CHALLENGERS: BRAVI MA BASTA

Sentimenti contrastanti per il nuovo film di Guadagnino, sul quale da parte di chi ama il tennis c’era molto hype ma da parte di chi come me non gliene frega un cazzo, no. Poi ovvio che il tennis è un pretesto, e che tutto si gioca sui corpi e sugli sguardi dei tre magnetici personaggi di Tashi (Zendaya), Patrick (Josh O’Connor) e Art (Mike Faist).

In principio Tashi attizza Patrick e Art, i tre limonano insieme, Patrick e Art anche tra loro due (i sottotesti queer sono sempre calcatissimi come in ogni film di Guadagnino che si rispetti). Poi Tashi si rompe il ginocchio e finisce per sposare ma anche allenare Art, ma in qualche modo Patrick la attizza, ma c’è di mezzo il tennis, la carriera di Art, insomma… ci siamo capiti.

A me Guadagnino piace molto, e gli perdono questa “vacanza” (per lui che evidentemente si è divertito un mondo) in un sottogenere che a me fa cacarissimo, la commedia romantica sportiva. Poi comunque ci sono n motivi per cui il film va visto ed è valido, tipo i tre protagonisti che bucano lo schermo, la musica ficcante di Reznor/Ross e diversi virtuosismi tecnici di cui si poteva benissimo fare a meno, ma va bene così.

CATTIVERIE ALL’INGLESE

Wicked Little Letters è il classico film inglese, pensato per chi ama le commedie inglesi che possibilmente si svolgono negli anni ’20 del ‘900 e va in sollucchero per Olivia Colman che sbrocca come Nicolas Cage ma in modo “più inglese”. Cioè, pensato per me.

La storia si gioca tutta tra la zitella inacidita Edith (il personaggio di Colman) e la svergognata giovane vedova Rose (Jesse Buckley, già vista in Men e in Sto pensando di finirla qui). A quanto pare, quest’ultima manda delle lettere minatorie a Edith che contengono una grande abbondanza di four letter words abbinate in modo super creativo.

A una giovane poliziotta di colore (!), aiutata dalle amiche del bridge di Edith, spetta il compito di svelare l’arcano e capire qual è la mano infida che si cela dietro quelle scandalose lettere. L’investigazione svela man mano via flashback il passato che lega Edith e Rose, fino ai colpi di scena finali che ovviamente non vi dico.

Tratto da una storia vera, superinglese.

THE FIRST OMEN NON SI SCORDA MAI

Era necessario The First Omen? Boh, forse sì, per noi che non ne abbiamo mai abbastanza del piccolo anticristo. Il fatto è che qui si parla di quando Damien non era ancora nato, e della storia della sua nascita (ricordate? Partorito da una femmina di sciacallo e poi adottato da Gregory Peck e Lee Remick).

Ecco, il peccato originale di The First Omen è quello di aver concepito un prequel ben fatto (anche se la storia della suorina che arriva in Italia e finisce in un complotto demoniaco è un topos portato avanti mille volte meglio da Immaculate) ma non in linea con la lore originale. Infatti qui non è uno sciacallo ad essere la madre di Damien, anche se uno sciacallo demoniaco alla fine tra le fiamme si vede.

Comunque. L’atmosfera è malsana il giusto, ci sono le solite scene di suore che si immolano per la maggior gloria di Satana, c’è una ricostruzione molto interessante dell’Italia degli anni ’70 che per la media dei film hollywoodiani è inedita e c’è un plot twist abbastanza originale (gli araldi di Damien non sono in realtà satanisti ma preti e suore che vogliono la venuta dell’anticristo per spaventare i fedeli e farli tornare tra le braccia di santa madre chiesa).

Di gore ce n’è a sufficienza e Nell Tiger Free (che nome magnifico) interpreta con grinta la protagonista suor Margaret. Peccato che alla fine ci sia una scena che lascerebbe intendere uno sviluppo della storia di suor Margaret in un ipotetico sequel. Cioè, un sequel del prequel che comunque un sequel ce l’ha già e sarebbe un film del 1974.