BEATI I DURI DI CUORE

Di mattina io sono tendenzialmente indifeso. Come i vampiri, rifuggo da qualsiasi luce. Mugugno e bramisco, mi trascino dentro i vestiti e fuori di casa. Solo dopo le 11 mi sono completamente ricomposto e riesco ad interagire in modo sano con il mondo. Ecco perché ho deciso che la matinée cinematografica è una buona cosa. Perché vai veramente al cinema con occhi puliti, liberi, e senza protezioni.

La matinée di oggi era dedicata ad UP, il nuovo film Pixar.
Ora sono le sette di sera, e mi sto riprendendo un po’ solo adesso.

Quando deve uscire un nuovo film Pixar io – già alcuni mesi prima – sono lì che spulcio i siti di cinema per vedere qualche immagine, qualche anticipazione. E nel caso di UP pensavo: ma cosa mi spiega un film con un vecchio che fa volare la casa coi palloncini? Divertente, sicuro, ma abbastanza idiota. Stamattina, uscito dalla sala, pensavo: ma com’è possibile realizzare un film d’animazione sulle difficoltà dell’elaborazione di un lutto e portare a casa il risultato senza colpo ferire?

Perché, ragazzi, UP è un mix impossibile. Impossibile. Roba che metà del pubblico in sala (i bambini) ride in modo convulso e l’altra metà (gli adulti) singhiozza senza ritegno. Lo so che voi sapete già che io ho la lacrima facile. Piango sempre ogni volta che vedo Mary Poppins, Il mucchio selvaggio o Shakespeare a colazione. Ma si tratta di una lieve commozione. Con UP dopo i primi dieci minuti di una magistrale sequenza a montaggio avevo già cestinato due fazzoletti pieni di lacrime e moccio. L’unica consolazione è che anche la tipa due sedili più in là faceva lo stesso.

Poi, va da sé, si ride anche tanto. Ma il bello del film è questo procedere su due registri sovrapposti come carta velina in cui se chiedi a un bambino ti dirà che è la storia di un simpatico vecchietto che decide di partire per il sudamerica facendo volare la sua casa con migliaia di palloncini e vive mille avventure con un bimbo ciccione un cane parlante e uno struzzo psichedelico. OK, magari il bambino non direbbe “psichedelico”. Lo dico io. Chiedilo a me, e ti dirò che è la storia di un vecchio triste, solo e abbastanza sgradevole che non riesce ad accettare la perdita della moglie e si porta dietro un lutto pesante come una casa, per poi lasciare finalmente che i morti stiano dove devono stare: al di là delle nuvole, vicino alle cascate del paradiso. Aiutato in questo percorso da un bambino ciccione, un cane parlante e uno struzzo psichedelico che alternativamente adottano, consapevoli o meno, il ruolo di terapista comportamentale.

Come dicono tutte le recensioni possibili su UP, la Pixar riesce incredibilmente a superare sé stessa ogni cazzutissima volta: fidatevi, è vero – e non era facile fare meglio di Wall-E. Il problema è che se qui ti porti i popcorn in sala, rischi che ti rimangano in gola. Siete avvertiti: gli agguati sono all’inizio del film, a metà e alla fine. Quello più devastante è a metà. Alla fine pensi che non hai più lacrime ma qualcosa resta sempre.

Ah, un’altra cosa. Se non avete occhiali neri coprenti con voi (o se avete la fortuna di essere molto, molto duri di cuore), sarà estremamente imbarazzante uscire dalla sala. Magari siete in uno di quei multisala tipo quello vicino a casa mia, che è incastonato in un meraviglioso centro commerciale. La folla di acquirenti domenicali guarderà i vostri occhi rossissimi e il moccio (che nel mio caso cola su un bel paio di folti baffoni neri) e vi prenderà per pazzi.

Volete un giudizio in sintesi?
Non andate a vedere UP: è meraviglioso.

FOTOSINTESI (BULLARSI ON LINE)

C’è da dire questo. L’altra sera riflettevo con Louga su quanto difficile diventa, anche per gli appassionati come noi, persistere nel portarsi in giro la reflex digitale e fare gli artisti puri e duri che vagano per la città con il naso all’insù (o all’ingiù, in molti casi) fotografando dettagli invisibili ai più e svelando l’assurdo caos dietro il paravento del reale. Bello eh, “il paravento del reale“? Mi stupisco da solo quando oso questo tipo di costrutti. Ma comunque. Non è facile, sappiatelo.

Ormai la gente va in giro con l’iPhone, scatta quello che vuole e fà ch’ it n’ abie, come si dice qui da noi in Piemonte. Tu pensi di essere un figo con la tua Canon, la tua Nikon, la tua Sony dai mille obiettivi. Pensi “è tempo che mi compro la reflex, perché son così bravo e così appassionato che – semplicemente – mi serve“. Poi la reflex ce l’hai e la usi una volta ogni morte di papa (a meno che non ti chiami Istriano, Teo, Palmasco… insomma le eccezioni ci sono sempre). Se va bene ci fai le foto delle vacanze, o i ritratti ai Barcamp. E questa è una cosa che mi fa incazzare abbestia.

Poi però succedono cose come questa. Il New York Times Style Magazine (vi prego, lasciate che mi bulli adeguatamente IL! NEW! YORK! TIMES! STYLE! MAGAZINE!) mi contatta perché gli piace una mia foto e la vogliono usare sul loro blog. Il post lo trovate già online, si intitola A weekend in Honfleur (e sottoscrivo in pieno ogni paragrafo del testo). A differenza delle decine di altre foto mie pubblicate su riviste più o meno oscure o realtà no-profit che ti chiedono il favore di usare le tue immagini gratis (favore che in genere concedo), il NYTSM mi ha subito buttato lì un prezzo. Magari anche poco, per carità, ma vuoi mettere la soddisfazione di entrare nella banca on line e vedere che c’è un bonifico dal (vi prego fatemelo ripetere) New York Times Style Magazine? Come diceva una vecchia pubblicità, non ha prezzo.

E io adesso mi sento tanto Ugly Betty con il pene.
Se mi metto la parrucca probabilmente ci somiglio anche.

CINEMA CHE UCCIDE

Ho (ri)scoperto un nuovo concetto di cinema: la matinée. Quando ero piccino io, si poteva andare al cinema a tutte le ore del giorno, diciamo dalle 10 in avanti. Durante la mia adolescenza questo tipo di orario è stato riservato solo alle sale a luci rosse (quasi come se avessero capito che i miei gusti stavano cambiando). Dagli anni ’90 in poi l’unica possibilità di andare al cinema di mattina per me è stato (ed è tuttora) il Torino Film Festival. E invece, che ti combina il Pathé (sarebbe il cinema vicino casa)? Organizza le matinée domanicali alle 11! A prezzo ridotto! Con tamarri in sala pari quasi a zero! Troppo bello per essere vero… Lo testo subito con un caffé macchiato e una visione totalizzante di Inglourious Basterds!

Lo so, sto usando troppi punti esclamativi rispetto al solito! Adesso mi calmo. Non è così facile parlare senza esclamazioni di Inglourious Basterds.

I bastardi, o li ami o li odi. Un po’ come tutto il cinema di QT. C’è qualche detrattore, che punta il dito sul solito pasticcio di generi e stili. Ma QT in questo è un po’ come il nostro Mr. B.: i suoi ammiratori (me compreso) vengono improvvisamente spogliati di senso critico una volta entrati in sala. E comunque dài, a mente fredda: Inglourious Basterds è il miglior film di QT dopo Pulp Fiction. Voglio dire, non è che non ci siano stati film entusiasmanti, nel frattempo. Ognuno con i suoi buoni motivi per assurgere all’olimpo dei film del cuore di ogni bravo fanboy. Ma qui si deborda meno, si godardeggia di più e il solito citazionismo colpisce maggiormente al cuore.

Tra l’altro un film in cui le due anime, americana ed europea sono perfettamente bilanciate. Un film che purtroppo non sono riuscito a vedere in originale: porca zozza, il 90% del film è in francese o tedesco, costava tanto lasciare anche quel 10% di inglese… in inglese? Ma non si può pretendere tutto da una matinée, immagino. Un film che come sempre ha una soundtrack ricca di colpi di scena: stavolta è quasi tutto Morricone riciclato, con un pizzico di Schifrin e Bernstein e una chicca nel prefinale tutta da gustare (vedi sotto).

I primi quattro capitoli del film (sì, anche questo è diviso in capitoli) sembrano altrettanti film a sé stanti, salvo poi ritrovare tutti i personaggi nel quinto, catartico, capitolo (dal titolo più improbabile di tutti “La vendetta della faccia gigante“). Semplificando, il primo capitolo è quello che fa da subito gridare al capolavoro. Quello che evidenzia con un apparentemente semplice dialogo sul latte, le pipe e la vita contadina tutta l’idea tarantiniana di “spaghetti western nella francia nazista”. QT scomoda Sergio Leone e John Ford in modo non gratuito (diciamo pure che nulla nel film è “gratuito” e che QT si è abbastanza tenuto, stavolta). Circa mezz’ora di interrogatorio in cui la tensione aumenta fino ad esplodere nell’ultimo minuto della scena. E con buona pace di tutti gli altri interpreti, Christoph Waltz meriterebbe dieci Oscar.

Il secondo capitolo è… Beh, il “solito” QT. Quello che ti aspetti – quello su cui ha puntato il trailer e tutto il marketing del film. Brad Pitt e soci che fanno lo scalpo ai nazi e gli spaccano il cranio con le mazze da baseball. C’è tutto quello che ci piace, in una mezz’ora a tratti un tantino autocelebrativa ma sempre estremamente godibile. Nel terzo capitolo incontriamo (ritroviamo) la vera protagonista del film, Shosanna Dreyfus. Gestisce un cinema nella Parigi occupata, dice frasi immense come (cito a memoria) “Sono francese. Noi francesi rispettiamo i registi” e si trova la sua tremenda vendetta servita su un piatto d’argento.

Il quarto capitolo contiene l’immancabile stallo alla messicana con massacro finale, impreziosito da un cameo di Mike Myers nel ruolo del generale Fenech (!) e da una Diane Kruger mai così in parte (il dialogo sul tavolo operatorio tra lei e Brad Pitt cancella le “colpe” di Troy). Il quinto capitolo comincia con una sequenza da antologia (la mia preferita del film): Mélanie Laurent / Shosanna si trucca sulle note di David Bowie prima del massacro cinematografico. Come dire: i film di QT sono sempre stati un po’ un gioco di testa. Nel quinto capitolo di Inglourious Basterds si abbandona la testa e ci si sposta nel cuore. Nella passione dell’odio, dell’amore per il cinema e nel cinema, della vendetta. Una fantasia bruciante in cui anche la storia cambia, perché non è la storia che interessa a QT ma la fiamma dei suoi personaggi.

Tutto va a fuoco, mentre è una faccia gigante su uno schermo argenteo a vendicare l’olocausto.
Il cinema che vince sulla realtà. Il cinema che uccide.