L’AUTUNNO DEI CRANI SFONDATI

Ottobre è il mese di Halloween, quindi stavolta trovate prevalentemente horror… più qualche piccola deviazione dal genere. Con malcelato orgoglio nerd, vi segnalo anche che alcune di queste #recensioniflash, opportunamente rimaneggiate, hanno trovato una nuova casa e un nuovo pubblico su Gli 88 Folli (Il sito di cinema che non c’era). Mi è stato detto che inserisco troppi spoiler in questi brevi testi. A me non sembra. Se a voi sembra, che vi devo dire. Procedete con cautela.

ONCE UPON A TIME… IN HOLLYWOOD (Q. Tarantino, 2019)
Ok, esco adesso da Once Upon a Time… In Hollywood. Vado di #recensioneflash a caldo. Non c’è storia e non c’è nemmeno Storia, ma c’è una fottuta tonnellata di Cinema. Sigarette, moltissime. Di Caprio che scatarra, stivali, stivaletti, mocassini. Piedi nudi, sporchi, in primo piano. Si guida tantissimo, strade, Cadillac Coupe Deville, polvere, insegne al neon. Un’intera sequenza di insegne al neon. Attori, stunt, catering, metacinema, inside joke, inside joke negli inside joke, una Inception di inside joke. Non c’è storia ma c’è ricordo. Non un ricordo vero ma filtrato da schermi piccoli, grandi, specchi, cornici, poster. Il paradiso di un cinefilo amante dei B-movie. Ci sono i divi veri. Ci sono in realtà due film, uno caleidoscopico ma di ampio respiro, uno più claustrofobico e ritmato. La fantasia prende il potere, cinema-cinema, #cranisfondati, cani addestrati. In fondo è una splendida favola di sangue. C’era una volta, e ora non c’è più. Nostalgia, il dolore del ritorno.

YESTERDAY (D. Boyle, 2019)
Vedere Yesterday di Danny Boyle dopo Once Upon A Time… In Hollywood di Tarantino dà luogo ad alcune interessanti riflessioni. Yesterday ha dalla sua la curiosità di un film girato da uno dei registi più cinematici (nel senso proprio di movimento) in circolazione e scritto da un campionissimo della british romcom come Richard Curtis. Ora, sgombriamo il campo. Le invenzioni visive e il montaggio allucinato di Boyle ci sono, ma ancora di più ci sono i topoi di Curtis (protagonista davanti alla porta dell’amata sotto la pioggia, grande corsa per fermare il mezzo di locomozione che porterà via da lui l’amata, umiliante dichiarazione pubblica nel sottofinale, afasia, pause, imbarazzanti gilet e gestualità isteriche a malapena trattenute). Insomma, diciamo che Curtis si mangia un po’ Boyle, e il film diventa più commedia romantica risaputa che surreale studio sulla cultura di massa. La storia la sanno anche i sassi, c’è un blackout globale, alcune cose “scompaiono” dall’orizzonte culturale. I Beatles (ma anche diversa altra roba che non dico perché è alla base di tutte le gag più simpatiche del film) non sono mai esistiti. Solo Jack se li ricorda, e tenta il colpo di avere successo suonando le loro canzoni e fingendo di averle composte lui. Nel suo percorso verso il successo mondiale riesce anche ad umiliare il talento compositivo di Ed Sheeran nel ruolo di Ed Sheeran (fa simpatia, Ed Sheeran, comunque, va detto). Insomma, tutto uno showcase di cover dei Beatles che anche basta, poi una nota stonata e un’idea di suspence che viene subito mandata in vacca, ma soprattutto a un certo punto la convergenza con Tarantino. Curtis e Boyle “cambiano la storia” e girano una scena che è un “what if” grosso come una casa, ma che non salva il film dall’essere una graziosa commedia di Curtis con qualche flash fulminante di Boyle. #recensioniflash

MIDSOMMAR (A. Aster, 2019)
Midsommar è un incubo delirante lungo più di due ore che dimostra a tutti che no, Ari Aster non ha intenzione di fermarsi dopo Hereditary (miglior horror dell’anno scorso per me). Qui c’è una storia alla Wicker Man ambientata nella Svezia rurale, con setta di mistici dalle tradizioni inquietanti tipo che a una certa ti devi buttare da un dirupo (e vai di #cranisfondati) o che devi prendere i funghi e vedere le colline e i fiori colorati che ti fanno ciao. Midsommar riesce genuinamente a dare la nausea allo spettatore, ma non è solo una questione di effetti prostetici (abbiamo anche una morte per “blood eagle”, googlate che non ho cuore di spiegare cos’è, una cosa rivoltante con un orso che Inarritu lévati, e un paio di roghi umani parecchio insistiti e parecchio in primo piano). È proprio che non c’è scampo, ti devi puppare a ritmo lentissimo e inesorabile tutta la fantasia malata di Aster. E quindi chapeau, abbiamo trovato uno quasi peggio di Lars Von Trier. Ah, e comunque migliore scena di sesso al cinema di tutti i tempi, vedere per credere. #recensioniflash

BRIGHTBURN (D. Yarovesky, 2019)
Brightburn, è un horror godibile anche se un po’ convenzionale prodotto da James Gunn e ha la particolarità di essere praticamente una versione cattiva e deviante di Smallville. Cioè, la origin story di Superman bambino con i superpoteri usati per uccidere senza pietà gli adulti che lo intralciano invece che aiutare le vecchiette. Anche qui, manco a dirlo, #cranisfondati molto insistiti, una scheggia di vetro in un occhio che ricorda tantissimo Lucio Fulci (ti amiamo sempre, Lucio) e molto, molto splatter ben fatto. Il film procede come un semplice horror con raggi laser dagli occhi e superforza e supervelocità (il bimbo protagonista è uno di quei classici bimbi con la faccia da sociopatico fin da piccoli) e insomma, ricorda un po’ Il presagio per il senso di angoscia e il primo Spider-Man di Raimi per la bruttezza estrema del costume da supereroe. Finché nel simpatico e prevedibile finale senza alcuna speranza, il male trionfa e si vira verso il cinecomic puro, con una scena post-titoli che farebbe pensare a un sequel (o è Gunn che prende per il culo, delle due l’una). Ah e non dimentichiamo Billie Eilish azzeccatissima sui titoli di coda con Bad Guy (duh!) #recensioniflash

3 FROM HELL (R. Zombie, 2019)
Vorrei dirvi qualcosa di sensato su 3 From Hell, l’ultimo Rob Zombie che ho visto in due parti nelle ultime due sere. Ma appunto, c’è poco da dire se non che mi sono fumato intere sequenze del film dormendo. E non è che non ci sia il solito, esagerato gusto per le gole tagliate, gli sbudellamenti, i proiettili esplosi in faccia (#cranisfondati), gli strangolamenti di diversi minuti in piano sequenza, le torture, le scritte col sangue, e tutto l’armamentario mansoniano tipico di Zombie. Piuttosto è che non si sentiva il bisogno, quasi quindici anni dopo The Devil’s Rejects, di un terzo film sul trio di supercattivi sadici e folli interpretato da Sheri Moon Zombie, Bill Moseley e Sid Haig (che poveraccio è morto poco dopo l’uscita del film e infatti il suo ruolo è poco più di un cameo). L’estetica sgranata e seventies, i fermo immagine, i primi piani sfocati e insistiti sono stati un gioco piacevole nei primi due film. Da un “creativo” dell’horror come Rob Zombie mi aspetto altri tipi di percorso. Lords of Salem, per esempio, è stata una graditissima sorpresa. E quindi, insomma, sanguinolento ma noioso e prevedibile. Peccato. Poi boh, a Kevin Smith è piaciuto tanto, per dire. #recensioniflash

THE DEAD DON’T DIE (J. Jarmusch, 2019)
Intanto non esiste un film brutto di Jim Jarmusch quindi non cagate il cazzo con la storia che Jim Jarmusch ha fatto un film di zombi e che spreco di talento di qua e che noia di horror di là (come se non avesse girato quell’altro capolavoro di Only Lovers Left Alive). The Dead Don’t Die è un film figo. C’è Iggy Pop zombie. C’è Bill Murray (il che rende qualsiasi film figo a prescindere), c’è Adam Driver, Chloe Sevigny, Tilda Swinton nel suo classico ruolo alla Tilda Swinton (vagamente elfica, bravissima con la katana, becchina e scozzese). C’è Tom Waits nell’unico ruolo che ultimamente riesce bene a Tom Waits (l’eremita ipertricotico). Ma va bene, dai, ci sono anche delle note un po’ meh, tipo una pletora di autocitazioni che diventano anche un po’ intrusive. Oh, poi non si può dire che il film lesini sugli effetti speciali: la gorefest comincia abbastanza presto e il cannibalismo regna sovrano. In particolare c’è una scena deliziosa con Selena Gomez decapitata (non è un #craniosfondato, ma quasi). Alla fine è un film di Jarmusch, quindi molto lento e contemplativo, molto cinico e disperato, con due componenti abbastanza inedite. La prima: una rottura della quarta parete così insistita da diventare quasi parodistica (del tipo “Ma come sai che andrà a finire male?” – “Beh, ho letto la sceneggiatura”). La seconda: un sottotesto politico che è tipico dei grandi film di zombie (Dawn of the Dead su tutti) ma che qui è veramente insistito e “spiegato” per dimostrare che l’uomo è il cancro del pianeta, più o meno. Cioè, se vi piacciono i morti viventi e Jim Jarmusch è un film perfetto. Se manca anche solo una di queste due condizioni, temo che vi farà cagare. #recensioniflash

ELI (C. Foy, 2019)
Allora, niente, Halloween si avvicina e fioccano gli horror fondi di magazzino. Che sono poi un po’ come quel sacchetto di popcorn che non dovresti mangiare, ma è lì che ti aspetta, perché non aprirlo? Eli è così, è uno di quei film che se lo guardi da solo al buio e con una buona disposizione d’animo (leggi: te ne fotti del fatto che sia tutto prevedibilissimo, almeno fino a un certo punto) fa il suo sporco lavoro. Eli è il nome del bimbo protagonista, che soffre di una rara malattia autoimmune e viene portato dai genitori in un centro medico all’avanguardia per essere curato (bambino malato, procedure mediche, splatter chirurgico). Il centro medico sembra uscito da un romanzo di Henry James (casa infestata, fantasmi negli specchi, potenziali bambini morti male, zanzaroni del malaugurio). La dottoressa interpretata da Lily Taylor è via via più losca, e pare che anche i genitori o almeno il padre di Eli nascondano qualcosa (paranoia, teoria del complotto, corridoi alla Shining, investigazione del paranormale). Alla fine però c’è un super colpo di scena che ribalta il film nel senso che lo sposta proprio su un binario diverso. Non sarei sincero se non dicessi che questo colpo di scena manda anche un po’ tutto in vacca, ma tutto sommato è divertente. La sceneggiatura stava nella “Black List” del 2015 (ogni anno c’è questa “black list” delle migliori sceneggiature ancora non prodotte, roba che negli anni ci hanno pescato film tipo Argo, Juno, titoli così, molto Sundance). Poi a quanto pare Paramount ha prodotto il film, è uscito questo oggetto francamente un po’ ambiguo che di sicuro non sapevano come promuovere e hanno pensato “sai che c’è, diamolo a Netflix”. E bon, dai, schifo non fa. E soprattutto, per ribadire il trend horror dell’autunno 2019, anche qui #cranisfondati#recensioniflash

THE FOREST OF LOVE (S. Sono, 2019)
Sto invecchiando male. Non è che pretendo di essere lo stesso dei tempi di Love Exposure, non sarebbe realistico, son passati quasi dieci anni. Solo che non sono riuscito a vedere tutto d’un fiato il nuovo film di Sono Sion, The Forest of Love. Centocinquanta minuti di sadismo, psichedelia e ultraviolenza in giapponese con i sottotitoli me li sono dovuti smazzare in tre sere di fila. Lo so, non si guardano così i film. The Forest of Love è un thriller/horror grottesco e sanguinoso, sopra le righe, urlato, punk e metacinematografico come e più di molti altri film di Sono (forse solo un po’ più… ehm… sfilacciato). Inutile cercare di capire gli intrecci delle storie dei vari personaggi, almeno per la prima ora e mezza. Ci sono tre giovinastri che vogliono fare cinema low budget, tre studentesse lesbiche in un torbido triangolo basato su Romeo e Giulietta di Shakespeare, giochi suicidi, relazioni familiari tossiche, un truffatore di professione che diventa la “mente” dietro tutte le efferatezze compiute dagli altri personaggi, uno pseudo colpo di scena finale che tanto non interessa a nessuno, la rivelazione che è “tratto da una storia vera” (non so se crederci), e soprattutto una delle scene più splatter viste sullo schermo negli ultimi 40 anni, platealmente concepita per oltraggiare, disgustare e sbeffeggiare lo spettatore (veramente oltre i #cranisfondati). Crudele, beffardo, affascinante… anche un po’ noioso, lo ammetto. Ma non lascia indifferenti. #recensioniflash

DOLEMITE IS MY NAME (C. Brewer, 2019)
Dolemite (pron. Dolemàit). Di film Blaxploitation qualcuno ne ho visto, ma Dolemite non lo conoscevo. Onore e gloria al vecchio Eddie Murphy (e a un Wesley Snipes in formissima) per averlo portato alla mia attenzione. Dolemite Is My Name è il grande ritorno di un attorone che per troppi anni (diciamo dai tempi di Bowfinger) ha avuto parti scialbe in film dimenticabili. Qui si mangia tutti nel biopic di Rudy Ray Moore, il creatore del personaggio di Dolemite – una sorta di Shaft comico che è stato anche indicato come “il padrino del rap”. Il film ha qualcosa in comune con The Disaster Artist nel ripercorrere la produzione di un film amatoriale realizzato con pochi soldi e materiale di fortuna, magari non è da sganasciarsi dalle risate (ed è sicuramente un film che doppiato farà cagare e che in lingua originale senza sottotitoli è estremamente difficile da capire), ma è un’ottimo spaccato di un’epoca e di un genere. Ah, c’è anche Snoop Dogg. #recensioniflash

JOKER (T. Philips, 2019)
Avete già detto tutto voi, cosa altro posso dire del Joker? Nulla.
Ah, no dài: #cranisfondati, anche qua. #recensioniflash

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