PROVANDO E RIPROVANDO

Non è facile entrare in casa di Pietro. Dobbiamo suonare il campanello più volte perché qualcuno risponda, e anche quando sentiamo un “chi è?” al di là della porta blindata, abbiamo la sensazione che il proprietario guardi a lungo dallo spioncino prima di aprire. Uno spiraglio soltanto: la catenella e un occhio del blogger più rarefatto del nord-ovest è tutto quello che vediamo. “Lui non può entrare”, mi dice, guardando con sospetto il fotografo. Poi apre la porta e mi fa accomodare in una stanza in penombra. L’unica fonte di luce è lo schermo del suo iMac. Mi siedo su una poltrona libera e mi guardo intorno. Libri e DVD fino al soffitto, la stanza ha tutta l’aria di essere stata rassettata per l’occasione. Ma la sensazione che trasmette è comunque quella di una grotta di carta, vinile e supporti ottici. Pietro indossa un pigiama di seta dal taglio morbido: sembra a suo agio nonostante la fama di eremita moderno. Il mio accenno a un suo recente dimagrimento non lo mette di buonumore come avevo sperato, quindi comincio subito con l’intervista.

Sappiamo che sei molto impegnato, ma… non scrivi da mesi. Vediamo qualche messaggio di stato su Facebook, e poco altro… Hai deciso per il silenzio mediatico?

Hmmm… Ti sembrerà strano ma la domanda mi coglie di sorpresa! Dai, in fondo ho scritto un post un mese fa. D’accordo, un mese e mezzo fa. Ma sai, il blog è morto. No, non il mio. Voglio dire… I blog sono morti come concetto. E poi, va detto: per scrivere qualcosa che vada oltre i 140 caratteri ci vuole troppa concentrazione. Lo sai, dicono che il web ci fa diventare più stupidi, perché ci abitua a saltare da un concetto all’altro con troppa facilità. Prendi la mia mente, per esempio. Si espande smisuratamente sul piano orizzontale, ma su quello verticale, ormai… ha la profondità di una pozzanghera. Sì, è vero, Facebook mi diverte. Forse perché tutta la socialità che c’era nei blog adesso è finita lì. Per un periodo c’è stato anche Friendfeed, ma mi ha stancato. Troppo realtime, non riuscivo a gestirlo. E poi sai cos’è? L’iPhone è un altro killer di concentrazione. Ogni tanto sei lì che non sai cosa fare, potresti magari scrivere qualcosa, ti capita in mano lui, cominci a carezzarlo, apri Instagram, o qualche altra applicazione ugualmente geniale… il tempo passa e non te ne accorgi. Davvero, l’iPhone è l’equivalente contemporaneo della masturbazione. Fa anche diventare ciechi, probabilmente.

Quindi, fammi capire. Vorresti scrivere, ma l’evoluzione della tecnologia e della socialità on line te lo impediscono? O non sarà che hai esaurito la vena creativa?

No, scusa… Fammi capire tu. Cosa intendi per vena creativa? Ti sembra creativo avere un blog? All’inizio era solo un modo di raccontare i banali fatti della vita in una luce un po’ ironica. Magari mi capitava qualcosa di paradossale, e io lo colorivo un po’. Adesso, sinceramente, il massimo del paradossale che mi capita è una bolletta in più da pagare. Vuoi che ti dica che ho una vita noiosa? Ho una vita noiosa. Vado a lavorare, e nel tempo libero mi ritrovo a pensare solo a bilanci, entrate e uscite, conti in rosso, e roba di questo tipo. Sai che bel blog verrebbe fuori. Potrei pubblicare il mio estratto conto. E poi lo so, son cose con cui tutti possono avere a che fare. La vendita di una casa, un trasloco, una ristrutturazione, un genitore anziano da controllare… Non è che mi lamento, ma insomma: non è proprio una vita che stimola la creatività. Bisogna aiutarla ad uscir fuori, la creatività. Guardati intorno: per scrivere bene, per realizzare belle immagini, devi leggere molto, vedere molto. Tutto quello che vedi qui è passato attraverso me, lasciando qualcosa. Diciamo che adesso è un periodo che non riesco nemmeno a leggere, o a guardare qualcosa di più lungo di una puntata di una serie televisiva.

Quindi è vero quello che dicono, che passi il tempo a leggere fumetti e a guardare serie TV.

Beh, sì. Non ho più la fermezza di dedicarmi a Bergman e Tolstoj. Il tempo da dedicare a queste attività è un po’ ridotto. Giusto due o tre ore dopo le 22, quando il resto del mondo dorme e non bussa alla mia porta. Ma non mi posso lamentare, in fondo la mia vita me la sono scelta, e anche se appaio come uno scorbutico sono abbastanza in pace con me stesso. E poi lo dico da anni: la serialità televisiva è diventata in moltissimi casi decisamente più interessante della finta serialità cinematografica. E, a parte rari casi, richiede meno concentrazione.

Se l’equivalenza funzionasse, dato il tuo livello di concentrazione non sarebbe il momento di un romanzo ma forse di un racconto, o più racconti. Hai un racconto nel cassetto, per esempio?

Perché, c’è qualcuno che non ce l’ha? Sì, ne ho uno nel cassetto (che brutta espressione, ce l’ho su Google Docs) da… Vediamo… Da quando è nato Google Docs, probabilmente. Ne scrivo un paragrafo ogni 4 o 5 mesi. Sai, certe cose vanno ponderate bene. Di tutte le espressioni “artistiche” che ho dato al mondo, da solo o in collaborazione con altri, si è sempre detto che “era l’hashish a parlare”. Ecco, in questo caso non è così. Forse è per questo che vado a rilento. Fumare in genere dà la stura ai pensieri, solo che poi si accavallano e la gente non capisce bene cosa vuoi dire. Su questo ho tentato di scrivere anche un soggetto. Non è mai approdato a sceneggiatura, ma potrei espanderlo in un romanzo breve, un testo teatrale, chissà. Che poi, alla fine non voglio prendere in giro nessuno. Non ne ho la fermezza. Ho block notes veri e virtuali pieni di annotazioni con idee che sul momento mi sembrano geniali, ma che poi non realizzo. Avrei bisogno di un segretario factotum sempre con me che le realizzi per conto mio.

Insomma, si può dire che sei più inconcludente, più indeciso o più genio incompreso? Hai capito cosa vuoi fare da grande?

Guarda, io ho provato a fare tante cose, forse troppe. Ho fatto il designer, il coordinatore, il fotografo, lo sceneggiatore, l’insegnante, l’archivista, il correttore di bozze, il funzionario statale, il comunicatore, il grafico, il giornalista, il critico, il venditore porta a porta, il copywriter, l’archeologo, il produttore. Tutto per qualche tempo, e tutto senza specializzarmi troppo. Io ho paura della specializzazione. Voglio essere un bravo dilettante. Eppure arrivato ai 40 anni sono ancora qui a chiedermi, fra tutte queste cose, qual è quella che “voglio fare da grande”. Solo ieri sfogliavo una rivista di cucina e pensavo “voglio essere un fotografo per riviste di cucina”. Sai quelli che fotografano i piatti appena cucinati? Io sono molto bravo in quello. Ma è una boutade, come quando da piccolo dici che vuoi fare l’astronauta. Io tra l’altro non l’ho mai detto. Da piccolo volevo fare il papa. Oggi, cosa vuoi che ti dica… Probabilmente voglio essere uno che osserva. Sperimenta e osserva i risultati. Voglio essere uno che prova a vivere, che ci prova in molti modi diversi. Secondo me è l’unico modo per non annoiarsi.

Uno che prova a vivere. Le parole mi risuonano ancora mentre scendo le scale del condominio di Pietro. Sarà che “provare a vivere” porta con sé un sapore un po’ amaro, come di sconfitta già insita nel tentativo, sarà che al contrario potrebbe nascondere un messaggio veramente positivo, quello di non farsi abbattere mai, il “provando e riprovando” galileiano.
Ritorno sui miei passi, schiaccio di nuovo il pulsante del citofono, ma non risponde nessuno.
Mentre mi allontano lancio un ultimo sguardo alla finestra di Pietro. Per un attimo mi sembra di cogliere un sorriso attraverso le tende scostate, ma forse è solo un’impressione.

TELEFAX

L’altra sera mentre cenavo passava in televisione una vecchia puntata di Colombo.
Io detesto cordialmente Colombo e tutti gli ispettori rassicuranti del mondo come Barnaby, la Fletcher & C. Naturalmente Stefi li adora, quindi vince lei.

Il punto non è questo, però. Nella puntata di Colombo in questione, l’ineffabile tenente si stupiva per l’ultimissimo ritrovato della tecnologia moderna: il telefax.
Con il telefax, viene spiegato ad un incredulo Colombo, una lettera può arrivare da Los Angeles a New York in soli 14 secondi.

Tra un rapporto di consegna e l’altro, Colombo risolve il caso e io penso “curioso come le tecnologie moderne di una volta oggi sembrino roba da preistoria“.

E poi.
Mi trovo a dover acquistare per forza una stampante multifunzione Copy/Scanner/Fax a causa del fatto che determinate situazioni burocratiche in cui mi trovo ad agire non ammettono l’uso dell’e-mail per comunicare.

L’e-mail. Vorrei ricordare a tutti che l’e-mail su protocollo SMTP è diffusa dal 1982. La prima e-mail inviata da ARPANET è del 1973. Il fax è quantomeno contemporaneo. Allora spiegatemi perché non posso mandare una e-mail alla mia banca / alle poste / al ministero di ‘sta cippa per esprimere un mio pensiero ufficiale.

Non sarà che il profumo inconfondibile e la consistenza liscia e setosa del fax lo rendono uno strumento di comunicazione più caldo?

ESSENZIALMENTE IO

Io è un altro. Lo diceva Arthur Rimbaud nel 1871 (a 17 anni).
Peraltro lo diceva anche Morgan nel 1999, ma volevo far vedere che i miei orizzonti culturali a volte sono più ampi.

L’espressione è corretta, dato che (non so voi) mi risulta sempre molto difficile riconoscermi. A volte mi prendo di soprassalto da solo, per dire.
Per questo oggi ho pensato a questo piccolo esercizio, che mi farà riflettere su quell’altra persona (o quelle altre persone) che stanno qui dentro con me. Quelle persone che si manifestano più o meno nettamente a seconda del target, come in ogni piano di comunicazione che si rispetti.

Io mi vedo come una persona presa d’assedio dalla vita, sempre sul punto di arrendersi. Una persona a più strati: il primo strato impegna ogni sua energia a voler controllare tutto. Il secondo strato è tutto teso a bloccare il primo strato e a convincerlo che nulla è controllabile e tutto deve fluire così com’è. Il terzo strato più o meno se ne fotte di tutto ed è fondamentalmente stanco. Il suo apporto è quello di far assorbire agli altri due strati la legge principale della personalità: “massimo risultato con il minimo sforzo”.

È buffo come queste cose le capisci fin da piccolo. Io ero uno di quegli studenti che “potrebbero ottenere grandi risultati se solo si impegnassero”. Ecco, una delle cose che odio è che mi si dica che mi devo impegnare. A quel punto sfuma ogni particella subatomica di interesse per quello che sto facendo. Io sono una persona che si impegna moltissimo in cose futili, perché in quell’ambito nessuno mai è arrivato a dirmi “guarda che ti devi impegnare”. Nelle lunghe, vischiose ore di noia, nel tempo non strutturato e senza sorveglianza che ho passato da solo: è in quel tempo che sono diventato me stesso.

Non ho il coraggio di dedicarmi soltanto alle futilità di mio interesse, perché sono pratico abbastanza da capire che in qualche modo devo guadagnarmi il pane – e il diritto al mio tempo libero. Vado in crisi quando questo tempo libero viene ridotto ai minimi termini. Mi sbilancio su due attività che tento di impostare in modo “hobbystico” e non lavorativo (proprio perché altrimenti qualcuno, non so bene chi, potrebbe tirare in ballo l’impegno): scrivere e insegnare. Scrivo perché per me scrivere è estremamente ricreativo, specialmente quando posso riversare nella scrittura un po’ di quelle troppe informazioni che mi girano in testa. Insegno perché è il mio modo di amare il prossimo – cercare di trasmettergli le mie stesse passioni per la ricerca, la curiosità intellettuale, l’approfondimento.

Per gli altri, ho l’impressione di essere una persona molto diversa. Mia moglie mi considera una persona solida come una roccia, sensibile abbastanza da intuire qualche esiguo aspetto della femminilità, portato a prendere sul ridere le cose gravi e a prendere seriamente le cazzate. Lei vede in me una persona migliore di quanto io non creda, e non di rado riesce a farla uscir fuori (questa persona migliore in genere sta molto ben rintanata perché sa benissimo che l’inferno in cui viviamo le toglierebbe in breve tempo ogni buona qualità).

Mia madre vede in me un appiglio in una situazione esistenziale di continuo naufragio (e ridagli con la persona solida e forte: non è inesatto, ma non mi ci riconosco del tutto). Per lei sono tutto quanto ha fatto di buono e tutto quanto c’è di sano al mondo. Come tutte le mamme, ha questa ostinata convinzione che io sia la persona più speciale del pianeta. La cosa ha quasi sempre dei risvolti imbarazzanti. Troppe persone che ti amano ti mettono a disagio se non sei più che convinto di meritartelo.

I miei amici più cari sono più portati a distinguere con chiarezza anche i miei difetti. Il fatto che siano amici nonostante questi difetti mi dà la misura del loro affetto che, va detto, è merce rara al giorno d’oggi. Per loro sono un’esteta pigro e cinico, che vive in un mondo tutto suo e ne esce quando ne ha voglia per interagire con il prossimo. Ho spesso il sospetto che pensino che io mi senta migliore di loro, quando in realtà in generale passo il mio tempo a cercare di stare al passo (ma può ben darsi che scatti un meccanismo di difesa analogo alla classica aggressività del timido).

Conoscenti meno intimi, colleghi, superiori e business partner a vario titolo hanno di me un’opinione sempre troppo alta. O meglio, a me sembra che sia troppo alta. Pur essendo il bambino che potrebbe fare di più, evidentemente riesco sempre a dare una prima impressione talmente positiva che anche in seguito le persone sono convinte della mia genialità, della mia affidabilità, della mia capacità di gestire i problemi sotto pressione. Sarà pur vero che alla fine è così: se prendo un impegno lo rispetto, e la parte calvinista della mia personalità, per quanto generalmente soffocata, riemerge e prende il timone.

Ma ricordatevi sempre che per ogni impegno che prendo, muoio un po’ dentro. Mi piace immaginarmi come una saponetta, che si smussa sempre di più fino a consumarsi del tutto.
Alla fine mi ritirerei dentro me lasciando un gradevole odore di fresia.