NIC CAGE DAVANTI E DI DIETRO TUTTI QUANTI

Questo mese siamo frizzantini. Ma voi lo sapete che qui siamo dediti alla nobile arte della filologia di Nicolas Cage e delle sue facce da matto. Per questo, stavolta incorniciamo la tornata di recensioni di settembre con due film di Nicolas Cage che non potrebbero essere più diversi l’uno dall’altro. In mezzo ci stanno come sempre sangue, smembramenti, amore, lacrime, astronavi (ma non ho visto Dune, sia messo agli atti), mazzate, droga e buoni sentimenti. Andiamo a incominciare.

PIG (Michael Sarnoski, 2021)

Buongiorno, qui è l’ufficio deputato agli scleri di Nicolas Cage. Oggi vi presentiamo Pig, l’ultima fatica del nostro attore pazzo preferito. Non sapendo assolutamente di cosa si trattasse avevo pensato speranzoso in un clone assurdo di John Wick del tipo “tu mi hai rubato il maiale e io adesso spacco il culo a te e a tutti i tuoi scagnozzi con la mia aria da boscaiolo pazzo dell’Oregon”. Però il film parte invece con uno stile molto A24, se capite cosa voglio dire, lunghe inquadrature della corrente di un fiume, campi lunghi con Nicolas immobile che annusa gli alberi, e poi lei, il maiale, con cui Nicolas ha un rapporto di intenso amore platonico. Oltre al fatto che lo aiuta a trovare i tartufi neri, business in cui Nicolas sembra essersi ritirato dopo un passato misterioso. Un passato da picchiatore, direte voi. No, bambini, Nicolas un tempo era un cuoco molto quotato, e dal momento che qualcuno gli ha rubato il maiale lui lo vuole ritrovare a tutti i costi, ma nonostante gli occhi pazzi e la faccia insanguinata lui la risolve a botte di piatti cucinati da dio e invocando la potenza salvifica del gusto e della memoria del cibo. Quindi un po’ John Wick, un po’ Ratatouille, sempre molto minaccioso ma alla fine buono. Per tutto il primo atto ti fa pensare che il business dei cercatori di tartufi è un sottobosco di vere merde dedite a fottersi l’un l’altro. Poi viene fuori che il business dei locali di Portland, Oregon è ancora più una merda e che i camerieri e lo staff delle cucine di tutta la città ha fondato una sorta di fight club sotto le fogne (!!!). Ma tutto questo è solo colore, noi vogliamo soltanto il maiale, solidali con Nicolas, che peraltro a onor del vero dispiega qui tutta la sua bravura come attore pur parlando pochissimo. Una curiosa sorpresa. #recensioniflash

SHOPLIFTERS OF THE WORLD (Stephen Kijak, 2021)

“Cheesy” è una parola che a me piace molto, in italiano dovrei tradurla con almeno tre parole “banale”, “sdolcinato”, “vagamente imbarazzante”. Ed è l’aggettivo che userei per Shoplifters of the World, il film che racconta la storia di un fan che allo sciogliersi degli Smiths occupa una stazione radio di Denver per suonare tutta la notte solo musica di Morrissey & C., SE SOLO NON FOSSI ANCHE IO UN FAN ASSOLUTO DEGLI SMITHS. Siccome ho passato l’intera durata del film a fare karaoke sulla colonna sonora, invece, vi dirò che (oltre ad essere cheesy, voglio essere onesto) è entusiasmante come un vecchio film di John Hughes, perfetto nel cogliere quel dramma tipicamente adolescenziale in cui la musica dei tuoi idoli è la cosa più importante di tutte e soprattutto azzeccatissimo nello spiegare perché gli Smiths sono una band che ti cambia la vita e potenzialmente te la salva (a me è capitato, so di cosa parlo). Comunque sì, pare la storia sia vera, c’è questo tipo (Ellar Coltrane, il bimbo di Boyhood) che punta la pistola su un DJ di una radio di hard rock e metal (Joe Manganiello, anche produttore) e gli fa mettere solo dischi degli Smiths nella notte in cui esce la notizia che si sono sciolti. Nel contempo, quattro amici new waver passano la notte in feste dove ovviamente passa solo musica degli Smiths. Occasionalmente qualcuno telefona in radio per chiedere un brano degli Smiths. Nei dialoghi tra i protagonisti più e più volte usano frasi che sono prese di peso da testi di Morrissey. Tutto è talmente assurdo da essere delizioso. Il modello esplicito è Pretty in Pink (come look e come storylines) e di tanto in tanto ci sono spezzoni di interviste a Moz… quando era Moz. L’unico sprazzo di realtà amara è quando Joe Manganiello dice al fan degli Smiths “prima o poi i tuoi eroi li devi abbandonare, perché invecchiando diranno o faranno qualche cazzata che contraddice completamente tutto quello per cui li amavi”. Amen, fratello! Se siete fan, canterete PARECCHIO. #recensioniflash

JODOROWSKY’S DUNE (Frank Pavich, 2013)

E allora com’è Jodorowsky’s Dune? Beh, dai, a grandi linee la storia si sapeva. Jodo stava preparando Il suo adattamento di Dune dopo il colpaccio di La montagna sacra (cult personale dal 1986, anno in cui lo vidi per la prima volta e il cervello mi esplose). Poi ci furono problemi di soldi con De Laurentiis e non se ne fece più nulla. Poi dopo arrivò Lynch. Si sa che il Dune di Jodorowsky sarebbe stato un delirio totale perché lui i film non li fa per i soldi ma (testuali parole) “per scardinare i cervelli e liberarci dalla prigionia dell’io”, da cui la mitica scena della morte di Paul Atreides che rivive nella voce di tutti. Ma quello che non si era mai visto è il gigantesco librone degli storyboard di Jodo+Moebius, che a quanto pare solo Nicolas Winding Refn, una sera che era a cena dall’ineffabile Jodo-San, ha visto per intero e con il commento del regista in diretta. Il fulcro dolceamaro del documentario (con le voci di Richard Stanley, HR Giger, Brontis Jodorowsky e molti altri) è che Jodo regista ha dovuto diventare per diversi anni Jodo fumettista – e quante cose geniali ci ha regalato prendendo di peso dal suo Dune le idee per l’Incal, i Metabaroni eccetera, ma le idee visive di Jodorowsky e Moebius sono filtrate attraverso i suoi più stretti collaboratori in tutta la fantascienza dal 1975 in avanti, da Star Wars ad Alien, da Blade Runner a Terminator, da Flash Gordon allo stesso Dune di Lynch. Perché è evidente che questo librone, di cui al mondo esistono due sole copie, in qualche corridoio di Hollywood ha circolato. Comunque, da vedere in attesa del Dune di Villeneuve da cui mi aspetto molto poco, ma chissà. #recensioniflash

MAN IN LOVE (Yin Chen-Hao, 2021)

Se volete piangere pesanti e spiaccicosi lacrimoni, Man in Love (su Netflix) è il film che fa per voi. Due orette di stupefacente mélo / gangsta taiwanese dal regista Yin Chen-Hao (opera prima, precedentemente faceva videoclip e si vede, nel bene e nel male). Il film ha sbancato i botteghini a Taiwan la scorsa primavera e ha fatto breccia anche al Far East Festival quest’estate. Si tratta del remake di un omonimo film coreano ma la critica sembra concorde nel ritenere questa versione superiore (poi oh, il coreano non l’ho visto, fidiamoci). Il film parte con una premessa e un tono un po’ strani: A-Cheng è un esattore, specialista in recupero crediti, generoso dispensatore di mazzate ma anche con un cuore d’oro. Un bel giorno deve estorcere denaro e interessi alla giovane Hao Ting che dopo il lavoro cura il padre malato in ospedale, ma avviene il classico colpo di fulmine. A-Cheng si innamora ma – nel puro stereotipo sessista del gangsta cinese – tenta di approcciare Hao Ting con proposte a dir poco imbarazzanti, e la storia sembra prendere la direzione “stalker ossessiona giovane donna e magari poi la uccide”. Poi succede qualcosa, A-Cheng cambia impercettibilmente, è evidente che l’amore (come da titolo) lo fa evolvere in una versione migliore di sé stesso. Parte la storia d’amore che – secondo la esigua trama di Netflix – “avrà una strada accidentata”. ALLA FACCIA D’O’CAZZ della strada accidentata. Non voglio dire nulla ma tutto il terzo atto è una morsa che ti stringe le palle senza speranza. Attori in stato di grazia, regia interessante e dinamica soprattutto nelle numerose scene d’azione, scrittura appropriata nell’approfondire i personaggi, forse per il mio gusto occidentale solo la colonna sonora è un po’ troppo onnipresente ed enfatica. Una parata di finali devastanti si sussegue per farti piangere sempre un po’ di più (cioè sembra che sia finito ma poi non è finito e comunque anche quando è finito finito c’è la pugnalata al cuore dopo i primi titoli di coda). Per me comunque la scena in cui A-Cheng guarda Hao Ting dentro un locale cenare con un altro uomo e piange di felicità è una delle più belle del 2021. #recensioniflash

MALIGNANT (James Wan, 2021)

“I did it for the Lulz” è un vecchissimo meme che in sostanza indica che si è fatto qualcosa di assurdo – o magari sgradevole in qualche modo – solo per ridere. E io me lo vedo James Wan che fa capolino dietro lo schermo di noi spettatori che guardiamo Malignant e sogghigna per i Lulz. Perché se c’è un film che dimostra in ogni singola inquadratura quanto si è divertito il regista a farlo, quello è Malignant. L’ultima fatica del genietto dell’horror non è proprio un horror, ma è un thriller/giallo molto debitore di Argento e De Palma negli anni d’oro 1975-1982. Qualche spaventone c’è, ma è soprattutto una roba di inquietanti ospedali psichiatrici, serial killer sovrumani (ma reali) che fanno stragi ammazzando male la gente (in particolare i dottori del suddetto ospedale psichiatrico) e di una basita protagonista che non capisce come mai ha le visioni dei crimini compiuti dal killer proprio mentre li compie. CHISSÀ COME MAI, dicono gli spettatori che han capito il 90% del busillis nella prima mezz’ora di film. Ma non è che Malignant sia un film meno bello perché si capisce quasi tutto subito, quello è perché noi spettatori smaliziati abbiamo visto tanto Argento e De Palma (e Bava, e Fulci, Cronenberg e Hooper) e anzi, a quel punto possiamo disporci anche noi ai Lulz. Il punto è che siamo talmente oltre, che nell’ultima mezz’ora James Wan prende tutto quello che avevamo capito fino a quel momento, lo porta AL LIVELLO SUCCESSIVO e mette in scena una giostra di sangue completamente fuori di testa, unendo il suo coté horror a quello action e regalandoci un terzo atto che praticamente è il film che ogni amante dello splatter vorrebbe vedere: coreografie degne di Yuen Woo-Ping, lame affilate e mutilazioni a go-go. Solo Tarantino con gli 88 folli aveva osato tanto. Il killer di Malignant (non diciamo chi è ma tanto appunto lo capite abbastanza presto) è un personaggio che lascia il segno, e nonostante il pesante debito al giallo italiano classico (c’è proprio una scena che a me ha ricordato tantissimo Profondo Rosso) dà soddisfazione che per una volta sia stata creata una storia originale. Sul finale c’è la classica inquadratura alla “The end… or is it?” che però resta in sospeso… bastardo James Wan, ci hai fregato ancora una volta. Da vedere tantissimo. #recensioniflash

DON’T BREATHE 2 (Rodo Sayagues, 2021)

Don’t Breathe 2 è il sequel del thrillerone genere “home invasion” del 2016. Ora. Siamo di fronte al raro caso di sequel che è anche meglio dell’originale che di suo aveva il pregio di essere un film secco e brutale, con dei “cattivi” che diventavano vittime di uno psicopatico ex navy seal cieco (Stephen Lang, oserei dire nel suo ruolo più iconico) che tutto ha tranne che una chiara bussola morale. Qui nel 2 salva una bimba sopravvissuta a un incendio e la tiene con sé (in un’improbabile tensione verso la redenzione). Ma tanto la home invasion arriva comunque sotto forma di loschissimi figuri che vogliono rapire la ragazzina. Man mano scopriamo gli scopi dei cattivi, gli altarini del protagonista e di nuovo ci troviamo in un mondo di merda in cui esistono solo cattivo e più cattivo, ma nessun buono (o se esiste gli spaccano il cranio a martellate nei primi 20 minuti di film). Goduriosamente violento e splatter, Don’t Breathe 2 è il classico guilty pleasure, che quando arrivate al terzo atto e scoprite il doppio colpo di scena carpiato dell’identità dei cattivi e dei loro motivi, esplodete in un incredulo MACOSACAZZO. Però oh, è divertente. #recensioniflash

PRISONERS OF THE GHOSTLAND (Sion Sono, 2021)

Ammettiamolo, sulla carta Prisoners of the Ghostland è il film più fico dell’universo. Diretto da Sion Sono con un immenso Nicolas Cage nel ruolo del protagonista (che per di più si chiama “Hero”). Ora, lungi da me dire che è un film brutto: lo definirei piuttosto un film spiazzante, anche un filo imbarazzante. Diciamo subito che la storia ultra-idiota non è farina del sacco del pazzo giapponese ma è di due oscuri mestieranti mai sentiti prima. Il comparto visivo invece è puro Sion Sono al cubo. Diciamo che hanno deciso di creare un mondo che sa molto di Mad Max (ma il Mad Max di metà anni ’80, periodo Thunderdome, per intenderci), arruolare un protagonista che è in pratica Jena Plissken sotto funghi allucinogeni e di abbinare nel production design elementi di giappone antico e moderno, elementi di old wild west e di Las Vegas illuminandoli con luci alla Dario Argento periodo Suspiria / Inferno e girando il tutto con il piglio di Terry Gilliam o David Lynch (qui insieme al Jodorowsky di El Topo i riferimenti più evidenti)… però male. Cioè, tirato via, come a dire “guarda che ti combino con il mio primo film girato in USA, uaz uaz uaz”. (Uaz uaz uaz è la risata diabolica alla Cattivik, ovviamente). In campo è costantemente pieno di comparse che recitano in coro, cantano, urlano frasi sconnesse e si dimenano con addosso maschere inquietanti, poi però guardano in macchina e scoppiano a ridere. Oppure, ogni volta che ci sono le scene di combattimento (un mix di pistoleri e samurai con la katana) le coreografie sono tutte fatte a cazzo, in modo volutamente svogliato. Quindi tu pensi ma che cazzo sto guardando? Ah, già, è un film di Sion Sono, poi ti distrai un attimo e dopo un minuto c’è Nicolas che urla TESTICOLIIIIIII con la sua faccia da pazzo. Perché dovete sapere che la storia è che Nic è il pazzo criminale assoldato per ritrovare la “nipotina” (leggi sex slave) del Governatore, il supercattivo del film, che è scappata in una terra desolata e postapocalittica chiamata Ghostland. Per assicurarsi che riprenda la bella Bernice (Sofia Boutella) senza insidiarla, gli mettono delle cariche esplosive al collo, sulle braccia e sui testicoli. Un paio di queste cariche esplodono, vi lascio immaginare quali. Comunque sia, un film da vedere, ma nella mia personale classifica dei film di Sono (o anche dei film dove Cage smatta) sta molto in basso. Recuperate piuttosto Love Exposure, Guilty of Romance, Suicide Club, o – volendo andare sui più deliranti – Peace and Love, Tag o Tokyo Tribe. Forse persino Antiporno. E per quanto riguarda il divo Nicolas, Mandy o The Color Out of Space, per dirne due recenti. A vostro rischio. #recensioniflash

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