IL PARRUCCHIERE VIRTUALE

Oggi vado a tagliarmi i capelli. C’è sempre un po’ di inquietudine nel dirlo. Per quelle due volte l’anno che lo faccio, l’occasione è comunque a suo modo grandiosa. E come tutte le volte mi scatta la voglia di qualcosa di diverso, di cambiare persona, di essere per qualche settimana quello che di norma non sono.

Sto cercando sul web un sito decente di virtual hairstyle, tanto per. Ma quelli che trovo fanno abbastanza pena, per cui mi (e vi) affiderò ad una sana immaginazione.

Potrei optare per il taglio emo, che è tanto di moda. Non tanto tipo il tizio dei Tokio Hotel, che mi pare fondamentalmente Alberto Camerini redivivo, ma piuttosto come quello dei Dari (che anche lui mi pare Alberto Camerini redivivo, ma con più onestà). Ecco, come il tipo dei Dari ma meno colorato. Anzi, nero e basta. Oppure mi attrae anche il taglio spike, un misto morbido tra il punk ’77 e il ciancicato ’99. O potrei, per cambiare, fare una tinta

Insomma, avevo pensato di lanciare un sondaggio “quale taglio potrei adottare” tra i miei venticinque lettori. Poi però si è fatto tardi, le riunioni si sono accavallate, il post è rimasto in bozza e sono anche già andato dalla parrucchiera. Che era giustamente innervosita per i miei 25 minuti di ritardo. Quindi il taglio l’ho già fatto e – tanto per rassicurarvi – è sempre il solito (una via di mezzo tra questo e questo).

Ma voi se volete proponete pure, eh? Meglio se con riferimenti fotografici.
Così la prossima volta ci provo.

IL LAVORO NOBILITA?

Il lavoro non è una cosa naturale. So che è da idioti partire con un utopistico richiamo all’età dell’oro, ma quando quei simpatici uomini preistorici hanno deciso che la pastorizia e il nomadismo non erano più divertenti e si sono inventati l’agricoltura, beh… Quello è stato l’inizio della fine. Il lavoro – il tempo del lavoro, con le sue scansioni sempre uguali – è un’invenzione dell’uomo. Siamo animali autodistruttivi.

Seguitemi, allora. Se il lavoro non è naturale, ma è una situazione costruita, potremmo definirlo non tanto una realtà quanto una rappresentazione. Si alza il sipario la mattina e andiamo in scena, ognuno con il suo ruolo. Il dirigente manipolatore, il buffone che fa le battute alle riunioni, quello che ama sentire il suono della sua voce, il burocrate, l’efficiente, l’imboscato, l’inadeguato.

E bisogna fare molta attenzione, perché in questa rappresentazione sono lesti ad assegnarti un ruolo che – volente o nolente – ti resta appiccicato per la vita. Una volta inadeguato, sempre inadeguato, insomma.

Questo autunno è un momento critico in CasaIzzo. Qualcuno si stanca del ruolo che gli hanno assegnato, qualcuno lotta contro l’assegnazione forzata di ruoli tout court. Le rappresentazioni sono sempre uguali, si finisce per somigliare agli attori delle compagnie di giro della commedia dell’arte. La cosa può essere positiva o negativa, a seconda dei punti di vista. Tenendo comunque presente che se non reciti, non mangi.

Ma se devo recitare, amici, il mio modello non è Jack Nicholson. Io sono più il tipo Anthony Hopkins. Sottile. Quando voglio. O quando posso. Oggi non potevo e non volevo, perciò sono stato costretto mio malgrado ad adottare il metodo. Ne è venuto fuori un atto unico potenzialmente molto pericoloso per la mia carriera di attor giovane, ma quanta soddisfazione in quella scena madre.

Alla faccia dei ruoli e dei comportamenti codificati.
E comunque pastorizia e nomadismo sono molto divertenti. Basta che non piova.

BENIAMINO PLACIDO R.I.P.

Fugo subito ogni dubbio: il Beniamino Placido di cui parlo è il nostro ficus benjamin, quello che mi ha sempre guardato le spalle mentre scrivevo i miei post e adesso incombe rinsecchito e platealmente defunto tra la libreria e la scrivania. Insomma, nessuno scherzo di cattivo gusto ai danni di noti critici televisivi.

Beniamino (detto Ben) era parte di una famiglia di freaks che vive nella nostra casa, insieme a Maria Callas (la calla, che neppure lei sta tanto bene), Misery Nondevemorire (la miseria che invece muore e resuscita ogni anno), la Peppa (una pianta non meglio identificata che pare un incrocio tra la lattuga e un ultracorpo), Ortis (l’ortensia che non fiorisce), Pungy (un robusto agrifoglio mutante) e una serie di piante grasse anonime ma dure a morire.

Tutti i nostri amici vegetali sono sempre stati trattati bene. Si tratta solo di una questione di ambiente. L’ambiente di CasaIzzo è ostile ad ogni forma di vita vegetale. Certo, ci sono le eccezioni. Rosy, la rosa di Jericho, può stare mesi interi senza acqua e senza patire, mentre Bambi 1 e 2 (le due canne di bamboo) sembrano espandersi tanto più quanto meno vengono curati. Anche Hippopotus (il potus) vive praticamente in acque putride e non si è mai lamentato.

Sono le specie autoctone, però, che pongono più problemi. Nel cimitero vegetale di CasaIzzo ci sono edere rampicanti, girasoli, piante officinali, erbe aromatiche, aloe, fiori di ogni tipo e misura, rose fresche aulentissime, gerani da balcone (che mi dicono essere una specie resistentissima), saintpaulie (non so come si scrive ma son quelle piantine che te le regalano e dopo due giorni son morte).

Noi ci affanniamo a potare, pulire, innaffiare, vaporizzare. Carezziamo le nostre piante, le rinvasiamo, ci parliamo insieme. A volte le sgridiamo (quando ingialliscono di colpo per dispetto, o quando si spintonano l’una con l’altra sulle mensole), più spesso le consoliamo (quando Maya decide che deve assaggiarle tutte, anche quelle potenzialmente velenose).

Eppure ogni estate esige il suo terribile tributo di clorofilla, e giunti alle porte dell’autunno un’altro amico si trasferisce nei verdi campi dell’aldilà vegetale, dove non esistono vasi né potature, e dove la pioggia ricopre ogni cosa. Mentre scrivo queste righe Beniamino Placido viene accompagnato nel cassonetto della spazzatura. Lascia dietro di sé una scia di foglie secche e un vuoto proprio lì, tra la finestra le la poltrona Poang dell’Ikea.

Vi saremo grati se parteciperete al nostro dolore, e se ci consigliaste quale altro amico vegetale potremmo adottare per sistemarlo in una zona luminosa (ma non luce diretta), leggermente sopraelevata e parecchio calda.
Un amico vegetale dall’aria tosta, che resista anche alle torride estati torinesi.
Che duri quattro o cinque anni. Almeno.