DEVI MORIRE GONFIO: WHEN EVIL LURKS

Evil likes children, and children like Evil“. Basterebbe questa semplice linea di dialogo a far capire che When Evil Lurks, di Demian Rugna è uno di quegli horror con la H maiuscola nel senso che non lascia scampo, è un feel bad movie, di quelli che quando hai finito di vederlo devi guardare un episodio dei Mio Mini Pony per controbilanciare.

When Evil Lurks è un film di possessione, ma lungi dal richiamarsi a L’esorcista, fa pensare più a un misto tra Evil Dead e The Crazies: c’è in ballo una sorta di epidemia diabolica nella pampa sconfinata (il film è argentino) e il paziente zero (sì, quello del trailer) è un ammasso purulento di sangue, muco e fluidi corporei che dovrebbe essere ucciso “nel modo giusto” da un esperto, il quale però è finito inspiegabilmente segato in due nei campi del protagonista Pedro.

Da qui una discesa agli inferi di un gore assoluto condita da spiegazioni biascicate tipo che le regole per non farsi contagiare dal demone sono bruciare i vestiti, non dire il suo nome, non usare la luce elettrica (seee), ma soprattutto NON fare la cosa che verrebbe naturale a tutti e cioè far saltare le cervella al posseduto di turno. Di cervella che saltano ce ne sono parecchie (anche quelle di una capra e di un cane, per dire) e se siete di quelli che oddio qualcuno pensi ai bambini, beh… Demian Rugna ai bambini ci pensa eccome, ma non in un modo che vi piacerà.

Qui tra crani aperti a colpi d’ascia o di martello, famiglie i cui membri si rivoltano l’uno contro l’altra prendendosi sotto con il SUV, nipoti che mangiano le nonne e poi rigurgitano i capelli, classi intere di bambini satanici che fanno brutto, la speranza muore quasi subito.

Inoltre non è che ti affezioni al protagonista, che anche se non è demoniaco è comunque un gran pezzo di merda. Insomma, quando il film finisce sei un po’ provato, ma se cercate un horror significativo che non sia Talk To Me, questo spacca.

STARE DIETRO A NICOLAS CAGE

Vabbè, ormai lo sanno anche i sassi che stare dietro a Nic Cage quando parte con la missione di sfornare 5 film all’anno è un po’ difficile. Io sono indietro, per cui ho visto ora (su Netflix) The Unbearable Weight of Massive Talent (Il talento di Mr. C”), che è un po’ l’apoteosi della memificazione del caro Nicolas.

In pratica questo è un film metacinematografico in cui Cage è Cage (una versione fiction di sé stesso) e si barcamena tra la compagna appena divorziata, la figlia sedicenne che lo trova esasperante e una Hollywood parodistica che sembra dover girare intorno a lui.

Ma Cage (anche quello vero) ha dei debiti da saldare, perciò accetta anche i lavoretti del cazzo ma pagati bene, tipo andare al compleanno di un superfan che poi si rivela anche essere un narcotrafficante (Javi, interpretato da Pedro Pascal).

Alla fine un film che poteva essere solo una collezione di sbrocchi-Cage diventa una buddy comedy, quasi un bromance tra i due la cui relazione nella finzione del film diventa quella di una coppia action dato che i due si trovano ad affrontare inseguimenti, trappole, sparatorie e inseguimenti “proprio come in un action movie”.

La cosa più divertente del film è che Cage ha una voce interiore che si concretizza in una versione “Wild At Heart” di sé stesso, ottenuta ringiovanendo digitalmente l’attore, che gli ricorda costantemente che lui è NICOLAS FUCKING CAGE e che deve comportarsi di conseguenza. Molto LOL.

FIVE NIGHTS AT FREDDY’S: HORROR CHE NON LO ERANO

Ho guardato Five Nights at Freddy’s per procura. Mio figlio (10 anni), appassionato di questo fenomeno dell’internet prepuberale, è troppo pauroso per vedere un horror, ma saprebbe dire meglio di chiunque alto perché gli animatronic del film sono posseduti da spiriti di bambini e chi ha costretto (uccidendoli) i bambini a stare dentro gli imbarazzanti pupazzoni. Insomma, è un fan.

Il film comincia come un Saw qualsiasi, e mi dico va bene, dai. L’inquadratura si interrompe subito prima che della testa del malcapitato di turno venga fatta poltiglia, e va bene, dai, è un entry horror per dodicenni, non può essere Terrifier.

Poi arriva Mike (Josh Hutcherson), dolentissima guardia giurata emozionalmente monca con sorellina di dieci anni al seguito. Gliela vogliono portare via (sottotrama legal insensata) ma si scopre che lui in realtà aveva anche un fratellino che è stato rapito quando aveva 12 anni (Mike, non il fratellino) durante un picnic in un bosco (sottotrama psichedelica). Peraltro risulta evidente che Mike e la sorellina avrebbero due genitori che però a parte nei flashback non si vedono MAI.

Già troppa roba. Per chi non lo sapesse la pizzeria di FNAF è – secondo la lore internettiana sviluppata fin dal primo videogame di Scott Cawthon – un immaginario locale di moda negli anni ’80 in cui c’erano animatronic che suonavano e cantavano (un concetto parecchio di moda nell’horror degli ultimi anni, ma The Banana Split Movie era mille volte meglio). Un non meglio identificato supercattivo ha trovato il modo di rapire bambini e trasferire la loro anima negli animatronic (punto di contatto tra la trama principale e quella psichedelica).

Il risultato? Un pasticcio che non fa paura a nessuno (e mi spiace per la Blumhouse che produce), che funziona solo nei momenti in cui ci sono corridoi bui e animatronic nascosti nell’ombra, esattamente come il videogame, che ha un concept di una semplicità totale (sopravvivi senza farti beccare per cinque round) che ha determinato il suo successo planetario dal 2014 a oggi.

Ho dovuto purtroppo riportare anche a mio figlio che questo film fa cagarissimo. L’unica cosa buona è l’animazione degli animatronic (Frank Oz, ovviamente) e il fatto che quando si attivano cantino “Talking in your sleep” dei The Romantics. Pezzone galattico.