COSA VUOL DIRE A VOLTE LA PAZIENZA

Ieri mi capita questa cosa.
Una giornata frenetica, come tutte le giornate di quest’ultimo mese.
Che poi non capisco tanta frenesia, tanto dobbiamo morire tutti prima o poi, e allora.

Comunque decido di andare a yoga al pomeriggio, che non si sa mai mi si calcificassero le ossa, se non le tengo abbastanza in esercizio. Esco in moto e Torino non sta mai ferma. Un cantiere al giorno leva ogni parcheggio di torno.
Vedo un buco con accanto una Chrysler in doppia fila doppie frecce doppio tutto.

Ovviamente mi infilo nel buco da bravo cittadino motociclista bastardo che se può fotte il parcheggio a tutti e per buona misura tira giù qualche cristo dal cielo, per mettere in chiaro le cose. Nella Chrysler c’è un anziano in doppio petto, mi chiedo se sta facendo il doppio gioco. Borbotta qualcosa e fa la faccia del disappunto. Quella che sgrana gli occhi e stringe le labbra quando legge dal finestrino il mio labiale v-a-f-f-a-n-c-u-l-o.

Entro a yoga, mi cambio, faccio i miei canonici 75 minuti di saluti al sole, rilassamenti, visualizzazioni con campane tibetane.

Quando esco, la Chrysler è ancora lì. Doppia fila, doppie frecce, doppio petto e tutto, accanto alla mia moto. Fuori è quasi buio, la temperatura è cambiata, la gente torna a casa per cena, ma il vecchio con la Chrysler è sempre lì. Mi avvicino, sblocco la moto, lo guardo. Impassibile. Avvio il motore, esco dal parcheggio, mi volto e lo riguardo.

Con grande calma il vecchio mette in moto, toglie le doppie frecce,  fa due manovre ed entra nello spazio delimitato dalle strisce blu. Ha aspettato quasi un’ora e mezza per farlo.
Questo per me vuol dire avere veramente una grande dote: la pazienza. Quella vera.

D’altro canto, poteva benissimo essere un robot.
Al giorno d’oggi, non mi stupirei più di nulla.

UN DEBRAYAGE AL GIORNO

Lo so, è che sono pigro.
I miei amici ne sono perfettamente al corrente. Con chi, se non con loro, mi posso lamentare del fatto di dover – quindici anni dopo il termine dei miei studi universitari – ricominciare a studiare la semiotica?

Intendiamoci, la semiotica è sempre stata una delle mie materie favorite. In particolare la semiotica visuale. Però capirete anche voi che in un mondo di quotidiane necessità quali: guadagnare abbastanza per pagare affitto bollette e supermercati, studiare nuovi e geniali modi per pararsi il culo dalla brama di capri espiatori della classe dirigente, cercare di stare bene con famiglia e amici e da ultimo lasciare quel poco di spazio allo sviluppo creativo e intellettuale (quel tanto che basta per non morire cerebralmente), in un mondo del genere, dicevo, che spazio può ancora avere uno come Algirdas Julien Greimas?

Eppure negli ultimi giorni il baffuto semiologo lituano è tornato nella mia vita, in un momento in cui Del senso e Semiotica e scienze sociali sono lì, nel ripiano più nascosto della libreria a prendere polvere. All’inizio ho provato fastidio, come quando un vecchio parente inacidito viene a stabilirsi a casa tua occupandoti il cesso per delle ore e sbriciolando savoiardi sul divano. Poi mi sono abituato alla sua presenza e sono riuscito a ritrovare un rapporto che credevo perduto.

Succede per colpa di Carlotta, che mi obbliga a rendere più dense le mie lezioni di teoria all’Accademia di Fotografia: non ci sono cazzi, lei vuole che io spieghi un po’ di semiotica visuale. Però in due ore. Il che, comprenderete, è un compito da far tremare i polsi. Presto, affrettati, rispolvera il tuo Greimas! Come sintetizzare i formanti figurativi e quelli plastici in due ore di lezione, per di più senza usare un linguaggio troppo specialistico? Come creare delle slide che siano dense di… senso senza che siano anche causa scatenante di tendenze suicide?

Il compito è difficile, ma spero di esserci riuscito.
Ho rotto le palle agli amici, lo ammetto, ma ora sono contento.
In fondo fare analisi semiotiche è come andare in bici: non si dimentica mai veramente.
Ora provo a illustrare le slide a Stefi.
Se non si addormenta al debrayage, vuol dire che ho fatto un buon lavoro.
Il problema, però, è non addormentarmi io…

SHAMPOO BLUES

Dice: lo vedi com’è? Dice: è lo stress. Lo capisci al volo che sono stressato. Sai da cosa?
Dice: dai capelli. Sono unti. Vedi? E li ho lavati stamattina, con lo shampoo alla polpa di cedro. Li tratto coi semi di lino, li tratto. Eppure guarda.
E, cristo, non c’è alcun dubbio. Quei capelli sono sporchi. Scendono sul viso come spinaci bolliti. Completamente non-vaporosi, non-lucenti, non-attraenti.

No, non c’è dubbio. Il ragazzo è stressato.
Dice: a volte salto il pranzo. Lo sai come sono quando salto il pranzo. Divento nervoso.
Dice: ho voglia di sushi, portami a mangare il sushi.
E fosse per me, lo porterei a mangiare tutto il sushi, il sashimi e gli uramaki del mondo, davvero. Ma non si può. C’è da lavorare.
Dice: non è così che si lavora. Troppe riunioni. Non è possibile lavorare così.
Dice: non ho concentrazione.

Parole, gesti, spostamenti di pochi metri che implicano cambi di prospettiva, di argomentazione, di filosofia. A ogni slittamento progressivo, a ogni frammentazione della realtà, i capelli si afflosciano un po’ di più.
Dice: è lo stesso tutti gli anni. Ottobre è un mese di merda. Di merda, ripete.
Dice: basta che guardi l’estratto conto. Stanotte l’ho sognato.
Ho sognato che entravo nel sito della banca e scoprivo di essere in rosso.

Mi guarda. Lo sa anche lui che il sogno non è poi così lontano dalla realtà.
Dice: non chiedo troppo. Basterebbe avere i capelli in ordine.
Lo sai quanto ci tengo ai miei capelli.
Lo osservo in silenzio. Sta tremando. Abbozzo un sorriso e gli allungo un flacone di balsamo Awapuhi Moisture Mist di Paul Mitchell.
Ora gli brillano gli occhi.
Prevedibile.