#OPENHOUSETORINO, UNA FESTA IN CITTÀ

Da torinese, mi sento di dire che ci sono almeno tre momenti di vera, grande festa cittadina. Il primo – il più “datato” – è il Torino Film Festival, che dal 1982 per chi ama il cinema come me è il vero momento aggregante e festivo della città. Nel 1982 (allora era noto come Festival Cinema Giovani) ci vidi in anteprima The Wall di Alan Parker e di lì a poco ho tentato di rasarmi le sopracciglia come Bob Geldof con grande preoccupazione dei miei e grande scherno dei miei compagni delle medie.

Il secondo momento di grande festa in città è il Torino Pride, che dal 2006 in avanti – in maniera sacrosanta – è diventato il momento di massima aggregazione tra cittadini torinesi all’insegna della tolleranza, dell’uguaglianza, del rispetto reciproco e dell’amore universale. Inutile ribadire ai miei 25 lettori che non è solo una festa gay ma anzi, è una festa di tutti e per tutti che da 13 anni rende Torino un posto più respirabile.

Ma dal 2016 è arrivato in città un nuovo momento di festa: Open House Torino è di nuovo una questione di inclusione. Open House ci fa sentire tutti come se uscissimo su un ideale ballatoio cittadino e ci infilassimo ognuno nelle case degli altri. Con grandissima sabaudaji, ovviamente. Non sia mai che noi torinesi facciamo i maleducati con i vicini di casa. Eppure, è innegabile che nel torinese esiste quella curiosità un po’ morbosa di vedere “le case degli altri”, e Open House la soddisfa pienamente.

Per chi ama l’architettura e la storia cittadina, non c’è niente come il weekend di Open House. Totalmente gestito sul campo da meravigliosi volontari in maglietta blu (ma l’organizzazione a monte, in tre anni, è diventata sempre più solida), Open House apre le porte di palazzi, chiese, case private, spazi di lavoro, ex fabbriche ristrutturate e molte altre realtà che normalmente sono chiuse al pubblico, blindate per abbandono o semplicemente non valorizzate per mancanza di personale. Non è come visitare un museo, è un’esperienza molto più intima e totalizzante.

Ci sono 150 location da visitare (cambiano un pochino ogni anno) e il tutto diventa come un album di figurine in cui l’appassionato torinese, torinista e torinologo comincia a dire “celo”, “manca” e ad immaginarsi i percorsi di scoperta o riscoperta dei luoghi della sua città. Io, dal canto mio, mi riduco a scalmanarmi nei ritagli di tempo. Ho goduto appieno del Torino Film Festival per almeno 18 anni, prima che la vita reclamasse il suo tributo di sangue e diventasse troppo oneroso prendere continui permessi sul lavoro per infilarsi in sala 24/7. Ho goduto del Pride per almeno 6 anni prima che la mia nuova condizione di papà rendesse a volte (ma non sempre) difficile partecipare.

Open House è iniziato in una fase della mia vita in cui sono in continuo sclero, perciò non riesco mai a vedere tutto quello che vorrei. Ad esempio, in 3 anni di frequentazione, non sono ancora riuscito a vedere alcuni edifici per me totemici come Casa Hollywood, Palazzo Lancia, Casa Y, Palazzo Novecento, la Nuvola Lavazza e il Lanificio di Torino, o a rivederne altri che per me hanno un valore affettivo forte come Palazzo del Lavoro (che quest’anno mi ha fregato, all’ultimo hanno chiuso i battenti per motivi non meglio precisati), i Magazzini dei Murazzi o il quartiere Falchera.

Il problema è che io mi faccio gli itinerari, metto le crocette nei posti già visti e i pallini in quelli che vorrei vedere e poi devo intersecare tutto con la spesa da fare (cerca un posto vicino a un Lidl è la soluzione), la necessità di fare commissioni in centro (ottimizza con gli edifici in zona, ormai quasi tutti battuti), il paradigma dell’edificio vicino a casa che quindi con una scappata a piedi ce la fai alla veloce (a patto che non ci siano code chilometriche come tradizionalmente accade al 25 Verde di Via Chiabrera).

Ma va bene così. È una specie di caccia al tesoro. Un album di figurine che ci metterò una decina d’anni a completare. Lunga vita a #openhousetorino.

DOPPELGÄNGER E REPERTI DAL PASSATO

Maggio è stato un mese un po’ convulso, ho visto pochi film, prevalentemente ho fatto recuperi dal passato – anche perché ero troppo impegnato a seguire come un tifoso l’ultima stagione di Game of Thrones. Recupererò quanto prima. Intanto, ecco quattro piccole #recensioni flash, due a proposito di film recenti e due no.

UNCLE BUCK (John Hughes, 1986)
Ci sono momenti in cui uno è un po’ stressato, in generale. In quei momenti io vado alla ricerca di un film di John Hughes. E nella filmografia del mai troppo compianto re degli anni ’80, ho scelto quello che probabilmente è il ruolo di una vita per John Candy, un altro personaggio larger than life che non possiamo far altro che rimpiangere. Uncle Buck (Io e zio Buck) lo ricordavo solo per essere un film tipo Mamma ho perso l’aereo (perché c’è Macaulay Culkin) ma in effetti non è che il bambino abbia tutto questo spazio. La scena se la prende tutta lui, Buck, e non è per niente una commedia banale. Acida quando serve, veicolo per la follia di Candy che è meno dirompente di Belushi (ma di poco). Dentro c’è anche una stranissima Laurie Metcalf che oggi conosciamo per essere la mamma di Sheldon Cooper in The Big Bang Theory. John Candy – in perfetta consonanza con John Hughes – ha quella comicità che in fondo in fondo ti spezza un po’ il cuore. Quindi, per farselo spezzare definitivamente, niente di meglio che bissare subito con Planes, Tranes and Automobiles (Un biglietto in due), dove Candy gigioneggia accanto all’altro mostro sacro Steve Martin. Questi sono i double feature che reggono all’usura del tempo. A margine, ho anche scoperto una sorta di leggenda urbana fighissima e cioè che Belushi, Candy e altri attori comici degli anni ’80 sarebbero morti in seguito alla lettura di una sceneggiatura maledetta intitolata Atuk. Weird! #recensioniflash

TEEN TITANS GO TO THE MOVIES (Aaron Horvath, 2018)
Con il cinquenne in casa occorre recuperare anche quei lungometraggi animati che ti sei perso negli ultimi, diciamo, tre anni almeno. E il film dei Teen Titans è un caposaldo dei recuperoni familiari. Fedele alla serie omonima di Aaron Horvath su Cartoon Network, il film presenta i Titans (Robin, Starfire, Raven, BeastBoy e Cyborg) in versione parodistica e super-deformed per un’ora e mezza. Il trucco per non annoiare? Metacinema a pacchi, riflessioni sulla cultura e l’ossessione per i supereroi, camei di Stan Lee anche se è un film DC, canzoni anni ’80 (c’è Michael Bolton in versione “cats with synthetizer” e per buona misura c’è anche Take On Me), rivisitazione di tutte le origin story DC, un’animazione scattante e semplice che affascina i più piccoli ma stuzzica anche gli adulti, un sacco di inside jokes fumettistici e almeno una canzone memorabile che è possibile sentire sia in italiano che in inglese sui titoli di coda. La trama? Vabbè, è un pretesto: Robin vorrebbe che venisse girato un film anche su lui e sui Titans per non essere da meno in un mondo in cui non si fa altro che fare film su supereroi anche minori, ma il suo desiderio diventa anche la sua più grande debolezza nel momento in cui viene sfruttato dal supercattivo Slade, maestro di manipolazione mentale. Per il resto, esilaranti gag su scoregge, cacca e gabinetti. #recensioniflash

US (Jordan Peele, 2018)
Il secondo album è sempre il più difficile, cantava qualcuno. Per Jordan Peele non era facile eguagliare il successo di pubblico e critica di Get Out, ma ecco che con Us, il suo secondo film, fa saltare il banco. Il tema della razza, della classe, della discriminazione, dei rapporti basati sulla violenza e la sopraffazione è sempre lì (e del resto Us, noi, è anche US, Stati Uniti d’America). Qui però le cose si fanno ancora più filosofiche, con il tema del doppio. Adelaide, bambina negli anni ’80, ha un’esperienza traumatica in una “casa stregata” di un luna park. Da adulta, sposata con due figli, torna nello stesso luogo e si scatena l’inferno. Pare che ogni singolo americano abbia un “doppio” vestito di rosso e armato di affilate forbici e bestiali istinti omicidi. Non è difficile capire da dove Peele pesca a piene mani (il Romero di The Crazies, per esempio, ma anche qualche suggestione di slasher anni ’80 come Friday the 13th o Nightmare). Ma quando pesca lo fa in modo organico, rendendo tutto assimilabile alla sua visione (anche il ricorrere del classico hip hop anni ’90 “I Got five on it” dei Luniz modulato in vari modi all’interno del film). Non rinuncia a qualche stoccata di ironia tagliente (l’home assistant tipo Alexa che quando la padrona di casa morente dice “call the police” capisce male e risponde “OK, I’m playing Fuck the Police by NWA”) ma in generale è cupo e claustrofobico come un buon horror deve essere. La parte forse un po’ indigesta è lo spiegone scientifico/cospirativo che dovrebbe farci capire chi sono i “doppi” e perché sono in piena furia omicida. Però c’è un notevole twist finale, relativamente inaspettato. In generale, un film che colpisce molto, con una duplice performance di Lupita Nyong’o veramente sorprendente. #recensioniflash

A GOOFY MOVIE (Kevin Lima, 1995)
A volte ripeschi delle cose che hanno dello sconvolgente. Chi si ricorda di In viaggio con Pippo? Poteva essere un Classico Disney e invece no (lo è Dinosauri, invece, e il motivo di questa scelta rimarrà eternamente un mistero). Perché non è un Classico Disney? Ha tutte le caratteristiche di un film d’animazione di primo piano, ma… era prodotto dai famigerati WDTA (Walt Disney Television Animation, quelli dei sequel inutili tipo Peter Pan 2, Il libro della giungla 2, Bambi 2 e altre amenità). Però lo zampino dei WDFA (Walt Disney Feature Animation, poi più semplicemente WDAS, Walt Disney Animation Studios) si vede chiaramente: In viaggio con Pippo ha una qualità di animazione e di scrittura nettamente superiore alla media televisiva del tempo. Il film è il debutto alla regia di Kevin Lima, uno che arrivava come animatore da Oliver & Company, La sirenetta, La bella e la bestia e Aladdin, che in seguito avrebbe diretto Tarzan e poi… beh… I film live action della Carica dei 101. C’è Pippo, il che costituisce di per sé uno dei motivi principali per vedere il film, ma soprattutto c’è Max, suo figlio adolescente. Chi non ha mai visto In viaggio con Pippo (o la serie Ecco Pippo! di cui questo film è una rielaborazione) è in stato di shock: quindi nell’universo disneyano esistono anche i figli oltre ai nipotini! Quindi Pippo è separato, divorziato o vedovo (della mamma di Max non esiste traccia)! E poi c’è una storia di contrasti tra padre e figlio immersa in una quotidianità anni ’90 che fa paura talmente è l’effetto nostalgia. In sintesi: Max ama Roxanne ma è timido, Max riesce a ottenere un appuntamento con Roxanne, Pippo rompe le uova nel paniere a Max costringendolo a fare una vacanza on the road padre/figlio e allontanandolo da Roxanne, Max per fare il figo dice a Roxanne che andranno a vedere un concerto della rockstar Powerline e che lui salirà sul palco per salutarla in diretta TV. Seguono disavventure e lieto fine. Ci sono un sacco di invenzioni visive, la musica è totalmente diversa da qualsiasi altro film Disney, ed è un recupero che consiglio, specialmente per chi – come me – oggi sta dalla parte di Pippo più che da quella di Max. #recensioniflash

VIAGGIO NEL KORE’EDA-VERSE

Il mese di aprile vi riserva una raccolta di #recensioniflash un tantino atipiche. In effetti, ho passato quasi tutto il mese a visionare (con tanto amore) tutta la filmografia di Kore’eda Hirokazu, un regista immenso che qui da noi conoscono magari gli addetti ai lavori, quelli che seguono attentamente i festival o gli appassionati di cinema orientale, e che invece merita ripetute visioni ed estasi cinefile. Il suo ultimo film, da cui sono partito, ha sfiorato l’Oscar. Ma tutti gli altri sono piccole gemme perfette. Per me, che ho sempre praticato più che altro il cinema giapponese di genere (anime e horror soprattutto, qualche chanbara moderno e poi i grandi autori del passato come Ozu, Kurosawa, Oshima e Mizoguchi), è stata una vera sorpresa scoprire un regista che è al pari dei maestri. Quindi mettetevi comodi e… enjoy the reviews.

SHOPLIFTERS (Kore’eda Hirokazu, 2018)
Shoplifters (Manbiki Kazoku) stava lì da un po’, la mini locandina mi osservava dal mio browser, e io sotto sotto sapevo che sarebbe stato uno dei film più belli che avrei potuto recuperare del passato 2018. Forse proprio perché lo sapevo, un po’ aspettavo. Probabilmente ero partito col piede sbagliato con Kore’eda Hirokazu. Avevo visto un film un po’ lento ed esile, credo tratto da un manga (Air Doll), e non mi aveva colpito più di tanto. Invece questo è un film quieto ma potente, per il quale possiamo scomodare senza problemi il termine capolavoro. Adesso capisco perché lo paragonano a Ozu, adesso capisco perché nelle interviste lui dice sì, bello Ozu ma io sono influenzato anche da Loach. Adesso capisco chi è il miglior regista di bambini in circolazione. Adesso sto scaricando torrent come un pazzo da oscuri siti russi per recuperare tutta la sua filmografia. Perché se Shoplifters è solo l’ultimo di una serie di film così, io li devo vedere tutti. Il tema: la famiglia come scelta personale, la vita fatta di espedienti, una serie di piccoli grandi colpi di scena rivelati poco a poco, un amore diffuso anche dove i soldi mancano, piccoli crimini, metà film quasi idilliaco, l’altra metà duro come un pugno nello stomaco. Alla fine tutto ritorna nella legalità, ma al prezzo di disperdere l’amore (e comunque è stato bello e utile aver amato, per ognuno dei personaggi). Un affare di famiglia, insomma, come recita – per una volta in modo non becero – il titolo italiano. I primi piani finali dei bambini svelano un intero mondo di emozioni. Roma di Cuaròn è bello, ma Shoplifters è assolutamente eccezionale. Peccato per il mancato Oscar. #recensioniflash

I WISH (Kore’eda Hirokazu, 2011)
Proseguo nella mia intenzione matta e disperatissima di recuperare tutta la filmografia di Kore’eda sparandomi I Wish (Kiseki). Il film è la storia di due fratelli (anche i due attori sono fratelli) con genitori separati. Uno vive con la madre e i nonni a Kagoshima, l’altro col padre musicista a Fukuoka. Le due città sono collegate da una linea di treni veloci Shinkansen, e a quanto credono i bambini (in particolare Koichi, il più grande) vedere due Shinkansen incrociarsi sviluppa una tale energia da far avverare i desideri. Il desiderio di Koichi è ovviamente quello di riunire la famiglia. Tra amici di scuola, pomeriggi a mangiare patatine e bere té, piccoli problemi familiari, la cenere del vulcano Sakurajima, Koichi e Ryu decidono di incontrarsi proprio là, dove i desideri si avverano. Il racconto di formazione è delicatissimo e ha quella punta di amaro che è inevitabile – non tutti i desideri si possono avverare – e anche questa volta ho incontrato forse l’unico grande regista di bambini contemporaneo. Meraviglioso il montaggio di dettagli e frammenti temporali al passaggio dei treni. E alla fine non è detto che la cenere del vulcano si debba per forza posare su tutto. #recensioniflash

LIKE FATHER LIKE SON (Kore’eda Hirokazu, 2013)
Kore’eda Hirokazu, terza puntata: continua l’esplorazione della filmografia di quello che ormai è il mio nuovo regista giapponese preferito. Like Father Like Son (Soshite Chichi ni Naru) è un altro di quei film che esplora il concetto di famiglia, tema evidentemente centrale per Kore’eda. Il punto di partenza stavolta è un espediente narrativo che può sembrare ritrito: lo scambio di neonati subito dopo il parto. Ma ancora una volta lo sviluppo è assolutamente non banale e molto profondo nello scavo delle emozioni. Ci sono due famiglie, i Nonomiya, upper class, padre algido e super-esigente, appartamento di design a Shibuya, e i Saiki, piccolo borghesi un po’ caciaroni ma affettuosi, con un negozio di materiali elettrici a Maebashi. I rispettivi figli, Keita e Ryusei, diventano una sorta di “campo di gioco” per il dilemma del film: la famiglia è quella “di sangue” o è quella costituita dalla frequentazione e dall’amore quotidiano? Ryota Nonomiya imparerà a sue spese che – ovviamente – è buona la seconda. Seguiamo le due famiglie nel difficile percorso di “scambio di figli”, in cui Kore’eda con poche inquadrature riesce a veicolare mille sfumature emozionali. Alla fine si piange e si capisce che 1) i bambini insegnano ai genitori più di quanto i genitori insegnino ai bambini e 2) l’amore va solo a sommarsi e più si è a crescere i bambini, meglio è. Un altro colpo di fulmine. #recensioniflash

NOBODY KNOWS (Kore’eda Hirokazu, 2004)
Quarta incursione nel cinema di Kore’eda Hirokazu che ormai è diventato un’ossessione personale. Nobody Knows (Dare mo Shiranai) è un colpo al cuore, tratto da una storia vera successa a Sugamo, un quartiere periferico di Tokyo, negli anni ’80. Di nuovo, uno studio su una famiglia e su come questa riesce a sopravvivere anche “monca” (e soprattutto su come non sia il sangue a creare la famiglia). C’è una madre sui generis, Keiko, con quattro figli: Akira, il dodicenne protagonista, Kyoko, Shigeru e Yuki (circa 11, 7 e 4 anni). La madre è evidentemente una escort, e li lascia soli per lunghi periodi di tempo confidando nella maturità di Akira, responsabile di spese, bollette, affitto e quant’altro. Akira è l’unico figlio” riconosciuto”, gli altri tre devono stare nascosti e non farsi mai vedere fuori casa, pena lo sfratto. Un bel giorno, Keiko se ne va e abbandona i figli a loro stessi. Ogni tanto manda dei soldi. A un certo punto non ne manda più. La ritualità della famiglia si disgrega. L’infanzia si disgrega. Tutto scivola pian piano nel caos, fino a un finale agghiacciante. In tutto ciò, Kore’eda riesce a rendere una storia estremamente drammatica con leggerezza. Non intendo dire con humor e levità, anche se non mancano molti momenti di gioia e spensieratezza. Intendo che anche le situazioni più dure (e ce ne sono, nell’ultima ora di film) vengono raccontate in punta di piedi, senza spingere il melodramma, con estremo pudore. Io più continuo più sono innamorato di Kore’eda. Il protagonista Yūya Yagira ha vinto il premio a Cannes come migliore attore (credo sia stato il più giovane e forse il primo giapponese): guardate il film e capirete perché, anche se vi spezzerà un po’ il cuore. #recensioniflash

AFTER THE STORM (Kore’eda Hirokazu, 2016)
Quinto bollettino dal Kore’eda-verse, stavolta ho visto After the storm (Umi yori mo Mada Fukaku). Meno programmatico e più libero di altri suoi film, questo “Ritratto di famiglia con tempesta”, come recita il titolo italiano, è un raro e prezioso esempio di film che riesce ad essere non consolatorio e consolatorio nello stesso tempo. Cioè: a Hollywood ci sarebbe stata una scenata, qualche casino eclatante che poneva il protagonista sull’orlo dell’abisso e poi una bella riconciliazione finale. A Cinecittà più o meno lo stesso, ma con più urla e scenate isteriche e pesanti accenti romani. Ecco, no. Questa è la storia di Ryota (Hiroshi Abe, un grande), uno scrittore che ha azzeccato il romanzo d’esordio 15 anni fa e poi non è più riuscito a scrivere nulla. Ora galleggia lavorando in un’agenzia investigativa di terz’ordine, tra piccole truffe, gratta e vinci e alimenti da pagare. Infatti è divorziato, la moglie si vede con un altro uomo (ovviamente danaroso) e il figlio Shingo è oggetto del più classico dei tira-e-molla. Sta arrivando un uragano e quella notte tutti si fermano a casa dell’anziana madre di Ryota a Kiyose (ridente cittadina nella cintura ovest di Tokyo, mi piace annotare le location perché poi vado sempre a cercarmele su street view). E chiaramente durante la notte di tempesta ci saranno confronti intensi e rivelatori tra ex marito ed ex moglie, tra padre e figlio, tra madre anziana e figlio adulto, il tutto con lo spirito del padre di Ryota, morto da qualche tempo, che è ancora ben presente nel cuore dei protagonisti. Confronti che – come succede nella vita – sono utili a livello emozionale ma a livello pratico non cambiano le cose, non c’è “cambiamento” se non piccoli smottamenti di cuore, il cambiamento vero avverrà probabilmente molto tempo dopo la conclusione del racconto. Inutile dire che è un film che mi tocca da vicino, e che ha dei dialoghi che in qualunque altro contesto potrebbero essere banali, ma qui, per la maestria di Kore’eda brillano come gemme del quotidiano. Tipo (prendo una battuta dell’anziana madre): “Perché i maschi sono incapaci di vivere nel presente? Se non inseguono qualcosa che credono di aver perduto, si perdono in sogni irrealizzabili. Non ci si può godere la vita, in questo modo. Non si trova la felicità fino a che non si è capaci di disfarsi di certe cose”. E niente, come sempre, colpo di fulmine. #recensioniflash

STILL WALKING (Kore’eda Hirokazu, 2008)
Kore’eda Hirokazu come Ozu Yasujiro: il paragone nel tempo mi convinceva poco. Poi oggi ho visto Still Walking (Aruimato aruimato) e lì ho capito. In effetti, è proprio così. Se dovessi prendere ad esempio solo questo film, è come se fosse un concentrato di Ozu trasportato nel 21° secolo. Qui c’è la classica riunione di famiglia a casa dei nonni a Yokosuka nella baia di Tokyo, e chiunque può riconoscere le proprie riunioni di famiglia, con i nonni che raccontano i loro problemi, i figli ognuno con le loro famiglie e le loro storie, i bambini che osservano in silenzio. La riunione è per un’occasione speciale, in ricordo del primogenito morto per salvare un bambino in mare. Sarà ormai il dodicesimo anniversario della morte di Junpei, e Ryota (il fratello di mezzo, sposato con una vedova con figlio) e la sorella minore Chinami (quella casinista e un po’ trafficona) sono cambiati, anche se gli anziani genitori li vedono sempre uguali. Tutto il film consta di preparazione di piatti tradizionali in cucina, pranzi, cene, pennichelle, bambini che giocano fuori, bagni serali, passeggiate, visita al cimitero alla tomba di Junpei, ma in questa routine quotidiana succedono molte cose sotto la superficie. Meravigliosa Kiki Kirin (praticamente la “nonna” in tutti i film di Kore’eda) nel momento in cui svela che ogni anno invita il ragazzo ormai adulto salvato da Junpei solo per farlo sentire una merda e “avere qualcuno da odiare” per la morte del figlio. Molto Ozu anche la farfalla gialla (tradizionalmente anima di un defunto) che si posa sulla foto di Junpei. Basato su un libro autobiografico dello stesso regista. #recensioniflash

OUR LITTLE SISTER (Kore’eda Hirokazu, 2015)
Ancora dal Kore’eda-verse (no, non ho smesso). Ho visto Our Little Sister (Umimachi Diary). Questo è un film tratto da uno shojo manga abbastanza popolare in Giappone: la storia in breve è – come sempre – quella di una famiglia con delle ferite. Un padre che ha abbandonato tre figlie (Sachi, Yoshino e Chika) e che quindici anni dopo muore, lasciando come sorpresa una sorella adolescente di secondo letto alle tre protagoniste. Kore’eda ha shiftato il punto di vista dalla sorella piccola Suzu (voce narrante del manga) alla maggiore Sachi, spostando l’accento dal racconto di formazione adolescenziale alla riflessione adulta su come possono sanarsi le ferite di un’infanzia negata (abbandonate anche dalla madre, le tre sorelle si sono autogestite per anni a casa della nonna a Kamakura, con la supervisione di Sachi maturata troppo in fretta). Dirò subito che è il film che ho apprezzato meno di Kore’eda finora, perché non ha la stessa risonanza emotiva degli altri. Accoglie alcuni stilemi formali di Ozu (molte inquadrature delle sorelle fanno pensare al Maestro, che peraltro ha vissuto a lungo a Kamakura e ci è pure sepolto), ma a livello più profondo Still Walking era molto più Ozu-iano. C’è un racconto molto ondivago, emergono sporadicamente dei conflitti, ma nulla di paragonabile ad altri film di Kore’eda. In generale poco convincente, ma comunque un piacere per gli occhi (cast quasi tutto femminile e notevoli bellezze asiatiche). #recensioniflash

AFTER LIFE (Kore’eda Hirokazu, 1998)
Credevate forse avessi smesso con Kore’eda? No. In questi giorni ho visto anche After Life (il suo secondo film, noto in patria come Wandafuru Raifu, “Wonderful Life”). Ed è curioso andare così a ritroso nella filmografia di un regista da trovare un qualcosa di completamente diverso dalle opere viste finora. Qui siamo di fronte a un particolare misto di fantasy, dramma, documentario e metacinema. C’è questo casermone squallido e un po’ cadente dove lavorano degli impiegati. È lunedì, e comincia una nuova settimana di lavoro. Arrivano i “clienti”. Si tratta di persone morte da poco, che stazionano in questa anticamera dell’aldilà e – aiutati dai solerti impiegati – devono scegliere un singolo ricordo felice da portare con sé per l’eternità. Una volta scelto il ricordo (entro il mercoledì sera) gli altri giorni della settimana saranno impegnati a ricreare il ricordo su pellicola con l’aiuto di una troupe dedicata. Gli attori che interpretano i morti sono quasi tutti non professionisti, e gran parte del film è basato su interviste improvvisate sui ricordi da passare in rassegna. Ma c’è un intrigo romantico tra gli impiegati Takashi e Shiori (la bellissima Oda Erika) che avrà un risvolto inaspettato. Un film sorprendente, che nella prima metà sa di documentario, nella seconda metà mette in scena il lavoro cinematografico come creatore/conservatore di coscienza. La metafora dell’aldilà come un luogo dimesso dedito alla burocrazia (bellissimo l’archivio della vita delle persone in forma di VHS da ri-visionare) non è nuova – non lo era nemmeno nel 1998 – ma Kore’eda la rende in modo coinvolgente e poetico. E lo sfogo della triste e arrabbiata Shiori nella prima neve è una sequenza da antologia. #recensioniflash

MABOROSI (Kore’eda Hirokazu, 1995)
La fine del mio meraviglioso viaggio coincide con il primo lungometraggio di fiction di Kore’eda, Maborosi (Maboroshi no Hikari), tratto da un romanzo di Miyamoto Teru. Il film si svolge tra Osaka e la penisola di Noto, un posto abbastanza selvaggio poco più a nord. A Osaka, Yumiko (che in passato ha avuto i suoi bei problemi ad accettare la morte della nonna) è felicemente sposata con un figlio piccolo. A un certo punto, senza preavviso, suo marito si fa investire da un treno. Un suicidio inesplicabile che lascia Yumiko senza parole. Dopo qualche anno, Yumiko si risposa con un altro uomo e si trasferisce a Noto. La vita procede tranquilla e bucolica con il nuovo marito Tamio e la di lui figlia, però… c’è un però. Il buco nero del mistero della morte del primo marito la perseguita, e tornata a Osaka per il matrimonio del fratello, tutto le ripiomba addosso. Il lutto ricomincia a soffocarla, e in una sequenza lenta, onirica e impressionante Yumiko vaga sulla spiaggia intorno alla pira funeraria di uno sconosciuto chiedendosi “Perché”. Eroina quasi da tragedia greca, Yumiko si muove in questo film come una figurina trasportata da forze più grandi di lei. Il film stesso ha pochissimi movimenti di macchina, si contano sulle dita di una mano (può darsi sia l’eredità del precedente stile di Kore’eda documentarista). In sintesi, un altro tassello nell’universo narrativo di Kore’eda che evidenzia il lato spirituale delle sue storie più che quello “mondano”. Comunque eccezionale. #recensioniflash