, esterofili e fuorvianti nel secondo. Il fatto è che sono attratto in maniera patologica da ciò che luccica. E la mia raffinata formazione operistica, unita alla mia profonda conoscenza del meccanismo del doppio senso a carattere sessuale, mi ha suggerito la boutade iniziale.

Ciò che luccica, dicevo, esercita un profondo fascino su di me. Potete provare. Qualunque cosa stia dicendo o facendo in un determinato momento, che sia concentrato o meno, fatemi vedere una cromatura ben lucidata e io perderò completamente il filo dei miei pensieri. E dovrò guardare la cromatura, toccarla, possibilmente averla e riporla nel mio mucchio di oggetti luccicanti che tengo gelosamente in casa. Ora ho fatto l’esempio di una cromatura, il che implica il mio generale apprezzamento per le moto cruiser. Purtroppo, però, in genere sono altri gli oggetti che mi attirano.

La luccicanza è un piacere colpevole.

Per esempio, l’altro giorno, mentre mangiavo una pizza con gli amici, è passato uno di quei tizi che sono soliti fare il giro dei tavoli la sera per proporre occhiali lampeggianti, collanine fluorescenti e yo-yo con led luminosi. Quei tizi sono pericolosissimi. Riconoscono al volo il carattere avido del gazzo ladro. I miei amici ridono mentre io cerco disperatamente di concentrarmi sul cibo ed evitare di guardare la chincaglieria che il maledetto mi propone. Del resto, quegli oggetti li ho già in casa tutti.

Ma lui sfodera un colpo veramente basso: la penna a sfera che quando premi un bottoncino diventa una lava lamp in miniatura. Il mio viso si illumina, i miei lineamenti tornano quelli di un bambino incantato dalla luce e dai colori. Alla fine gli amici devono comprarmi la penna (solo 3 euro!) perché io non ho spiccioli ma quell’oggetto deve essere mio.

Ora, a parte la penna in questione, c’è tutto un universo di oggetti luccicanti che mi incantano. Le lava lamp vere, ovviamente, e tutte le declinazioni più trash tipo le lampade colorate a fibra ottica. Gli specchi e i mosaici a specchio, i vetri colorati, i led luminosi. Le sneakers dei bambini con le lucine sul tacco, i frontali dei tir, le luci di natale. L’argenteria ben lucida, i puntatori laser, i catarifrangenti, le pietre focaie. Le plasma lamp, che quando avvicini la mano ti sembra di produrre fulmini azzurri. Le luci stroboscopiche, i light set psichedelici.

E alla fine casa mia sembra una sala da pachinko.

IO SE FOSSI STATO A URBINO

Io se fossi andato a Conversazioni dal basso (il Festival dei blog) avrei fatto molte cose. Principalmente, se fossi stato a Urbino, avrei fatto un giro per una città che non vedo dal lontano 1988. Perciò da 20 anni. E mi sarei sentito, come sempre, vecchio. Però avrei partecipato alla mia prima Girl Geek Dinner, in mezzo a tutte le femmine più attraenti dell’Internet italiana. Magari avrei potuto essere oggetto di attenzioni simpaticamente sconce come il Sofi (che in queste cose non mi tiro mai indietro e poi si sa che accompagnandosi ad un tipo così cool si vive tranquillamente di luce riflessa).

Se fossi stato a Urbino, poi, avrei conosciuto di persona pm10, Semerssuaq, Vipera76 e Mae*, chiacchierando con loro sull’assolata terrazza panoramica del campus (e dando finalmente un volto ad alcuni misteriosi contatti di Friendfeed). Avrei tenuto anche io in mano una finta schermata di Twitter chiedendomi dove mai fosse finita Sara Maternini. Magari avrei potuto scattare qualche bella foto a Silvia dei Googlisti, innamorandomi di come la luce riesce sempre a posarsi sui suoi lineamenti.

Forse non avrei partecipato alle Olimpiadi dei blogger (son pigro), ma sarei andato con Antonella all’Academic Barcamp per vivere veramente la crisi, e non soltanto il racconto della crisi. L’avrei fatto con una copia del numero corrente de L’Internazionale in tasca. Poi avrei incontrato il Bolso e gli avrei chiesto scusa per non averlo riconosciuto alla Blogfest, ma si sa, con tutti questi eventi mondani alla fine uno perde un po’ la bussola. Avrei abbracciato William Nessuno dicendogli che è il fratello maggiore che avrei sempre desiderato e infine avrei tentato di trovarmi sempre nei paraggi di Diletta Parlangeli (un nome e un volto che dicono tutto). (Anzi, adesso scusate ma vado ad aggiungerla su Facebook). (Fatto).

Ma non c’ero, a Urbino. Non ho visto gente, non ho fatto cose. E tutti quei momenti (immaginari) andranno perduti nel tempo… come lacrime nella pioggia. È tempo… di lavorare.

THE PASSION OF THE IZZO

Vivo. Sono ancora qui. Ve lo volevo dire, perché alcune persone che mi sono vicine erano seriamente preoccupate. Per lo spinning, dico. Non è un mistero che sono l’uomo più antisportivo dell’universo. Il mio strato adiposo, negli anni, è stato affrontato in modi diversi e astrusi, ma mai con una tale aggressività suicida. Ma il vostro blogger è una tempra forte, e sono qui per raccontarvi la prima di una (purtroppo) lunga serie di lezioni…

Lo spinning, per chi non lo sapesse, è definibile come ciclismo intensivo al chiuso (indoor cycling) e si presenta più o meno così. Ovviamente, nel mio caso, si presenta peggio. Lo spinning si pratica (nella palestra sotto casa mia) in una stanza in penombra, dove ci sono solo le bici da spinning, uno stereo, un mixer e le casse. Le bici da spinning non sono come le normali Cyclette di una volta, no… Hanno un volano da 30 kg che appena inizi a pedalare ti travolge costringendoti a mantenere la pedalata e trascinando le tue gambe senza speranza.

La pedalata deve andare a tempo di musica, da cui il mixer e le casse. La musica va dall’elettronica al drum’n’bass al chill out, a seconda dei momenti. Perché il concetto di fondo (non ridete) è che siccome non vedi una strada davanti a te, “la musica è la tua strada“. Quindi pezzi soft per le “strade pianeggianti”, pezzi a 150 bpm per le “salite in montagna”… Tutto qua. Basta pedalare a tempo. Che di per sé non è nemmeno male.

Però c’è un fatto. Qualcuno deve pur dirti quando aumentare la resistenza del volano e mixare i pezzi. Entra in gioco l’istruttore, una figura mista tra il DJ, il predicatore cristiano evangelico, il master da RPG e il diplomato ISEF che – dotato di microfono stile “Non è la RAI” – incita i partecipanti a “pompare”, a fare “running”, a mettere le mani nei diversi appigli del manubrio (a seconda della posizione sposti il baricentro e massacri fasce muscolari diverse).

La lezione dura un’ora. Venti minuti di pedalata tranquilla, poi si parte con venti minuti di devastazione (da cui il titolo del post) e infine si chiude con un recupero dolce e un po’ di stretching. Durante l’ora è imperativo tenere a portata di mano un asciugamano (per fare come Pavarotti e detergersi il copioso sudore) e una bottiglietta d’acqua. L’importante è tenere gli occhi chiusi e concentrasi sul ritmo, non guardare Stefi che stramazza e strabuzza gli occhi, ignorare il dolore ai polpacci, ai piedi, alla milza, alle spalle e soprattutto al culo, procedere con respiri dal naso lenti e profondi, ripetere qualche mantra dentro di sé (lo yoga aiuta sempre) e ignorare il più possibile i deliri dell’istruttore per non ridere.

Il migliore, durante un pezzo musicale ambient, è stato: “Adesso siamo in un tunnel. Non vediamo nulla, la strada la percepiamo soltanto. Ma ecco, forse c’è una luce alla fine del tunnel! Arriva… La vediamo… Eccola… E uno-due, vai col running!“. Riparte il tunz-tunz a 105 bpm. Fermo immagine finale: la faccia violacea del sottoscritto, denti stretti, occhi chiusi e una copertura uniforme di gocce di sudore.