A BOCCA APERTA

Io ve lo dico, ma tanto mi sa che arriverete tardi. Non per colpa vostra, sia chiaro: è che non c’è abbastanza diffusione… Anyway, ci sono questi due film in giro per i quali vale la pena sbattersi. Sono film che ti lasciano a bocca aperta.
Sul serio. Potete fidarvi.

E mentre siete lì, con la bocca spalancata e la mascella penzoloni, potreste emettere dei sospiri malinconici o dei gorgoglii estasiati. A seconda di quale dei due film siete andati a vedere.
Dicevo della diffusione. L’illusionniste di Sylvain Chomet a Torino sta in una sala soltanto e lo potete vedere solo all’ultimo spettacolo. Scott Pilgrim vs. The World di Edgar Wright a sua volta lo danno forse in tre sale, ma soltanto al primo spettacolo – tipo alle 14.30, quando alla gente normale non può passare per l’anticamera del cervello di andare al cinema. Ma io non sono la gente normale.

Ad ogni buon conto, partiamo da Chomet. Non potete non conoscere Chomet. Ha spaccato i culi ai pesi massimi dell’animazione mondiale con Appuntamento a Belleville (il film strambo col ciclista sghembo e la nonnina tremenda, per chi facesse fatica a ricordare). Bene, sono passati sette anni e lui è tornato. Ma non è che si sia grattato le palle, nel frattempo. Ha sempre lavorato. A questo film, per l’appunto. L’Illusionniste. Tratto da una sceneggiatura originale e mai realizzata di Jacques Tati. No, dico: Tati. Il più grande – anzi, azzardo: l’unico – genio del comico europeo. Mi viene la curiosità di pensare come mai Tati non abbia girato lui questo film, preferendogli il comunque sublime Playtime. Probabilmente il tema troppo personale.

In scena, infatti, c’è il grande mago Tatischeff (che poi è il vero cognome di Tati): un tipo un po’ allampanato, fuori moda, reso obsoleto dalle prime band di brit-pop (siamo nel 1959). Tatischeff è uno che è capace di prendere il traghetto, attraversare la manica, passare una notte in treno per andarsi ad esibire in uno sperduto pub scozzese. Dove tra l’altro incontra Alice, ragazzina timida e inquieta con la quale si trasferisce ad Edimburgo allacciando un rapporto in equilibrio sul filo sottile tra il genitoriale e il lolitesco. Il film, ve lo dico subito, ha un finale amaro. Va beh, dolceamaro. O agrodolce, vedete voi. I maghi non esistono, insomma, ma Chomet la magia la fa eccome.

Animazione straordinariamente citazionista, dialoghi inesistenti (una caratteristica di Chomet ma anche di Tati) che ci risparmiano la tortura del doppiaggio, colori e luci meravigliosi, poesia pura. Una comicità delicata, surreale e decisamente fuori dal tempo, come piace tanto al vostro affezionatissimo. Vi assicuro che per la maggior parte del film sono stato a bocca aperta, anche perché dal naso non respiravo proprio benissimo.

Per quanto riguarda il film di Wright… Beh, uno dovrebbe essere eccitato già solo perché va a vedere un film di Wright. È il cazzo di maestro assoluto della parodia intelligente degli anni 2000. Lui ha diretto due film che venero, Shaun of the Dead e Hot Fuzz: usa i cliché dell’horror e del cop movie piegandoli alla risata ma realizzando al contempo film che funzionano perfettamente nel genere che stanno prendendo per il culo. Per cui mi aspetto qualcosa di simile, e poi che razza di titolo. Parto sapendo solo che Scott Pilgrim eccetera è in origine un fumetto canadese. Canadese. Merda.

Poi il film parte con quell’aria da Juno, conferitagli probabilmente dalla presenza dell’ineffabile Michael Cera nel ruolo principale. Che poi a me Michael Cera piace, anche così storto com’è. È il suo bello. Poi quell’aria da Juno si perde un po’ quando cominci a notare che il film è strutturato come una narrazione crossmediale che pesca a piene mani dai manga giapponesi e dai videogames dei primi anni ’80 (avrei dovuto capirlo subito dalla musica a 8 bit che accompagnava il logo Universal tutto spixellato). Insomma: shonen manga + estetica atari + musica 8 bit (e mettiamoci anche una colonna sonora indie punk fichissima) = a bocca aperta, anche qui.

Scott Pilgrim è uno sfigatello-ma-non-troppo (sì, ha la faccia di Michael Cera ma suona in una band con una batterista donna, e insomma, ha avuto un tot di ragazze) che cade innamorato di Ramona Flowers (ci può essere un nome più cool?), una coi capelli blu che imprime subito al film quell’aria da Eternal Sunshine of the Spotless Mind. Beh, non sarà Gondry ma la follia è analoga. Per stare con Ramona, Scott dovrà battere in combattimenti stile Tekken i di lei sette terribili ex boyfriend, uno più assurdo dell’altro, fino ad arrivare al boss del livello finale che è nientepopodimeno che Jason Schwartzman. Che io adoro perché ha quell’aria così fottutamente coppoliana. Sì, comunque non è un film facile da descrivere, ma se non siete dei tristanzuoli batterete il piedino quando suonano i Sex Bob-Omb, cacciando urletti di approvazione ad ogni livello passato e ad ogni vita guadagnata.

Insomma, io lo so che voi guardate la lista dei film in città e ci trovate solo Harry Potter, ma tanto quello lo terranno almeno due mesi.
Andate a vedere L’Illusionniste e Scott Pilgrim vs. The World, invece.
Mi ringrazierete.

POTTERISMO SENZA LIMITISMO

Ai potteriani, si sa, non va mai bene niente.
Comunque.

Nonostante siano circa 12 anni che qui da noi si va avanti a strascico con le storie di Harry. Nonostante ormai questa saga (che con quella di Matrix e quella del Signore degli Anelli costituisce la vera mitologia del primo decennio del ventunesimo secolo) abbia anche un po’ rotto i coglioni… Eccoci di nuovo qua, a parlare di Harry Potter e i Doni della Morte. Un nuovo scintillante episodio che non è nemmeno l’ultimo, visto che ce lo hanno segato in due parti. Il sospetto è che lo abbiano fatto per rastrellare più soldi possibile, ma dai… vediamola dal lato positivo. Almeno stavolta il film non sembrerà un album di figurine Panini sfogliato al volo e chiuso sul più bello.

Beh, sì… più o meno. L’impressione generale rimane.

Cioè, come succede da almeno due episodi a questa parte, non esiste più la possibilità di partire tranquilli, di far montare la tensione, di spiegare un po’ meglio. No, si parte al brucio (cazzi tuoi se non ti sei riguardato il DVD dell’episodio precedente prima di andare al cinema) e poi è tutto un susseguirsi di episodi cruciali, di fughe, di battaglie, di “eureka!” tutto sommato un po’ stiracchiati.

La buona notizia è che stavolta c’è un po’ di approfondimento psicologico in più. Anche perché l’ultimo volume della saga è tutto approfondimento psicologico. La recitazione dei ragazzi appare finalmente un po’ migliorata e la cosa emerge in molte scene interessanti. La (perdonatemi il neologismo) “adultizzazione” della vicenda è ormai portata alle estreme conseguenze, per quanto possibile: i bambini piangono di paura in sala, con grande soddisfazione dei maggiori di 14 anni.

I Doni della Morte è un film invernale, desaturato, soffocante e sporco. Ma soprattutto desaturato. Tutti gli esterni sono studiati per dare un senso di desolazione e se possibile sono ancora più azzeccati del solito. Tra le scene chiave, non male quella del colloquio con Bathilda Bath (genuinamente terrificante) e quella della distruzione del medaglione (con citazione audiovisiva della furia di Galadriel).

Bill Nighy e Rhys Ifans fanno la loro porca figura nei ruoli di Scrimgeour e di Xenophilius Lovegood. La scena a casa Lovegood lascia abbastanza il segno, soprattutto perché introduce una delle sorprese più gradite del film: la versione animata della fiaba dei Doni della Morte. Improvvisamente irrompe nel film potteriano una scheggia di Lotte Reininger, sciolta in una sensibilità grafica degna di Tim Burton e Terry Gilliam messi insieme. Sembra quasi di trovarsi in un’altra serie, quella degli Sfortunati Eventi che – ahimè – non ha più avuto alcun seguito cinematografico a causa di incassi non proprio stellari.

A parte tutto, un film da vedere, preparandosi in tempo a quella sensazione da coitus interruptus che ti prende quando Voldemort agita la sua bacchettona di sambuco (non è una battuta a sfondo sessuale) e scatta la dissolvenza in nero. Adesso dobbiamo aspettare luglio per mettere la parola fine a questo mito, probabilmente più adatto – col senno di poi – ad una megaproduzione televisiva (Harry Potter: la serie in sei stagioni da 12 episodi di 45 minuti l’uno… Can you dig it?).

Comunque, va detto, un po’ di limone in più ci stava solo bene…

A BRONX TALE

Avere la bronchite non è poi così male.

La dottoressa dice che è una bronchite acuta, che devo stare ben al chiuso e che devo fare tre aerosol al giorno, più due sciroppate e due tachipirine. Per buona misura io ci aggiungo anche il brodo di pollo, che non si sa mai.  Però non mi sento la febbre. Cioè, a parte la tosse cavernosissima da fumatore settantenne non mi sembra di essere malato. E quindi, con un po’ di attenzione, si può vivere la vita anche così.

Per esempio, il telelavoro. Dio sa se questa era una settimana incasinata in ufficio, di quelle in cui si pensa “qualsiasi cosa accada non devo assentarmi in quei giorni”. E invece. Ma, grazie alla potenza della webmail aziendale e del mio incredibile spirito di abnegazione, riesco a lavorare anche da qui. Non solo, ma tra un problema di lavoro e un altro, faccio lavatrici, stendo, pulisco il cesso. La giornata è scandita dai medicinali, ogni tanto guardo una puntata di qualche serie televisiva. A me sembra OK. Uscire di casa non mi manca. Ci pensa Stefi, che con il suo raffreddore sta tutto sommato peggio di me (e non ha preso mutua).

La bronchite non l’avevo da quattordici anni. Ricordo perfettamente la mia ultima bronchite, quella del 1996. Si stava tutti insieme in quella specie di comune che era la Bamboo House, a studiare poco, mangiare ancora meno e vivere tanto. A volte penso che il mio guadagno esponenziale di peso, dal 1999 in poi, sia dovuto anche alla reazione a quasi 10 anni di fame atavica. Arrivato il benessere economico, la tavola poteva essere sempre imbandita. Ma tornando a quella bronchite del 1996, non so. Poteva essere la prima volta, credo, che un virus minava il mio organismo in modo più subdolo di una classica influenza.

Dovetti tornare a casa dai miei genitori e curarmi lì. Gli unici contatti con i compagni della Bamboo erano le e-mail, la killer application del momento. Nella Bamboo c’era un M24 collegato via telnet ai server dell’Università mentre io utilizzavo la connessione di mio padre con uno dei primi, timidi provider locali. E così ci scrivevamo a lungo, ed era come essere lì a parlare, creando e cancellando storie a spron battuto, come abbiamo sempre fatto e continuiamo a fare ogni volta che ci riusciamo. Erano i tempi di Framework, di Eloise (un esasperante software che simulava un’intelligenza artificiale e ci manipolava il cervello), delle audiocassette registrate con musica sperimentale inframmezzata da storie surreali raccontate dal nonno Bitto. In fondo era anche la prima volta che capivamo veramente tutti la potenza di Internet.

In seguito raccolsi quelle mail in un fascicolo intitolato “The Bronx Files” (con il simpatico e idiota gioco di parole tra la malattia e il borough newyorchese che contraddistingue anche il titolo del post).

Chissà dove è finito adesso.