L’uomo di cui stiamo parlando
quello che dipingeva le scoregge
era stanco.
Non era ancora noto come
“l’uomo che dipingeva le scoregge”
non ancora
ma era molto stanco.
Il suo naso, vedete
era molto fino
non fine
(era in effetti abbastanza imponente)
ma fino.
Percepiva gli odori
in modo intenso
e anche le puzze, certo
anche le puzze.
Era stanco di sopportare
le puzze che la gente emetteva
sull’autobus
in coda alle casse del supermercato
nelle sale d’aspetto
in chiesa
(le puzze in chiesa, poi,
gli sembravano quasi blasfeme
oltre che nauseanti).
Gli sembrava di vivere
in un mondo di scoregge
di peti, di loffe
un mondo infernale
perciò usciva poco di casa
e lavorava alla sua grande invenzione
un composto chimico
che avrebbe colorato le scoregge.
Lo avrebbe liberato nell’acquedotto
della sua città
e le scoregge dei concittadini
sarebbero state visibili
oltre che percepibili all’olfatto
piccole esplosioni di fumo rosso
verde, blu, arancione
indaco
a seconda della dieta di ognuno.
Sperava così di obbligare i suoi simili
ad una maggiore educazione
in situazioni di convivenza forzata.
Quando venne il giorno
la città divenne un caos di colori
e di odori
le scoregge colorate arrivavano
fino al cielo
e lui
l’uomo che dipingeva le scoregge
fu soddisfatto
perché dopo lo stupore iniziale
la gente cominciò a vergognarsi
(tranne i bambini
che si divertivano come matti):
nessuno poteva più
dar la colpa ad altri delle proprie puzze.
L’uomo che dipingeva le scoregge
dopo qualche tempo
partecipò al premio
per l’invenzione più innovativa
del millennio
era convinto di vincere
data l’utilità sociale della sua trovata
ma rimase con un palmo di naso
quando il premio andò ad un altro uomo
l’uomo che profumava le scoregge.
Grazie all’invenzione di quell’uomo
tutti i peti del mondo
profumavano di lavanda
di muschio, di gelsomino
di ylang ylang.
La giuria giustificò l’assegnazione
spiegando che i peti colorati
erano un’idea dettata
dall’odio per l’umanità
e dalla vergogna
mentre i peti profumati
erano un atto d’amore
universale.
Per ripicca
l’uomo che dipingeva le scoregge
si turò il naso
e rimase così
senza respirare
finché ne morì.
TOUCH ME I’M DICK
Tra ieri e oggi ero lì che curiosavo su chatroulette.com, un sito di cui ho sentito parlare qua e là e che (devo ammetterlo) un po’ mi incuriosiva. Come dice il dominio stesso, chatroulette è un po’ come una roulette russa in cui premendo un bottoncino ti appare un partner a caso con cui chattare (in modalità IRC, ma anche audio e video). Il problema è che in questa roulette non usano le pistole. Usano un altro tipo… er… di arma. Comunque, diciamo, impugnabile. E clicca che ti riclicca, diciamo che su chatroulette è pieno di persone che impugnano.
E impugnano vigorosamente.
Intendiamoci, ogni tanto si vede anche altro, come una piccola ma intensa serie di donne variamente orribili, una dominatrix, l’occasionale anziano che prova lo strumento e agita la manina (per fare ciao, non per impugnare) e gruppetti esagitati di teenager che si agitano a ritmo di grime e digitano minchiate sullo schermo. Proprio ora sto avendo un’intensa esperienza di chat con una porta chiusa (giuro, la webcam del partner sta inquadrando solo quello, è il massimo dell’inquietante).
Ma la vera sorpresa è arrivata oggi, poco prima di cena. Premo il bottoncino e si palesa un tipo strano, seduto in penombra con un paio di occhiali a specchio. Non faccio in tempo a pensare “cazzo porti gli occhiali a specchio al buio” che il tipo mi scrive qualcosa. Lo riporto pari pari qui.
Partner > Thank god ur not a dick!
Io > LOL
[pausa di qualche secondo nella quale ognuno ridacchia nella sua finestra video]
Partner > But u have one, right?
Io > Actually, yes
[mezzo sorriso in penombra e disconnessione di entrambi]
Questo per me è un vero dialogo illuminante.
Rappresenta la disperazione del chattatore errante: in mancanza di figa, gli va bene anche scambiare due parole con un portatore sano di pisello.
Gli basta soltanto non vederselo sbattere in faccia…!
QUALTO D’OLA
“I cinesi sono i più grandi ristoratori del mondo“.
Lo diceva, con caratteristico aplomb, Bruno Ganz nel noto film Pane e Tulipani.
Per me l’affermazione rimane vera, anche in tempi di kebab, fish and chips, pizze al taglio e quant’altro. Dal 1983 (anno in cui in famiglia abbiamo adottato l’abitudine di recarci periodicamente “al cinese”) gli spaghetti di riso, di soia, gli involtini e i ravioli, i gamberi al curry, il pollo fritto e il vitello con funghi e bambù sono parte integrante della mia dieta. Il ristorante cinese è stata per decenni l’unica alternativa economica alla trattoria familiare di una volta.
Oggi che – con l’età che avanza – non amo i luoghi affollati e incasinati, il cibo cinese spesso arriva direttamente a casa nei tradizionali e squallidi contenitori in alluminio con coperchio in cartone (solo quest’anno, mi pare, ha aperto a Torino un take away con le caratteristiche scatole oblunghe immancabili sulle tavole dei single nei film americani). Ma resta una fascinazione perversa per il luogo “ristorante cinese” in sé. E non parlo ovviamente di quelli fighetti. Il ristorante cinese non può essere fighetto, per definizione. Non vi fidate del finto lusso.
Il vero cinese è quello che lascia un po’ di odore di fritto sulle maglie, quello che ha le tovagliette in plastica un po’ usurate con le storie di Confucio serigrafate, la musica china-pop in sottofondo e una serie pressoché infinita di ninnoli in ceramica e vetro soffiato da regalare ai clienti più affezionati. Il ristorante cinese che amo è quello a conduzione familiare, con gli intraprendenti immigrati di prima generazione che hanno imparato l’italiano alberghiero e basta (se gli chiedi “com’è la situazione al confine col Tibet” ti rispondono “poco piccante“) e i curiosi della seconda generazione che parlano perfettamente il romanesco delle fiction RaiSet e al sabato pomeriggio affollano le vie del centro sfilando con il loro stile pseudo Visual-Kei.
Ci sono cinesi più o meno buoni, più o meno comodi. Ma secondo me non è il caso di fare tanto gli schizzinosi. Io prediligo il Tien Tsin in corso Dante (vicino a casa) e lo Hu Li Chuang in via Lagrange (vicino all’ufficio). Non male anche il Kuo Ji in via San Massimo. Ce ne sono mille altri validissimi che non visito mai solo per pigrizia. Se fate una rapida ricognizione web si trovano. Quello che stupisce è la varietà di commenti del tipo “che schifo il cinese“. In linea generale non discuto che il cinese sia un cibo che deve piacere. E se non piace, piacenza (come diceva un comico di cui non ricordo il nome). Ma questo tipo di giudizi a doppio taglio nascondono sempre un sottotesto cripto-fascio, del tipo “solo i comunisti mangiano cinese, e poi con tutta la roba buona che abbiamo in Italia come ti viene in mente?”.
Io dico solo che il ristorante cinese può essere anche poesia. Il momento del caffé, per esempio, è un haiku. Il caffé è tendenzialmente orribile in tutti i ristoranti cinesi, questo è un fatto. Ma se chiedete un macchiato, state sicuri che una graziosa quindicenne con la maglietta di Pucca distillerà per voi con estrema concentrazione una bevanda scura dal sapore bruciacchiato. Poi poserà la tazzina sul bancone e depositerà cucchiaino dopo cucchiaino la schiuma del latte nella tazzina. Mentre è intenta a compiere questa straordinaria operazione, l’acciaio del cucchiaino, riflettendo le lanterne rosse al neon, proietterà guizzanti giochi di luce sui suoi occhi a mandorla. Ed ecco che il luogo kitsch e ordinario si trasformerà improvvisamente nella radura che ospita l’albero del Buddha.
Non danno molta confidenza, i cinesi, ma io ho sempre l’impulso di abbracciarli.
E poi mi piace che, qualunque cosa tu ordini al telefono per poi portarlo a casa, alla domanda “Tra quanto passo a ritirare la roba” loro rispondano sempre, invariabilmente, “Qualto d’ola“.
Il quarto d’ora è l’unità di misura del loro tempo lavorativo e – sospetto – anche personale.
Ammetterete che la vita, così, si assapora di più.
