L’ANTIEROE GEEK

L'antieroe geekLeggermente sociopatici, aspetto e atteggiamento a prima vista inquietanti: fondamentalmente bambini in corpi di adulti, affetti da probabile sindrome di Asperger o qualcosa di simile (in un caso esplicitamente dichiarata, nell’altro più glissata). Sono gli antieroi geek dell’ultimo decennio, protagonisti di due sitcom corali con seguito di culto: Community e The Big Bang Theory.

Anche se Sheldon Cooper (Jim Parsons) e Abed Nadir (Danny Pudi) non sono le “star” delle rispettive serie, rubano la scena, mandano avanti i meccanismi narrativi in modo imprevedibile, sono una fucina di improbabili catchphrases che vanno da “Cool. Cool, cool, cool” a “That’s my spot”, da “Troy and Abed in the mooorning” a “Knock(3) Penny, Knock(3) Penny, Knock(3) Penny” e “Bazinga!” (chi non ci sta capendo una mazza non è abbastanza geek o insiste malauguratamente a vedere queste serie doppiate).

Community e The Big Bang Theory sono due facce della nuova comedy televisiva made in USA, che al momento viaggia su una decina di registri differenti e cerca mezzi per rinnovarsi senza necessariamente rompere il giocattolo che funziona. La serie di Chuck Lorre è in un certo senso più tradizionale, rispetta i canoni della sitcom (risate registrate e tutto), inserisce la tematica geek nella storia: le interminabili partite a MMORPG, i viaggi al ComicCon, la fissazione per Star Wars / Trek / Firefly / Babylon 5 (e la citazione esplicita di questi miti fondanti dell’universo geek), il lavoro stesso dei protagonisti, fisici, ingegneri, biologi, etc.

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FAVOLE IN ASCENSORE

Probabilmente vi ho già parlato del mio vicino, Gandalf il Grigio. Se non l’ho fatto, il suo nome esprime comunque perfettamente il tipo. Si tratta del mio dirimpettaio ultracentenario con capelli e barba lunghissimi dotato di bastone nodoso più alto di lui, quello che quando esce di casa ti aspetti sempre un piccolo spettacolo di fuochi d’artificio nella tromba delle scale. O dell’altra mia vicina, la Malvagia Strega dell’Ovest (per gli amici Elphaba): la dirimpettaia di prima, inquietante e rude, che da quando è nato Simone si è trasformata in una versione appena più contenuta della strega di Hansel e Gretel, per il modo in cui lo tasta continuamente saggiandone le ciccette con aria golosa.

L’aspetto, diciamo così, magico del mio condominio è stato ormai eroso pian piano dalle nuove famiglie che hanno acquistato e ristrutturato gli alloggi. Famiglie ordinarie, senza alcuna caratteristica che le facesse rientrare a pieno titolo nel cast di Once Upon a Time. Questo fino a pochi mesi fa, quando è entrata in scena Grimilde, la regina cattiva del sesto piano.

Grimilde ci tiene a far sapere che lei dice pane al pane e vino al vino, e se deve sputarti in faccia lo fa senza nessun problema. Grimilde non saluta nessuno, o se saluta dice “buondì” (e sapete cosa penso io di quelli che dicono buondì). Grimilde va in giro mattino e sera, estate e inverno con un paio di occhiali a specchio che manco Marion Cobretti. Grimilde ha un marito succube, che lei disprezza e di cui parla male con chiunque. Detto marito viene assegnato a tutte le corvée più umilianti non appena torna dal suo impiego in banca (Grimilde lavora a casa come “progettista”). Grimilde ha anche una figlia che vive all’ombra di cotanta madre e ne è (giustamente) terrorizzata.

Grimilde, insomma, riporta il tasso fiabesco dello stabile al 110%, soprattutto da quando ha scoperto un’affinità particolare con i suoi vicini del piano di sotto. Cioè noi.
Io, devo dire, catalizzo poco l’attenzione dei vicini. Temo pensino che io sia una sorta di pazzo tranquillo, pronto ad avvelenarli e/o a scioglierli nell’acido fluoridrico da un momento all’altro. Ma Stefi, lei attira gli sciroccati come il miele le api. L’arrivo di Simone, poi,  ha generato un campo di forza che attira naturalmente i vicini di una certa età sul pianerottolo di casa. A volte, di notte, mi sembra di sentirli raspare sul legno della porta d’ingresso… Ma sto divagando.

Grimilde sostiene che ci sia un’affinità elettiva tra lei e Stefi. La qual cosa le consente di spedire la figlia nerd e sovrappeso da noi per levarsela dalle palle il tempo giusto per riuscire a “progettare” qualcosa. In tali occasioni veniamo a conoscenza di cose di Grimilde che la rendono ai nostri occhi sempre più Grimilde. Ecco alcune frasi chiave della piccola (che per coerenza chiamerò Biancaneve anche se a onor del vero non la definirei proprio “la più bella del reame”)…

“Ciao, la mamma mi ha detto che posso stare qua quanto voglio… Posso tenervi compagnia?”
“Posso fare merenda? Ma con qualcosa di leggero, perché la mamma vuole che stia a dieta
“Le mie compagne non mi invitano alle feste perché mia madre sta antipatica a tutti
“Mi viene da cantare una canzone: posso? La mamma non vuole che canti…”

Biancaneve è piuttosto disarmante, come potete immaginare. Mi ricorda un po’ Little Miss Sunshine, un po’ una versione femminile del ragazzino di About a Boy.
L’ultima volta è arrivata con il cuore di un cerv… ehm, con un barattolo di marmellata ai frutti di bosco da parte di Grimilde, immagino per ripagarci del disturbo. Ho provato a spalmarla sul pane della colazione, ma devo ammettere che ero un po’ titubante: si sa che queste regine cattive non hanno un buon rapporto con la frutta.

Ora l’unico punto in discussione resta: come fare a risultare anche noi, come tutto il resto del palazzo, antipatici a Grimilde. Ma soprattutto: non sarà che se poi passiamo dall’altra parte della barricata diventa anche peggio? Ho il sospetto di essere finito in una situazione degna del test della Kobayashi Maru. Ci sarà un modo per riprogrammare lo scenario?

 

NYMPH()MANIAC

()Ci sono quei rari momenti in cui riesci a vedere un film in sala, e allora tocca fare una scelta: Grand Budapest Hotel o Nymph()maniac Vol. 1? Ami moltissimo, per motivi diversi, i due pazzi pazzi registi dietro ai due film, ma siccome GBH lo vuol vedere anche il tuo amichetto n. 2 che stasera non può uscire, allora Von Trier sia. E Von Trier (stavolta) non delude. Entriamo in sala, io e il mio amichetto n. 1, forti di una pizza e una birra, convinti che nella migliore delle ipotesi ci addormenteremo dopo 10 minuti (stile Melancholia) o che – nella peggiore delle ipotesi – ci sarebbe rimasta la cena sullo stomaco per l’eternità (stile Antichrist). Invece Nymph()maniac è tutt’altra cosa.

Sgombro subito il campo dal discorso porno, sex doubles, vulve in primo piano, cunnilingus e fellatio molto ravvicinati, fluidi corporali di vario genere, foto di peni circoncisi e non insistite e ripetute, bla bla bla. Direi quasi che il sesso esplicito è un gimmick, un trucco di scena, funzionale al racconto. Certo, su due ore di film scopano per almeno un’ora e mezza, ma non è quello il punto. Il pubblico in sala si lascia andare ad un risolino la prima volta che viene detta la parola “fica”, poi resta ammutolito per il resto del film.

E, va detto, Lars sa sempre come ammutolirti. Il film inizia con due o tre minuti di schermo nero con rumori d’ambiente. Ci siamo, penso io. L’effetto Melancholia è dietro l’angolo. Poi finalmente si vedono altri due o tre minuti di immagini ravvicinate di muri, lamiere, tombini colpiti dalla pioggia. Poi, dopo un bel po’, una mano insanguinata. Di colpo parte fortissimo un pezzo dei Rammstein. La mia attenzione a quel punto è massima: vuoi vedere che Von Trier ha ritirato fuori quel gusto per il pastiche che si era perso per strada dai tempi di The Kingdom?

E sì, poi c’è l’anziano ebreo che raccoglie dalla strada la protagonista malconcia, se la porta in casa e la ascolta raccontare la sua vita a episodi (o meglio a capitoli). Il trucco narrativo più vecchio del mondo, la storia a cornice. Ma funziona, e funziona soprattutto la strana alchimia tra i due personaggi – il cui rapporto, c’è da scommetterlo, si evolverà in qualcosa di perverso e malatissimo nel Vol. 2, conoscendo Von Trier. La ninfomane del titolo, quindi, passa a provocare la sua ultima “preda” con il sesso raccontato invece che fatto, prendendola alla lontana, da quando aveva due anni.

Nymph()maniac è cinema vero, bello, di invenzione visiva, di messa in scena mai banale, con animazioni alla Muybridge, fotografie, split screen (assolutamente geniale la scena dei tre amanti diversi come le tre voci di un canone per organo di Bach), di contaminazione tra l’alto e il basso sicuramente più evidente nella versione più lunga, più porca e più porno, ma noi ci accontentiamo e va benissimo così. Tra un capitolo e l’altro della vita di Jo, i due protagonisti portano avanti un dialogo intrigante, lei parlando di sesso, lui ricamando sulla lussuria di lei variazioni sul tema delle sue personali passioni: la pesca, la musica polifonica, e quant’altro.

Verso il finale, una delle battute più programmatiche di Von Trier (cito a memoria): “Se lei vuole dare un senso al mio racconto, è più opportuno che mi creda o che non mi creda”? E poi, nel suo ennesimo amplesso, qualcosa si rompe e la ninfomane “non sente più niente”. Ripartono i Rammstein a palla, con anticipazioni dal Vol. 2 e frasi imprescindibili nei titoli di coda del tipo “Nessun attore coinvolto nel film ha veramente effettuato del sesso penetrativo, sono stati usati attori porno come controfigure” (grazie, eh).

Insomma: per me un film veramente ironico, come il danese non ne faceva più da anni. Al tempo stesso, come ci siamo detti uscendo dalla sala, un film da vedere con il giubbottino ripiegato in grembo.
Perché poi, cerebrale finché vuoi, ma due ore di su e giù quasi continuativo fanno comunque un certo effetto…