EFFETTO BRUNETTA

Cosa succede quando le azioni e i comportamenti di un’intera classe politica mirano essenzialmente ad alzare il livello dello scontro, a tutti i livelli (istituzionali e non)? Cosa succede quando sugli schermi televisivi non vediamo altro che gente che urla, gente che parla sopra ai propri interlocutori, gente che appena può lancia querele e denunce? Succede, molto semplicemente, che questo diventa un comportamento accettato e condiviso da una larga parte della popolazione, che lo mette in pratica appena può.

Nel caso dell’amatissimo ministro Brunetta e della sua riforma della pubblica amministrazione, poi, il consenso arriva a punte del 99%. Almeno tra chi non lavora nel settore pubblico. Brunetta è maestro nel distogliere l’attenzione del popolo da problemi altrimenti irrisolvibili, dandogli in pasto il nuovo nemico della patria: il dipendente pubblico. Alla gente non par vero di potersi rivoltare contro le istituzioni. Del resto, chi non si è mai incazzato per un problema di burocrazia? Capita a tutti prima o poi. Il problema è che il ministro, con la sua retorica a base di “bastone e carota” e di “fare un mazzo così” ai dipendenti pubblici, ha ormai fatto diventare gli impiegati dello stato la seconda categoria più odiata dagli italiani dopo gli immigrati.

Credo che nella mente dell’italiano medio vengano prima i negri e gli zingari, poi gli statali e al terzo posto i froci e i trans. Come categorie da mettere al rogo, dico.

Lo dimostra questo simpatico episodio che ha coinvolto il sottoscritto. Un utente tipo deve ritirare dei documenti per conto terzi. Come sempre succede in questi casi, serve una delega. Che lui non ha. Sostiene che questa regola a lui non si può applicare, che non ha bisogno di nessuna delega. Prende contatti con l’ente e gli si risponde a voce e per iscritto proponendo una soluzione alternativa. L’utente non è soddisfatto. Alle 23.30 si prende la briga di scrivere una mail al ministro Brunetta, difensore degli oppressi, per sottolineare l’ottusità dei vertici dell’ente.

Alle 11 del giorno dopo (oggi) piomba nell’ufficio che dovrebbe rilasciargli i documenti e dichiara la sua intenzione di non schiodare senza i documenti in tasca. Il sottoscritto va a mediare, e si trova davanti un esagitato che sta insultando e minacciando un manipolo di colleghi vagamente impauriti. Il tizio vuole vedere un dirigente. Intanto lo faccio accomodare dove può essere tenuto d’occhio da una guardia. Il dirigente arriva, ribadisce che serve una delega, ma l’utente ha ormai deciso che la cosa potrà essere risolta solo dalla polizia.

Chiama tre o quattro volte la polizia (irritato perché nel suo mondo ideale anche i poliziotti devono arrivare immediatamente quando li chiami) finché non arrivano ben due volanti e un’ispettore a vedere cosa sta succedendo. Da lì parte il delirio. I poliziotti non riescono a credere di essere stati chiamati per una cosa del genere. Io mi avvicino all’ispettore e gli dico in un orecchio “Sa… Il signore ha scritto ieri sera una mail a Brunetta…”. L’ispettore mi guarda, poi guarda l’utente e mi dice solo “Ah. Capisco…“.

Il dirigente espone la sua posizione, poi deve scappare in riunione. Noi restiamo lì, ostaggi della situazione. Saltiamo tutti il pranzo e una o due riunioni di lavoro perché nel frattempo l’utente ha anche chiamato il suo avvocato, un azzeccagarbugli curvo, un po’ unto e con i denti arruffati. Ci troviamo tutti nella surreale situazione di avere cinque poliziotti che tentano di mediare tra le posizioni nostre e quelle dell’utente, che probabilmente vorrebbe veder arrestato me o qualcuno dei colleghi. Magari vorrebbe che i poliziotti andassero a prendere tutti i dirigenti dell’ente e li trascinassero davanti a lui. In modo che lui possa far loro “un mazzo così”. Intanto, denti arruffati comincia ad interrogare tutti i presenti e a farsi rispiegare per l’ennesima volta tutta la questione.

Il meglio arriva quando, verso le 14.30, i morsi della fame mi colgono e tento di appartarmi per addentare il mio panino. L’utente mi vede e (probabilmente invidioso del mio club sandwich) mi apostrofa: “Lei non è dell’Ufficio relazioni con il pubblico? E allora venga qua e si relazioni!“. La tentazione di sputargli in faccia il bolo di pane e salame e rispondergli “Relazionati con ‘sto cazzo” è stata molto alta. Invece ho sorriso, come un vero ed eroico funzionario pubblico, e gli ho detto “Ma prego, guardi che contrariamente a quello che lei pensa noi siamo qui per aiutarla“. Qualche briciolina addosso gliela ho sputazzata, però.

Dopo quattro ore di discussione, denti arruffati accetta la soluzione di rapportarsi con l’ufficio legale dell’ente. In tutto 11 persone, tra poliziotti e dipendenti dell’ente, hanno perso 4 ore del loro tempo (44 ore uomo) per star dietro alla sete di giustizialismo di un cittadino rabbioso. Conclusione all’italiana: tutti insieme appassionatamente, poliziotti, avvocato, utente e dipendenti a farsi una sigaretta sulle scale esterne del palazzo.
Grazie, ministro Brunetta. Di cuore.

BASTA CHE FUNZIONI

Da piccolo, come tutti i maschietti, ero molto influenzato dalla figura di mio padre. Quello che faceva lui era in un certo senso magico, ricco di fascino, misterioso. Eppure, fin dalla più tenera età, il fatto che lui – l’ingegnere – oltre a fare sentisse il bisogno di spiegare quello che faceva, toglieva alle cose gran parte del loro fascino. Toglieva l’aura di mistero, che era poi l’unica cosa che mi interessava.

Se malauguratamente andavo a trovarlo alle mitiche (ora non più esistenti) “Ferriere” di corso Mortara, dopo un primo impatto di qualche minuto in cui le barre di acciaio incandescente, le scintille, il grasso, i macchinari mi sembravano degni di pagine dai libri di Tolkien – Agnelli come Saruman e la FIAT come Isengard – lui trovava il modo di rompere l’illusione costringendomi a ridurre tutto il visibile ad alcune equazioni complesse che lui illustrava con sguardo rapito. Mentre io, ovviamente, volevo solo fuggire.

Ecco perché alle elementari, quando mi chiedevano “cosa fa tuo padre”, non rispondevo mai “l’ingegnere”. Mi vergognavo. Preferivo dire che “lavorava col ferro“.
Era molto più barbarico, così.

Mio padre era un uomo che sapeva come attirarti a sé, come catturare la tua attenzione. Ma al tempo stesso, quando ti aveva nelle sue spire, era difficilissimo sfuggirgli. Ed era proprio nel momento in cui ti avvicinavi fino al punto di non ritorno che lui attaccava con la spiegazione. Il “funziona così”. Io non ho mai voluto sapere come funzionano le cose. A me bastava che funzionassero. Bastava sapere che le cose erano lì, e si potevano usare in modo creativo.

Non ero uno di quei ragazzini che si appassionano a montare le rotaie dei trenini elettrici o le piste per le corse delle automobiline. Lui sì. Lui si appassionava a montarle, mentre io facevo finta di ascoltare i suoi approfondimenti sulla curva e la velocità del mezzo, e su come il treno o la macchinina avrebbero potuto o meno deragliare. Io intervenivo a pista completata, simulando spettacolari incidenti o posizionando sulle rotaie del treno le bamboline tipo fiammiferino. Dell’elettricità che comandava i trenini non me ne è mai fregato nulla. Ancora adesso, per me è un fatto magico che quando premi l’interruttore si accende la luce.

Nei primi anni ’80, quando gli altri bambini giocavano a Centipede, io ero costretto a programmare in Basic la mia personale versione del gioco (ovviamente in bianco e nero e con dovizia di bug). Perché lui ci teneva più alla poesia della programmazione che non al risultato finale. L’unico vero punto di contatto “digitale” si è verificato quando ha portato in casa un software che consentiva di progettare giochi di avventura testuale. Con quello ci ho passato interi anni.

Col senno di poi, ho il sospetto che per lui sia sempre stato un po’ frustrante avere un figlio totalmente privo di spirito analitico. Al massimo mi interessavo a come funzionavano gli effetti speciali cinematografici (sangue finto, colpi di arma da fuoco, ustioni, gole tagliate e simili). Una scienza non esatta, comunque. O a cose per lui incomprensibili e inutili, come imparare a memoria You Spin Me Round dei Dead or Alive, imitare alla perfezione il trucco dei Sigue Sigue Sputnik o ridisegnare le copertine degli album di Grace Jones.

Dal punto di vista scolastico è sempre stato difficile avere un punto di contatto. Lui voleva spiegarmi la matematica come la vedono gli ingegneri, mentre per me il livello massimo (cui sono tuttora legato) era quello delle mele da contare. Le fette di torta per spiegare le frazioni erano già al di là delle mie possibilità di comprensione.

Più di recente, una regressione ai tempi del (suo) liceo ci ha fatto avvicinare più di quanto siamo mai stati. Il greco, il latino e (dio ci scampi) il sanscrito sono stati i suoi grandi ritorni di fiamma degli ultimi tempi. Non che io ne fossi così appassionato. Ho fatto il classico, ho fatto le mie versioni e ho imparato le mie declinazioni. Poi sono stato felice di abbandonare le lingue morte al loro destino. Ma erano pur sempre codici che servivano a fini comunicativi, di espressione. Lingue che hanno prodotto una letteratura che amavo appassionatamente.

E così mio padre è finito, in tempi di pensione, a vestirsi con una lunga tunica color pastello e ad ammannire ai passanti pillole di lingua e letteratura greca armato di bastone nodoso, lavagna a fogli mobili e marker. In fiere tematiche, ovviamente. Per quanto non mi sarebbe spiaciuto vederlo come un moderno Diogene Laerzio, aggirarsi per le strade di campagna a fermare la gente e raccontar loro il senso della vita.

Oggi, quando vedo la sua foto “in costume” sulla sua vecchia scrivania, accuratamente depurata di tutte le equazioni e le linee di programmazione, il suo sguardo non mi parla più di algebra, di differenziali o di statistiche complesse. Mi dice semplicemente “gnòthi seautòn“.
E per me, tanto basta.

LE MAMME VENGONO DA URANO

Anche stavolta si è conclusa senza vittime la maratona sanitaria programmata in cui CasaIzzo tutta si è mobilitata per accompagnare la genitrice tra un medico e un’analisi, tra uno specialista e un ospedale – con le consuete e immancabili pause in negozi di scarpe e su ogni superficie mediamente morbida su cui ci si possa abbandonare e sonnecchiare.

Io ho una madre ingombrante. Certo, forse ce l’abbiamo tutti. La mia però è ingombrante e imbarazzante. Del tipo che quando mi appassionavo a Friends, la sit-com, io mi identificavo in Chandler Bing e nella sua assurda madre-padre interpretata da Kathleen Turner. Non che mia madre sia un trans, intendiamoci. Però è una di quelle persone che, quando è fuori dal letto, riesce con poco sforzo ad essere al centro dell’attenzione di chiunque si trovi in un raggio di almeno dieci metri, con il risultato che chi è accanto a lei vorrebbe veder materializzata una pala per scavarsi una fossa mentre è momentaneamente inosservato.

Lei ha tutti i suoi disturbi, le sue ansie e i suoi malanni, d’accordo. Non si dovrebbe star lì a sottilizzare. Anche quando i malanni si concentrano “lì sotto” e lei, ancora dopo quasi 39 anni, cerca di farti sentire in colpa per essere uscito con poca delicatezza dall’utero e aver causato danni un po’ in tutta la zona.

Il fatto è che, conducendo una vita peraltro abbastanza solitaria e routinaria, quando viene in città per qualche esame clinico la mamma si trasforma nella protagonista di un suo personale show in cui lei è la Lucille Ball o (peggio) la Mae West della situazione. Tipo che deve raccontare a tutti (e quando dico tutti intendo anche i portantini dell’ospedale o la commessa del negozio di scarpe) che nel suo ultimo esame le hanno infilato una peretta là dietro e che quando le hanno detto “spinga” lei ha capito “stringa” mandando in palla il manometro.

Io spero sempre che la gente non mi guardi, quando lei parla (scandendo bene i termini) di ano, retto o perineo. Ho perfezionato un mimetismo che mi permette di scomparire e confondermi tra i colori del contesto. In ogni caso, per me è la conferma che se gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere, le mamme vengono da Urano.