IPOCONDRIA E CHECK-UP

Avere una madre che soffre di qualunque disturbo pensabile nell’universo dei sintomi clinici non è da tutti. Si rischia di dover passare la vita ad accompagnarla in un continuo stillicidio di visite specialistiche, da un medico all’altro, per poi ottenere sempre la stessa risposta: “è tutto psicosomatico“, it’s all in the head.

Per questo, valutata l’effettiva scarsità di controlli sanitari negli ultimi cinque anni e considerata l’età della genitrice (non li dimostra ma ne ha 71), ho pensato di rivolgermi ad un centro specializzato per organizzare un check-up generale che potesse essere soddisfacente per tutti. Ossia per me, che non sarei stato costretto a scarrozzare la mamma ogni mese da uno specialista diverso, e per lei, che avrebbe avuto soddisfazione nel giro di due giorni.

Perché vedete, per mia madre una visita specialistica è come un duello. Un duello tra lei e il medico di turno in cui lei deve avere la soddisfazione di veder confermate le sue bizzarre autodiagnosi (che prevedono in genere tumori diffusi e generalizzati). Un check-up è come una battaglia campale, che necessita la sera prima di una veglia d’armi. Si dispongono i contenitori per le urine, si ripassa la strategia, si beve l’ultimo Lady Gray prima del digiuno.

Poi arriva il momento dei prelievi, delle ecografie, dei raggi. Mia madre passa attraverso ognuna di queste prove con lo sguardo mistico di Giovanna d’Arco ma con la determinazione del generale Patton: qui non hanno fatto bene la proiezione (perché lei di lastre ne ha fatte almeno una cinquantina in vita sua, e conosce bene la procedura), là non hanno esplorato a dovere con l’ecografo… Ma quando è il momento di rendere onore all’avversario, non si tira indietro: l’infermiera addetta al prelievo ematico ha trovato al volo una vena nascosta che nemmeno mia madre sapeva di avere. Chapeau.

L’offensiva finale è costituita dalle visite specialistiche. L’oculista, l’otorinolaringoiatra, il proctologo, sono come i mostri dei livelli finali dei videogame di una volta: duri a morire. Se lo specialista è giovane (leggi: ha meno di 60 anni), mia madre se lo mangia in un boccone. Ma a volte anche i medici quarantenni riescono a tenerle testa. Da uno specialista mia madre pretende una visita approfondita, divisa in una prima parte in cui si parla e di una seconda parte in cui lei viene “esplorata”.

Se il medico commette l’errore di dirle “lei, signora, non ha niente che non va“, è finita. Se il medico (cosa assai improbabile) confermasse i sospetti materni, lei probabilmente passerebbe il tempo a sospirare “cosa vi avevo detto, io?”. Ma il medico generalmente trova situazioni più o meno tipiche legate all’età e allo stile di vita della mamma, e sferra la sua offensiva suggerendo blande terapie.

Per mia madre non c’è nulla di così devastante come una terapia. Non dovrebbe essere possibile combattere sintomi e disturbi con una terapia. I suoi mali sono incurabili, cronici, terminali, quasi sempre rarissimi o comunque non comuni. Ridurli al silenzio “mangiando più frutta e verdura” non è assolutamente credibile.

Spesso penso che mia madre sarebbe infinitamente più soddisfatta se le comunicassero che ha cinque tumori diversi in diverse parti del corpo. Credo che questo le darebbe la conferma che ha ben ragione di lamentarsi.

Ma questo fortunatamente non è ancora mai accaduto, e per il momento a me tocca semplicemente illustrarle con dovizia di particolari le gioie degli spinaci surgelati in cubetti.
La miglior medicina per i disturbi legati all’intestino.

THANK YOU FOR SMOKING

Io e il fumo abbiamo un rapporto strano. I non fumatori tendono a dare una spiegazione chiara e semplice del perché i fumatori fumano. Si parla spesso di fissazione orale, di dipendenza dalla nicotina, a volte persino di apprezzamento per il gusto del fumo. Per me sono tutte idiozie. Nel mio caso non vale nessuna di queste teorie. In un periodo imprecisato, intorno alla metà degli anni ’90, ho “smesso di fumare“. Gradatamente, le mie Gauloises blu hanno incominciato a durare ad ogni acquisto un po’ di più. Finché, mi son detto, tanto vale scroccare una sigaretta ogni tanto a qualche altro fumatore. Per di più, con l’intima soddisfazione di aiutare anche gli altri a fumare di meno, sottraendogli un po’ di materia prima.

Quando penso alle mie prime sigarette adolescenziali, mi viene sempre il sospetto di essere stato vagamente decerebrato. Alzi la mano chi altro ha trovato un pacchetto di Diana blu quasi pieno per strada e le ha fumate tutte una dietro l’altra sul balcone di casa in compagnia della sua compagna di banco / aspirante fidanzata dell’epoca (e vi prego di notare il gioco di parole). Avevo quattordici anni, e non sapevo che anche solo il tentativo di limonare con una persona che ha appena fumato cinque sigarette mi avrebbe portato senza indugio sulla tazza del cesso in preda ai conati di vomito. Non che anche lei non possa aver avuto la stessa impressione assaggiando la mia, di lingua. Ma in questo tipo di occasioni tendo a concentrarmi maggiormente sulle mie sensazioni.

La sigaretta era diventata, da lì in poi, un distintivo. Un po’ come dire “ehi, io sono più sveglio di te, più duro di te, più autodistruttivo di te e se possibile me ne fotto del tuo giudizio”. Ovviamente non era così. C’erano modi molto più incisivi di sottolineare il concetto, volendo. Avrei potuto farmi un piercing o un tatuaggio, ma ne ho sempre avuto paura, e poi sarebbero stati più difficili da tenere nascosti alla mia famiglia così medioborghese.

A sedici anni ho fumato la prima canna. Un po’ tardivo rispetto agli standard odierni, lo so… Del resto cosa ci si può aspettare da uno che ha perso la verginità a 21 anni? Ad ogni modo, anche in questo caso il contesto è stato un tantino surreale. Ero steso in un parco con una coppia di amici. E per coppia intendo una coppia vera, tipo lui e lei che si dedicano alle gioie del petting lontano da occhi indiscreti. A parte i miei, ovviamente. Tra un gemito e l’altro mi passavano la canna. Erano stati loro a volermi lì. Mi avevano attirato con l’inganno. Forse si eccitavano ad avere uno spettatore. Forse volevano semplicemente un palo, che li facesse stare tranquilli. Io aspiravo, tenevo dentro come vedevo fare nei film con i tossici, ma a parte un leggero mal di testa non ottenevo alcun risultato. A ripensarci, probabilmente era l’imbarazzo di trovarmi accanto a quei due. Ricordo che mi sono affrettato a lasciarli soli, confermando che sì, il fumo era una bomba e ridacchiando come un idiota per mascherare la mia inadeguatezza.

Fast forward. Dopo cinque anni di teen-limbo in cui la maggior parte del tempo era dedicato alle sigarette e alla masturbazione (non sempre in questo ordine) si giunge finalmente al dorato periodo universitario. Nel nostro monolocale da studenti, già popolato di posaceneri e pacchetti di Gauloises (fumavamo tutti la stessa marca) fa il suo trionfale ingresso sua maestà l’hashish. Gli anni tra il ’92 e il ’99 sono sempre un po’ confusi nella mia memoria. Quasi tutte le sere ero stonato, anche se questo non mi ha mai impedito di avere un grande successo negli studi. Io e i miei amici stonati cercavamo di stabilire rapporti di amicizia con tutti gli spacciatori del circondario, per spuntare il prezzo migliore, il fumo migliore, o anche solo qualche tiro gratis. Attraverso le nostre costruzioni intellettuali ci figuravamo di ripercorrere le strade dei beat americani, leggevamo Kerouac e Ginsberg ma ci arenavamo di fronte all’osticità di Burroughs. Le canne, non si può negarlo, ti fanno sembrare meravigliose anche le cose banali. A poco a poco, smettevo di fumare sigarette. E le canne le fumavo solo in compagnia.

E questo è il sentiero che seguo tuttora. Le sigarette le scrocco, oppure me le confeziono con tabacco e cartine, con una frequenza massima di 4 o 5 alla settimana. Non sono mai stato un gran fumatore, questo è certo. Non posso parlare di vizio. Fumo quando vedo un gruppo di persone che fuma con soddisfazione. Anche se il gruppo in questione è all’interno di un film: mi alzo dal divano e mi faccio una sigaretta. Fumo per imitazione.

Sul tema delle canne, continuo a pensarla come dieci anni fa. Sempre meglio fumare in compagnia. Vengono fuori discorsi eccezionali, che il giorno dopo nessuno ricorderà. Si mangiano cose assolutamente improbabili alle ore più assurde, il che non aiuta la dieta ma procura tanta allegria. Man mano che le responsabilità della vita adulta si fanno più pesanti, però, comincio a pensare che anche farsi le canne da solo non sia poi così socialmente inaccettabile.

Fumare in compagnia aumenta la creatività.
Fumare da soli tranquillizza e fa sembrare la vita meno minacciosa.
Sempre meglio del Prozac, comunque.

CONTROL FREAK

Ciao, sono Pietro e sono un maniaco del controllo.
Baso la mia autostima su quanta parte di mondo riesco a tenere d’occhio contemporaneamente. E quando l’inevitabile elemento a sorpresa emerge, quando il caos fa capolino dietro la sottile crosta di ordine con cui mi affanno a ricoprire la realtà, io crollo.
O meglio, barcollo. Ma non mollo.

Un sabato sera come tanti. Gli altri vanno a devastarsi, io vado a trovare mia madre. Che poi, a ben vedere, non c’è tutta questa differenza. La vecchia, poverina, non è che faccia la dolce vita, quindi aspetta che arriviamo noi per andare al ristorante, svagarsi, fare due chiacchiere coi “giovani”. Stavolta sono solo, perché dopo il ginocchio, lo stomaco e la testa, a Stefi è preso anche l’ascesso al dente. E non è il caso di muoverla.

Fritturina di pesce, le consuete commissioni, il noleggio di un recente film con Tom Cruise che ormai piace alle mamme settantenni più di quanto possa piacere a qualsiasi altro target group. Arrivati a casa, con aria distratta prendo la raccomandata dell’amministratore che mia madre mi ha tenuto da parte. Dentro c’è il verbale dell’ultima assemblea e i soliti consuntivi e preventivi delle solite spese condominiali. Ci pensi tu, mi dice. Ci penso io, le dico.

Poi, mentre scorrono i titoli di testa del film con Tom Cruise, mi cade l’occhio su un’anomalia. Gli altri condomini pagano cifre più basse, noi abbiamo, come dire… una cifra in più. Quella delle migliaia. Guardo meglio. 6807 euro. Virgola 80. SEIMILAOTTOCENTOSETTE. Tom Cruise con la pettinatura a banana, Tom Cruise con l’occhio di vetro. Tom Cruise che urla “Siegheil!” con la mano a moncherino. Su tutte queste immagini io vedo solo un’unica grande cifra a caratteri cubitali che lampeggia sullo schermo. SEIMILAOTTOCENTOSETTE.

Com’è possibile, mi chiedo mentre torno a casa. Come cazzo è possibile. Meno male che non l’ha vista lei, altrimenti andava in paranoia. Mille ipotesi si affacciano mentre sfreccio malamente in mezzo ai devastati della notte, ma solo una è quella giusta. Devo essermi semplicemente DIMENTICATO di pagare le spese condominiali. Ma per quanto? Due anni? E perché nessuno mi ha detto nulla? Si tratta di una prova, vogliono vedere quanto reggo sotto pressione. Non può essere che questo.

Una domenica passata a fare conti, a scartabellare documenti, bonifici, buste di plastica. Ed è proprio così. Come pensavo. Il 2007 e il 2008 semplicemente non esistono nel dossier “Condominio S. Adele”. Non ci sono mai stati. E il lunedì mattina, quando l’ansia e l’insonnia hanno fatto ampiamente il loro lavoro, la telefonata all’amministratore finalmente risolve. Ah, giusto lei, dice. Lo sa che l’ultimo bonifico l’abbiamo ricevuto a inizio 2007? Poi però non avete più dato vostre notizie. Neanche voi però, pigolo io a mia discolpa. Ma non c’è giustificazione che tenga. Le spese di condominio dovevano essere sotto controllo.

Vorrei, cazzo se lo vorrei, vivere in un mondo deve le spese di condominio, le tasse, le assicurazioni fossero concetti nemmeno lontanamente contemplati. Ma non è così. E un mondo caotico va controllato. Va ridotto ai minimi comuni denominatori. Va schematizzato. E possibilmente va predetto.

Fortunatamente, la mia analisi della predicibilità del comportamento dell’amministratore non è corretta. Accetta anche comodi pagamenti rateali.
L’importante, dice, è sapere che l’intenzione di pagare c’è.
E il caos ritorna a nascondersi, almeno per qualche altro giorno.